Naturalismo, cavallo di troia dei nuovi atei

di Roberto Timossi
Tratto da Avvenire del 29 gennaio 2011

Tra i tanti corsi e ricorsi storici della nostra epoca, assistiamo pure ad un rilancio del naturalismo in ambito evoluzionista ad opera soprattutto di scienziati e filosofi neodarwiniani e ultradarwiniani, i quali hanno lo scopo dichiarato di rendere inutile sul piano scientifico l’ipotesi dell’esistenza di Dio e di un Creatore intelligente.

Storicamente, il naturalismo ha avuto fortuna nella prima metà del XX secolo in ambiente statunitense come concezione del mondo che rifiuta pregiudizialmente l’esistenza di entità extranaturali o sovrannaturali e che pertanto non è disposta a prendere in considerazione argomentazioni che non siano empiricamente fondate. Si tratta, in altre parole, di un’impostazione culturale che considera validi soltanto i concetti provenienti dalle scienze naturali e che assegna a quest’ultime un potere conoscitivo superiore a qualunque altro. Nella seconda metà del secolo scorso, tuttavia, il naturalismo filosofico anglosassone ha perso decisamente vigore in favore della filosofia pragmatista; e ciò anche perché è prevalsa la consapevolezza dei limiti del sapere scientifico e dell’impossibilità di attribuire ai soli risultati delle scienze naturali il carattere di vera conoscenza.

Ci si è resi infatti conto che il decantato riferimento oggettivo alla natura era in realtà carico di elementi metafisici e, in alcuni casi, addirittura ideologici. In Italia la ripresa del naturalismo su basi evoluzioniste viene oggi apertamente presentata come una grande conquista del mondo laico, precisamente come la grande «possibilità laica del naturalismo», ma sfocia poi nella consueta polemica contro la fede cristiana e la Chiesa cattolica tipica del provincialismo laicista nostrano. Se qualcuno da noi osa infatti mettere in dubbio la validità della visione naturalistica fondata sull’evoluzionismo darwiniano, come ha fatto ad esempio lo stimato antropologo Fiorenzo  Facchini, si ritrova tacciato senza mezzi termini di essere «un teologo al servizio dell’integralismo ratzingeriano».

E ciò che più impressiona è scoprire che chi usa simili espressioni interpreta poi le critiche al suo naturalismo come un modo per squalificare moralmente l’avversario. Per i sostenitori italiani di quello che viene definito come il moderno naturalismo ontologico, le recenti conquiste delle scienze biologiche avrebbero reso definitivamente improponibile qualsiasi riferimento al soprannaturale e tutte le voci contrarie si autocondanne­rebbero all’oscurantismo.

Proprio qui, però, risiede la debolezza tanto filosofica quanto scientifica dell’argomento neonaturalista. Tralasciando gli elementi polemici che c’entrano assai poco col tema del naturalismo, è infatti corretto far rilevare con chiarezza che se è impensabile una scienza della natura che non sia naturalistica, dal momento che per loro statuto le discipline scientifiche come la biologia non possono avere altro riferimento che quello dei fenomeni naturali empiricamente osservabili, non è per contro accettabile che sulla base delle scienze naturali qualcuno si senta legittimato a pronunciare giudizi scientifici su questioni extrascientifiche, come l’esistenza di Dio, la presenza dell’anima e la possibilità della fede religiosa. È evidente che chi coltiva questa pretesa finisce col trasformare il suo neonaturali­smo in ideologia o in cattiva metafisica, ritrovandosi così a perpetuare gli stessi errori che hanno sancito il tramonto del naturalismo filosofico novecentesco.

UNA RISPOSTA CHIARIFICATRICE PER DIRADARE LE NEBBIE DEL MITO DEL DARWINISMO.

di Domenico Bonvegna

Il mio intervento,”Evoluzionismi e altre diavolerie”, dove presentavo e recensivo il libro di Agnoli e Pertosa, Contro Darwin e i suoi seguaci, edito da Fede & Cultura, ha scatenato sul blog siciliano, furcisiculo.net, una serie di insensate critiche, spesso irose e seguite da pochi argomenti, infine per mettermi fuorigioco, non poteva mancare la solita etichetta di cattolico integralista. Per maggiori chiarimenti ho chiesto cortesemente a Francesco Agnoli, giornalista, storico, collaboratore del mensile Il Timone, e dei quotidiani Il Foglio, e  Avvenire, una sua risposta sul tema così complesso dell’evoluzionismo.

Facciamo un atto di fede, il più ampio possibile. Ammettiamo che Darwin avesse ragione in tutto e che ogni forma vivente, come egli ipotizza abbia origine fisica, biologica, da un’alga primitiva. Ammettiamolo, benché lo stesso Darwin sapesse bene di non avere alcuna prova al riguardo. Ebbene, quali sarebbero le conseguenze filosofiche, metafisiche, di tutto ciò? Alcune ce le propone Darwin stesso, quando si chiede: e l’alga da dove deriva? Dalla materia inorganica? Ma non abbiamo “nessuna prova attendibile” che ciò sia possibile. E se fosse possibile, dovrebbe esistere una “legge naturale” che lo permette, o lo determina, perché sarebbe evidente l’esistenza in natura di una direzione, di un fine, di un progresso (dalla materia inorganica alla vita e dalle forme semplici di vita alle più complesse): “Se un giorno si scoprirà che la vita può aver avuto origine in questo modo (dalla non vita, ndr), i fenomeni vitali saranno ricondotti a una qualche legge generale della natura”.
Ma le leggi naturali postulano un Legislatore? “Se l’esistenza di un Dio consapevole possa essere dimostrata in base all’esistenza delle leggi naturali… è questione che suscita perplessità, sulla quale ho spesso riflettuto, ma non riesco a vederci chiaro”. Il problema, continua Darwin, in un’altra lettera, è che l’evoluzione non si spiega da sola, ma esige delle spiegazioni che la precedono. Per questo, come scriverà ad un corrispondente olandese, “l’impossibilità di pensare che questo grandioso e meraviglioso universo, insieme a noi esseri coscienti, sia nato per caso, mi sembra il principale argomento a favore dell’esistenza di Dio”, anche se forse “l’intera questione si trova al di là della portata dell’intelletto umano”. Pur partendo dall’alga, dunque, Darwin non negò mai l’esistenza di svariati problemi filosofici, che gli parvero insolubili, per cui mai affermò di essere
ateo, bensì di essere agnostico. Oggi, che sono passati più di cent’anni dalle sue ipotesi, abbiamo idee più chiare, risposte scientifiche certe, incontrovertibili dogmi scientifici che ci impediscono di porci le antiche domande sull’origine del mondo e sul senso della nostra vita? Non pare proprio.  Scienziati credenti e scienziati atei, messi alle strette, concordano sulla nostra ignoranza.
Per cavalleria possiamo analizzare il pensiero di un ateo molto famoso, Edoardo Boncinelli, seguace estremista del neodarwinismo nella sua versione materialista. Nei suoi libri, pur dando talora risposte apparentemente sicure e granitiche, riconosce che il Big bang cosmico, cioè la nascita dell’universo, il Big bang biologico, cioè la nascita della vita, e il big bang neurologico, cioè la nascita del cervello umano, sono per noi ancora, nella loro sostanza, nel loro perché profondo, inspiegabili. Richard Dawkins, il più famoso neodarwinista ateo, nel suo “L’Illusione di Dio”, ipotizza che i tre passaggi siano dovuti al caso. Ipotizza, dico, perché ciò che è casuale non può per
definizione essere provato.

Per Dawkins dunque la vita deriva dalla non vita grazie ad eventi puramente casuali: una “certa fortuna” e “forti iniezioni di fortuna” avrebbero permesso ai pianeti, col tempo, di generare forme di vita. Dawkins non ci dice come i pianeti sarebbero nati dal nulla e per caso, sapendo bene che dal nulla non nasce nulla e che ciò che non esiste non può produrre galassie e pianeti. E neppure spiega perché la vita avrebbe dovuto nascere solo sulla Terra, almeno per quanto ne sappiamo noi, che non è né il pianeta più grande, né il più antico (e quindi neppure quello, statisticamente, più probabile). Non ci dice neppure perché sulla Terra non solo è sorta la vita, ma sono nate molteplici, diverse e complesse forme di vita, mentre sulla luna, sul sole, su Marte non vi è neppure un filo d’erba. Infatti sa bene che oggi la nascita della vita dalla non vita è del tutto inspiegata, come sottolinea anche il grande genetista Francis Collins e come ammette il già citato Boncinelli. Infatti, per citare un
biochimico italiano, Paolo Tortora, la vita, della quale non abbiamo neppure una vera definizione scientifica, si presenta come cooperazione verso uno scopo, tra Dna (progetto) e proteine (componenti del macchinario). L’origine di questa realtà vivente e cooperante dalla materia inorganica, pone almeno due problemi irrisolti: “1 Generazione dell’informazione dal caos: equivale a generare un testo dotato di senso battendo a caso sulla macchina da scrivere (vale a dire,
assemblare nucleotidi che formino un Dna codificante o aminoacidi che formino una proteina funzionale): statisticamente impossibile; 2 Interazioni: non solo i componenti del macchinario (la cellula, ndr) sono in se stessi funzionali, ma operano all’interno di una rete di relazioni reciproche, tale per cui ogni molecola deve agire in modo coordinato con tutte le altre”. Dunque: ammettendo l’ipotesi del Big bang cosmico, nata dalla mente del sacerdote cattolico Lemaitre, rimane una domanda: qual è l’origine di questo venire all’essere, di questo innesco, del cosmo fisico? Perché il cosmo e non il nulla? Inoltre, ammettendo l’evoluzione, anche la più estrema ed improbabile, cosa è la vita e da dove essa ha origine?

Perché la materia avrebbe dovuto di per sé generare la vita (big bang biologico)? Non possiamo certo tirare in ballo la selezione naturale e l’adattamento all’ambiente darwiniani: chi più adatto di un sasso, a qualsiasi ambiente? Cosa dunque avrebbe dovuto far sì che dal sasso, dal materiale chimico, si passasse al filo d’erba?
Infine: come si è passati dalla materia vivente, dall’alga, all’uomo (Big bang neurologico)?  Sappiamo che per il premio Nobel John Eccles, un credente, l’uomo è troppo diverso dagli altri animali, per cui è spiegabile solo chiamando in causa un principio spirituale, l’anima, che si concretizza nel linguaggio, nel senso morale, nella libertà, nelle infinite capacità che sono proprie dell’uomo e non dell’animale.

Per l’ateo Boncinelli no: l’uomo e l’animale coincidono, ed anzi, essendo materia causalmente aggregata, come il sasso, non differiscono sostanzialmente nè tra loro né con esso. Tutti ugualmente frutti del caso, materia e basta. Però, nel suo “Le forme della vita”, ammette: “Fin dall’inizio si è chiarito che questa teoria (neodarwiniana, ndr) spiega benissimo certe cose, meno bene certe altre
e pochissimo altre ancora.

Quello che è successo prima della cosiddetta esplosione del Cambiano e gli eventi che hanno portato all’evoluzione della specie umana esulano un po’ da ciò che la teoria spiega bene”.
Altrove si chiede: essendo i batteri le forme viventi più adatte all’ambiente, non sappiamo affatto perché essi avrebbero dovuto evolvere in forme di vita più complesse, ma sicuramente più fragili e meno adatte alla vita, come gli altri animali e l’uomo.

Sulla coscienza umana, aggiunge, da un punto di vista scientifico, empirico, “non ne parla quasi nessuno seriamente. Perché nessuno ne sa niente” (Corriere, 30/8/2008). E l’intelligenza? Di essa non vi era “evoluzionisticamente parlando, alcun bisogno” per cui “la sua comparsa sarebbe dovuto “al solito capriccio del caso”! Boncinelli vuole dunque spiegare l’uomo solo in base a procedimenti meccanici e materiali, ma non ci riesce, ammette di non averne la possibilità.
In conclusione mi sembra interessante citare il pensiero di quello che è forse il più famoso darwinista vivente, Francisco Ayala, che nel suo “L’evoluzione”, scrive: “Niente nella natura del processo evolutivo rappresenta una premessa verosimile per la nascita degli eucarioti. E non c’è nemmeno niente che renda probabile l’evoluzione degli organismi pluricellulari. Ancor meno la comparsa degli animali…Riattivando il nastro della vita le improbabilità si moltiplicano di anno in anno di generazione in generazione, milioni e milioni di volte. Il numero di improbabilità che risulta è di tale portata che, se ci fossero anche milioni di universi grandi come quello che conosciamo, la probabilità per l’uomo rimarrebbe infinitesimale anche dopo aver moltiplicato le improbabilità per il numero dei pianeti possibili.

Queste improbabilità non sono da applicarsi solo ad homo sapiens ma anche ad ‘organismi intelligenti con cui è possibile comunicare’…

Non ci resta che concludere che gli esseri umani sono soli nell’immenso universo e che saremo sempre soli”.
Ora, come ho avuto modo si scrivere sul Foglio, se prendiamo questo ragionamento, l’estrema improbabilità della vita, in tutte le sue forme, rimangano solo due conclusioni logiche: l’uomo è, come vogliono Boncinelli e Monod, un numero, ma veramente fortunatissimo, irripetibile, uscito ad una roulette che produce tutti numeri unici e fortunatissimi (eucarioti, organismi pluricellulari, animali…); oppure l’infinita improbabilità delle svariate forme di vita richiede un progetto, un disegno, una causa intelligente, e l’infinita improbabilità dell’uomo è una prova logica del fatto che non era necessario, bensì voluto. Nel primo caso faremo un atto di fede nel Caso, evitando di spacciarlo per un atto scientifico; nel secondo un atto di fede, fondato sulla ragionevolezza umana, in Dio.

Trento, 29 ottobre 2010                                                             FRANCESCO AGNOLI

Evoluzionismi e altre diavolerie

di Domenico Bonvegna

Inizio con una domanda: secondo voi quante sono le classi di scuola Primaria (Elementare) dove ai bambini viene presentata la teoria evoluzionista come una ipotesi tra altre, per esempio insieme a quella creazionista, del Disegno Intelligente, del senso comune che ci fa leggere la Genesi?

Sono pochissime. Non tanto perché gli insegnanti sono diventati tutti neoevoluzionisti, o dei novelli darwinisti, ma semplicemente perché sono pigri mentalmente e non hanno voglia di documentarsi, accettano quello che c’è scritto nei libri di testo (i sussidiari) dove si presenta la cosiddetta favoletta dello scimmione che a poco a poco diventa un umano, con tanto di rappresentazione grafica in ben evidenza. E sappiamo quanto potere persuasivo hanno le immagini nella scuola elementare.

Così in maniera soft senza nessuna resistenza i piccoli studenti vengono indirizzati inconsciamente soltanto alle ipotesi evoluzioniste considerate tra l’altro come dogmi. Eppure ormai esiste una miriade di testi, di contributi scritti dove si fa menzione di fior di scienziati che da tempo confutano le ipotesi di Charles Darwin, l’inventore dell’evoluzionismo. In questi giorni ho letto un piccolo pamphlet, scritto da due giovani giornalisti, Francesco Agnoli e Alessandro Pertosa, Contro Darwin e i suoi seguaci (Nietzsche, Zapatero, Singer, Veronesi… ), edito da Fede & Cultura (www. fedecultura. com ) di Verona. Il libretto di appena 80 pagine potrebbe essere un ottimo contributo per i docenti per fare un po’ di chiarezza su questi non facili argomenti.

Gli autori fanno ricorso alle fonti, cioè ai testi originali di Darwin e dei suoi seguaci, spesso epurati e addomesticati dalla vulgata più comune. Infatti i due autori del libretto fanno riferimento ai vari apostoli del darwinismo che hanno lo scopo di ridimensionare il Creatore e abbassare l’uomo a bestia, così che sir Julian, ai primi del Novecento, dà vita alla Società Eugenetica Britannica, vero antenato delle ideologie naziste. Julian diventa primo presidente dell’Unesco e con questa posizione ne approfitta per propagandare l’eutanasia e la “sterilizzazione di certe classi di genti anormali o deficienti”. Nel 1948 lamenta addirittura che “la applicazione della scienza medica può aumentare il numero degli esseri umani ma abbassare la loro qualità o le loro opportunità di godere della vita: se così succede non va bene”.

State bene attenti alle parole: l’umanità, per il darwinista Julian, è uno zoo, in cui sorvegliare il numero degli animali, ed eliminare quelli in più, o non completamente sani: in cui, come si augurava Darwin, che ammirava le tecniche artificiali per migliorare le razze di pecore e cavalli, accoppiare solo animali sani con animali sani, lasciando che carestie, morte e selezione del più forte producano gli ‘animali superiori’. In pratica, scrivono Agnoli e Pertosa, questi sono i presupposti per l’evoluzione che alcuni oggi desiderano: trasformare i medici in veterinari.

Del resto lo stesso Darwin scrive di “essere portato a inventare coscienti bugie, e sempre allo scopo di provocare movimento”. Infatti Darwin nell’esporre le sue tesi evoluzioniste non solo ignora i meccanismi dell’ereditarietà del monaco Gregor Mendel, ma costruisce un’ipotesi sull’uomo fondandosi sulle affinità morfologiche, fisiologiche, e secondo lui psicologiche, con gli altri mammiferi. Come se la somiglianza tra una moto ed una bicicletta, o tra una poesia di dante e una ricetta di cucina, bastassero a dimostrare la derivazione delle prime dalle seconde, o viceversa. In verità, – scrivono gli autori del libro edito da Fede & Cultura- Darwin non ha le prove storiche, paleontologiche, e si limita a ritenere che un giorno verranno scoperti i famosi anelli mancanti, intermedi, testimonianze della transizione graduale da una specie all’altra. Tali anelli sono stati cercati, ma il risultato sembra essere solo l’accumularsi di errori, di casi incerti, oltre che di falsi ideologici certi, come l’uomo di Piltdown, o molto probabili, come l’uomo della Cina, o Sinatropo. Intanto però, mentite, mentite, qualcosa rimarrà.

Menzogne tra l’altro confermate anche da autorevolissimi paleontologi evoluzionisti.

Ma su che cosa si basa la teoria di Darwin? Su tre fattori “vaghi e indefiniti”. Come la selezione naturale, di cui scrive, il suo potere non ha limiti creativi, il tempo farà tutto, sembra come una fata con la bacchetta magica. Secondo fattore, il caso, altro personaggio sfuggente ed antiscientifico, caricato da compiti straordinari. Trasformazioni – secondo Agnoli e Pertosa- semplicemente per negare il finalismo, il disegno intelligente, l”unità di disegno’, sostenuta anche da un Voltaire, come pure dai più grandi scienziati della storia, da galilei a Morgagni, da Plance a Mendel sino a Maxwell.

Louis Pasteur, lo scienziato francese, a proposito della natura, scriveva: “più la studio, più rimango stupefatto davanti all’opera di chi l’ha Creata; di com’Egli abbia dato ad alcune delle Sue più minuscole creature, le cellule, la capacità di distruggere gli elementi nocivi al corpo umano”.

Il libretto è interessante perché gli autori nei successivi capitoli, dimostrano il collegamento tra le teorie evoluzioniste e quelle dell’eugenetica, a proposito della figura di Francis Galton, amato cugino del più noto Darwin, che proponeva di impedire la sopravvivenza degli “inetti”e di consentire la riproduzione solo agli individui ritenuti, non si capisce su quale base, più dotati. Chi erano per Galton, gli “inetti”? Gli psicolabili, gli indigenti, gli alcolisti, i criminali di tutti i tipi (anche coloro che venivano imprigionati per reati minori), gli epilettici, i folli, il ceto debole, le persone con malattie ereditarie, i deformi, le persone portatrici di deficit sensoriali (come sordi, ciechi e muti).

E poi il libro prende in esame l’influenza di Nietzsche, la mentalità bellicosa di Hitler e di Stalin, che si abbeverarono ai testi di Darwin, anche se gli evoluzionisti sostengono che non fu interpretato bene. Interessante il capitolo sulle battaglie darwiniste dell’illustre professore Umberto Veronesi, che si inserisce in quella visione utilitaristica della vita, che pur di evitare il dolore, la sofferenza, ogni individuo ha il diritto di morire con dignità, cioè con l’eutanasia. Infine il libro fa un breve riferimento ai darwinisti alla moda come Zapatero e Peter Singer.

Per concludere, le conseguenze pratiche del cieco materialismo evoluzionista sono devastanti. Alcune le indica lo stesso Darwin: dopo aver proclamato l’inferiorità mentale e fisica della donna rispetto all’uomo, dopo aver parlato degli ‘idioti’ come esseri ‘molto pelosi che tendono ad esibire caratteri di un tipo di animale inferiore’, e dopo aver citato suo cugino, Francis Galton, padre dell’eugenetica moderna, propone che la generazione tra uomini avvenga nello stesso modo di quella tra bestie di un buon allevamento.

Agnoli e Pertosa, vedono un vero e proprio, intreccio tra darwinismo e disprezzo dei ‘diritti umani’, che si può dimostrare sia a livello filosofico, che storico. Apologeti e apostoli dell’eutanasia, dell’aborto, della fecondazione artificiale e financo della droghe, tutti sono legati da un filo comune.

TUTTO QUELLO CHE PIERO ANGELA HA NASCOSTO A MILIONI DI TELESPETTATORI.

di Antonino Zichichi

L’evoluzionismo sostiene che nel DNA avvengono di continuo mutazioni accidentali. Il genetista James Shapiro ricorda invece che le mutazioni del DNA, la “scrittura della vita” … sono rarissime. (…) Di fatto, il DNA è la struttura più stabile dell’universo. Nei secoli, le lapidi egizie di granito diventano illeggibili; il DNA, fatto di proteine, si riproduce sempre uguale, opponendosi in modo attivo al degrado di tutte le cose. (…)

Le sole mutazioni frequenti sono provocate dall’uomo su animali di laboratorio, con radiazioni nucleari o con agenti chimici, che sconvolgono brutalmente la struttura del DNA.
E’ il caso del moscerino della frutta (Drosophila Melanogaster), l’insetto preferito dai genetisti perché produce una generazione nuova ogni mese. Studiato da 80 anni in tutti i laboratori del pianeta, il moscerino è stato costretto a subire milioni di mutazioni. Tutte, nessuna esclusa, diminuiscono la sua attitudine alla vita (mancanza di occhi, di ali, di zampe); gli animaletti mutanti possono vivere solo in laboratorio, grazie alle cure degli sperimentatori; in natura sarebbero morti prima di trasmettere il loro patrimonio genetico ai discendenti. Meno che mai la drosofila ha dato luogo ad altra specie.
Tutto ciò induce una nuova generazione di scienziati a sostenere, ormai apertamente, che gli esseri viventi sono il frutto di una “progettazione intelligente” (intelligent design). “è una teoria pienamente scientifica che formuliamo come tale”, ha scritto William Dembski, logico-matematico della Notre Dame University. Perché? Perché troppi apparati delle creature viventi presentano una complessità irriducibile, risponde Michael Behe, biochimico della Leighton University.
Come esempio di “complessità irriducibile”, Behe porta il caso della trappola per topi. Costituita di cinque pezzi – una molla, la fagliela, il gancetto che tiene la tagliola in posizione, l’esca, la tavoletta su cui il tutto è inchiodato – è una macchina molto semplice. Ma la sua semplicità “non può essere ridotta”. Se manca un solo pezzo, non è che la trappola funzioni meno bene; non funziona affatto.
Dunque, non può essersi formata a poco a poco, con aggiunte e miglioramenti; la trappola è stata progettata fin dall’inizio così.
Molti apparati di esseri viventi sono ugualmente “irriducibili”. Non funzionano se mancano anche solo di un componente.
La lingua del picchio è una “complessità irriducibile”.
Il noto uccellino ha una lingua lunga 15 centimetri, quanto il suo corpo. Dove la tiene? La tiene arrotolata attorno al cranio, come una fionda. La cosa stupefacente è che la lingua parte dal becco all’indietro, gira attorno al cranio e ritorna al becco dalla parte opposta. Ora, non è possibile che una lingua così straordinaria si sia “evoluta” per gradi.
Il solo fatto che sia rivolta all’indietro avrebbe reso impossibile la nutrizione a generazioni di progenitori del picchio, finché l’apparato non avesse raggiunto la necessaria lunghezza. Altro caso: il limulo, una specie di granchio corazzato che vive sulle coste dell’Atlantico. Essere “primitivo”, cugino degli antichissimi trilobiliti (estinti da milioni di anni), è considerato un fossile vivente, presente in strati fossili da 300 milioni di anni (e sempre uguale). Di recente s’è scoperto che gli occhi del limulo, di notte, aumentano il loro potere visivo di un milione di volte. Non sono affatto occhi “primitivi”. Al contrario: sono più sofisticati degli apparecchi elettronici a visione notturna usati per scopi militari. Ciò che vediamo in natura è uno scoppio di fantasia progettistica. Anche l’evoluzione dell’Uomo è in discussione. L’albero genealogico fornitoci dagli evoluzionisti viene sconvolto da sempre nuove scoperte. (…)
L’uomo di Neanderthal, estintosi “solo” 25 mila anni fa (già esisteva l’uomo moderno), non solo ha perso il posto di nostro “antenato”, ma anche quello di parente collaterale. Due studi recenti hanno ricavato il DNA del Neanderthal: è cosi diverso dal nostro, che le due specie non potevano unirsi ed avere prole (…). Nel novembre 1999, l’autorevole rivista National Geographic ha pubblicato in pompa magna la foto di una lastra minerale dove si vedeva un dinosauro con ali e piume: “è la prova che gli uccelli si sono evoluti da questi antichi rettili”, ha esultato il biologo Barry A. Palevitz nell’articolo che accompagnava la scoperta. Subito dopo, s’è appurato che “il fossile” era un falso, composto da due fossili diversi (un uccello e un sauro) incollati assieme, opera dei contadini cinesi della zona di Liaoning, che sfruttano e vendono (sul mercato nero) i fossili di un giacimento locale. Uno “scandalo” molto chiacchierato in Usa. Piero Angela non ce lo ha raccontato. Diciamo subito che la Teoria dell’Evoluzione Biologica della specie umana non è Scienza galileiana. Essa pretende di andare molto al di là dei fatti accertati (…). Una teoria con anelli mancanti, sviluppi miracolosi, inspiegabili estinzioni, improvvise scomparse non è Scienza galileiana. (…) Se l’uomo dei nostri tempi avesse una cultura veramente moderna, dovrebbe sapere che la teoria evoluzionistica non fa parte della Scienza galileiana. A essa mancano i due pilastri che hanno permesso la grande svolta del milleseicento: la riproducibilità e il rigore.
Insomma, mettere in discussione l’esistenza di Dio, sulla base di quanto gli evoluzionisti hanno fino a oggi scoperto, non ha nulla a che fare con la Scienza. Con l’oscurantismo moderno, si”.

Antonino Zichichi
da Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo (ed. Il Saggiatore)

Gran libro di Fodor e Piattelli Palmarini: Darwin ha sbagliato. Laici tolgono loro il saluto, la chiesa nicchia

di Giuliano Ferrara

Sabato 24 aprile presso la redazione del Foglio si è svolto un forum sul libro di Jerry Fodor e Massimo Piattelli Palmarini, “Gli errori di Darwin” (Feltrinelli). Hanno partecipato il professor Piattelli Palmarini, l’epistemologo Giulio Giorello, il paleontologo monsignor Fiorenzo Facchini, lo zoologo Saverio Forestiero e il direttore del Foglio, Giuliano Ferrara.

GIULIANO FERRARA: Comincerei con il tema della excusatio non petita. Il libro di Jerry Fodor e Massimo Piattelli Palmarini sostiene in modo esplicito e chiaro una tesi: l’adattamentismo, cioè la selezione naturale come chiave di volta dell’evoluzione, che è il cuore della dottrina darwiniana, non funziona, non determina ciò che si richiede a una legge scientifica, non funziona fatalmente. Questa tesi, articolata in modo civile da due scienziati che dicono di dovere molto a Darwin, è molto forte, destabilizza, come si è visto anche dal nervosismo delle repliche, uno dei pilastri del modo di essere umanisti laici, come si dice oggi, quindi di non essere oscurantisti, creazionisti, di non avere una visione biblicista, religiosa, prescientifica dell’origine delle specie. Lo scandalo c’è, però immediatamente gli autori sentono la necessità di dire, come spiegano anche nel bell’esordio del libro, che “questo non è un libro su Dio, sul disegno intelligente o sul creazionismo, nessuno di noi ha a che vedere con queste cose”. Dopo avere enunciato la tesi del libro, si ribadisce in molti modi che l’evoluzione è un processo meccanico, che si resta nell’orizzonte naturalista e che questo esclude cause divine, cause finali, élan vital, entelechie, interventi di alieni, extraterrestri e altre cose simili. Nel testo poi però ci sono delle aperture metafisiche, c’è un passaggio in cui gli autori si definiscono “autori metafisici”, con una certa civetteria. E ci sono luoghi in cui, cito da pagina 159, si dice che “in effetti è molto difficile trovare una spiegazione dell’evoluzione che elimini veramente il deus dalla machina”. La domanda è semplicissima: non è troppo questa excusatio non petita, non si può essere laicamente e umanisticamente aperti al fatto che le tesi contenute in questo libro sollevano più problemi di quelli che voi desideriate in realtà sollevare? E’ possibile per il cardinale Schönborn, dopo aver letto il libro, dire che le cose che ha scritto e che pensa risultano corroborate dall’analisi di Fodor e Piattelli? Ragionare così è una forzatura grave del vostro pensiero?

PIATTELLI PALMARINI: Sì è una forzatura grave perché noi restiamo in un ambito naturalistico, non abbiamo una diversa grande teoria da contrapporre a quella della selezione naturale. Quello che noi e con noi dozzine di biologi citati nel libro, pensiamo, è che ci sono vari meccanismi evolutivi a vari livelli, alcuni dei quali sono emersi negli anni e altri emergeranno, perché è un processo di straordinaria complessità. Noi non crediamo che ci sarà una nuova grande teoria o legge che sostituirà la selezione naturale. Ci sono vari meccanismi che si intrecciano. Il nostro approdo intellettuale è una spiegazione naturalistica complessa.

FERRARA: Però voi fate affermazioni che deviano da questo quadro che sta citando. “Servono ulteriori ricerche” dite, in un understatement molto grazioso. “Forse ci vorranno secoli”. Ma nella sostanza dite che la spiegazione che, dalla seconda metà dell’Ottocento e lungo tutto il Novecento, è stata data dell’origine delle specie, nella sua chiave di volta è fragile, tende a cadere. Poi dite che non c’è alternativa, anche se attraverso diversi spezzoni cerchiamo di ricostruirla. Beh, a questo punto un cattolico, un cristiano, un protestante, un uomo di fede, direbbe che una certa apertura al mistero sarebbe richiesta, per lo meno a una mente laica, umanista.

PIATTELLI PALMARINI: Mistero come problema enorme sì, ma mistero con la M maiuscola no, quello è un altro mestiere. Credo sia onesto dire che è il complesso di fenomeni più grande della scienza debba affrontare, più della fisica e della chimica. La modestia si impone.

FERRARA: Si è parlato, e mi rivolgo a monsignor Facchini, del fatto che aleggia nella chiesa un certo “darwinismo ecclesiale”. Su Avvenire lei ha scritto una recensione prudente del libro. La chiesa per paura di ripetere il caso Galileo e dopo l’apertura di Giovanni Paolo II secondo cui l’evoluzione “non è una mera ipotesi”, tende ad abbracciare sempre di più il darwinismo. C’è stato anche un bel convegno di monsignor Ravasi alla Gregoriana. Ora arriva un libro che destabilizza il quadro. Cosa dice monsignor Facchini?

FIORENZO FACCHINI: Credo che le osservazioni di Piattelli e Fodor siano attinenti agli aspetti scientifici, a me piace che il dibattito si sviluppi sui meccanismi dell’evoluzione, perché non sono così chiari come alcuni vorrebbero ritenere. Il paradigma evolutivo viene ormai esteso a tutto. Ritengo che la selezione funzioni a livello microevolutivo, dubbia è invece la sua estensione a largo raggio. Penso che ci sia una complessità generata nell’evoluzione e che questa richieda la contemplazione di vincoli a livello genetico. E’ onesto porre il problema. Distinguerei fra l’evoluzione e il darwinismo, che è una spiegazione dell’evoluzione, c’è la distinzione fra evoluzione come fenomeno biologico e l’estensione darwinista della teoria in modo totalizzante. Una visione che esonera l’uomo e la vita da qualunque riferimento a Dio. E’ una posizione filosofica, non scientifica.

FERRARA: Volevo rilevare che la bellezza del libro è che gli autori attraversano i confini, chiedono una ricerca interdisciplinare, non partono da basi biologiche, gli autori non sono due biologi di professione. Partono dalla mente, dai meccanismi della conoscenza, c’è una istanza di riflessione generale che a mio avviso Ravasi, che dirige l’intellighenzia cattolica, così come l’Osservatore Romano dovrebbero prendere in mano. Sentiamo Giorello, che è di nessuna chiesa e autorizzato a contestare questo schema.

GIULIO GIORELLO: Lei Ferrara ha colto bene un aspetto del libro con la citazione sulla machina senza deus. Una spiegazione scientifica di un fenomeno può fare acqua. Ma cosa ci mettiamo al posto? Non è detto che dobbiamo invocare l’intervento di Dio. Prendiamo la teoria delle maree di Galileo, che lui riteneva essere la prova del movimento della terra e invece non lo era; all’epoca fu da alcuni respinta dicendo “Dio avrebbe potuto decidere altrimenti”. Poi una alternativa scientifica fu trovata con la teoria delle maree legata all’attrazione lunare. E’ passato del tempo, ma ci si è arrivati. Il naturalismo è parte della conoscenza scientifica che fa sì che da Copernico a Darwin le loro teorie siano larghi territori di incontro di idee e metodi. Alcune delle ipotesi che Piattelli e Fodor, in particolare i vincoli interni, meccanismi di autoregolamentazione della materia, hanno argomenti molto dignitosi, corroborati da testi che vanno da Goethe a D’Arcy Wentworth Thompson. Quello a cui gli autori aspirano è una soluzione ancora più materialista. Il cardinale Schönborn dovrebbe cercare altrove polemiche a favore del disegno intelligente.

FERRARA: Giorello, il problema non è di ridurre o meno i margini dell’esistenza di un creatore. Il punto è un altro: fino a che punto la scienza può dirsi padrona del mistero della natura e della vita? Con il darwinismo si è detto che era padrona, abbiamo una vulgata scolastica, abbiamo una ideologia, perfino gli articoli di Eugenio Scalfari sembrano fatti per questo: “Siamo una particella della natura”.

GIORELLO: Darwin non ha mai preteso di aver spiegato il mistero della vita. Ha spiegato due cose: l’evoluzione delle specie, la parte del darwinismo che Fodor e Piattelli riconoscono funzionante, e il meccanismo adattazionista, che invece mettono in discussione. E secondo me in modo efficace.

SAVERIO FORESTIERO: Voglio sottolineare un aspetto personale. Incontrai il professor Piattelli Palmarini nel 1982 a Firenze, quando grazie al suo interessamento ci furono cinque giorni in cui Richard Lewontin e Stephen Jay Gould tennero una serie di conferenze davvero molto interessanti. Quelle conferenze aprirono la mia mente su una visione critica che oggi, va detto, spesso manca nelle nostre università. Perciò ho sempre pensato a Piattelli Palmarini come a una persona di larghe vedute e con uno stile alto. Quando ho letto il libro sono però rimasto colpito da una serie di questioni e di errori. Il libro è denso, concettualmente, e di piacevole lettura. Il contenuto è però discutibile. Gli accostamenti e le deduzioni mi hanno convinto assai poco nonostante la scrittura accattivante. Faccio una sola osservazione. All’epoca della teoria sintetica dell’evoluzione, l’embriologia, la parte della biologia che allora si occupava dello sviluppo, era ancora molto descrittiva. Da oltre un trentennio ha svolto un lavoro immenso attirando l’attenzione di tutti i biologi sull’importanza dei vincoli interni nell’evoluzione. Attenzione a mio avviso meritata, ma che prima non poteva esserci perché mancavano i dati sperimentali. Oggi l’evoluzionismo sta accogliendo una serie di risultati che provengono dalla biologia dello sviluppo.

FERRARA: C’è stata tensione, è un libro di Feltrinelli scritto da due accademici internazionali che si definiscono atei, che vogliono essere umanisti laici, che stanno dentro il naturalismo, che pensano che le spiegazioni debbano essere meccaniciste. Ma allora perché, mi riferisco a una recensione apparsa sul Sole 24 Ore e a tanti altri scampoli di intolleranza psicologica e di notazioni polemiche personali, come mai toccare, anche in modo non teologico o metafisico, la verità fondamentale di Darwin, ancora oggi, in un mondo “evoluto” concettualmente e intellettualmente, scatena intolleranze?

PIATTELLI PALMARINI: Perché Darwin è una bandiera del razionalismo scientifico, e credo a torto. Non ci hanno sorpreso queste reazioni. Sono fenomeni complessi, magari fra un secolo ci sarà un’altra teoria unificante, ma noi non pretendiamo di averla.

FERRARA: Non dovremmo tirare le conseguenze anche sul piano dell’educazione? Se le cose che sono dette nel libro fossero vere, anche solo per il trenta per cento, non si dovrebbe smettere di insegnare nelle scuole che la selezione naturale è la chiave che spiega l’evoluzione? Lo chiedo a Giorello, che è di nessuna chiesa, mentre io sono di nessuna scuola.

GIORELLO: Il titolo dell’edizione italiana del libro, “Gli errori di Darwin”, è fuorviante e rischia di diventare una bandierina. Non credo che esista una chiesa darwiniana, esistono darwiniani che si ritengono più darwiniani di altri. Una teoria presenta falle, punti non chiariti, la si insegni dove funziona e si presentino alternative ragionevoli se ce ne sono. Non possiamo buttare via tutto. Allora avremmo bruciato Galileo, Newton perché poi è arrivato Einstein.

FERRARA: Io non propongo di bruciare nessuno. Chiedo di non creare piedistalli poco laici e poco umanistici su cui inalberare bandiere scientifiche che invece sono ideologiche.

GIORELLO: C’è una certa ideologia neodarwiniana, questo è vero. Non si tratta di togliere Darwin dalle scuole, sono idee fertili anche perché sono all’origine di critiche interessanti come quelle di Piattelli.

FERRARA: Lei Giorello parla in modo molto civile e corretto, ma tende a fare understatement, dice “in fondo è una discussione scientifica fra persone che si stimano”. Io sottolineo un altro problema, questo libro travolge un paradigma, non un dettaglio. Nell’“Origine delle specie” di Darwin non si parla mai di evoluzione, mentre la selezione naturale c’è sei volte per pagina.

GIORELLO: Quando Darwin presentò la selezione sessuale delle specie, fu attaccato dagli adattazionisti più duri alla Wallace. La prima vittima dell’adattazionismo duro, della teoria della “sopravvivenza del più adatto”, è stato proprio Darwin. E lo riconoscono anche Piattelli e Fodor. Il meccanismo evolutivo è complesso ed è sbagliato risolverlo in modo unilaterale. Noi darwiniani diciamo che è necessario tenere conto della selezione naturale e che non è l’unico meccanismo. Lo stesso Cavalli Sforza su Repubblica ha fatto notare che è importante tenere conto della spiegazione per selezione, ma non ha detto che è l’unica. Piattelli riconosce che siamo a una spiegazione a molti livelli. Il titolo del libro è però fuorviante e rifornisce di illusioni forme di rifiuto del darwinismo.

FERRARA: Narrazioni storiche e leggi, anche questa è una questione fondamentale. Darwin rende conto della realtà ma non stabilisce concatenazioni che siano nomos della natura.

PIATTELLI: E’ vero che la selezione non è l’unico meccanismo, ma in questi anni c’è stato un consenso per cui è stato quello principale ed è questo che noi critichiamo. Nessuno ha preteso che fosse l’unico. Noi insistiamo che non è che ogni spiegazione adattamentista sia ipso facto sbagliata, ma è un fatto fra molti che viene applicato in modo diverso da specie a specie. Questa componente, fra le altre, è diversa di caso in caso.

FERRARA: Il pensiero storico individualizza, giudica per casi, mentre il pensiero scientifico universalizza, procede per leggi.

PIATTELLI: Una storia naturale è anche fatta di questo. Ma non è l’applicazione di una legge.

FERRARA: Monsignor Facchini, secondo lei non andrebbe rivisto l’insegnamento di Darwin nelle scuole in senso più critico? In questo libro si riassumono, nella forma della rottura, una serie di progressi della ricerca che hanno superato il dogma della selezione naturale. Voi uomini di chiesa non dovreste gioire che si rimetta tutto in discussione? Il Papa regnante ha detto una cosa bellissima: “L’istante dell’umanazione non può essere fissato dalla paleontologia: l’umanazione è l’insorgenza dello spirito, che non si può dissotterrare con la vanga”. Lei che è paleontologo: che facciamo con la vanga, lo spirito e gli errori di Darwin?
FACCHINI: Sulle scuole dovrebbe esserci una visione meno semplicistica e meno dogmatica rispetto all’onda del neodarwinismo. Serve un’impostazione più critica. Sui meccanismi dell’evoluzione c’è tutto lo spazio per la ricerca, la natura è da scoprire nel suo funzionamento che ha una sua razionalità. E’ aperto il discorso sulle cause efficienti. Però occorre riconoscere delle domande che non possono essere liquidate, il libro quasi esclude queste domande. Bisogna far capire che ci sono domande di altro tipo, compresa la domanda sull’umanizzazione che avviene quando l’ominide ha preso coscienza di sé.

FERRARA: Nel libro corre un concetto decisivo: la selezione naturale nasce anche da un assioma positivista. L’assioma dice questo: è vietata la postulazione di elementi inosservabili. E’ evidente che filosofi e scienziati cognitivisti invece sugli inosservabili devono lavorare molto perché senza non si va da nessuna parte.

PIATTELLI: Jean Perrin, premio Nobel negli anni Venti, disse che “il lavoro della scienza è sostituire dei visibili complessi con degli invisibli semplici”. In effetti, il comportamentismo escludeva delle cause interne perché diceva che sono inosservabili. Non voglio fare della neuroidolatria, ma ci sono mezzi per vedere fenomeni mentali. Nel libro non parliamo di evoluzione degli esseri umani, ma dico che dalla scienza vengono suggerimenti tra loro opposti, apparteniamo al mondo animale ma siamo anche diversi, la scienza non ci esime dal fare una scelta. La nostra cultura ce lo ricorda, la biologia non deve darci una soluzione.

FORESTIERO: La scienza non produce enunciati relativi alle domande sul senso; produce conoscenze sulla realtà. Le teorie scientifiche mi pare siano intrinsecamente avaloriali. Credo che la conoscenza scientifica debba rimanere separata dalla metafisica. Il cammino della scienza ha prodotto la migliore conoscenza della natura.

FERRARA: Vi racconto un fatterello per alleggerire le cose. Quindici anni fa ebbi una insorgenza diabetica grave, andai in America dove un medico che curava anche Oprah Winfrey decise di farmi fare un optifast, un digiuno controllato. Per integrare il digiuno mi mandò da un suo collega comportamentista, al quale sganciai cinquecento dollari. Questo medico mi fece sedere, mi chiese cosa mi piaceva mangiare. Io dissi la pizza, il pane, i fritti. Allora tirò fuori da un cassetto un registratore, cominciò a registrare: “Giuliano, no more pizza, no more bread, no more fried food”. E fece l’elenco delle cose che mi piacevano. Chiuse la registrazione e mi disse: “Nell’ambito del digiuno è opportuno che cinque sei volte al giorno lei ascolti questa registrazione”. E questo sarebbe stato un tentativo di condizionamento operante comportamentista. Poi dice che uno si butta con i preti.

PIATTELLI: Noam Chomsky, il grande critico del comportamentismo, ha una nipotina che soffriva di anoressia grave, fu ricoverata in un istituto skinneriano. Chomsky mi disse che aveva funzionato, era come una prigione, ma una prigione utile.

FERRARA: Con me non ha funzionato, e mangio ancora fritti.

PIATTELLI: Un amico cattolico mi ha detto, “guarda che il cuore della questione è la salvezza”. Io gli ho risposto, “tu ci credi, io no, ma la scienza non ha nulla a che fare con la salvezza”.

FERRARA: La fitness, cioè la salute di un organismo, è concetto diverso dalla salvezza di un’anima.

PIATTELLI: Al povero Jerry Fodor, coautore del libro, hanno tolto la parola per aver scritto questo libro. Dice che vuole trasferirsi in un convento. Ma teme di trovare delle suore darwiniane.

© Copyright Il Foglio 1 maggio 2010

Il darwinismo è un credo che non tollera obiettori di coscienza o eretici

Le polemiche sul libro “Gli errori di Darwin”
di Giuseppe Sermonti
Tratto da Il Foglio del 7 aprile 2010

Si è appena concluso l’anno della celebrazione della “Origine delle Specie” di Darwin che la polemica sull’evoluzionismo si riaccende. L’occasione è un libro apparso in America e in pubblicazione nella versione italiana da Feltrinelli con il titolo “Gli errori di Darwin”: autori Jerry Fodor e Massimo Piattelli-Palmarini. Non ho letto il libro, ma alcune interviste e commenti apparsi sulla stampa italiana, che mi sono bastati per farmene un’idea. I due autori si collegano al filone che privilegia le leggi interne dello sviluppo rispetto alle pressioni ambientali, affermando l’importanza delle “leggi della forma” e della “auto-organizzazione”, rispetto alla lotta per la vita e alla selezione naturale. La loro linea di pensiero ha illustri precursori: basti citare Schiaparelli, Driesch, D’Arcy Thompson, Waddington, Thom, Portmann, Goodwin, Lima- de-Faria e gli strutturalisti del gruppo di Osaka. Ma, ancora una volta, il confronto non avrà luogo.

Il darwinismo è un credo che non tollera eretici. Obiettare al darwinismo è specialmente difficile non per carenza di argomenti, ma per l’eccesso di obiezioni che esso solleva in tutti i campi della nostra cultura. Ogni obiezione, ma anche ogni correzione, è immediatamente screditata come fosse un virus che minaccia di contagiare l’intero organismo. Ha scritto W. H. Thompson (1956), nell’introduzione a una riedizione dell’“Origine delle Specie”: “Questa situazione, dove uomini si riuniscono alla difesa di una dottrina che non sono capaci di definire scientificamente, e ancor meno di dimostrare con rigore scientifico, tentando di mantenere il suo credito con il pubblico attraverso la soppressione della critica e l’eliminazione delle difficoltà, è anormale e indesiderabile nella scienza”. Fu lo stesso autore a osservare che “il successo del darwinismo fu accompagnato da un declino nell’integrità scientifica. ”. E’ questo che ci preoccupa, più che un (auspicabile) confronto tra posizioni. Da parte darwinista il confronto non è tollerabile. Gli obiettori a Darwin sono subito accusati di creazionismo, di fissismo o di complottismo. E così, in nome della intangibilità della selezione naturale, dobbiamo accettare queste affermazioni darwiniane: “Tra tutti gli uomini ci deve essere lotta aperta…”, e “Tra qualche tempo a venire, non molto lontano se misurato nei secoli, è quasi certo che le razze umane più civili stermineranno e si sostituiranno in tutto il mondo a quelle selvagge…”. Queste parole sono terribili perché non sono una previsione, ma un auspicio. E dovremo lasciar cadere anche l’osservazione di Einstein: “La teoria di Darwin sulla lotta per l’esistenza e sulla selezione è stata da molti assunta come autorizzazione a incoraggiare lo spirito di competizione… Dovunque, nella vita economica e in quella politica, il principio guida è quello della lotta spietata per il successo a danno dei propri simili”.

L’onnipotenza della selezione naturale non ha ceduto neppure di fronte alle critiche di alcuni insospettabili evoluzionisti. “La selezione naturale dichiara che gli individui più adatti (definiti come quelli che lasciano più discendenti) lasceranno più discendenti”. (C. H. Waddington). O ancora: “Benché la teoria di Lamarck non soltanto è confutabile, ma è stata effettivamente confutata (…), non è affatto chiaro che cosa potremmo considerare come possibile confutazione della teoria della selezione naturale”. (K. R. Popper). O, da parte di un quotatissimo genetista: “Il programma adattazionista fa dell’adattamento un postulato metafisico, non soltanto impossibile da confutare, ma necessariamente confermato da ogni osservazione (Lewontin)”.

All’evoluzione per forze esterne il libro di Fodor e Piattelli-Palmarini oppone una teoria alternativa, secondo la quale le forme organiche sarebbero generate dall’interno – per esempio per l’effetto di vincoli fisico-chimici, di limiti dettati dalle reti genetiche, di filtri alla variazione. La cosa non è piaciuta all’establishment americano che non accetta l’idea che il darwinismo sia in discussione. Al più le leggi della forma avanzate dai due autori possono essere adottate come “espansioni” del darwinismo, rimanendo sovrano il ruolo della selezione naturale, che non può accettare la parte di attrice non protagonista. Eliminata l’antagonista formale, la teoria esclusivista della sopraffazione, della sopravvivenza del più forte, del “might is right” (la potenza ha ragione) rischia di condurci verso un mondo privo di bellezza, di mistero e di Dio. E poco ci rassicura la notizia che i fisici del Cern siano arrivati, con una spesa di sei miliardi di dollari, l’impegno di seimila ricercatori e l’impiego del superaccelleratore Large Hadron Collider (Lhc), a un passo dal Big Bang e abbiano proclamato di essere vicini a catturare “la particella di Dio”. Suggerirei di assegnare loro il premio Nobel in anticipo, prima che con l’ultima collisione subatomica abbiano trasformato la Terra in un buco nero. Sarà stato forse spiacevole, ma certamente, esprimendo il massimo della potenza, avranno avuto una incontestabile ragione.