La Chiesa cattolica è l’unico punto di riferimento

CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 2 marzo 2009 (ZENIT.org).- In uno Zimbabwe flagellato da colera, Aids e fame, la Chiesa cattolica è rimasta l’unico punto di riferimento.

“Lo Zimbabwe si trova in condizioni critiche – ha spiegato a “L’Osservatore Romano” il Nunzio Apostolico nel Paese, l’Arcivescovo George Kocherry –, oramai tutto il mondo conosce la nostra situazione”.

“Gli ospedali pubblici sono al collasso e le uniche strutture sanitarie in grado di assistere i malati e i loro familiari sono quelli gestiti dai missionari e dalle religiose. Il Papa, attraverso ‘Cor Unum’, mi ha inviato ottantamila dollari statunitensi come gesto della Sua solidarietà paterna verso una popolazione sofferente”.

“La Nunziatura apostolica – ha aggiunto – si è accordata con Caritas Zimbabwe per portare nel nostro Paese generi alimentari da distribuire alle famiglie attraverso le parrocchie. Quando il colera ha colpito il nostro Paese il Pontificio consiglio per la Pastorale della Salute mi aveva inviato diecimila dollari statunitensi per l’acquisto delle medicine”.

Circa la metà degli oltre 11 milioni di abitanti dello Zimbabwe rischia di morire di fame, il colera ha ormai provocato 75.000 vittime e la mancanza di farmaci antiretrovirali aggrava l’incidenza dell’Aids, che devasta la popolazione, per quasi il 25% sieropositiva.

Le strutture sanitarie e scolastiche sono al collasso, denuncia il Nunzio, spiegando che medici, infermieri e insegnanti non vengono pagati da mesi.

In questa drammatica situazione, la Chiesa è l’unica ancora di salvezza per milioni di persone. Caritas Internationalis assiste direttamente oltre un milione di persone fornendo cibo, mentre altri progetti umanitari facenti capo alla Caritas coinvolgono più di tre milioni di abitanti.

Dopo la Domenica dello Zimbabwe, giornata di preghiera indetta il 15 febbraio scorso dalla Conferenza Episcopale Sudafricana (cfr. ZENIT, 13 febbraio 2009), la Jesuit School of Theology di Nairobi (Kenya) ha chiesto iniziative per il Paese in occasione della Quaresima.

“Nello Zimbabwe uno stallo politico recentemente risolto attraverso la condivisione di potere ha causato innumerevoli disagi per le persone innocenti – spiegano i promotori –. Dagli stratosferici tassi di inflazione a una gravissima epidemia di colera, dal completo collasso dell’economia nazionale alle violenze a sfondo politico, lo Zimbabwe deve affrontare un futuro incerto”.

La campagna quaresimale, ricorda il quotidiano vaticano, ha un triplice obiettivo: “creare consapevolezza circa la situazione dei cittadini; esprimere solidarietà con il sofferente popolo dello Zimbabwe e aiutare il recupero e la ricostruzione; aumentare i fondi per sostenere lo sforzo degli enti locali e delle organizzazioni umanitarie in Zimbabwe”.

Per sette venerdì consecutivi, si terrà una veglia di preghiera e di riflessione nella cappella del collegio a Nairobi. “Il servizio di preghiera è aperto a tutte le donne e gli uomini di buona volontà. Speriamo di ottenere un dollaro americano per ogni candela accesa. Il ricavato di questa campagna quaresimale andrà diretto verso l’assistenza umanitaria”.

Oltre che dell’assistenza materiale, lo Zimbabwe ha quindi bisogno di speranza, elemento che costituisce anche l’obiettivo del secondo Sinodo dei Vescovi per l’Africa, che si svolgerà in Vaticano dal 4 al 25 ottobre prossimi.

Monsignor Fortunatus Nwachukwu, Capo del protocollo della Segreteria di Stato, ha infatti affermato che l’assise episcopale “rappresenta una porta di speranza” per un continente che deve affrontare tanti problemi.

Se il primo Sinodo dei Vescovi dell’Africa del 1994 ha affrontato la questione della Chiesa e della sua missione evangelizzatrice in vista dell’anno giubilare del Duemila, il secondo si soffermerà sul tema “La Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace. ‘Voi siete il sale della terra…Voi siete la luce del mondo’ (Matteo, 5, 13-14)”.

Tra le sfide elencate nell’Instrumentum laboris dell’incontro, ha rilevato monsignor Nwachukwu, c’è quella dell’etnocentrismo e del tribalismo, “che spesso sottosta agli altri mali – conflitti etnici, nepotismo e corruzione, impunità, mediocrità e tanti altri del continente africano”.

“In un momento in cui si parla tanto in Africa dell’inculturazione del Vangelo e quindi dell’amore, non sarebbe totalmente fuori posto pensare a disposizioni che mettano l’accento sulla cattolicità della Chiesa al di sopra delle appartenenze etniche”, ha osservato.

“I legami e i sentimenti etnici sono talmente profondi e spesso esageratamente sensibili che ogni misura che tenti di sorvolarli tende a innescare delle forti opposizioni. Ma forse sono proprio quelle opposizioni e quelle resistenze che la Chiesa dovrebbe affrontare con il messaggio del Vangelo se vogliamo prevedere un futuro di riconciliazione, di giustizia e di pace per il continente africano”.