Nel giorno in cui la macchina della politica si incarta sulla stesura e l’approvazione della legge di fine vita – rinviando a data da destinarsi l’esame conclusivo sul disegno di legge Calabrò – i filosofi cattolici iniziano a dividersi e a dare battaglia su quale posizione prendere sull’argomento. A fare da spartiacque fra i vari posizionamenti è il parere espresso sulla questione dal cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, che si è detto a favore di una legge che intervenga sulla materia dopo il caso di Eluana Englaro, per evitare che Udine spalanchi la porta all’eutanasia in Italia. Ieri il quotidiano Europa presentava gli eserciti di una battaglia intestina, schierati su fronti opposti e ben definiti: da un lato il fronte legato al San Raffaele di don Verzé, che dissente con le posizioni della Cei, e dall’altra quello capitanato da Cl, schierata con Bagnasco, e dai professori dell’Università Cattolica – che, secondo il professor Carmelo Vigna, docente di Filosofia morale alla Ca’ Foscari di Venezia, “hanno più difficoltà a parlare liberamente”. Sempre su Europa, Roberto Mordacci – docente di Filosofia morale all’Università romana di Tor Vergata – aggiunge che “i cattolici allineati preferiscono non esporsi, non per banali ragioni di carriera accademica, ma perché rischia di essere messa in dubbio la loro appartenenza alla famiglia cattolica”. In realtà la guerra all’interno dell’universo intellettuale cattolico ha una dinamica ben più complessa, e gli eserciti, poi, sono almeno tre. Da un lato c’è il gruppo cui appartengono Carmelo Vigna, Roberto Mordacci, Stefano Semplici: questo battaglione del “nuovo personalismo neoliberale” – come si sono definiti gli stessi docenti ieri su Europa – ritiene necessaria una legge sul fine vita ma non ci pensa proprio ad accettare la proposta avanzata dal Pdl: perché, sostengono, è colpa proprio di quella legge se il mondo cattolico si sta spaccando. I docenti, dunque, chiedono al cardinal Bagnasco di astenersi dal prendere una posizione. La loro è l’area filosofica di riferimento dei cattolici del Pd – dei cosiddetti “cattolici adulti”. Per mettere le cose in chiaro, Vigna e Semplici hanno deciso di scrivere un appello a Bagnasco, indirizzato a tutti i professori di Filosofia morale d’Italia, la cui bozza è stata pubblicata due giorni fa sul Foglio. Nella lettera i professori confidano che “la chiesa possa esprimere una capacità di inclusione più ampia anche per allargare gli spazi del servizio di verità e di carità” che ancora interpreta “l’anima italiana”. A sostegno pieno delle posizioni del presidente della Cei si sono schierati invece Comunione e liberazione e molti professori di Filosofia dell’Università Cattolica, tanti dei quali sino a oggi avevano evitato di pronunciarsi in materia di bioetica. E’ l’area di pensiero di docenti come Paola Ricci Sindoni, Francesco D’Agostino, Francesco Botturi. I professori pro Bagnasco ritengono assolutamente legittimo l’intervento del presidente della Cei nel dibattito che riguarda la vita e la morte. Secondo quest’area, dopo quanto avvenuto a Eluana Englaro è urgente un intervento legislativo che impedisca una deriva eutanasica. La posizione delle truppe “indipendenti” è ancora diversa. Sono i filosofi che sostengono il diritto a parlare della chiesa ma che scelgono di esprimersi in piena autonomia laica. Per loro il compito degli intellettuali è quello di dibattere sulle questioni pre-politiche, senza delegarlo né all’autorità politica né a quella religiosa. Questo è il pensiero degli intellettuali che si schierano contro una legge che regolamenti il fine vita, la cui utilità, sostengono, è tutta da dimostrare. L’unica legge necessaria, piuttosto, è quella contro l’eutanasia e l’accanimento terapeutico. La legge in discussione, poi, è partita dal caso di una persona che non si trovava in una condizione di fine vita. Con gli altri si dialoga sì, ma senza cercare il compromesso a tutti i costi. Basare una legge sulla dichiarazione di una volontà chiara e precisa, sostengono, è un errore. Se diventa una sorta di prolungamento del consenso informato, significa non potervi porre limiti, e obbligare il medico a seguire le indicazioni del paziente. Questi filosofi ribadiscono la libertà di scegliere i trattamenti, ma una legge non potrebbe mai definirli in ogni dettaglio.

di Valentina Fizzotti da Il Foglio