“Dopo il referendum diventeremo uno stato islamista”, annuncia il Sudan. A Mogadiscio nasce la superguerriglia

Tratto da Il Foglio del 21 dicembre 2010

Fino a pochi giorni fa si nutrivano forti dubbi sulla volontà da parte del presidente sudanese,  Omar Hassan al Bashir, di rispettare i risultati del referendum che, se si terrà nel gennaio prossimo come previsto, sancirà a larghissima maggioranza (su questo nessuno ha dubbi) l’indipendenza delle regioni meridionali, animiste e cristiane, del paese. Il discorso che al Bashir ha tenuto domenica ha fatto invece pensare che il suo governo stia cominciando a interiorizzare l’inevitabilità dell’ultimo passo previsto in via ipotetica dal Trattato di pace firmato nel 2005 tra il governo di Khartoum e i ribelli del Movimento di liberazione del popolo sudanese (Splm): la secessione, attraverso referendum, del Sudan del sud. Eppure le sue parole, che sembrerebbero segnalare una buona notizia per le cancellerie occidentali, che da anni fanno pressioni perché Khartoum (cioè il governo del Sudan del nord, islamico) conceda la possibilità di autodeterminazione alle popolazioni di religione animista e cristiana che vivono nel sud, annunciano uno scenario altrettanto preoccupante.

Bashir ha detto che, se secessione sarà, allora il Sudan – che diventerebbe di fatto Sudan del nord – “cambierà la Costituzione”. Di conseguenza “la fonte legislativa sarà la sharia, l’islam sarà l’unica religione ufficiale, l’arabo l’unica lingua” e “non si parlerà più di diversità di cultura e di etnia”. In definitiva, l’accettazione da parte del governo centrale del pronunciamento maggioritario degli elettori del sud per l’indipendenza avrebbe come contraccolpo una decisa accentuazione del carattere già fortemente islamista dello stato sudanese, carattere islamista ora mitigato soltanto – e sostanzialmente per i soli cittadini di altre religioni – dalla Carta ad interim approvata in concomitanza con il Trattato di pace del 2005 e in scadenza nel 2011. A margine, al Bashir ha detto di non capire tanta indignazione per il video che di recente ha mostrato a tutto il mondo le immagini della fustigazione di una donna che cercava inutilmente di sottrarsi alla frusta, mentre alcuni poliziotti maschi erano colti da attacchi di ilarità. “Questa è la sharia”, ha detto il presidente.

Il referendum, al di là della reazione in realtà ancora non del tutto prevedibile da parte dell’attuale governo centrale e del contraccolpo islamizzatore promesso da al Bashir, rimane nebuloso. La data prevista per l’inizio delle operazioni di voto è il 9 gennaio, ma l’organizzazione sembra essere in altissimo mare, senza contare che non si sa ancora quale sarà la sorte della regione di Abyei: quest’area è contesa tra nord e sud e quindi il suo status e l’appartenenza a uno o all’altro dei due stati non sarebbero chiariti neppure dal referendum. Intanto, la principale città del sud, Juba, si appresta a diventare una nuova capitale africana. In un’effervescente attività edilizia sono stati eretti lussuosi palazzi destinati a ospitare la residenza presidenziale e gli uffici governativi, come ha raccontato l’inviato dell’Economist, che ha visitato i cantieri guidato dall’entusiasta interior designer sudcoreano cui è stato commissionato l’allestimento.

Al di là delle sedi di rappresentanza volute dal leader dell’Splm, Salva Kiir Mayardit, il Sudan del sud è poverissimo e ha statistiche da quinto mondo: tra i quasi 9 milioni di abitanti, l’analfabetismo è all’85 per cento; un terzo della popolazione non ha di che sfamarsi; quasi il 15 per cento dei bambini muore nei primi cinque anni dalla nascita. Unica fonte di ricchezza è il petrolio, che è anche la principale fonte di attrito con Khartoum: i giacimenti sono lungo la futura linea di confine, ma i principali sono collocati nelle regioni scissioniste. L’unico accordo possibile è questo: estratto principalmente a sud, il petrolio percorrerebbe le regioni settentrionali per essere raffinato, garantendo così una spartizione dei profitti.

Anche se si dovesse trovare un equilibrio nei rapporti tra sud e nord, sia sulla definitiva divisione territoriale sia sul delicato tema del petrolio, molti analisti sottolineano le potenzialità implosive di un futuro stato del Sudan del sud. Infatti, se decenni di conflitto contro il comune nemico settentrionale, arabofono e islamico, e circa due milioni e mezzo di morti hanno cementato un’unità, nel Sudan meridionale abitano tribù ed etnie diverse per lingua e religione. E ai signori della guerra basterebbe poco per tornare all’antico mestiere di soldati di ventura e scatenare una guerra per bande.

Nonostante questi orizzonti poco sereni, a cui si aggiunge la drammatica e ancora irrisolta situazione del Darfur, i governi europei e soprattutto gli Stati Uniti appoggiano con forza il referendum. Il trattato che ha previsto l’opzione indipendentista è stato siglato durante la presidenza di George W. Bush e Barack Obama si è speso in pressioni su Khartoum per un corretto svolgimento del referendum. Di recente l’Amministrazione americana ha spedito una lettera ai leader di Ciad, Egitto, Etiopia, Kenya, Libia, Nigeria, Ruanda, Sudafrica e all’Unione africana perché aiutino a garantire uno svolgimento regolare al voto nel Sudan del sud (e oggi il presidente egiziano Hosni Mubarak e il leader libico Muhammar Gheddafi saranno a Khartoum). Gli inviati di Obama – tra cui il senatore John Kerry – hanno fatto baluginare ad al Bashir la disponibilità dell’Amministrazione di rivedere, in cambio di una quieta reazione al voto del sud, la lista degli sponsor del terrorismo internazionale che comprende il Sudan, paese in cui tra l’altro visse e si organizzò, negli anni 90, Osama bin Laden (ma in realtà per una revisione della lista serve il placet del Congresso).

Intanto, in un altro paese ad alta turbolenza dell’Africa orientale, nella Somalia che è un’officina sempre attiva dell’internazionale jihadista, i due principali gruppi avversari nella galassia dell’estremismo islamista, i “durissimi” di al Shabaab e i “duri” di Hizbul Islam, dopo anni di carneficine che hanno logorato i rispettivi eserciti, hanno unito le forze per assalire con più efficacia il debolissimo governo federale di transizione appoggiato dalle Nazioni Unite, che a malapena controlla qualche isolato nel centro della capitale somala, Mogadiscio.