Sayeeda Warsi, il ministro inglese che difende (da musulmana) i cristiani: «Rischiano l’estinzione»

Sayeeda Warsi, il ministro inglese che difende (da musulmana) i cristiani: «Rischiano l’estinzione»

di Emmanuele Michela da www.tempi.it

Originaria del Pakistan, si occupa delle comunità religiose per il governo Cameron. E denuncia le persecuzioni nel mondo islamico, dove spesso «essere cristiani vuol dire rischiare la vita» 

warsi_sayeedaSayeeda Warsi non ha paura di difendere i cristiani, sebbene lei, ministro per le Fedi e le Comunità del governo Cameron, sia di origine pakistana e di credo musulmano, e negli scorsi anni diverse volte abbia dovuto fare i conti con l’ostilità degli islamici più tradizionalisti. Più di un lettore si è stupito nel vedere l’allarme lanciato dalla ministra e ospitato venerdì dal Daily Telegraph, una precisa analisi della situazione penosa dei cristiani nel Medio Oriente: «Rischiano di essere estinti, questa religione rischia di essere cacciata fuori da alcune sue terre storiche d’origine».

A RISCHIO DELLA VITA. L’articolo propone il messaggio che Warsi ha tenuto a Washington, in una lezione organizzata dal Council on Foreign Relations alla Georgetown University. Con tono diretto e chiaro, la ministra ammette che «ci sono alcune zone del mondo in cui essere cristiani significa mettere a rischio la tua vita. I cristiani stanno affrontando discriminazione, ostracismo, torture, persino omicidi, semplicemente per la fede che seguono». A supporto del suo allarme, la Warsi (che è pure baronessa) offre alcuni numeri, a cominciare dall’Iraq, dove dal 1990 ad oggi i cristiani sono passati da 1,2 milioni a 200 mila. E i fatti di sangue di cui sempre più spesso giunge notizia da quelle terre le danno ragione: in Inghilterra, in particolare, hanno ancora negli occhi le bombe che esplosero a fine settembre nella chiesa anglicana di Ognissanti in Pakistan, e che provocarono la morte di 85 persone, indicate come veri e propri «martiri» dall’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby.

egitto-cristiani-islam-delga-1GLI ATTACCHI DEGLI ISLAMISTI. Sayeeda, come detto, è considerata in Gran Bretagna un’esponente di spicco del dell’islam moderato, e per questo ha ricevuto anche vari attacchi: nel 2009, ad esempio, a Luton alcuni musulmani le hanno lanciato le uova addosso, per il suo modo «non corretto» di vivere la fede. Ancor prima, nel 2006, il capo dell’organizzazione musulmana Al Ghuraba, Anjem Choudary, la attaccava durante una trasmissione della Bbc in prima serata: «Tu non puoi parlare perché porti il velo» (benché lei difenda le donne che decidono di indossarlo in pubblico: è una scelta che spetta ad ognuno, dice). Sulla fede cristiana poi, si ricordano anche alcune dichiarazioni in cui Warsi metteva in guardia dalla secolarizzazione della società europea: «L’Europa dovrebbe essere più sicura e tranquilla nel vivere la sua cristianità».

SEGNALI DI UNITÀ. Stavolta invece il suo allarme si è spostato verso le minoranze cristiane del Medio Oriente, dove «punizioni collettive diventano sempre più comuni, con gente attaccata per crimini presunti, connessi ai loro confratelli, spesso in risposta ad avvenimenti successi a migliaia di chilometri di distanza». Tuttavia, scrive la ministra, di segnali di unità ce ne sono: «La compassione dei musulmani che hanno donato sangue per aiutare quei cristiani feriti alla chiesa di Ognissanti; la solidarietà dei cristiani che si sono stretti attorno ai musulmani in preghiera in Egitto, in piazza Tahrir; nel cameratismo interreligioso in Nigeria e Indonesia, dove i credenti regolarmente difendono i luoghi di preghiera gli uni degli altri». Il dialogo religioso è la base del benessere per la società di adesso: «Permette alle persone di prendere parte a pieno ritmo alla vita della società, che spinge così l’economia». Non è un caso se fra i 30 paesi più in salute al mondo ce ne siano 26 che garantiscono la libertà religiosa: «Fa da guardiano contro la violenza, l’estremismo e i conflitti sociali, tutti fattori che bloccano lo sviluppo della società».

Sayeeda Warsi, il ministro inglese che difende (da musulmana) i cristiani: «Rischiano l’estinzione»

Arcivescovo di Granada: Attaccano il libro della Miriano? Noi pubblicheremo il sequel

Francisco Javier Martínez Fernández da www.tempi.it

«Chi fomenta le polemiche non è interessato alla donna e alla sua dignità. Vuole solo attaccare il popolo cristiano che non si sottomette alla cultura dominante. A breve “Sposala e muori per lei”» 

CostanzaMirianoDopo le difese di Camillo Langone, riceviamo e pubblichiamo il comunicato con cui l’arcivescovo di Granada, Francisco Javier Martínez Fernández, ha voluto rispondere alle critiche che tre partiti iberici e alcuni media hanno rivolto contro la decisione della casa editrice Editorial Nuevo Inicio di tradurre e pubblicare il libro Sposati e sii sottomessa di Costanza Miriano.

Impegni legati alla mia missione mi hanno finora impedito di seguire l’artificiosa polemica a riguardo dalla pubblicazione del libro Sposati e sii sottomessa. Pratica estrema per donne senza paura, scritto dalla giornalista italiana Costanza Miriano, edito in Spagna da Editorial Nuevo Inicio. Non è mia intenzione difendere il libro, che si difende da solo, né tantomeno giustificare il suo titolo o quello del suo sequel (che sarà pubblicato a breve), che forma un dittico con il primo e che si intitolaSposala e muori per lei. Uomini veri per donne senza paura. È questo, infatti, un compito che spetta alla loro autrice, che peraltro, lo ha già fatto più volte, all’interno e al di fuori del libro. C’è forse bisogno, del resto, di ricordare che entrambi i titoli si ispirano quasi letteralmente a un passaggio della Lettera agli Efesini di San Paolo (Ef. 5, 21), e che la sottomissione e la donazione – l’amore – di cui si parla in quel passaggio non hanno nulla a che vedere con le relazioni di potere che avvelenano le relazioni tra l’uomo e la donna (e non solo quelle tra l’uomo e la donna) nel contesto del nichilismo contemporaneo? Nemmeno ho la pretesa di giustificare la posizione della casa editrice, che ha una propria voce e che sta svolgendo il suo compito diffondendo un’opera che – ne sono al corrente – sta aiutando molte persone.

Dal campo pastorale ed ecclesiale, che è quello che a me compete, desidero soltanto segnalare che l’opera è stata positivamente accolta dall’Osservatore Romano come “evangelizzatrice” e che la sua autrice Costanza Miriano è stata recentemente invitata a partecipare al seminario sulla dignità della donna, organizzato dal Pontificio Consiglio per i Laici in occasione del XXV anniversario della pubblicazione della Lettera Apostolica del Beato Giovanni Paolo II Mulieris Dignitatem. La lettura dei due libri, inoltre, è stata raccomandata dal Pontificio Consiglio per i Laici e dal Pontificio Consiglio per la Famiglia.

Questi termini di paragone nella vicenda indicano, con maggior chiarezza di certi commenti della stampa, che la posizione della casa editrice su questi due libri è in accordo con l’insegnamento della Chiesa, e che altre raccolte della stessa, dove sono pubblicati anche libri di autori non cattolici, intendono essere un “areopago” della nuova evangelizzazione, uno spazio di dialogo e di riflessione sulla fede cristiana nel contesto del mondo contemporaneo. Per questo motivo la casa editrice rappresenta un umile ma prezioso strumento pastorale al servizio della Nuova Evangelizzazione. Le sue pubblicazioni, infatti, sono contraddistinte dall’amore all’uomo, all’umano, la cui pienezza si rivela e si comunica in Cristo, oltre che da una grande libertà rispetto al dogmatismo della cultura dominante. In questo contesto, pertanto, la polemica generata da questo libro – il cui contenuto è in accordo con gli insegnamenti sull’amore sponsale di Giovanni Paolo II, ma che non pretende essere nulla di più se non la preziosa testimonianza di amore e libertà di una donna cristiana di oggi – risulta tanto ridicola quanto ipocrita. Ogni persona moderatamente informata sa perfettamente, a questo punto, che il libro, e anche la mia povera persona, non siamo altro che un pretesto. Coloro i quali fomentano e agitano questa polemica sono mossi da altri interessi e altri motivi, che non sono precisamente la difesa della donna o la preoccupazione per la sua dignità. Si tratta, piuttosto, di attaccare l’unica istituzione – l’unico settore della società, l’unico segmento di popolo vivo – che resiste ad ogni tentativo di addomesticazione da parte di quel rullo che è la cultura dominante: il popolo cristiano. Questo è il vero ostacolo, tutto il resto sono scuse. Persino il momento scelto per sollevare tutto il rumore che si è fatto è stato scelto in funzione di questo fine.

Miriano - Sposati e sii sottomessaTanto la storia della letteratura, quanto, in questo momento, gli scaffali delle librerie, sono pieni di libri che, talvolta in modo ironico, talaltra con la massima serietà – effettiva o presunta che sia –, insultano o si prendono gioco di sacre verità, dal matrimonio alla maternità, dalla libertà di educare a un significato profondo del vivere alla realtà della fede che professa gran parte del nostro popolo. Per di più, questi insulti e prese in giro godono della protezione della libertà di espressione. Libertà di espressione che – mi sia permesso ricordarlo – è un’invenzione cristiana. Solo in un terreno cristiano, infatti, avrebbero potuto fiorire tutte le grandi critiche alla religione del XIX secolo – Feuerbach, Nietzsche, Comte, Freud e Marx, solo per ricordare alcune di quelle più importanti –, alla Chiesa, che oltretutto è da sempre disposta a ricerverle con gratitudine nella misura in cui esse documentino un tentativo di ricerca del vero. Al di fuori del grande fiume della tradizione cristiana il futuro della libertà nel nostro mondo è ben più nero.

Il giudizio e l’opinione personale circa l’opera che ha destato le polemiche, così come è per qualsiasi altra opera letteraria di ogni tipo essa sia, o circa qualsiasi pronunciamento della persona, sono, ovviamente, liberi e legittimi, ma non l’offesa, l’insulto, la calunnia. Né quest’opera né alcuna mia dichiarazione hanno mai giustificato in alcun modo, scusato e ancor meno promosso un solo atto di violenza contro la donna. Mentre, invece, favoriscono e facilitano la violenza contro la donna una legislazione che liberalizza l’aborto e ugualmente tutti quegli interventi che indeboliscono o addirittura eliminano il matrimonio, nella misura in cui tendono a lasciar cadere tutta la responsabilità di un’eventuale gravidanza interamente sulla donna, lasciata a se stessa ed escludendo il maschio da ogni forma di responsabilità. So che l’autrice ha già chiesto a chiunque volesse rivolgere simili accuse al suo libro di farlo con precisione, specificando la pagina e il paragrafo dove dovesse essere contenuto un qualsiasi tipo di giustificazione o scusante di una pur minima forma di violenza nei confronti della donna, perché, al netto delle gratuite squalifiche che qualcuno può fare e delle grossolane manipolazioni, è consapevole che nessuno potrà trovarne. Come nemmeno potrà trovarne nelle mie parole. Semplicemente perché simili affermazioni che taluni gratuitamente mi attribuiscono non sono mai state da me pronunciate né da altri uomini di Chiesa a me vicini né tantomeno appartengono alla tradizione cristiana. Chi mi accusa può farlo soltanto fraintendendo le mie parole, il cui contenuto è noto e pubblico, anche perché la mia predicazione deve svolgersi sempre in pubblico, dalla cattedra episcopale che la Chiesa mi ha affidato.

Galles, centinaia di bambini abortiti per errore

Galles, centinaia di bambini abortiti per errore

di Gianfranco Amato da www.lanuovabq.it

Sono centinaia i bambini perfettamente sani che potrebbero essere stati abortiti per errore in un famoso ospedale di Cardiff, in Galles. Una storia che ha dell’incredibile e ancora più incredibili sono le reazioni di giudici e opinionisti, che hanno derubricato lo scandalo a semplice «errore» medico per quanto «sgradevole».

La vicenda ha cominciato a emergere lo scorso anno quando una donna di 31 anni, Emily Wheatley, incinta di nove settimane, con una gravidanza a rischio, si è recata all’University Hospital of Wales di Cardiff per un controllo. Dopo l’ecografia si è sentita dire che il suo bambino purtroppo era morto per cui si doveva procedere alla revisione della cavità uterina (raschiamento). Per questo intervento però la signora Wheatley decideva di andare in un altro ospedale, il Nevill Hall Hospital di Abergavenny, dove le hanno fatto un’ulteriore ecografia scoprendo che il bambino era ancora vivo e perfettamente sano.

Emily Wheatley è fortemente traumatizzata dalla situazione, ci pensa sua madre a sporgere immediatamente denuncia al Public Services Ombudsman for Wales, il difensore civico gallese per i disservizi pubblici. Segue un’approfondita inchiesta, i cui dati – riferiti nei giorni scorsi – si rilevano agghiaccianti. Si scopre, infatti, che presso l’University Hospital of Wales si applica fin dal 2006 un protocollo ormai superato dalle nuove linee guida emanate dal Royal College of Obstetricians and Gynaecologists per prevenire i margini di errori diagnostici degli aborti spontanei nel primo stadio della gravidanza. In pratica si usano ecografie addominali laddove è disponibile e consigliata l’ecografia transvaginale. In quell’ospedale nascono ogni anno seimila bambini, mentre si registrano tra i 600 e i 1200 aborti spontanei. Da qui la stima che le donne vittime di diagnosi sbagliate possano essere state centinaia.

Le conseguenze di questa incredibile vicenda appaiono, però, più surreali degli antefatti che le hanno generate. L’ospedale, infatti, si è semplicemente scusato imputando tutto ad un semplice «errore medico»; dovrà solo provvedere a cambiare immediatamente il metodo di accertamento delle condizioni del feto. La Wheatley, la cui figlia scampata all’aborto ha ora 8 mesi, è stata risarcita con la risibile somma di 1.500 sterline, mentre l’Ombudsman, Peter Tyndall, nel rapporto ufficiale se ne è uscito con una sortita dal tipico aplomb anglosassone: «Le donne a cui è stato recentemente diagnosticato un aborto spontaneo all’University Hospital of Wales, e a cui è stata conseguentemente praticata un’evacuazione uterina, troveranno tutto ciò estremamente sgradevole (“extremely disturbing”)».

Insomma, è stata compiuta una vera e propria strage ma tutto si risolve con delle scuse. Del resto, anche da noi in Italia il fatto non ha trovato alcuna eco. Il che non dovrebbe neanche sorprendere più di tanto vista la concezione che ormai sta diventando comune. Ricordiamo come non più di un mese fa Filomena Gallo e Gianni Baldini, rispettivamente Segretario dell’Associazione Luca Coscioni e docente di Biodiritto Università di Firenze, abbiano dichiarato senza mezzi termini che «gli embrioni sono di proprietà della coppia» che li ha generati, e come tali nella loro piena e assoluta disponibilità, al punto da potersene disfare come meglio aggrada.

Di fronte a vicende come quella di Cardiff appare sempre più evidente come l’uomo moderno abbia perso il senso della ragione. Quando si giunge a teorizzare la reificazione dell’essere umano, considerandolo alla stessa stregua di un “prodotto”, di cui si può rivendicare la proprietà e persino distruggere con assoluta nonchalance – essendo semplice “cosa” –, allora tutto diventa possibile e accettabile. Anche la storia di ordinaria follia accaduta all’University Hospital of Wales.

Non può non venire alla mente, a questo proposito, il noto concetto di banalità del male di Hanna Arendt, un male che sembra trascendere ogni possibilità di comprensione e persino di attribuzione di responsabilità personale. La banalità del male in questo caso, oltre che nella tragedia dell’uccisione di centinaia di innocenti perpetrata presso il prestigioso ospedale gallese, sta anche nelle incredibili reazioni a quella strage: nessuna conseguenza concreta di carattere giuridico a livello di sanzioni, ma soprattutto l’assenza di qualunque sincero sentimento di umana compassione. A questo siamo ormai ridotti.

Vogliamo soltanto affermare che la famiglia naturale è bella

Vogliamo soltanto affermare che la famiglia naturale è bella

di Domenico Bonvegna

In queste settimane stiamo assistendo a gravi fatti di intimidazione e di intolleranza da parte di certi ambienti e gruppi dell’omosessualismo militante nei confronti di chi liberamente vuole manifestare le proprie idee senza offendere nessuno sui temi del matrimonio tra un uomo e una donna e della famiglia naturale, quella sostenuta dalla Costituzione italiana.

Dopo il disturbo da parte di attivisti gay di una conferenza organizzata da gruppi cattolici a Casale Monferrato contro la legge sull’omofobia, da segnalare il grave atto di intimidazione nei confronti della scuola cattolica “Faa di Bruno” a Torino che è stata costretta a sospendere un ciclo di incontri sulla famiglia riservato ai genitori. Sempre a Torino in certe scuole medie ci informa il professore Massimo Introvigne “che a bambini di dodici anni. Anche in altre scuole: per esempio alla statale Meucci, in tre classi di seconda media, sono stati proposti uno spettacolo e una discussione sul genere (http://www.direfarenondiscriminare.com/genere/maschi-femmine-alla-meucci… ), spiegando che «se il vostro compagno [maschio] domani venisse a scuola vestito di fuxia e paiettes [sic]» nessuno dovrebbe particolarmente stupirsi. Qualche genitore ha protestato, ma è stato messo a tacere o in ridicolo”. (M. Introvigne, Scuole come campi di rieducazione al gender, 4.11.13, LaNuovaBQ.it)

Mentre A Venezia pare che gli insegnanti di scuole materne e primarie devono partecipare a 6 lezioni di “rieducazione” sull’argomento “a proposito di genere” e che saranno affiancate da un tutor che li assisterà nel proporre ai bambini il superamento degli stereotipi di genere, cioè che esistono in natura, maschio e femmina, ma piuttosto un numero imprecisato di genere, che poi si “indossa” a suo piacimento. C’è insomma una voglia di “Corea del Nord”, di campi di rieducazione – scrive Cascioli su LaNuovaBQ.it – sul modello della Cina maoista, che sta invadendo l’Italia…”.

Peraltro ricorda il professore Introvigne che tutto questo succede in scuole pubbliche, a spese dei contribuenti. A Torino come in mezza Italia. Continuerà a succedere, se non fermiamo in tempo questo treno impazzito che corre verso un burrone. E continuerà anche a succedere che, se invece qualche cattolico vuole esporre, civilmente e privatamente, idee diverse, come si è visto nel caso Faà di Bruno, intervengono i Comuni minacciando sanzioni. Con l’applauso anche di cattolici impauriti o complici”.

Per approfondire il tema credo sia utile proporre ai lettori un contributo pubblicato dal blog www.comunitàmbrosiana.org di Marco Invernizzi, responsabile regionale in Lombardia dell’associazione di apostolato culturale Alleanza Cattolica, nonché conduttore settimanale della trasmissione, “La Voce del Magistero” su Radio Maria.

“Care amiche, cari amici
Probabilmente all’interno delle comunità gay, lesbiche, bisessuali e transessuali è in corso un dibattito su come comportarsi a proposito della legge sull’omofobia. Infatti, queste comunità avevano auspicato e promosso la legge perché si sentivano discriminate e oggetto di azioni violente da parte di supposti omofobi. In realtà, alla luce di quanto sta accadendo, emerge una realtà molto diversa.
Nel giro di poche settimane, a partire dalla fine dell’estate, contemporaneamente alla discussione della legge alla Camera, si sono verificate diverse azioni di intolleranza contro i sostenitori della famiglia naturale da parte delle comunità gay, lesbiche, bisessuali e transessuali.
Si comincia a Verona, in settembre, dove le comunità glbt contestano un convegno sull’ideologia del gender organizzato nella città scaligera al quale presenzia lo stesso sindaco e che può svolgersi grazie alla protezione delle forze di polizia. Pochi giorni dopo a Casale Monferrato, un convegno organizzato da Alleanza CattolicaComunione e liberazione eMovimento per la Vita viene impedito dalla presenza in sala di lesbiche che urlano e salgono sul palco con cartelli provocatori, costringendo gli organizzatori a sospendere i lavori. Un convegno a Milano, il 5 ottobre, organizzato da Alleanza Cattolica, con la presenza di giuristi e parlamentari e con la partecipazione del portavoce della Manif francese si può svolgere soltanto grazie alla presenza e alla protezione delle forze dell’ordine. Pochi giorni dopo, sempre a Milano, un convegno alla Provincia viene disturbato da attivisti gay che gridano e distribuiscono volantini all’interno della sala. Le iniziative in difesa della libertà di espressione e a favore della famiglia si estendono: incontri si organizzano a Genova, a Vignate nei pressi di Milano, sempre protette dalla polizia e dai carabinieri. Contemporaneamente scendono in piazza leSentinelle in piedi, a Brescia e Bergamo, a Milano e a Trento, mentre a Roma, Verona, Bisceglie, Bologna, si organizza e manifesta la Manif Italia. In queste ultime ore, infine, il fattaccio del vicepresidente dei giuristi cattolici, Giancarlo Cerrelliche viene invitato alla trasmissione televisiva della RaiDomenica in, e poi improvvisamente “lasciato a casa”, mentre pressioni e minacce provenienti dal Comune di Torino costringono l’istituto scolastico Faà di Bruno a rinunciare a una serie di incontri a favore della famiglia.
A questo punto, l’immagine dei poveri omosessuali discriminati non sta più in piedi. La gente comincia a rendersi conto che l’urgenza di una legge contro l’omofobia era una forzatura ideologica e che invece, nei centri del potere che contribuiscono a creare l’opinione pubblica, in tv, nei giornali, nell’editoria, domina un pensiero unico ostile alla famiglia naturale. Inoltre, ilCorriere della Sera del 2 novembre ci ricorda che il governo italiano, nel decreto per la scuola approvato dalla Camera il 31 ottobre, ha introdotto la spesa di dieci milioni per l’educazione “all’affettività, al rispetto delle diversità e delle pari opportunità di genere e al superamento degli stereotipi di genere”.
Che cosa fare allora?
Non possiamo aspettarci nulla o quasi dai partiti politici, neppure da quelli che avevano dichiarato incostituzionale la legge sull’omofobia nella passata legislatura per ben due volte. Il Pdl-Forza Italia appare avviluppato in una polemica interna fra falchi e colombe che gli italiani non capiscono e non capiranno, mentre all’interno di un governo dove ci sono ministri solitamente bene orientati passano provvedimenti come quello sopra indicato, senza che nessuno denunci la cosa. La stampa e la tv sono orientate in senso gay-friendly e i più elementari fondamenti della democrazia e del diritto di opinione sono saltati a favore di una mentalità ideologica contraria alla famiglia. Le istituzioni sono occupate da questo stesso pensiero unico, lo accolgono e lo adulano senza neanche sentirsi in dovere di dichiarare che è un’imposizione culturale che proviene dalla Commissione europea.
Cari amici, a noi rimangono soltanto le persone. Una per una, da raggiungere con la fatica quotidiana di spiegare l’ovvio, che la natura è fatta in un certo modo e con caratteristiche sessuali ben precise, che i bambini nascono dall’amore di un uomo e di una donna, che questo amore è bellissimo perché coerente al progetto divino sulla persona e sulla società e che ogni bambino ha diritto di avere un papà e una mamma. Una fatica cui dobbiamo essere disposti a sacrificare qualcosa del nostro tempo, dei nostri pochi soldi, se non vogliamo soccombere definitivamente sotto il peso di un incombente totalitarismo.
Negli Anni settanta la violenza era rossa e impediva, nelle scuole e nelle università soprattutto, di potere esprimere un’opinione contraria a quella imposta dai collettivi comunisti. Oggi si cerca di togliere il diritto di parola a chi sostiene la legge naturale, difende la vita e la famiglia, afferma la distinzione e la complementarietà dei sessi. In più si cerca di soffocare quelle poche istituzioni scolastiche che potrebbero educare in senso contrario al pensiero unico dominante. Allora come oggi la sopraffazione e la violenza avvenivano nel nome del progresso, dell’emancipazione, della libertà.
Cari amici, non cadiamo nella trappola in cui vorrebbero condurci. Alla loro violenza verbale, alla loro aggressività e alle forzature ideologiche, rispondiamo soltanto con la forte e pacata spiegazione della verità, con pazienza e perseveranza.
Papa Francesco ha citato il 31 luglio, incontrando i suoi confratelli gesuiti, il poema di José Maria Pemán (1898-1981), un grande autore cattolico e un coraggioso patriota spagnolo, dedicato a san Francesco Saverio (Il divino impaziente, Paoline 1960). Il dramma di Pemán ci indica lo stile del grande missionario gesuita, uno stile che dobbiamo fare nostro perché è quello che serve al nostro tempo:
“Quando parlate di Cristo (…) non parlate con quella foga che spaventa e fa ritirare i semplici … Parlate della grazia e del perdono più che della sua ira. Non contentatevi di discorsi in chiesa a porte chiuse. Andate a parlare sui mercati e negli alberghi, senza paura di nulla e di nessuno”.
Anche noi non dobbiamo avere paura, come disse il grande beato Giovanni Paolo II, né di testimoniare Cristo con tutta la forza di cui siamo capaci, né di raccontare le prime evidenze della natura umana e della civiltà, oggi insidiate da un pensiero unico, aggressivo e violento.
Marco Invernizzi

Belgio riapre dibattito su eutanasia infantile. «Vogliono eliminare i bambini che non “sanno fare”»

Belgio riapre dibattito su eutanasia infantile. «Vogliono eliminare i bambini che non “sanno fare”»

Intervista a Alex Schadenberg, direttore della Coalizione per la prevenzione dell’eutanasia: «Cosa ci stiamo perdendo? L’esserci, l’essere amati, sostenuti, accolti così come siamo»
di Benedetta Frigerio da www.tempi.it 

Ai bambini deve essere riconosciuto il diritto di morire, come sostengono coloro che in Belgio vogliono legalizzare l’eutanasia dei piccoli e delle persone affette da demenza. «Ma come si fa a chiamare diritto una cosa che un bambino o una persona malata non è nemmeno in grado di chiedere?». Alex Schadenberg (nella foto), direttore esecutivo della Coalizione per la prevenzione dell’eutanasia, spiega a tempi.it che «quello che sta accadendo in Belgio è simile a ciò che è già successo in Olanda».

Si è riaperto il dibatto sulla legge che legalizza l’eutanasia. Ora è permessa sopra i 18 anni, ma c’è chi sostiene che anche un bambino debba potersi autodeterminare.
La strategia è identica ovunque. Anche in Olanda hanno cercato di cambiare la legge per adeguarla a quello che già accadeva: c’erano medici che uccidevano i bambini e che volevano una tutela giuridica. Così, anche se l’eutanasia non è legale sotto i 12 anni, è stato elaborato un protocollo che, di fatto, la permette. Ora in Belgio si è riaperta la discussione per la presenza di dottori che già praticano l’eutanasia infantile e che vogliono una norma per essere protetti.

Non dovrebbero essere puniti dato che la violano?
In una democrazia dovrebbe succedere così, invece lo Stato cerca di coprirli andando contro le sue stesse norme. Non a caso, molti episodi di eutanasia non vengono riportati come tali.

Il protocollo olandese come riesce a giustificare un gesto simile?
Il protocollo serve per uccidere i bambini disabili in generale, per questo parla di porre fine anche alla eventuale sofferenza futura. Significa che se il bimbo è sereno, il genitore può comunque domandare l’eutanasia sulla base di un possibile disagio che verrà. Così si possono uccidere i bambini affetti da demenza o da spina bifida, anche se possono crescere e vivere in maniera serena. Basterebbe un po’ di amore. Invece così non c’è possibilità di salvezza, nemmeno per un bambino con un ritardo mentale che non emerga nella diagnosi prenatale. Significa eliminare tutti coloro che non sono capaci di produrre. È un’idea utilitaristica asfissiante, per cui le persone valgono a seconda delle loro capacità, di quanto “sanno fare”.

Cosa intende?
Così emarginiamo tutto ciò che non è ritenuto un produttore dei valori stabiliti dalla società attuale. Ma attenzione, cosa ci stiamo perdendo? L’esserci, l’essere amati, sostenuti, accolti così come siamo dovrebbe essere un bene insindacabile che tutti possono riconoscere.

E invece?
Questi valori sono stati sostituiti dal business, di cui però non si fa mai apertamente menzione. Anzi, lo si chiama compassione per nasconderne la presenza. Credo che la nostra società, che parla molto di tolleranza, debba rispondere senza ipocrisia a una domanda sul suo ruolo: vogliamo rifiutare i deboli uccidendoli o accoglierli facendoli sentire amati? Perché è questo il vero problema: se vogliamo amare o no.

Vogliamo soltanto affermare che la famiglia naturale è bella

L’ideologia del gender una minaccia per la famiglia

Avevo deciso di non trattare l’argomento per evitare di incorrere in possibili inconvenienti, ma poi ho pensato, da che cosa devo guardarmi, alla fine sono soltanto un“ripetitore”, come quegli strumenti che negli anni 70 si mettevano in un punto più alto del paese per poi far arrivare il segnale sui tetti delle varie case provvisti di televisore.

 Quindi mi appresto a ripetere, cominciando dall’ottimo convegno organizzato da Alleanza Cattolica, il 5 ottobre scorso a Milano su “Ideologia del gender e unioni civili omosessuali. Un itinerario contro la famiglia”. Sono intervenuti di fronte a una sala gremita di quasi quattrocento persone, il reggente nazionale vicario di Alleanza Cattolica Massimo Introvigne, Assuntina Morresi, Domenico Airoma, Alfredo Mantovano e Tugdual Derville, portavoce de La Manif Pour Tous. Subito dopo il convegno è proseguito con la tavola rotonda con la partecipazione di alcuni rappresentanti politici, dal senatore Maurizio Sacconi agli onorevoli Eugenia Roccella, Alessandro Pagano e Gregorio Gitti, moderatore il giornalista Andrea Morigi. Il convegno oltre a discutere della proposta di legge sull’omofobia, presentata come necessaria per proteggere gli omosessuali da violenze e aggressioni, che vanno certamente condannate senza riserve e punite severamente. Intendeva prendere in esame la nuova ideologia del “Gender”, apparsa negli ultimi anni, una vera “rivoluzione antropologica”.

 A questo proposito papa Benedetto XVI in un discorso alla Curia Romana, del 21 dicembre 2012, ricorda le parole famose della teorica del femminismo francese, Simone de Beauvoir: “Donna non si nasce, lo si diventa” (“On ne nait pas femme, con le devient”)In queste parole è dato il fondamento di ciò che oggi, sotto il lemma ‘gender’, viene presentato come nuova filosofia della sessualità. Il sesso, secondo tale filosofia, non è un dato originario della natura e che l’uomo deve accettare e riempire personalmente di senso, bensì un ruolo sociale del quale si decide autonomamente, mentre finora era la società a decidervi”.

 In pratica questa è una nuova rivoluzione che può essere vista come una delle più grandi sfide a cui la Chiesa deve affrontare nella sua storia. Naturalmente non solo la Chiesa, ma l’ideologia del gender minaccia tutta la società e la persona umana stessa.

 “La profonda erroneità – afferma Benedetto XVI – di questa teoria e della rivoluzione antropologica in essa soggiacente è evidente. L’uomo contesta di avere una natura precostituita dalla sua corporeità, che caratterizza l’essere umano. Nega la propria natura e decide che essa non gli è data come fatto precostituito, ma che è lui stesso a crearsela”. Peraltro per Benedetto XVI si tratta di una rivolta contro Dio e così “non è più valido ciò che si legge nel racconto della creazione: ‘Maschio e femmina Egli li creò’ (Gen I,27). No, adesso vale che non è stato Lui a crearli maschio e femmina, ma finora è stata la società a determinarlo e adesso siamo noi stessi a decidere su questo. Maschi e femmina come realtà della creazione, come natura della persona umana non esistono più. L’uomo contesta la propria natura. Egli è ormai solo spirito e volontà”. E’ una scelta faustiana dove l’uomo concreto muore: “Esiste ormai solo l’uomo in astratto, che poi sceglie per sé autonomamente qualcosa come sua natura. Maschio e femmina vengono contestati nella loro esigenza creazionale”. Ognuno con la sua libertà si fa da solo e così si giunge “a negare il Creatore stesso e con ciò, infine, anche l’uomo quale creatura di Dio”.

 Per avere un quadro più completo della questione propongo un testo che ho letto in questi giorni, si tratta di Paper Genders, il mito del cambiamento di sesso, di Walt Heyer, pubblicato quest’anno dalla casa editrice milanese, Sugarcoedizioni (pp. 169, e 16,80)

 L’autore nell’introduzione ci tiene a scrivere che il libro non è stato patrocinato da nessuna organizzazione o movimento politico o aggregazione ecclesiale, ma è stato imposto dalla sua esperienza personale,“vissuta in netto contrasto con l’imperversante esaltazione del successo del cambiamento di genere da parte dei media e dei gruppi attivisti”. Continua Heyer, “ciò che mi ha spinto a scrivere questo libro è stato il mio desiderio personale di aiutare le persone trasngender, facendo luce sul lato oscuro del cambiamento di genere”.

 Per i lettori del libro Heyer ricorda che “I disturbi dell’identità di genere (Gender Identity Disorders – GID) sono complessi e non ancora del tutto compresi”. Infatti il libro, proprio per l’argomento, ha una valenza abbastanza scientifica e specialistica, che riguarda le più disparate problematiche mediche e psicologiche.

 Sempre nell’introduzione, Heyer sostiene che chi“cambia genere non dovrebbe essere disprezzato o vessato solo perché noi non siamo in grado di comprendere le sue sofferenze (…)Per evitare il suicidio e il rimpianto ha bisogno di sostegno, compreso quello dei medici e psicologi che lo sorreggono nell’estenuante conflitto, che evolve verso una crisi dell’identità di genere”.

 Pertanto secondo Heyer “il tasso di suicidi tra i trans gender risulta essere di quasi il dieci volte superiore a quello della popolazione generale”. Heyer nel testo mette in discussione la procedura di “chirurgia del cambiamento di sesso”, “un termine fuorviante, perché è impossibile cambiare, attraverso la chirurgia estetica e gli ormoni, il genere di nascita di chiunque. Sulla carta, però, il cambiamento si può eseguire  facilmente e, in effetti, è solo qui che si registra il cambiamento di sesso: sui certificati di nascita e sulle patenti di guida”. Ecco perché Heyer li chiama paper genders (generi sulla carta), perché l’unico cambiamento avviene sulla carta.

 Il libro ripercorre tutto il programma di chirurgia del cambiamento di sesso a partire da chi ha iniziato l’esperimento, il dott. Alfred Kinsey, proseguito da Harry Benjamin e poi da John Money, tutti legati da un filo comune, la pedofilia. Il testimone successivamente passò al dott. Paul Walker. Ad oggi scrive Heyer negli Stati Uniti si trovano circa venti chirurghi che eseguono interventi sui genitali per cambiare sesso.

 Heyer desidera che la pubblicazione del libro favorisca una nuova comprensione del fenomeno e serva come guida per la prevenzione dei suicidi delle persone trans gender. Il libro smaschera il facile ottimismo che è stato ad arte veicolato dai mass media intorno al cambiamento di genere, ma che molti si pentono, non lo diranno mai.

di  DOMENICO BONVEGNA