«Trasferiti nella capitale per l’Assemblea patriottica»
di Bernardo Cervellera

Tratto da Avvenire dell’8 dicembre 2010

Decine di vescovi della Chie­sa ufficiale sono stati de­portati a forza nella capi­tale per costringerli a partecipare all’Assemblea dei rappresentanti cattolici cinesi, che si è aperta og­gi a Pechino. Da diversi mesi il Va­ticano aveva chiesto ai vescovi di non parteciparvi perché essa è in­conciliabile con la fede cattolica. L’Assemblea era stata rimandata per almeno quattro anni perché i vescovi ufficiali, in obbedienza al­le indicazioni della Santa Sede, hanno sempre rifiutato di pren­dervi parte. Il regista dell’operazione, il laico Antonio Liu Bainian, vicepresi­dente dell’Associazione patriotti­ca (Ap), ha sminuito l’importanza dell’evento, dicendo che è solo «u­na riunione per una nuova torna­ta di leader». In realtà l’Assemblea dovrebbe portare all’elezione del presidente nazionale dell’Asso­ciazione patriottica e del presi­dente del Consiglio dei vescovi ci­nesi, due organismi inaccettabili per i cattolici perché mirano all’e­dificazione di una Chiesa indi­pendente, staccata dal Papa. Inol­tre tale raduno è “l’organismo so­vrano” della Chiesa ufficiale cine­se, in cui i vescovi sono una mi­noranza, fra rappresentanti catto­lici e governativi. In essa si pren­dono decisioni ecclesiali a colpi di votazioni manipolate. Prima del raduno di oggi, tutti i partecipan­ti hanno ricevuto da Liu Bainian le indicazioni di cosa fare e di co­sa votare. I lavori dell’Assemblea sono cir­condati dal segreto e da un profi­lo basso: per tutta la giornata è sta­to impossibile contattare chiun­que; solo verso la mezzanotte la Xinhua ha dato notizia dell’even­to in poche righe. Il tema di quest’anno (l’Ottava As­semblea) è roboante: «Sostenere i principi per una Chiesa patriotti­ca indipendente, resistere alle for­ze esterne alla nazione e unire tut­to il clero e i cattolici per cammi­nare sul sentiero della società so­cialista». Nel gergo comunista ci­nese, «indipendenza» significa au­tonomia e distacco da Roma; «for­ze esterne» significano il Vaticano e la Santa Sede che, esercitando il loro ministero ecclesiale, per l’Ap e il governo compiono «un’in­fluenza indebita» e «coloniale» sul­la Chiesa cinese. Il raduno è cominciato nel pome­riggio al Friendship Hotel, nel nord di Pechino, dove si sono sussegui­ti diversi oratori: Liu Bainian, monsignor Fang Xinyao di Linyi (Shandong), i vescovi Ma Yinglin di Kunming (Yunnan) e Zhan Silu di Mindong (Fujian). Questi due sono stati ordinati nel 2006 senza il mandato della Santa Sede e so­no scomunicati. Secondo l’Amministrazione stata­le per gli affari religiosi, i parteci­panti sono 341. Fra essi vi sareb­bero 64 vescovi, 162 preti, 24 suo­re e 91 laici. Fino ad ora non si sa se il numero 64 indica i vescovi in­vitati o i reali partecipanti.

Secondo fonti di AsiaNews diversi vescovi, per evitare di essere tra­scinati a Pechino, si sono nascosti o si sono dati per malati. Altri so­no stati presi di forza da rappre­sentanti governativi e trascinati al­l’Assemblea contro il loro volere. Altri ancora, che sapevano di non poter sfuggire, hanno accettato di venire a Pechino, ma hanno deci­so di non concelebrare le messe all’Assemblea, essendo presenti alcuni vescovi scomunicati.

Vi sono comunque anche vescovi che non hanno opposto alcuna re­sistenza. La diocesi  di Pechino, nel suo bollettino, ha pubblicato due articoli per onorare l’evento.

Alla cerimonia di apertura hanno partecipato anche Zhu Weiquan, del Fronte Unito, e Wang Zuoan, capo dell’Ufficio affari religiosi. Quest’ultimo, nel suo discorso di saluto, ha esaltato il Partito comu­nista cinese e il governo che «ri­spettano la religione dei cattolici e difendono i loro interessi legali».

Alla cerimonia sono presenti an­che rappresentanti ufficiali delle comunità protestanti, buddiste taoiste e musulmane.