Pier Luigi Priori (Consulente) da Protagonisti per l’Europa Cristiana.

Abituato sin da bambino a coltivare la verità come la virtù più  preziosa, mi è sempre più difficile vivere in un paese –ed in un continente- nel quale non è vero quel che è vero, ma è vero quel che sembra, così come viene fatto apparire da una informazione complice, anziché contraltare critico, dei grandi interessi che sempre più manovrano politica ed
economia.

“La crisi è ormai alla fine, non metteremo le mani nelle tasche degli italiani…”A quante altre storielle dovremo fingere di credere? Ci avevano raccontato che l’euro avrebbe rappresentato un forte freno all’inflazione, ma la sua adozione ridusse della metà il potere d’acquisto dei nostri connazionali, poi bombardati su tutti i media da informazioni comprovanti che l’inflazione era stata solo dell’1-2% all’anno…Era valsa o meno la pena di stabilizzare la nostra economia pagando nuove tasse per entrare nei parametri dell’euro? Con tutti gli interessi passivi che ci avrebbe fatto risparmiare per la riduzione dei tassi di interesse sul debito pubblico, sulla convenienza a breve termine dell’euro non v’erano dubbi, e non si voleva che gli altri stati pensassero che ne potessimo avere: ma è stato solo per questa ragione che su un argomento tanto importante si è voluta evitare una consultazione popolare sulla materia?
Alla stregua di altri paesi più deboli siamo entrati nell’euro con l’illusione che fosse davvero una moneta unica, e ci aiutasse a scaricare sugli altri le nostre debolezze, di cui eravamo tremendamente consapevoli….. e quando l’euro fu adottato ben poche voci (fra cui, nel suo piccolissimo, la mia) si levarono non tanto per contestarne l’adozione, quanto per esprimere due importanti riserve: la prima era che la sovranità, quindi la proprietà di qualunque moneta alla sua emissione, deve appartenere alla sua comunità di riferimento, non alla sua banca centrale ; il secondo riguardava il fatto che la nostra cosiddetta “moneta unica” rappresentava un insieme di parità fisse ed immutabili di cambio fra le varie monete (quindi fra le relative economie) che vi partecipavano, ed avrebbe quindi sul lungo termine penalizzato quelle più deboli, perché impossibilitate  riacquisire tramite svalutazione la competitività che avrebbero perso nel tempo.
Negli anni che hanno seguito l’introduzione dell’euro le economie dei paesi meno avanzati si sono così dovute confrontare, senza l’ammortizzatore monetario, con altre più efficienti:
questo ha portato al declino dei sistemi economici meno forti, in genere basati sulla capacità manifatturiera di prodotti a tecnologia medio-bassa, che proprio in quel periodo è stata anche oggetto della fortissima concorrenza “globalizzata” dell’Est Europa prima, dell’Estremo Oriente poi.
Solo ora, di fronte al disastro di un’Europa con la sua moneta impostata senza i necessari criteri di flessibilità, ci si rende conto di come delle banconote uniche non significhino da sole una vera e completa unità monetaria: l’euro viene stampato dalla BCE e “venduto” ai singoli paesi, che per acquisirlo devono emettere titoli di debito pubblico. Le variabili economiche, fiscali e sociali di ogni nazione sono diverse: quindi ogni paese ha un proprio “rating”, e paga un interesse diverso sul suo debito pubblico che, ricordiamo, si è in buona parte formato perché da decenni in Europa ed America un sistema bancario di azionariato privato si è arrogato la proprietà della moneta alla sua emissione, e gli stati si devono indebitare per ottenerne la disponibilità: una situazione ben diversa da quella cinese e di altri paesi emergenti, dove la sovranità monetaria è dello Stato, che può decidere senza aumentare il debito pubblico di quanto denaro abbisogna per la sua crescita.
Ogni paese europeo ha dunque rating diverso, ed a seconda della sua solidità paga interessi diversi per il proprio debito pubblico: poiché le agenzie di “rating” non sono veramente autonome, ma sono anche esse riconducibili alla grande finanza, possono accentuare cattive valutazioni di paesi in difficoltà, aprendo la strada alla speculazione, per esempio alle vendite “short” dei titoli di paesi il cui “rating” stia per essere declassato, creando così squilibrio, povertà e disperazione, soprattutto nelle fasce sociali più basse e nelle economie più deboli, per l’ulteriore arricchimento di pochi grandi finanzieri che, non avendo più bisogni tangibili di qualunque sorta insoddisfatti, hanno perso ogni contatto con la realtà, e moltiplicando una ricchezza per loro inutile ne conseguono solo benefici nominali.
Per arrivare ad una moneta veramente unica, i paesi europei dovrebbero emettere titoli del debito pubblico comuni, che avrebbero così lo stesso tasso di interesse. Ma i paesi più prosperi potrebbero accettare di discutere l’unificazione del loro debito pubblico con gli altri (a partire da Grecia ed Italia) solo se l’indice Debito /Pil fosse portato a valori analoghi:
poiché quello tedesco e quello francese sono intorno al 77%, e quelli italiano e greco al 117%, la prospettiva non appare attuabile, se non a lungo termine.
Nel frattempo i banchieri europei continuano la loro politica di deflazione (riduzione) della massa monetaria. Per i prezzi, siamo di fronte ad una ripresa dell’inflazione (in Italia trainata dagli aumenti tariffari per treni, autostrade ed altri servizi pubblici): per stroncarla la Banca Centrale Europea preannuncia rialzi dei tassi di interesse.
Mi sembra però ben difficile credere che la BCE non si renda conto di come l’economia reale sia invece strangolata dalla scarsissima disponibilità di denaro. La (pur limitata) ripresa di inflazione che stiamo sperimentando non dipende da eccesso di quantità monetaria sul mercato, ma dall’aumento dei costi finanziari dovuto alla stretta creditizia degli accordi di Basilea, dagli aumenti del costo dei servizi pubblici dovuti alle crescenti ristrettezze dei bilanci statali, dall’aumento dei costi industriali per unità prodotta dovuti a diseconomie di scala indotte dalla concorrenza globalizzata, dall’aumento di costo di alcuni prodotti importati per il modesto aumento del costo del lavoro cinese, e
soprattutto dal fatto che i governanti hanno destinato grandi risorse al sostegno delle strutture, spesso bancarie, del sistema contro la grande speculazione internazionale, demonetizzando così ulteriormente l’economia produttiva ed aumentando insolvenze, ricorso ad ammortizzatori sociali, licenziamenti e fallimenti.
In questa situazione il 10 maggio scorso, confrontati con la crisi greca, i ministri delle finanze europei hanno destinato ad un nuovo fondo di stabilizzazione 500 miliardi di euro, cui se ne aggiungono 250 del Fondo Monetario Internazionale. Se utilizzato correttamente e tempestivamente, questo fondo potrebbe costituire un argine ed un deterrente per la grande speculazione internazionale. Ma se non si rendono veramente autonome le valutazioni delle agenzie di “rating”, e non si stabiliscono regole nuove per la grande finanza internazionale, impedendole per esempio le vendite “short”, perlomeno in determinate circostanze, questo fondo, pur nella sua enormità non sarà sufficiente. La maggior parte di questo denaro è infatti rappresentata dalla disponibilità dei vari paesi ad intervenire con prestiti a sostegno di chi si trovasse in difficoltà.
L’Italia dovrebbe contribuire a questo fondo per 81 miliardi di euro, e la Spagna per 53. Il problema è che, dopo che la Grecia vi avrà attinto per più di 100 miliardi proprio Italia e Spagna, con un impatto dimensionale ben maggiore di quello greco, sono fra i possibili prossimi beneficiari di questo fondo. Nel caso entrambi i paesi si trovassero in difficoltà, le dimensioni del fondo sarebbero immediatamente ridotte di altri 134 miliardi, proprio nel momento della necessità di un intervento ben più ampio di quello da effettuare per la Grecia. Se invece fosse solo uno dei due ad entrare in crisi di liquidità, è improbabile che l’altro potrebbe sborsare decine di miliardi di euro per aiutarlo. Se, nell’ipotesi più benigna, ad avere problemi fosse la sola Spagna, l’ammontare dell’esborso sarebbe tale da richiedere all’Italia un pagamento di decine di miliardi di euro, il cui peso probabilmente porrebbe a sua volta l’Italia sotto i riflettori dei mercati obbligazionari, con conseguenze di “contagio” che preferiamo non immaginare. In questo quadro di estrema incertezza per il futuro dell’Unione, il previsto rialzo dei tassi di interesse bancari, combinato alle grandi manovre finanziarie adottate da ogni paese europeo per consolidare i suoi conti dopo la crisi greca, coi conseguenti tagli di spesa pubblica che inevitabilmente si ripercuoteranno sui redditi, rischia di vanificare alcuni segnali positivi di miglioramento riscontrati in questi giorni, e di rendere insuperabile sul medio termine la recessione attuale.