Darwin e la Bibbia E Ratzinger rispose

Nel 1985 l’allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede Joseph Ratzinger tenne 6 lezioni alla Fondazione Sankt Georgen in Carinzia, 4 delle quali dedicate al tema della creazione tra Bibbia e scienza. Quei testi finora inediti in italiano vengono oggi raccolti (insieme a un altro scritto del Papa sulla comprensione della fede nella creazione, già pubblicato nel 1969) nel volume «Progetto di Dio. La creazione» per la Marcianum Press (pp. 208, euro 19). Proponiamo in questa pagina stralci dell’introduzione di Giuseppe Tanzella-Nitti, docente di Teologia fondamentale alla Pontificia università Santa Croce.

In merito al confronto fra teolo­gia della creazione e pensiero scientifico, le pagine delle lezio­ni tenute in Carinzia nel 1986 tra­smettono alcune intuizioni, o co­munque contengono alcune linee­guida su come Joseph Ratzinger sembra volersi accostare a questa delicata tematica. Esaminiamole brevemente. Un primo elemento è l’intento dell’autore, comune anche ad altri suoi scritti, di proporre una pro­spettiva unitaria della Sacra Scrit­tura, proponendo al contempo u­na visione dinamica della sua sto­ria redazionale, riflesso del pro­gresso dell’esperienza religiosa di Israele. La verità di un testo non va cercata solo ricostruendo il più precisamente possibile le sue origi­ni storico-filologiche, muovendosi all’indietro, ma bisogna anche guardare avanti: la verità del testo è nel suo compimento, in Cristo, in accordo con quanto l’esegesi patri­stica aveva suggerito. Un secondo elemento che caratte­rizza la teologia biblica di Ratzin­ger in relazione alla rivelazione delle verità sulla creazione è sotto­lineare il valore positivo di tutto ciò che accomuna, nelle stesse pagine della Scrittura, l’esperienza religio­sa di Israele con l’esperienza au­tenticamente religiosa vissuta dagli altri popoli. Se le differenze specifi­che parlano del modo in cui la Pa­rola di Jahvé si erge sul mito, quan­do quest’ultimo viene inteso come ‘favola’, le comunanze, altrettanto importanti, parlano invece della ri­velazione e del compimento del mito, quando questo viene inteso come un contenuto veritativo ar­caico dalle forti basi antro­pologiche. Tale impostazio­ne conduce Ratzinger a prendere le distanze da Karl Barth. L a correzione di rotta è, in proposito, esplicita: «Sono cresciuto teolo­gicamente nell’era di Karl Barth – egli afferma ricor­dando i suoi anni universitari – ed anche i miei insegnanti erano tutti profondamente segnati da lui, in modo tale che la distinzione di ciò che è cristiano, il differire dalle al­tre culture e religioni era come la prima parola del nostro pensiero teologico. Ora, quanto più vado a­vanti con la teologia, tanto più mi si fa chiaro, nell’esperienza e nella conoscenza, che egli aveva torto. La cognizione dell’unità delle cul­ture nelle più profonde questioni dell’esistenza umana è una cosa assolutamente decisiva, perché le culture comunicano e dunque re­stano aperte anche su quel tema [il creato], per l’appunto, decisivo». Un terzo aspetto di estremo inte­resse è l’insistenza con cui il già ar­civescovo di Monaco e Frisinga vuole evitare una separazione net­ta fra lettura spirituale e lettura scientifica del mondo creato. Egli non ritiene corretta l’idea che la verità della Scrittura si difenda me­glio relegando il discorso biblico in un ambito spirituale, vale a dire privandolo della sua capacità di formulare giudizi sulle verità natu­rali, dimenticando così che la Paro­la di Dio getta luce anche sul modo di guardare la natura, di conoscerla e di comprenderne l’intima intelli­gibilità. Chiaro l’intento di Ratzin­ger di proporre una dottrina della creazione capace di mantenere la duplice prospettiva di una creatio ex nihilo e di una creatio ex amore, tenendo così insieme il versante metafisico e quello esistenziale, il fondamento ontologico e il Dio personale, la Dei Filius e la Gau­dium et spes . Ambedue gli approcci sono oggi necessari e dimenticare anche uno solo dei due farebbe perdere un contenuto essenziale. Il fondamento ontologico è indi­spensabile al dialogo con le scienze naturali ed è in grado di raccordar­si con le aperture dell’analisi empi­rica verso l’esistenza di un fonda­mento dell’essere e l’intelligibilità di tutte le cose. All’epoca in cui Ratzinger teneva le sue meditazio­ni in Carinzia, era ancora viva l’eco suscitata dal libro di Jacques Mo­nod Il caso e la necessità (1970), pubblicato 15 anni prima. C on l’opera del biologo fran­cese egli entra spesso in dia­logo ideale, rileggendo l’al­ternativa monodiana fra caso e ne­cessità in termini di un’alternativa fra gratuità della contingenza e ne­cessità delle leggi di natura, propo­nendo di collegare la prima all’in­tenzionalità dell’amore che si erge sui fenomeni empirici o comun­que conoscibili solo empiricamen­te. Ratzinger accoglie e valorizza le differenze esistenti fra un organi­smo e una macchina elencate da Monod e attribuisce la specificità del primo a un supplemento di informazione che esso contiene e trasmette, di cui non teme di se­gnalare la risonanza platonica, se­condo una forma che l’organismo è in grado di riprodurre. Riveste senza dubbio interesse il modo con cui il teologo tedesco affronta la questione dei meccanismi darwiniani dell’evoluzione biologi­ca, che al sottolineare l’aleatorietà delle mutazioni genetiche sembre­rebbero mettere in crisi la visione, in maggior sintonia con la fede, di una vita che ascende in modo ordi­nato e finalistico da forme inferiori e sem­plici ver­so forme superiori e sempre più organizzate, fino all’uomo. Come potrebbero degli errori casuali nella trascrizio­ne del patrimonio genetico essere alla base del meccanismo evoluti­vo della vita, divenendo così inte­ramente responsabili della specifi­cità dell’essere umano, di quella medesima creatura che la fede cri­stiana confessa essere a immagine e somiglianza di Dio? Ratzinger è consapevole della sfida che i mec­canismi darwiniani sembrano por­re alla fede: «Siamo un prodotto di errori casuali accumulati. Anche questa, credo, è una diagnosi mol­to profonda e un’immagine del­l’uomo ». La contro-risposta che e­gli fornisce è prudente, ed in certo modo interlocutoria. Si lascia alla scienza il compito di fare il suo cor­so, di esaminare se non esistano al­tri fattori, altrettanto importanti, nell’evoluzione biologica, fattori (che oggi sappiamo operativi) che favoriscano piuttosto la stabilità delle proprietà della natura, delle regole alle quali la stessa evoluzio­ne debba in definitiva conformarsi, il suo ‘platonismo’ se ci si consen­te l’espressione… La fede sembra dirci, osserva Ratzinger, che tali fattori deb­bano esistere; tuttavia, egli non precisa a quale livello cercarli, ma si limita ad indicare che se gli elementi che privilegerebbero la stabilità dell’informazione o il suo ordinato dispiegarsi venissero ne­gati sul piano empirico, essi emer­gerebbero prima o poi sul piano delle descrizioni globali e globaliz­zanti, come dimostra il fatto che nelle descrizioni dei biologi la Na­tura venga spesso impersonificata, indicando in essa un ‘soggetto’ a­stratto capace di unificare in modo fittizio (e dunque surrettiziamente progettuale) l’intero processo evo­lutivo. È questo genere di ‘sostitu­zioni’ che, secondo Ratzinger, non dovrebbero essere accettate, la­sciando invece che le categorie spi­rituali siano riconosciute come tali, e dunque impiegate per esprimere lo spirito, non la materia. Di fronte a questo stato di cose, ed indipen­dentemente dal modo in cui com­porre l’apparente alternativa, egli ribadisce la convinzione ferma, as­sunta dalla fede nella Rivelazione, che l’essere dell’essere umano (val­ga la ridondanza) è il risultato di un progetto di Dio e non una som­ma di errori di trascrizione. Porre la casualità a livello ontologico equi­varrebbe ad elevare il darwinismo a rango di filosofia globale, ed è questa prospettiva, non l’aleato­rietà degli errori di trascrizione nel Dna, a non essere più compatibile con il messaggio della Rivelazione.

Giuseppe Tanzella-Nitti da Avvenire

Evoluzionismo: quando il darwinismo entra nelle redazioni cattoliche…

di Mauro Faverzani
Tratto dal sito dell’agenzia Corrispondenza Romana

Darwin non si tocca! Chi lo fa, rischia il linciaggio mediatico.

Non per mano dei soliti atei razionalisti o gnostici scientisti. No, si tratta del solito “fuoco amico”, un quotidiano cattolico, “Il Cittadino” di Lodi. Che ha dedicato addirittura due articoli ad una conferenza dal titolo Evoluzionismo. Il tramonto di un’ipotesi, promossa lo scorso 11 marzo a Montanaso dall’associazione “AttivaMente” con relatore il prof. Roberto de Mattei, introdotto dal prof. Mario Palmaro.

Due personalità, entrambe con curriculum accademico, che parla da solo. Ma “Il Cittadino” ha fatto opinione più che cronaca: falsando le regole, ha emesso sentenze anziché fatti. Oltre tutto, denigrando faziosamente lo stesso de Mattei, proponendone un profilo disgustosamente a senso unico, tutto in negativo, senza nulla riconoscergli.

Ciò che ha – giustamente – sdegnato Palmaro, il quale in una successiva lettera al giornale ha definito la pagina dedicata all’argomento «vergognosa», gonfia «di astio personale», «giornalisticamente un disastro» ed ha parlato di vero e proprio «killeraggio intellettuale» nei riguardi del relatore. Ancora: dopo aver deprecato che «argomenti così importanti» vengano affidati «a redattori accesi da un furore ideologico degno di miglior causa», Palmaro ha offerto cavallerescamente una via di fuga all’autrice dell’articolo, ipotizzando che potesse non esser presente in sala. Capita. Ed anche al “Cittadino” ha proposto un’uscita onorevole, parlando di «infortunio».

Ma il caposervizio del settore “Cultura & Spettacoli” ha preferito risponder piccato, peggiorando la situazione. E mostrando così anche ignoranza dei fatti. Sostenendo, ad esempio, come la «quasi totalità della comunità scientifica» e – udite, udite – «anche la Chiesa» giudichi «quanto meno discutibili le opinioni del professor de Mattei in materia di evoluzionismo». Falso. Mai son giunte scomuniche ed anatemi, né dall’una, né dall’altra. Inoltre, lo stesso Giovanni Paolo II, citato curiosamente dal giornale quale “detrattore”, ha in più occasioni invece affermato le stesse cose del relatore.

Gli è che i documenti bisogna leggerli integralmente, senza limitarsi alle sintesi dei giornali. Così il fatto che Giovanni Paolo II, nel 2006, parlando alla Pontificia Accademia delle Scienze, dicesse di «non considerare più la teoria dell’evoluzione una mera ipotesi» non significa affatto che la ritenesse una certezza, tutt’altro: la definì anzi «una teoria distinta dai risultati dell’osservazione». Ricordando come, quando una teoria non venga dimostrata dai fatti, debba «essere ripensata». Ancora scrisse: «Le teorie dell’evoluzione che considerano lo spirito come emergente dalle forze della materia viva o come un semplice epifenomeno di questa materia, sono incompatibili con la verità dell’uomo. Esse sono inoltre incapaci di fondare la dignità della persona». Firmato, Giovanni Paolo II. Il che concorda pienamente con quanto sostenuto alla conferenza dal prof. de Mattei.

Non solo: il Beato Wojtyla ha evidenziato anche come il giudizio in merito all’evoluzionismo sia «di competenza propria della filosofia e della teologia», riconoscendo quindi allo stesso de Mattei non solo il diritto ed il dovere, ma anche la competenza accademica per poter intervenire in merito, a dispetto di quanto polemicamente – ma infondatamente – scritto dal “Cittadino”.

Nietzsche ne La Gaia Scienza sostenne addirittura come Darwin non possa esistere senza Hegel. Mentre Marx inviò allo studioso britannico una copia del suo Capitale, ritenendolo la sua Origine delle Specie perfettamente in linea con la sua ideologia. Secondo il sociologo Rodney Stark, inoltre, il darwinismo dette un contributo prezioso nella promozione del materialismo ateo. E l’allora Card. Ratzinger, nel 1999, alla Sorbona definì «un fatto che la teoria dell’evoluzione tenta anche di rifondare l’ethos», offrendo «ben poche consolazioni». Esattamente quanto sostenuto da de Mattei.

Su “Avvenire” del 13 novembre 2007 si cita Benedetto XVI, che definì «in gran parte non dimostrabile sperimentalmente» la teoria dell’evoluzione, «perché non possiamo introdurre in laboratorio 10 mila generazioni». Il che significa vuoti e lacune rilevanti di “verificabilità-falsificabilità a causa dell’enorme spazio temporale cui la teoria si riferisce”. Concetto ribadito anche da Pontefice alla Veglia pasquale del 2011, con chiarezza magistrale: «L’uomo – disse Benedetto XVI – non è il prodotto casuale dell’evoluzione, ma dell’Amore creatore e redentore di Dio, che dà senso alla vita».

Il quotidiano di Lodi pare però poco informato anche circa l’acceso dibattito, impensabile fino a qualche anno fa, scoppiato nella stessa comunità scientifica, sempre meno concorde sulla teoria evoluzionistica: al convegno promosso in merito dal Cnr nel 2009, tanto deprecato da “Il Cittadino”, han partecipato scienziati ed accademici quali il prof. Guy Berthault, paleontologo; due fisici accademici, il prof. Jean de Pontcharra e il prof. Josef Holzschuh; il prof. Maciej Giertych, genetista; il prof. Hugh Miller, chimico.

Dai loro interventi emerse con chiarezza come l’evoluzionismo sia «incapace di rispondere ad alcune questioni basilari» quali «l’origine della vita e il mistero dell’esistenza umana», fondandosi su «postulati scientifici inverificabili», imposti come «dogma». Ancora: un darwinista doc come Stephen J. Gould ne ha evidenziato un imbarazzante punto debole, la mancanza di anelli di congiunzione tra le specie. Ad un vertice di autorevoli scienziati, svoltosi nel 2010 a Cap Ferrat, ci si chiese, tra l’altro: se l’evoluzione procede per gradi, dove sono le forme intermedie? I teorici dell’“Intelligent Design” hanno bocciato il concetto di “Caso”, scorgendo in natura l’impronta invece di un “progetto”.

Nella sua forma originaria, dunque, il darwinismo ottocentesco lo si trova ormai solo nelle trasmissioni di Piero Angela e nei documentari della Bbc. Oggi si parla di “libertà di ricerca”, non più di “volontà di potenza”, ma il concetto rimane lo stesso. In realtà, ormai gli scienziati evolutivi tout court, senza se e senza ma, sembrano sempre più chiusi nel loro fortino, “sacerdoti” di una nuova fede, pronta a trattare ogni dissenso come un crimine di pensiero. E spiace che strizzi loro l’occhio proprio un quotidiano cattolico. Il quale orgogliosamente vanta “cronisti competenti e preparati”. Dopo quanto detto, ci permettiamo di dubitarne. Almeno in questo caso. (Mauro Faverzani)

Dio non c’è, o forse sì. Dawkins ha dei dubbi

di Marco Respinti
Tratto da La Bussola Quotidiana

La fede di Richard Dawkins, riporta il Daily Mail, scricchiola, e la sua sicurezza “religiosa” nella non esistenza di Dio vacilla.

Insomma, il suo ateismo granitico – e in più di un caso becero – non è più quello di una volta. Oggi il famoso divulgatore scientifico, amato dai rotocalchi e dalle trasmissioni tivù per lo stile irriverente e sbarazzino nel giurare e spergiurare che le fedi sono tutte una menzogna plurimillenaria, dice di non essere affatto sicuro che Dio non esista. Nemmeno del contrario, certo, ma tant’è che Dawkins l’outing lo ha fatto in pubblico, dibattendo nientemeno che con l’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams, ossia il capo della Chiesa anglicana, e la cosa suona davvero insolita.

Capiamoci. Dawkins è noto in tutto il mondo, e da tempo, con il nomignolo di “rottweiler di Darwin”. Classe 1941, etologo e biologo, dopo essere stato docente all’Università di Oxford con il titolo, pomposetto e molto intenzionale, di “Professore per la comprensione pubblica della scienza”, oggi è docente emerito al New College del medesimo ateneo inglese. La sua carriere è un crescendo di materialismo e di evoluzionismo, coltivati nella ferrea convinzione che Charles Darwin (1809-1882) abbia insegnato al mondo tutto ciò che davvero c’è da sapere della vita sulla Terra, che insomma di Dio non c’è più bisogno perché il naturalista vittoriano lo ha bellamente soppiantato e che tutto quanto Darwin non poté capire allora lo fanno egregiamente i suoi successori e continuatori seguendone ligi i dettami.

Libri come Il gene egoista, del 1976 (trad. it. Mondadori, Milano 1992), e L’orologiaio cieco, del 1986 (Rizzoli, Milano 1989), più i molti documentari di cui Dawkins è artefice e protagonista, hanno fatto più di chiunque altro, nella civiltà dell’immagine, per convincerci che la fede va bene al massimo per le sacrestie, e che però quando si parla di scienza bisogna farsi seri. Politicamente di sinistra (Laburista in gioventù e poi elettore dei Liberali Democratici britannici), Dawkins è uno di quelli che alla bisogna interviene su tutto e che su tutto ha un’ascoltata opinione da proferire. Un Piergiorgio Odifreddi d’Oltremanica, per intenderci.

Grande sostenitore del cosiddetto “Great Ape Project” (“Progetto Grandi Scimmie Antropomorfe”), che mira a ottenere dall’ONU una “Dichiarazione dei Diritti delle Grandi Scimmie” che estenda ai cosiddetti primati i diritti dell’uomo perché in fin dei conti sono affari di famiglia, in un saggio degli anni 1990, Virus della mente – raccolto poi nell’antologia Il cappellano del diavolo (trad. it., Cortina, Milano 2003) -, e ancora nella seconda parte del documentario The Roots of All Evil?, trasmesso da Channel 4 nel gennaio 2006, Dawkins ha quadrato il cerchio della propria filosofia: la fede è una malattia mentale, ed è la causa di ogni male terrestre. Esattamente come per iscritto e ampiamente “documenta” nel best-seller – un centone neoilluminista di cose varie ed eterogenee, messe in fila alla buona per corroborare con una certa goffaggine una tesi risibile -, L’illusione di Dio (trad. it., Mondadori, 2006).

Ora, Dawkins non è affatto nuovo a mezze frasi sibilline che dicono tutte e niente su Dio e dintorni, ma come l’abbia sempre pensata sul punto lo mostrano bene quelle sue plateali discese in campo – ben più, cioè, di qualche centinaio di pagine di cui la maggior parte del pubblico leggerà soprattutto le intesi dei media – quali per esempio l’Atheist Bus Campaign, dell’ottobre 2008. Lanciata dalla giornalista Ariane Sherine, del progressista The Gaurdian, e gestita dalla Bristish Humanist Association, una sorta di UAAR locale (humanist, infatti, in casi così, si traduce rotondamente con “laicista”), la campagna constava di un autobus preso in affitto per girare le strade di Londra con una enorme insegna pubblicitaria sul fianco: «Probabilmente Dio non esiste. Adesso smettila di preoccuparti e goditi la vita». Quel «probabilmente» che compare pure in quello slogan (molti si sono chiesti cosa sarebbe successo se il bus avesse fatto scala a Teheran o a Riad…) è infatti solo l’understatement retorico con cui Dawkins e gente come lui mantengono almeno un po’ di buona educazione, niente altro. Perché frasi come quella consegnata all’intervistatore Thomas A. Bass nel libro Reinventing the Future: Conversations with the World’s Leading Scientists (Addison-Wesley, Boston 1994), e cioè: «Sono un ateo piuttosto militante, nutrito da una buona dose di ostilità aperta vero la religione», lasciano davvero poco spazio all’immaginazione.

I suoi dubbi di oggi non sono dunque una novità. Lo è invece – e se ci si permette una novità grande – il fatto che Dawkins quei dubbi forse di sempre scelga di proferirli a fianco dell’arcivescovo Williams. Un’occasione simile per azzannare l’avversario, insomma, il “rottweiler di Darwin” è la prima volta che se la lascia sfuggire. E questo a Dio – che non ha mai perso la speranza in Dawkins anche se Dawkins l’ha persa da tempo in Lui – per il momento più che bastare interessa.

Il dicastero per la Cultura lancia un documentario sull’origine dell’uomo

Trenta esperti parlano di evoluzione, creazione e fede

ROMA, giovedì, 15 settembre 2011 (ZENIT.org).- Sotto gli auspici del Pontificio Consiglio per la Cultura e come parte del Progetto STOQ (Science, Theology and the Ontological Quest), è stata appena diffusa la versione trilingue – italiana, spagnola e inglese – del DVD “L’Origine dell’Uomo”, distribuito in Italia da Diffusione San Paolo.

Si tratta di una serie di nove documentari relativi all’evoluzione, alla creazione e alla fede, elaborati con la consulenza di docenti della Pontificia Università della Santa Croce e di altre università e che raccolgono opinioni di più di trenta scienziati, tra i quali i Premi Nobel Christian De Duve e Werner Arber. Alcuni di loro sono credenti, cattolici, protestanti o ebrei, altri no.

I documentari, realizzati da Goya Producciones, indagano sullo sviluppo dell’universo dal Big Bang ai primati, agli ominidi e al trionfo dell’homo sapiens, e rispondono a domande quali “Com’è nato l’universo?”, “Siamo nati per caso?”, “C’è stata un’intelligenza che ha guidato l’evoluzione?”.

Il Nobel Christian de Duve afferma che la teoria per la quale il mondo è eterno, inventata da Fred Hoyle, si è dimostrata falsa, e ha avuto ragione il suo maestro Lemaitre scoprendo la teoria del Big Bang, l’esplosione che ha dato origine all’universo.

Il professore belga Michel Ghins crede che la teoria degli “universi molteplici” sia stata ideata per sfuggire all’ipotesi che Dio abbia creato il nostro mondo. Non sarebbe però una scappatoia perché “è immaginabile che Dio Onnipotente creasse questa profusione di universi molteplici”.

Per il docente italiano Evandro Agazzi, il caso non spiega l’esistenza del mondo. Quanti credono di spiegare tutto a partire da qualche scienza positiva cadono in un “atteggiamento riduzionista antiscientifico”.

Il professore di Boston Thomas Glick crede che questi fondamentalisti del materialismo si fabbrichino una specie di religione o metafisica, “ma nessuno confonde questo con la scienza”.

Per il professor Arana, dell’Università di Siviglia, “non c’è mai stata opposizione tra fede e ragione, ma c’è sempre stata opposizione tra due ‘fedi’: la fede scientista, per così dire, e la fede religiosa”.

La Bibbia è dunque compatibile con la scienza? Il Premio Nobel svizzero Werner Arber ha risposto: “Posso leggere nella Genesi, all’inizio dell’Antico Testamento, che il mondo è stato creato in vari periodi, e per me questi vari periodi sono proprio evoluzione”.

Secondo il ricercatore olandese Cees Dekker, “il metodo della scienza di per sé non è cristiano né ateo. Scienza e religione non sono in conflitto, e la scienza in sé si inserisce molto bene nella visione cristiana del mondo”.

La serie “L’Origine dell’Uomo”, ha affermato la produttrice, “mette a nudo un certo sfruttamento ideologico della scienza, e in particolare del darwinismo. Darwin è stato manipolato a favore del razzismo, sia da parte del marxismo che nella Germania nazista e negli Stati Uniti. La Chiesa cattolica, dal canto suo, non ha condannato Darwin. L’evoluzione potrebbe essere avvenuta all’interno della creazione”.

Questa serie audiovisiva, ha aggiunto, espone “l’incosistenza di posizioni atee come quelle di Stephen Hawking o Richard Dawkins da un estremo e quelle dei fondamentalisti biblici e creazionisti dall’altro”.

“Non è scientifico negare il soprannaturale”, ha concluso. “La scienza naturale non capta ciò che ricade al di fuori della sfera materiale”.

Il DVD ha avuto il sostegno della John Templeton Foundation e di altri patrocinatori.

Per ulteriori informazioni, www.goyaproducciones.com.

Critica dell’evoluzionismo (parte – 2^)

di Salvatore Canto dal Blog Mi-Cha-El

Con questo post continuo nella serie di articoli in cui sottopongo ad analisi critica alcune affermazioni della teoria evoluzionistica.

In particolare qui voglio analizzare il problema delle ‘affinità  ( o omologie)’ che soprattutto nei manuali divulgativi viene presentato come una delle prove dell’evoluzione. Sarà capitato infatti a tutti di vedere delle foto di scheletro di un’ala di uccello, di quella un pipistrello, della zampa di un felino, di quella di un capriolo e del braccio di un uomo raffrontate per far vedere come sono simili nella loro struttura costruttiva (affinità nella forma). Per la teoria evolutiva la struttura originaria sarebbe l’arto anteriore di un anfibio primordiale che aveva acquisito l’abbozzo fondamentale e nella successiva evoluzione dei vertebrati nonostante la funzione diversa esso si sarebbe modificato, senza tuttavia ricostruirsi completamente.

Gli evoluzionisti nel trattare le ‘affinità’ si basano su questa argomentazione: si sa per esperienza che alcuni caratteri distintivi sono ereditati e che i figli somigliano ai genitori. In questo caso le affinità dipendono dal fattore ereditario e dalla discendenza. Tale fenomeno è indubbiamente osservabile però il fatto è che lo è solo per le specie che sono incrociabili tra loro, cioè nell’ambito degli stessi ‘tipi base’, mentre gli evoluzionisti la estendono a tipi base diversi (ad esempio scimmia e uomo) il cui legame di discendenza non è più verificabile (1).

Il problema è che una spiegazione alternativa e lo stesso valida è quello che motiva queste affinità ricorrendo semplicemente ai vincoli costruttivi, senza appellarsi all’evoluzione . Le analogie possono derivare dal fatto che determinate strutture devono espletare funzioni simili (2).

Per gli evoluzionisti una ulteriore prova che le affinità nelle diverse specie deriverebbero da un antenato comune sarebbe la ‘sovrabbondanza’, cioè il fatto che alcune di esse sarebbero più accentuate di quanto richiederebbe la loro funzione: ad esempio, la forma delle ossa della talpa che scava è la stessa del cavallo che galoppa o del pipistrello che vola. Questo fatto proverebbe che ‘il modello base’ dello scheletro degli arti una volta acquisito dall’antenato comune non poteva più essere cambiato successivamente per via evolutiva. Queste affinità sarebbero infatti meno evidenti se le relative strutture fossero state costruite per il loro scopo odierno.
Il fatto è però che non è  dimostrato sperimentalmente che le singole strutture (ali di pipistrello, zampe di cavallo, arti della talpa) non siano adatte ad assolvere la loro relativa funzione in modo ottimale e che quindi altre strutture sarebbero più adeguate. Anzi lo studioso Peters (1993) (3) ritiene e spiega perché queste strutture siano ottimali in riferimento alla loro funzione e conclude che le affinità ‘sovrabbondanti’ dello scheletro degli arti dei vertebrati, di per se, non costituiscono nessuna prova a sostegno dell’evoluzione.

D’altronde attribuire all’evoluzione il fatto che alcuni organi non sarebbero perfetti si è dimostrato spesso prematuro e alquanto temerario (come vedremo in un altro futuro post…).

Inoltre non tutte le affinità vengono attribuite, e dagli stessi evoluzionisti, a un’origine comune, essi sono infatti costretti ad ammettere che esistono numerosissime ‘affinità convergenti’ cioè strutture omologhe simili che però si sono formate, in maniera indipendente e molteplice, da strutture di base diverse. Esempi se ne possono portare molti, fra questi l’esistenza del pappo piumoso sia nella ‘Geum’ che nella ‘Pulsatilla’, nonostante le due specie non siano strettamente imparentate. Ciò significa che i due pappi dal punto di vista evoluzionistico dovrebbero essersi formati indipendentemente e la loro affinità non avrebbe quindi niente a che vedere con una origine in comune.

Ecco altri esempi di ‘affinità convergenti’:

– omeotermia degli uccelli e dei mammiferi

– zampe raptatorie dei mantoidei (mantide religiosa) e dei neurotteri (mantispide)

– carena degli uccelli, degli pterosauri e dei pipistrelli

– pneumaticità delle ossa degli pterosauri e degli uccelli

– lingua vischiosa, lunga e estroflettibile usata da alcuni animali per catturare gli insetti. Essa si sarebbe formata ben cinque volte in maniera indipendente  ( nel formichiere, nell’armadillo, nell’oricteropo, nel picchio e nel camaleonte) e siccome c’è sempre bisogno di un ventriglio, una mandibola corrispondentemente  stretta, delle glandole salivari ben sviluppate si tratta di un apparato molto complesso (4).

Ma allora sorge la domanda: come fa un’evoluzione priva di uno scopo preciso (essendo casuale) a ottenere ripetutamente un risultato affine?
Gli evoluzionisti rispondono solitamente a questa domanda dicendo che l’evoluzione è stata fortemente canalizzata da pressioni selettive simili. Ma questa spiegazione è stata confutata con due obiezioni: si tratta di un concetto puramente teorico che per le grosse trasformazioni, cioè per la macroevoluzione, non è stato dimostrato sperimentalmente,  può essere vero solo  per la microevoluzione (5),  e  in molti casi si sono rilevati lo stesso ‘affinità convergenti’ (cioè formatesi in maniera indipendente) pur  mancando ogni tipo di legame con effetti selettivi simili o condizioni ambientali affini.

Possiamo quindi dire che la presenza di numerose ‘affinità convergenti’ è un fenomeno per cui la teoria evolutiva non ha spiegazioni.

Una ulteriore difficoltà nel presentare le affinità come prova dell’evoluzione è che, “nelle diverse specie, organi affini derivano da diverse regioni embrionali: ad esempio l’esofago nelle lamprede deriva dalla parte inferiore della cavità intestinale embrionale, negli squali dalla parte superiore, nelle rane dalla parte superiore e inferiore, nei rettili e uccelli dallo strato più basso del disco germinativo. E c’è di più: anche considerando il livello genetico non si trova affatto una corrispondenza stretta tra strutture affini; in molti casi geni omeobox  ( quelli che presiedono alla costruzione embrionale) omologhi influenzano la formazione di strutture non omologhe.” (6)

“Il fatto che organi affini, vie di sviluppo embrionali e geni spesso non corrispondano, ha causato una crisi del concetto di affinità o omologia, perchè è sempre meno chiaro in base a che cosa si possa vedere nelle affinità degli indicatori di rapporti evolutivi” (7).
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Note

(1) “non è mai stata osservata una catena continua che parta da antenati scimmieschi e porti all’uomo (sui reperti fossili). Il prodursi di affinità tra l’uomo e lo scimpanzé non è quindi una conclusione dovuta alle osservazioni effettuate, ma si applicano piuttosto conclusioni tratte da un settore verificabile (produzione della discendenza all’interno delle specie incrociabili) ad un ambito non verificabile (passaggio da un tipo base ad un altro). Si fa cioè una conclusione per analogia, ossia una deduzione di ciò che è ignoto sulla base di ciò che è noto: dalle relazioni all’interno di una specie, o di un tipo base, si traggono conclusioni che vanno oltre tale confine. (per tali autori questo ragionamento non sempre è lecito infatti dicono ancora..) I dati non permettono di dire con certezza se le affinità che vanno oltre il campo empiricamente sperimentabile rimandino ad una discendenza comune. Solo le affinità osservate attualmente sono provate empiricamente, mentre non lo è la loro origine, dato che il processo che ha determinato l’origine si è svolto nel passato. Dunque le affinità, di per sé, non danno alcuna informazione sulla loro provenienza.” (Junker e Scherer – Evoluzione – un trattato critico – Ed. Gribaudi 2007 – pag 168).

(2) Infatti un arto deve essere una macchina, ad esempio una ‘leva’ e in fisica esistono delle leggi che riguardano le leve e che impongono la forma ad esse (presenza di fulcro, punti di applicazione delle forze …). Cioè se un organo deve essere una ‘leva’ non può che essere costruito nel modo in cui si presenta in natura, sennò sarebbe un’assurdità fisica.

(3) Peters DS -su Praxis d. Naturwiss. Biol. 42, quaderno 8, pp.38-42

(4) Junker e Scherer – Op. cit. pag 172 e seg.

(5) “Le convergenge sono infatti verificabili empiricamente solo nel campo microevolutivo (cioè all’interno dello stessio ‘tipo base’), dove le stesse pressioni selettive possono determinare specializzazioni simili sulla base di una forma originaria polivalente ma non portano mai alla formazione di nuove strutture, neppure parziali“-  (Junker e Scherer – Op. cit. pag 170).
(6) Junker e Scherer – Op. cit. pag 173.

(67 Junker e Scherer – Op. cit. pag 174.

Critica dell’evoluzionismo (parte – 1^)

di Salvatore Canto dal blog Mi-Cha-El

Ultimamente, dopo aver discusso con degli studenti del problema della complessità irriducibile di parecchi organi degli esseri viventi (1), complessità che rappresenta un grosso punto critico per le teorie evoluzioniste, uno dei miei ascoltatori mi ha chiesto: ‘ma allora lei come pensa che siano spuntate sulla terra le diverse specie di animali e piante?’ La mia risposta è stata: ‘Come creatore della molteplice varietà degli esseri viventi, per una questione di ragione prima ancora che di fede, io tra Dio Caso e Dio Persona scelgo senza esitazione  il Dio Persona ‘ (2).


Infatti una cosa bisogna mettere in chiaro. Chi dice che i presupposti delle teorie evoluzioniste siano scienza, intendendo per ‘scienza’ qualcosa di assodato, ragionevole e provato, si sbaglia (3). Molte affermazioni delle teorie evoluzioniste mancano infatti di verifica sperimentale e a mio avviso sono anche poco ragionevoli. Ad esempio, uno dei presupposti delle ipotesi evoluzionistiche è che ogni specie vivente sia derivata, in quanto dotata di nuovi organi e funzioni, da un’altra un po’ meno complessa con un processo di ‘evoluzione’, e questo ‘a causa’ di variazioni genetiche casuali ‘fortunate’ avvenute inaspettatamente nel corso di  lunghissimi lassi di tempo (milioni e miliardi di anni).

Il problema è però che anche l’organismo vitale più ‘semplice’  e ‘primitivo’  era di una complessità irriducibile (cioè non ulteriormente semplificabile) meravigliosa e che molte specie, scomparse milioni di anni fa, erano perfettamente ‘funzionanti’ e ‘complete’ non avendo nulla da invidiare ad altre che sono spuntate molto tempo dopo e all’improvviso (4). Questo fatto quindi rappresenta un fattore di crisi perle teorie evoluzioniste: infatti pare che non ci sia assolutamente traccia di trasformazioni da una specie ad un’altra (il problema degli anelli mancanti è infatti molto imbarazzante), e anzi alcune specie scomparivano all’improvviso e dopo un certo tempo, sempre all’improvviso, ne comparivano di altre totalmente diverse. Se si fosse trattato di evoluzione, questa sarebbe stata ben strana in quanto non continua ma discontinua…

Certo  sono state fatte ulteriori ipotesi da parte degli evoluzionisti sul perché non si osserverebbero esseri ‘ibridi,’ e  avremo modo di analizzare queste ipotesi in futuro, ma a me paiono ben poco convincenti.

Inoltre il fatto che la vita sia spuntata sulla Terra precocemente, quasi subito dopo che si sono generate le condizioni adatte per la sua sussistenza , mette in crisi anche il presupposto ‘temporale’ accoppiato al ‘caso’ (5). Per superare questa difficoltà  si sono inventati  il processo di panspermia, cioè quello della vita che sarebbe arrivata dallo spazio con le meteoriti, spostando con ciò però il problema di dover spiegare la sua nascita in qualche altre parte dell’Universo.

E comunque, ripeto, anche con miliardi di anni a disposizione, il supporre che per caso si siano assemblati dei pezzi non vitali tali da costruire un primo essere vivente è a mio avviso contrario alla ragione perché in questo discorso, per ignoranza o mala fede, o forse solo per un motivo ideologico, si trascura il fatto che, ripeto, anche l’organismo vitale più semplice che si conosca è di una complessità sbalorditiva (6), e la probabilità che il caso sia riuscito a costruire ( e più volte nel corso del tempo) un organismo di complessità così enorme, proprio perché dotato di ‘vita’, è semplicemente zero.

Mettiamola quindi così: man mano che si studiano i sistemi che rappresentano la vita, come ad esempio le cellule,  si scopre che essi coinvolgono  meccanismi più complicati di quelli che si immaginavano in precedenza  e  allora, crescendo il ‘concetto’ di complessità degli organismi  di pari passo tende a diventare sempre più piccola la probabilità che siano ‘spuntati’ per caso.

Il progredire delle ricerche scientifiche sulla ‘vita’, man mano che si svela la complessità del mondo vivente, è come una spada di Damocle che sempre più si abbassa sulle teorie evoluzioniste che inesorabilmente perdono credibilità.

Vogliamo chiamarlo  processo di  nemesi  (cioè di vendetta) storica? I positivisti e gli scientisti hanno sempre sostenuto che il progredire della ricerca scientifica avrebbe dimostrato l’inutilità della esistenza di un creatore. Pensavano che noi credenti saremmo  stati messi nell’angolo con il crescere delle  conoscenze sulla natura. Invece paradossalmente, non siamo noi credenti a dover avere paura del progredire della scienza, cioè nella fattispecie della crescita delle conoscenze: infatti il manifestarsi sempre più palese della ‘complessità’ degli organismi viventi, anche dei primissimi una volta ingenuamente ritenuti ‘semplici’, fa via via perdere credibilità all’intervento ‘creatore’ del Caso, non fosse altro che per una questione di Probabilità, quella stessa su cui gli atei si appoggiano in maniera così imprudente.

(continua con la 2^ parte)
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Note

(1) del problema della ‘complessità irriducibile’ ho parlato in precedenti post ad esempio   nel post relativo al Gigaro     e in   quello relativo a Vita e caso  e mi ripropongo di portarne altri come esempi  e discuterne ancora in futuro. L’evoluzionismo è molto in difficoltà con questi esempi e sono, tra l’altro, anche questi che portano a far pensare che tale teoria sia ‘non ragionevole’.

(2) infatti io penso, con Papa Benedetto XVI e secondo la dottrina millenaria della chiesa cattolica, che la mia Fede sia in accordo con la Ragione, anzi che si completino. Fede e Ragione insomma  non sono ‘separate’ come afferma l’eresia gnostica (spirito e materia senza punti di contatto, su piani differenti) o ‘in opposizione’ ( e quindi in contrasto, nel senso che se è vera l’una è falsa l’altra) come dicono gli atei.

(3) la letteratura sull’argomento ‘critica dell’evoluzionismo’ è in continua crescita e per chi volesse approfondire l’argomento segnalo, oltre alla lettura dei miei post precedenti e di quelli che seguiranno, anche i seguenti testi:
(a livello introduttivo):
a) Sermonti – Le forme della vita – introduzione alla biologia –Centro Librario Sodalitium 2003
b) Marco Respinti – Processo a Darwin – Piemme 2007
(a livello più tecnico):
c) Junker – Scherer  – Evoluzione, un trattato critico – Gribaudi  2007
d) Roberto Mattei (a cura di) – Evoluzionismo: il tramonto di una ipotesi – Cantagalli 2009

4) La scoperta degli archeobatteri ha nutrito speculazioni secondo cui questi microrganismi sarebbero dei buoni modelli dei primi sistemi viventi, prodottisi a suo tempo dalla chimica prebiotica e simili a cellule. In realtà analisi più approfondite di tali organismi hanno dimostrato dei sistemi di metabolismo affascinanti e in parte non ancora compresi, comunque tutt’altro che ‘primitivi’: gli archeobatteri sono dei veri e propri ‘artisti del metabolismo’. Venter e i suoi collaboratori hanno pubblicato nel 1995 la sequenza DNA del genoma di Mycoplasma genitalium, un batterio che vive come parassita e che è considerato l’organismo con il genoma più ridotto in grado di autoreplicarsi. Facendo un semplice elenco dei geni che codificano per le proteine necessarie alla replicazione (32 geni), trascrizione (12 geni) e traduzione (101) e altre funzioni (325 geni) si ha una idea della enorme complessità necessaria perché possano replicarsi anche gli organismi più semplici come un archeobatterio. Fra l’altro non sono conosciuti degli organismi viventi meno complessi. (Reinhard Junker – Siegfried Scherer  – Evoluzione, un trattato critico- pag.111)

(5) Le prime tracce di vita che si notano nei fossili risalgono a 500 milioni di anni dopo la creazione sulla terra delle condizioni ‘adatte’. Tale intervallo di tempo è da tutti riconosciuto come troppo breve per poter ragionevolmente pensare che con processi ‘casuali’ si sia potuto assemblare il primo essere vivente (troppa ‘fortuna’ insomma, sospetta e inaccettabile anche per un sostenitore evoluzionista convinto e in buona fede)

(6) faccio questa affermazione  che magari a qualcuno potrà sembrare esagerata perché   tutto il meccanismo della vita  che si studia ormai da anni  non ha ancora svelato totalmente il suo segreto: ci sono processi, all’interno della cellula, che sono ancora avvolti nel mistero e tutt’altro che chiariti (un esempio per tutti: il  cosiddetto DNA spazzatura di cui ho parlato in quest’altro post). Sembra come se la spiegazione di alcuni di questi enigmi  faccia scoprirne tanti altri non risolti, come in un gioco di scatole cinesi che non si sa  quando avrà termine.