di Lorenzo Schoepflin
Tratto da Avvenire del 2 dicembre 2010

La ribalta concessa a Beppino Engla­ro e a Mina Welby in prima serata sulla tv di Stato e il concomitante tentativo, dall’esito ancora incerto, di mandare in onda su emittenti lo­cali lo spot di Exit International per la promozione dell’eutanasia, altro non so­no che il risultato di una campagna cultu­rale che parte da lontano.

È il 1993 quando la Consulta di bioetica (fi­lo- radicale), oggi presieduta da Maurizio Mori, pubblica un documento approvato dai soci con il quale si affermava la liceità morale di eutanasia e suicidio assistito. È or­mai noto il ruolo di primo piano che la Con­sulta, tra i cui membri figura il neurologo che ha seguito Eluana sino all’ultimo, Carlo Al­berto Defanti, ha giocato in tutta la vicenda Englaro. All’epoca dell’appello, però, Bep­pino non aveva ancora incontrato la Con­sulta, che aveva comunque già chiara la rot­ta.

Partendo dalla «reciproca tolleranza del­le diverse posizioni», l’appello del 1993 conteneva l’invito al riconoscimento per ciascuno della «facoltà di por fine ai propri giorni col suicidio o di chiedere di essere aiutato a morire ove si trovi in situazioni di incapacità e di insopportabile sofferenza e perdita di dignità». Il documento affronta­va in particolare quelle situazioni in cui la vita, a detta dei firmatari, si riduceva a e­sperienza «insensata» e «priva di alcun va­lore», a una situazione «penosa» e «degra­dante». Pur limitandosi al piano etico della discussione, la Consulta non faceva segreto dell’intenzione di intervenire anche sul pia­no legislativo. Forti anche le pressioni in te­ma di testamento biologico: a tal proposito la Consulta rendeva disponibile sul proprio sito la Biocard, una sorta di dichiarazione an­ticipata di trattamento prestampata.

Risale al 2000, cinque anni dopo il pri­mo contatto con il padre di Eluana, l’ap­pello alle istituzioni affinché si proceda alla sospensione «doverosa» dell’alimenta­zione e dell’idratazione. L’appello prosegue dicendo che in ballo non c’è l’eutanasia, ma la «lecita sospensione del trattamento». Ciò non impedisce alla Consulta di invocare u­na «modifica del codice penale al fine di per­mettere (…) l’assistenza al suicidio e l’euta­nasia volontaria». Richieste che ci riportano alla stretta attua­lità e che costituiscono il trait d’union con l’attivismo dell’Associazione radicale Luca Coscioni. Piergiorgio Welby, che ne è stato presidente, fu assistito durante il distacco del respiratore da Mario Riccio, anestesista, membro della Consulta ed esponente radi­cale. Nel 2006 la Coscioni promuove una raccolta di firme per una petizione al Parla­mento dove si afferma l’urgenza «che l’euta­nasia (…) sia regolamentata attraverso nor­me più civili e rispettose della libera e re­sponsabile scelta individuale». A questo fa se­guito il disegno di legge, datato ancora 2006, con primo firmatario il parlamentare radicale Marco Beltrandi e dal titolo «Norme sulla tutela della dignità della vita e disciplina del­la eutanasia». L’articolo 1 è molto esplicito: «Ogni persona in condizioni terminali o in caso di malattia gravemente invalidante, ir­reversibile e con prognosi infausta, ha dirit- to di porre termine alla propria esistenza me­diante l’assistenza di un medico».

Consulta di bioetica e Associazione Lu­ca Coscioni sono affiancate nel loro incessante lavoro pro-eutanasia da molte altre sigle: si va da Exit Italia, che dal 1996 si batte affinché vengano modificati quegli artico­li di legge che in Italia vie­tano l’eutanasia, a Libera Uscita, in lotta da sempre per la depenalizzazione dell’eutanasia, passando per la fondazione diretta da Umberto Veronesi, che al tema ha sempre dedicato ampio spazio. A queste massicce campagne politi­che e culturali di lungo periodo hanno sempre fat­to da sfondo una miriade di iniziati­ve pubbliche. Dibattiti, convegni, pubblicazioni e interventi sui mezzi di comunicazione con un’unica matrice comune: l’idea che le­galizzare eutanasia e suicidio assistito co­stituisca un inevitabile segno di progres­so etico e culturale. Le apparizioni tele­visive in prima serata sono solo l’ultimo atto di una lunga marcia. In attesa della prossima fermata.