di Aurelio Porfiri*

ROMA, martedì, 16 novembre 2010 (ZENIT.org).- Molti si domandano, e a ragione, quali caratteristiche  dovrebbe avere la musica liturgica. Il Magistero della Chiesa ha fatto sentire la sua voce e ha indicato alcune qualità che la musica liturgica deve possedere. Non si puo’ dimenticare la voce possente del Motu Proprio “Tra le sollecitudini” di san Pio X del 1903. I documenti magisteriali successivi ribadiranno quelle qualità apportando alcune chiose suggerite dal mutare dei tempi. Personalmente mi sono anche chiesto quali sono per me le caratteristiche che la musica liturgica deve possedere per essere chiamata “liturgica”.

Quelle che seguiranno sono le mie personali risposte, ispirate nel profondo dal Magistero della Chiesa e che anche guardano, come la Scrittura ci insegna, ai “segni dei tempi”. Le chiamerò le dieci “E” della musica liturgica, una sorta di decalogo liturgico-musicale per i nostri tempi. Come detto, la mia riflessione è fortemente basata sugli insegnamenti della Chiesa in materia di musica per la liturgia, ma ci saranno inflessioni personali che sviluppano alcuni punti, forse anche in maniera imprevista. Perche’ la lettera E? Sembra che nell’antichità semitica il segno che indicava questa lettera designasse un uomo nell’atto della preghiera (forse ripreso dalla civiltà egiziana). Non sono stato ancora in grado di verificare la correttezza di questa informazione ma in ogni caso l’immagine mi sembra bella e quindi la uso per questo scritto. Dunque, la musica liturgica. Essa deve essere: Ecclesiale, Eccellente, Eccedente, Estatica, Estetica, Espressiva, Edificante, Elegante, Educante, Espandente.

Ecclesiale. Certo sembrerà scontato che si dica che la musica liturgica deve essere e sentire con la voce della Chiesa ma in realtà questo è uno dei punti nodali per capire il giusto ruolo della musica nella liturgia. Noi non creiamo la liturgia, essa c’è donata dal Signore e la Chiesa ne garantisce la celebrazione. Essendo la musica “parte integrante” della liturgia, ne partecipa di questa natura ecclesiale. Il musicista liturgico deve “sentire cum Ecclesia”, come diceva Sant’Ignazio di Loyola. Questo sentire ecclesiale non significa appiattimento della propria personalità, ma significa immergere il ruscello in un mare più grande per approdi più temerari. Il musicista deve sapere cosa la Chiesa vuole da lui ma nel contempo non vergognarsi di far sapere cosa lui vorrebbe dalla Chiesa, come il ministero della musica liturgica possa essere sempre più efficiente ed efficace. Stare sempre con la Chiesa vuol dire seguirne le direttive ma anche contribuire all’approfondimento delle questioni. Darsi da fare ma anche creare pensieri nuovi che nascono dalla Tradizione. Rinnovamento nella Tradizione (notare la T maiuscola), si direbbe con terminologia ecclesiale. Nei giorni in cui scrivo questo articolo, il Papa si trova in viaggio verso la Spagna dove consacrerà la Cattedrale della “Sagrada Familia”, monumentale opera d’arte dell’architetto Gaudi’. Ai giornalisti sull’aereo, sollecitato da una domanda sul senso di questa consacrazione, il Papa rispondeva così:

Gaudi’ ha avuto questo coraggio di inserirsi nella grande tradizione delle cattedrali, di osare nel suo secolo, con una visione totalmente nuova, di nuovo questa realta’: cattedrale, luogo dell’incontro tra Dio e l’uomo in una grande solennità, e questo coraggio di stare nella tradizione ma di una creatività nuova che rinnova la tradizione e dimostra così l’unita’ e il progresso della storia, e’ una cosa bella”.

Queste parole sono molto belle ed interessanti. Io credo che Benedetto XVI con pochi pensieri abbia veramente centrato il cuore del problema e questo può essere anche applicato alla musica liturgica. Essa è ecclesiale quando sta nella Tradizione ma creando nuovamente, essa dimostra che la storia è una in quanto progredisce o progredisce proprio perché è una. Non è il progresso cieco, il cammino ineluttabile dello Spirito nella storia per cui quello che c’è oggi è meglio di quello che c’era ieri. Ecco la visione ecclesiale, confortata dalle parole improvvisate ma ovviamente meditate a lungo del Papa. La storia è il luogo in cui la Salvezza è stata annunciata ma la Salvezza è al di fuori della storia. Dio si è fatto storia per mostrarci come dalla storia possiamo tornare a Dio. In questo senso, ecco perché non si può ridurre la musica liturgica allo storico, al quotidiano, al contingente. Essa, pur nella natura limitata delle cose umane, deve farsi segno dell’altrove, segno dell’incontro sulla soglia tra tempo ed eternità, segno di passaggio dal “qui” al “non ancora”. Riprendendo un famoso verso di Clemente Rebora, la musica liturgica è “imminenza d’attesa”. Con questo non si vuole farne qualcosa di immateriale. E’ ovvio che ci si serve degli strumenti comunicativi che la grammatica musicale offre, ma essi vanno usati non per affossarci nella storia e nel quotidiano, ma per questo viaggio oltre la soglia che al momento ci lascia solo intravedere.

[Il prossimo articolo della serie le “Dieci parole per la musica liturgica” uscirà il 23 novembre prossimo]

————

*Aurelio Porfiri vive a Macao ed è sposato, con un figlio. E’ professore associato di musica liturgica e direzione di coro e coordinatore per l’intero programma musicale presso la University of Saint Joseph a Macao (Cina). Sempre a Macao collabora con il Polytechnic Institute, la Santa Rosa de Lima e il Fatima School; insegna inoltre allo Shanghai Conservatory of Music (Cina). Da anni scrive per varie riviste tra cui: L’Emanuele, la Nuova Alleanza, Liturgia, La Vita in Cristo e nella Chiesa. E’ socio del Centro Azione Liturgica (CAL) e dell’Associazione Professori di Liturgia (APL). Sta completando un Dottorato in Storia. Come compositore ha al suo attivo Oratori, Messe, Mottetti e canti liturgici in latino, italiano ed inglese. Ha pubblicato al momento quattro libri, l’ultimo edito dalle edizioni san Paolo intitolato “Abisso di Luce”.