Le ecografie 4D, uno strumento nella lotta contro l’aborto… non sempre

di Paul De Maeyer

ROMA, domenica, 5 dicembre 2010 (ZENIT.org).- “Un paio di settimane fa ho sognato il mio bebè e adesso che lo vedo, è esattamente come me lo ero immaginato”. Lo racconta Amaia, 28 anni, che quasi alla 35esima settimana di gravidanza è stata accompagnata dal quotidiano spagnolo ABC (edizione del 22 novembre scorso) ad una clinica specializzata madrilena per un’ecografia 4D (quadridimensionale) del piccolo nel suo grembo. La tecnica unisce alla più tradizionale ecografia tridimensionale (3D) la dimensione del tempo e permette dunque di visualizzare il movimento del feto nel grembo materno. “Solo vedere il visetto, le manine, i piedini, come si muove … è un’emozione che non si può spiegare”, aggiunge quasi estasiato il papà, Diego, che raccomanda l’esperienza a tutti i futuri padri.

Nel corso degli ultimi anni, la diagnostica per immagini in ambito ostetrico-ginecologico ha fatto davvero passi da gigante. Introdotta negli anni ’60 come strumento di diagnosi, l’ecografia offriva fino all’inizio degli anni ’90 solo immagini 2D (bidimensionali) del feto, inoltre solo in tonalità di grigio, rendendo perciò l’interpretazione molto complessa. Per il “laico”, l’immagine ottenuta era spesso solo un mucchio di ombre grigie. Le cose sono cambiate profondamente con l’arrivo delle ecografie 3D e poi 4D. Grazie alla nuova tecnica, il pioniere delle ecografie 4D, il professor Stuart Campbell, della Create Health Clinic a Londra, ha dimostrato che già dalla 12esima settimana della gestazione (cioè ancora prima che la madre se ne possa rendere conto) il feto comincia a muoversi e a stiracchiarsi. Poi dalla 18esima settimana in poi, il piccolo comincia ad aprire i suoi occhi e dalla 26esima settimana presenta già alcuni comportamenti ‘tipici’ del bebè: sembra sorridere, piangere e ha il singhiozzo. Al “mondo segreto” del bambino nel grembo materno, il professor Campbell ha dedicato d’altronde un libro, “Watch Me Grow”.

Come dimostra la gioia di Amaia, la 4D permette alle donne incinte dunque di vedere i tratti del loro figlio ancora prima della nascita, un’esperienza “unica” che aiuta ad instaurare o a rafforzare il rapporto tra madre e figlio. Le donne – in particolare quelle più giovani – si rendono conto che il feto in grembo è un bambino in tutti i sensi, solo che non è ancora nato. Proprio questo aspetto spiega perché le ecografie di ultima generazione, fra cui anche i cosiddetti “sonogrammi” (permettono anche di sentire il battito cardiaco del feto), sono diventate un’arma potente e vincente nella lotta contro l’aborto.

Donne incinte che si recano ad un consultorio per un’interruzione della gravidanza, cambiano idea quando vedono le immagini del piccolo, come nel caso di Makiba Smith, 16 anni, raccontato dal Washington Post (9 settembre 2006). Appena la ragazza adolescente di Baltimora ha visto l’ecografia del bambino e sentito il battito del cuoricino, ha capito e rinunciato all’aborto. “Non era uno scherzo. Era vero”, ha dichiarato la sedicenne. Secondo l’associazione cristiana Heidi Group, nei consultori dove vengono effettuati i sonogrammi fino al 90% delle donne che pensano ad un aborto cambia opinione e decide di rinunciare all’intervento (The New York Times, 2 febbraio 2005).

Per questo motivo, gruppi pro vita, come l’organizzazione evangelica Focus on the Family (con sede a Colorado Springs, nel Colorado), e chiese cristiane, come la Southern Baptist Convention, hanno lanciato oltreoceano programmi per aiutare i consultori pro vita ad acquistare i costosissimi macchinari per effettuare sonogrammi o ecografie 4D. Alcuni centri, come rivela di nuovo il Washington Post, hanno ricevuto fondi governativi per l’acquisto dell’apparecchio, come il Life Line Pregnancy Care Center della contea di Loudoun, nell’area metropolitana di Washington DC.

Negli USA, l’impatto “salvavita” di sonogrammi ed ecografie 4D ha indotto tutta una serie di Stati a votare legislazioni anti-aborto, sia aiutando finanziariamente l’attività svolta dai consultori pro vita sia introducendo l’obbligo di realizzare un’ecografia del feto prima di un aborto. In almeno tre Stati, cioè Alabama, Louisiana e Mississippi, i medici devono mostrare l’esito dell’ecografia alla donna che vuole abortire. Nella scorsa primavera, è entrata in vigore una tale legislazione nell’Oklahoma. La norma richiede fra l’altro che le donne devono ascoltare una descrizione dettagliata del bambino o feto (The New York Times, 28 aprile).

L’esempio statunitense sembra aver ispirato la Comunità autonoma di Valencia, in Spagna, il cui governo – il Consell – ha approvato quest’estate tre provvedimenti supplementari alla nuova legge sull’aborto voluta dal governo del primo ministro socialista Zapatero, entrata in vigore il 5 luglio. Alle donne che considerano la possibilità di abortire saranno date informazioni sulle eventuali conseguenze mediche, psicologiche e sociali di tale decisione, fra cui un dépliant con foto ed ecografie in 3D di feti (Las Provincias, 10 luglio).

Ma il successo delle ecografie ha anche un lato negativo. In alcuni paesi è proprio il motore che alimenta l’industria dell’aborto. A richiamare l’attenzione su questo aspetto è stato il quotidiano The Washington Times, che tra il 26 febbraio e il 1° marzo del 2007 ha dedicato un intero dossier al preoccupante squilibrio numerico tra i sessi in India, conseguenza della tradizionale preferenza per i figli maschi nel paese asiatico. Come ha ribadito la giornalista Julia Duin, a facilitare il fenomeno dell’aborto selettivo di feti di sesso femminile è proprio la diffusione di macchinari (anche quelli portatili) per le ecografie tridimensionali prodotti dalla compagnia statunitense General Electrics in collaborazione con la ditta indiana Wipro Ltd.: permettono infatti di stabilire il sesso del nascituro con maggior sicurezza rispetto alle ecografie precedenti. Nel 2007, 25.770 di questi apparecchi erano registrati ufficialmente presso le autorità indiane, ma secondo il British Medical Journal il numero era probabilmente molto più elevato, circa 100.000 (cioè quattro volte di più). Come ha dichiarato l’attivista indiano Sabu George, “negli Stati Uniti gli ultrasuoni vengono usati per proteggere il feto, qui per distruggerlo”.

Nell’aprile del 2008, il primo ministro indiano Manmohan Singh ha persino dedicato un discorso al tema e ha definito l’aborto selettivo di feti femminili non solo una “vergogna nazionale” ma anche una prassi “disumana, barbara e riprovevole”. Nonostante la “Pre-natal Diagnostic Techniques (Regulation and Prevention of Misuse) Act”, entrata in vigore il 1° gennaio 1996, la quale vieta l’uso delle macchine ad ultrasuoni per determinare il sesso del nascituro, nel 2001 sono nate solo 927 femminucce per ogni 1.000 maschietti nel paese, un netto calo rispetto alle 962 femminucce registrate nel 1981. Come ha rivelato il quotidiano canadese The Globe and Mail (19 settembre 2009), nello Stato di Haryana (nel nordovest dell’India) nascono appena 822 femmine ogni mille maschietti e tra le famiglie dette “per bene” delle zone urbane del Punjab il numero scivola persino ad appena 300.

Le ecografie, che molte neomamme tendono a scambiare con sessioni di fotografia fetale, permettono non solo di determinare con grande sicurezza il sesso del nascitura. Rivelano o confermano la presenza di malformazioni congenite, come il labbro leporino e la sindrome di Dandy-Walker (un’anomalia del cervello). Mentre il rischio di “falsi positivi” (cioè la patologia non c’è) è sempre dietro l’angolo, la maggioranza dei feti con qualche anomalia o malformazione (anche lieve) viene ormai abortita. Secondo il sito LifeNews.com (17 febbraio 2008), fino al 92% dei feti con la sindrome di Down (trisomia 21) viene eliminato negli Stati Uniti. E dai dati del South West Congenital Anomaly Register emerge che dal 2002 al 2005 più di 50 feti con un difetto noto come “piede equino” (equinismo) sono stati abortiti nel Sud-Ovest dell’Inghilterra, altri 37 feti con labbro leporino e palatoschisi (cioè la fessura del palato), e 26 con altre malformazioni minori, come dita sovrannumerarie, cioè anomalie correggibili chirurgicamente (The Sunday Times, 21 ottobre 2007).