di Giulio Meotti
Tratto da Il Foglio del 19 luglio 2010

Roma. Abbiamo ottenuto in esclusiva in Italia una copia della lettera che l’assassino  di Theo van Gogh, Mohammed Bouyeri, ha fatto uscire dal carcere in risposta a un gruppo islamico francofono stanziato in Belgio (qui sono riprodotte le due pagine della missiva, citata dal quotidiano olandese Algemeen Dagblad).

Bouyeri sta scontando l’ergastolo nel carcere di Nieuw Vosseveld, uno dei penitenziari di massima sicurezza in Olanda. Il suo è un documento decisivo su una vicenda che ha segnato la recente storia euroccidentale: l’uccisione di un celebre regista, il trisnipote del pittore Vincent van Gogh, da parte di un figlio di immigrati musulmani, per aver filmato la discriminazione delle donne islamiche nel paese della tolleranza. In molti hanno definito il caso Van Gogh come “l’11 settembre dell’Olanda”. Forse d’Europa. Quell’omicidio ha scosso le certezze del multiculturalismo da sempre vanto dei Paesi Bassi. E si è imposta la paura fra gli artisti, gli scrittori e i giornalisti. “La libertà di parola è l’unica cosa che può salvare i liberi cittadini dai barbari”, aveva detto Van Gogh. Bouyeri però non gli aveva mai perdonato “Submission”, il film sceneggiato da Ayaan Hirsi Ali e da lui girato. Parla di una donna, del suo matrimonio combinato e della condanna per adulterio. Alcuni versetti del Corano sono tatuati sul corpo della donna, la pelle viva è solcata dalle frustate. Le immagini di quel cortometraggio furono uno choc per l’Olanda.

Nella lettera che riproduciamo Bouyeri dice di non provare rimorso per quanto ha fatto, ma di essere fiero di aver ucciso. A chi gli scrive, Bouyeri offre “il sentiero”. Incita i “fratelli e sorelle” a seguire la strada da lui intrapresa. E’ interessante e angosciante che a scrivergli sia un bambino di dieci anni a nome di una organizzazione islamica in Belgio, come se Bouyeri fosse un esempio da emulare. Il tono della lettera è segnato da un candore assassino. Bouyeri non nomina mai Van Gogh, ma fa capire di aver adempiuto a un dovere religioso nell’ucciderlo. Dice che la sua vita di prima era luccicante e moderna, ma al fine empia, sporca.

Il 4 novembre 2004 Mohammed Bouyeri si sveglia alle 5 e 30 del mattino. Lascia uno scritto per la famiglia: “Quando riceverete questa lettera sarò caduto come martire”. Dopo aver pregato, Mohammed sale in bicicletta dirigendosi verso un uomo che sta pedalando in una strada dall’altra parte di Amsterdam. Bouyeri ha già fatto decine di volte quel percorso. L’uomo veste una t-shirt e vistose bretelle. Si chiama Theo van Gogh. Sta andando verso il suo studio cinematografico a sud di Amsterdam, non lontano dalla casa in cui ha vissuto Cartesio. Il regista si ferma a un attraversamento pedonale della pista ciclabile. Bouyeri gli spara un colpo con una pistola di fabbricazione croata. Theo cade dalla bicicletta, riesce a sollevarsi e a trascinarsi dall’altra parte della strada. Bouyeri lo segue fino al cestino delle immondizie a cui la vittima si aggrappa, esplode altri due colpi. Poi Bouyeri squarcia la gola a Van Gogh, prima di appuntargli una lettera al petto. La lettera contiene minacce di morte contro Geert Wilders e la parlamentare di origine somala Ayaan Hirsi Ali. Wilders è oggi uno dei politici più popolari dei Paesi Bassi. Hirsi Ali, dissidente e apostata dell’islam, già deputata olandese, è riparata a Washington, dove lavora presso il pensatoio neoconservatore American Enterprise Institute. Addosso a Bouyeri la mattina dell’omicidio viene trovata un’altra lettera: “Agli ipocriti dico: se non volete morire, tenete chiusa la bocca”.

Mohammed Bouyeri non è nato in una famiglia di fanatici, ma di immigrati marocchini ben integrati. Per tutti “Mo” era un ragazzo “promettente”, “positivo”, a scuola i compagni lo ricordano introverso e “timido”. Scrive nel giornale della scuola, organizza banchetti e dibattiti pubblici. Gli piacciono le ragazze olandesi, le trova “facili”. Dopo l’11 settembre però Mohammed annuncia agli amici di voler “trovare la verità”. Inizia a minacciare gli amici che consumano alcol, si rifiuta di stringere la mano alle donne, indossa una tunica islamica e si fa crescere la barba. La “verità” gliela fornisce un imam fondamentalista, il siriano Abou Khaled. Bouyeri viene educato a una corrente dell’islam nota come “Takfir”. La tesi centrale di questa corrente è che i musulmani devono punire senza pietà coloro che abbandonano “la Verità” o fanno blasfemia. E una volta stanati, impartire la giusta condanna. Come avrebbe fatto con Van Gogh. Al processo Bouyeri ha confessato di essere pronto a “rifare la stessa cosa” se avesse avuto una seconda occasione: “Ho agito per convinzione e non ho preso la sua vita perché era olandese o perché io sono marocchino e mi sono sentito insultato”. E rivolto alla madre di Van Gogh disse: “Non odiavo suo figlio, non era un ipocrita e non mi sono sentito offeso da lui. Non sento il suo dolore in quanto lei è un’infedele”. Nelle due pagine (qui a fianco ne riproduciamo una per la prima volta) il killer di Van Gogh fa uscire le proprie idee dal carcere.

Ecco in esclusiva la lettera dal carcere dell’assassino di Van Gogh

Ai miei fratelli e sorelle, tanti ringraziamenti e preghiere al Signore Altissimo che mi ha reso abbastanza degno da essere ricordato nei cuori dei nostri amati fratelli e sorelle in Francia. Fa parte della sua grazia che Lui ci ha donato, Colui che ha creato l’universo come dono alle creature per comunicare i propri sentimenti su carta, così che essi possano trascendere tempi diversi e luoghi distanti. Che Allah possa ricompensarvi per la vostra lettera consolatoria che contiene le parole migliori, quelle di Allah e del suo Messaggero. L’ho ricevuta in buona salute. Come potete vedere, la replica è in inglese. Posso leggere l’arabo perché l’ho studiato in gioventù, ma non lo capisco molto bene e non posso comporre una lettera in arabo senza fare importanti errori. Questo tuttavia non mi ha precluso dalla possibilità di capire il vostro scritto molto bene. Voi vi scusate per gli errori di grammatica nella vostra lettera. Devo confessarvi che il mio arabo non è abbastanza buono per notare tali errori. Ma capisco che è stata scritta da un bambino di dieci anni. Dovete sapere che ogni volta che ricevo una lettera sincera di compassione da un fratello o una sorella questo riempie di luce la mia anima interiore. Questi sono i momenti in cui comprendiamo appieno che tutti i fratelli e sorelle mi ricordano nei loro pensieri e preghiere e che l’Unico Compassionevole fa ancora discendere le Sue benedizioni su di noi. Dovete anche sapere che non abbiamo provato alcun rimorso per le scelte che abbiamo compiuto e per il cammino che abbiamo scelto di intraprendere. Mai per un solo istante in tutti questi anni. Ovviamente ci sono stati momenti di difficoltà, sebbene siano stati molto rari, ma non abbiamo mai dubitato della direzione del nostro cammino. Tutto questo lo si deve alla grazia di Allah. Fratelli e sorelle, come potremmo disperare dopo tutte le Sue benedizioni? Eravamo sull’orlo della perdizione e Allah ci ha salvato dal cadere nelle tenebre oscure, Lui si è preso cura di noi e ci ha ripulito dalla sporcizia della miscredenza e ci ha mostrato il cammino della rettitudine. Fratelli e sorelle, come potremmo affliggerci dopo che abbiamo fatto esperienza, in ogni fibra della nostra anima e della nostra carne, dei momenti di maggior gioia nelle nostre vite, dopo che Allah ci ha guidato in questo sentiero? Come potremmo affliggerci o sentirci soli quando Lui ha alleviato i nostri peccati ed errori e ci ha reso a sufficienza degni agli occhi di così tanti devoti fedeli e li ha ispirati nel comunicarci il loro amore e la loro compassione soltanto al fine del Suo amore. Che Lui possa essere lodato per ogni respiro che facciamo. La nostra pietà e afflizione sono per coloro che ancora vagano nelle tenebre, resi ciechi dai falsi luccichii di questa vita. Coloro che privano se stessi della luce della Fede e falliscono nel rispondere alla chiamata del Tawheed (monoteismo islamico, ndr). Quanti sono costoro, anche fra i nostri cari. Comunque, fratelli e sorelle, voglio ringraziarvi di nuovo per la vostra lettera. Il mio francese è molto povero, lo capisco con difficoltà. Per questa ragione ho scelto di scrivere in inglese, sebbene non sia perfetto al punto di permettermi di comunicare abbastanza bene. Per adesso concludo questa lettera con l’augurio di pace a tutti voi.

Il vostro fratello nella fede
Mohammed Bouyeri