La prima banca degli ovuli inglese offre “ricompense” alle “donatrici”. «Giochi di parole per sfruttare le donne povere»

La prima banca degli ovuli inglese offre “ricompense” alle “donatrici”. «Giochi di parole per sfruttare le donne povere»

Benedetta Frigerio da www.tempi.it

Intervista a Josephine Quintavalle, laica e pro life: «È un autentico business, mercificazione dei figli sulla pelle di ragazze ingenue in cerca di soldi» 

quintavalle_josephine_0«Le donne senza soldi e con poche speranze saranno sfruttate. I figli ci rimetteranno quando scopriranno come sono stati concepiti e anche le “compratrici” pagheranno per la propria infelicità». Sono queste le conseguenze a cui porterà l’apertura della prima banca di ovuli inglese per Josephine Quintavalle (nella foto), la più nota esponente laica del movimento pro life britannico. Le cosiddette “donatrici” potranno donare ovuli, poi usati da altre donne con la fecondazione assistita, e per questo saranno “ricompensate” con 750 sterline, «un gioco di parole per mascherare la mercificazione dei figli», commenta a tempi.it la fondatrice e direttrice del Comment on Reproductive Ethics, osservatorio sulle tecniche riproduttive umane.

Ma in Gran Bretagna il commercio di ovuli non era vietato?
Si gioca con le parole, si dice che non si possono vendere ovuli, ma solo donarli gratis. Nell’aprile 2012 l’Human Fertilisation and Embryology Authority aveva raggirato l’ostacolo della vendita parlando di «risarcimento» di 750 sterline per la perdita di tempo, per i fastidi e il coinvolgimento sia fisico sia emotivo.

Quali sono le altre conseguenze dell’apertura di questa nuova banca?
Prima si trattavano le donne che avevano problemi di sterilità, con conseguenze psicologiche e fisiche dovute allo stress di sottoporsi all’iper-stimolazione ovarica e poi alla fecondazione. Ora sarà anche peggio. Accadrà qualcosa di ancor più grave dal punto di vista etico: si daranno droghe per iper-stimolare le ovaie delle “donatrici”, che non ne hanno bisogno in quanto donne perfettamente sane, non sterili ma che in questo modo rischiano di diventarlo.

La sterilità è l’unica conseguenza?
No, in America sono uscite diverse interviste di “donatrici” che hanno avuto malattie terribili. Alcune sono anche morte. Per non parlare delle depressioni dovute alla stimolazione innaturale: normalmente una donna genera al massimo due ovuli a ciclo, mentre qui si mira a “produrne”, come si dice, di più con bombardamenti di farmaci nocivi. Inoltre il compenso di 750 sterline, che è nulla se si pensa a cosa può succedere alla donna, porterà tante ragazze inglesi a pensare che non c’è niente di male nel vendere i propri ovuli. E, se hanno dei dubbi, la crisi economica le condurrà più facilmente a cadere nel tranello. A rimetterci saranno ancora una volta le più povere, quelle che arrivano a stento alla fine mese, quelle sole o diseducate.

Dal punto di vista etico quali sono gli altri dubbi che nutre?
Si sfruttano donne senza soldi e con poche speranze, ma ci rimettono anche i figli. La legge dice che il figlio a 18 anni deve essere informato di come è venuto al mondo per poter conoscere sua madre. Come si fa a pensare che una notizia così non avrà conseguenze su un figlio, per altro già concepito come oggetto dei desideri e come proprietà dei suoi genitori? Non è possibile. E infatti in Gran Bretagna esistono già degli studi dai quali emerge la confusione presente nei figli della fecondazione.

Quindi avremo figli scontenti e “donatrici” sfruttate? E le “compratrici”?
Che pena usare termini economici e di consumo nell’ambito della vita. Comunque le cosiddette “compratrici” spenderanno 3 mila sterline per l’ovocita e circa 5 mila per un solo tentativo di fecondazione. E se l’operazione non riesce al primo colpo il prezzo sale. Si paga per la propria infelicità e per quella degli altri. A crescere è invece il business delle cliniche e del mercato.

Perché parla di infelicità anche delle madri che ottengono il figlio che vogliono?
L’imprevisto, la sorpresa sono l’unica speranza. Abituarsi a non attendere nulla, a manipolare per ottenere in fretta tutto ciò che si vuole significa non lasciare spazio all’imprevedibile che si dona a noi, sorprendendoci come d’improvviso e superando ogni migliore aspettativa. E così perdiamo la speranza. La libertà usata in questo modo diventa la nostra tomba, limitata e angusta: anziché accogliere doni produciamo cose su misura. Per questo non ci stupiamo più, ad esempio, di quanto avviene nell’università di Newcastle, dove si fanno esperimenti sugli embrioni, l’ultimo volto a creare esseri umani con più di due genitori. Perché tanto la vita non vale se non rientra più nel nostro piccolo schema: il bambino conta se mi serve, altrimenti può anche morire, anzi posso ucciderlo. E così si passa dalle donne che si accaniscono contro la natura e fanno di tutto per avere figli tramite la fecondazione, costi quel che costi, agli aborti ripetuti con leggerezza, più volte e a ogni età. Ma questo modo di ragionare riguarda tutto. Si pretende il fidanzato, l’amico, la carriera, li si usa e poi li si butta via. Passiamo il tempo a costruirci un mondo dall’orizzonte limitato in cui non c’e spazio per altro. Così otteniamo quello che vogliamo ma poi ci stanca. E siamo tristi, frustrati.

Segnali di speranza?
In Inghilterra ho visto tutto il male possibile, purtroppo. Ibridi, embrioni usati, selezionati alla nascita, distrutti. Non solo penso alla notizia di qualche giorno fa su quell’uomo single che ha voluto un figlio da una madre surrogata perché era un suo diritto. Credo che prima o poi sarà l’uomo stesso a toccare il fondo. Soffrendo per quello che sta facendo a se stesso avrà bisogno di trovare un’altra strada. Proprio l’altro giorno la stessa scienziata che all’università di Newcastle sta facendo gli esperimenti di cui parlavo se ne è uscita dicendo che comunque la donna, anche se tende a dimenticarlo, dopo i 35 anni comincia a diventare non fertile. Lei stessa ha riconosciuto che per quanto disobbediamo, non tutto si riesce a fare. E mi ha rincuorata, ricordandomi che la natura è testarda e che per realizzarci abbiamo bisogno di seguirla.

Fecondazione: come ti aggiro la Legge 40

Fecondazione: come ti aggiro la Legge 40

di Renzo Puccetti e Stefano Alice da www.lanuovabq.it

eugenetica

Dopo le nostre sulla Nuova Bussola Quotidiana altre prese di posizione hanno espresso severe critiche a numerosi aspetti della bozza per il nuovo codice deontologico dei medici. Già è stato detto dell’idea di cancellare la parola “paziente” dal vocabolario dei medici e della paralisi alla libertà di coscienza del medico imposta dalla nuova formulazione dell’articolo 22. Sebbene la creatività degli estensori offra una quantità di materiale prossima all’inesauribile, merita particolare attenzione un’altra “perla” innovativa: la condotta relativa alla fecondazione artificiale eterologa.

L’articolo 44 del codice attualmente in vigore stabilisce il divieto deontologico all’attuazione di: “forme di maternità surrogata, forme di fecondazione assistita al di fuori di coppie eterosessuali stabili, pratiche di fecondazione assistita in donne in menopausa non precoce, forme di fecondazione assistita dopo la morte del partner”. In altri termini il codice vieta che soggetti deboli come i bambini siano concepiti e crescano in modo pianificato senza “tracciabilità” biologica, senza un papà e una mamma, con mamme-nonne, o con mamme-già-vedove. Come per magia di tutto questo il nuovo codice non fa menzione e poiché vige la regola generale che ciò che non è proibito è consentito, si deve dedurre che tra i trenta che secondo i resoconti giornalistici avrebbero deliberato “all’unanimità” la nuova bozza deontologica, tutti siano stati favorevoli ad eliminare dai comportamenti deontologicamente scorretti questo genere di esiti.

Per facilitare la comprensione del cambiamento sarà d’aiuto ricorrere alla simulazione di un caso. Si presenta nello studio del dr. X la signora Y che, seppure non abbia un marito o un partner di sesso maschile stabile, desidera avere un figlio. Per questo la donna si è recata in una delle nazioni dove la fecondazione eterologa, cioè con donatore di gameti esterni alla coppia, è legale. Nella clinica estera le hanno scritto la lista di farmaci da assumere per l’induzione dell’ovulazione, ma essendosi recata in una nazione non appartenente all’Unione Europea come la Svizzera, l’Albania, o un paese della ex Iugoslavia la ricetta della clinica non è valida sul nostro territorio nazionale e così ha bisogno che il dr. X le faccia la ricetta. Il dr. X, avendo dichiarato obiezione di coscienza ai sensi della legge 40 (art. 16), pensa di potere non adempiere alla richiesta, ma non sa che, così facendo, potrebbe mettersi nei guai. Non è infatti da tutti pacificamente accettato che la prescrizione di farmaci come prima tappa della fecondazione artificiale rientri tra le attività coperte dall’obiezione di coscienza. Sul Corriere si legge infatti che per il vicepresidente della Federazione Nazionale dell’Ordine dei Medici che commentava una tale fattispecie “Non esiste l’obiezione di coscienza per la procreazione assistita”, preannunciando nel 2008 l’intervento dell’Ordine dei Medici “con delle direttive serie”, cosa a cui stiamo puntualmente assistendo con questo nuovo codice.

Un altro esempio è offerto dalla causa che ha visto la regione Puglia soccombere in giudizio di fronte al tentativo di discriminare i medici obiettori nelle assunzioni nei consultori. Nella memoria della regione si biasimava il rifiuto dei medici obiettori di rilasciare il documento per accedere all’IVG. Mutatis mutandis, se si contesta all’obiettore il rifiuto del documento necessario per abortire, non c’è da stupirsi che prima o poi si contesterà anche il diritto di rifiutare i farmaci e gli accertamenti per la fecondazione artificiale. Al povero dottor X rimane ad oggi la difesa del codice deontologico, ma con le modifiche apportate, il codice farà da scudo alla sua libertà di coscienza più o meno come la carta velina alla magnum 44 dell’ispettore Callaghan. Affermare che lo schema farmacologico prescritto dal centro all’estero è scientificamente appropriato e che il mancato accesso ad esso viola la salute della donna, cioè il suo stato di completo benessere fisico, psichico e sociale, sarà uno scherzetto da ragazzi.

Come una sponda da fare invidia al tacco di Socrates, giunge la dichiarazione del presidente dei ginecologi italiani che raccomanda l’apertura all’eterologa nei casi di menopausa precoce e sterilità iatrogena per evitare così insicuri e dispendiosi viaggi della speranza alla ricerca di gameti. Se la ratio degli interventi non è più la cura, ma la soddisfazione del cliente, anche sacrificando l’equilibrio psicologico del figlio (biologico per il padre e adottivo per la madre), non si capisce perché solo in questi casi e non, appunto delle mamme-con-mamme, delle mamme-nonne e delle mamme-già-vedove, assecondando le richieste del mercato tecno-riproduttivo. Sull’eterologa la legge 40 parla chiaro, non si può fare; i tentativi di abbattere anche questo limite sono stati fino ad ora infruttuosi. I giudici della Grande Camera dei Diritti dell’Uomo, ribaltando la sentenza della sezione semplice del 2010, hanno stabilito che l’ordinamento austriaco che impedisce, come quello italiano, la fecondazione eterologa è perfettamente legittimo e non viola la Convenzione. Da parte loro i giudici della Corte Costituzionale hanno rinviato le remissioni di costituzionalità loro pervenute ai tribunali di merito perché le istanze fossero riconsiderate alla luce della sentenza europea. Attualmente, nonostante i tribunali di Milano, Catania e Firenze abbiano nuovamente richiesto ai giudici costituzionali di esprimersi, la fecondazione eterologa è proibita da una legge dello Stato.

Paradossalmente la solfa della bioetica laicista per cui ciò che è legale è anche buono ed è un diritto, quando non può essere invocata perché la legge va contro i loro intenti, non vale più. In questi casi si invertono i termini: la legge è sbagliata e va cambiata, ciò che è un desiderio è anche un diritto e la legge deve riconoscerlo come tale; per farlo si agisce sui regolamenti in vista dei frutti legislativi o giurisprudenziali.

Fecondazione assistita? La “napro” è più efficace ed è “cattolicamente corretta”. Infatti nessuno ne parla

Fecondazione assistita? La “napro” è più efficace ed è “cattolicamente corretta”. Infatti nessuno ne parla

di Rodolfo Casadei da www.tempi.it

Infertilità e figli: esiste un metodo migliore, più economico e meno invasivo della procreazione artificiale. Ma è troppo “naturale” per non dare fastidio alla lobby della provetta 

naprotecnologia-copertina-tempiHa un tasso di riuscita che è il doppio di quello della fecondazione assistita, per percentuali di nascite da coppie che seguono i trattamenti, e costa undici volte di meno, ma è praticata da pochi medici in tutto il mondo, boicottata dalla lobby della provetta e ignorata dai sistemi sanitari nazionali. La naprotecnologia è nata negli Stati Uniti e da qualche anno è approdata in Europa, ma continua a scontare il pregiudizio che la considera un approccio confessionale alla medicina, condizionato dai dogmi religiosi. Niente di più lontano dalla realtà. Se è vero che le pratiche della naprotecnologia si conformano rigorosamente alla bioetica cattolica, è altrettanto dimostrato che il suo approccio al problema della sterilità è scientificamente e clinicamente più rigoroso di quello praticato nell’ambito della fecondazione assistita. E per questo alla fine è anche più efficace: lo dicono le statistiche.

«La differenza fra naprotecnologia e fecondazione in vitro consiste nel fatto che nella prima la questione fondamentale è la diagnosi delle cause dell’infertilità, si cerca una spiegazione medica del perché una coppia non riesce a procreare, quindi si cerca di eliminare il problema e “aggiustare” il meccanismo naturale, ridandogli la sua armonia», spiega Phill Boyle, il ginecologo irlandese che tiene i corsi di formazione in naprotecnologia per medici di tutta Europa in una clinica di Galway. «Nel procedimento in vitro, invece, la diagnosi delle cause non ha importanza, i medici vogliono semplicemente “aggirare l’ostacolo”, eseguendo una fecondazione artificiale. In naprotecnologia, la cura risolve il problema della coppia, che poi può avere anche altri figli. Con il metodo in vitro, i coniugi comunque non guariscono e continuano ad essere una coppia sterile, e per avere più bambini si devono sempre affidare a un laboratorio». «La naprotecnologia è la vera fecondazione assistita», ironizza Raffaella Pingitore, la ginecologa chirurga più esperta nel metodo dell’area di lingua italiana, attiva presso la clinica Moncucco di Lugano. «Nel senso che assistiamo il concepimento dall’inizio alla fine, cioè dalla fase di individuazione dei marcatori di fecondità nella donna fino agli interventi farmacologici e/o chirurgici che si rendono necessari per permettere alla coppia di arrivare in modo naturale al concepimento».

Il nome deriva dall’inglese “natural procreation technology”, tecnologia della procreazione naturale. Più che una tecnologia è un insieme di tecniche diagnostiche e interventi medici che hanno per obiettivo l’individuazione della causa dell’infertilità e la sua puntuale rimozione. Si parte con le tabelle del modello Creighton, che descrivono lo stato dei biomarcatori della fecondità durante tutto il ciclo mestruale della donna, e che sono basate principalmente sull’osservazione dello stato del muco cervicale da parte della donna stessa. Il pilastro che regge tutta la naprotecnologia è la capacità di osservazione di sé della donna: ad essa viene formata nella parte iniziale del percorso. Le tabelle correttamente compilate, con lo stato del muco cervicale giorno per giorno e altri dati, sono la base di tutti i passi successivi. Da esse è già possibile diagnosticare carenze ormonali, insufficienze luteali e altri problemi trattabili con la somministrazione degli ormoni mancanti. Se l’infertilità persiste, si prosegue con l’esame dettagliato del livello degli ormoni nel sangue, l’ecografia dell’ovulazione e la laparoscopia avanzata. Possono allora rendersi necessari interventi di microchirurgia delle tube o di laparoscopia avanzata per rimuovere le parti danneggiate dall’endometriosi. Il risultato finale è una percentuale di nati vivi fra il 50 e il 60 per cento del totale delle coppie che eseguono i trattamenti per un massimo di due anni (ma la maggior parte concepisce nel primo anno), contro una media del 20-30 per cento fra chi ricorre ai cicli della fecondazione in vitro (generalmente sei cicli).

napro-fecondazione-assistita-raffronto-tassi-successoLa sciatteria dei medici
«Una delle cose che mi scandalizza di più è la diffusa negligenza nelle diagnosi delle cause dell’infertilità», spiega Raffaella Pingitore. «Oggi dopo pochi esami di prammatica la donna viene invitata a rivolgersi ai centri per la fecondazione assistita. Siamo arrivati al punto che qualche anno fa la Società americana di medicina riproduttiva ha dichiarato l’insufficienza luteale come non esistente, perché non poteva essere “scientificamente” diagnosticata. Noi siamo in grado di diagnosticarla perché coinvolgiamo la donna chiedendole di osservare e descrivere quotidianamente lo stato del muco cervicale, procedura che ci permette di diagnosticare l’insufficienza luteale. Questo per molti medici è impensabile: si limitano a un prelievo al 21esimo giorno del ciclo per misurare il livello del progesterone. Ma solo il 20 per cento delle pazienti ha un ciclo perfettamente regolare, perciò il dato del prelievo è quasi sempre diagnosticamente inutile».

«Negli Stati Uniti a Omaha, nel Nebraska, dal dottor Thomas Hilgers, il vero creatore della naprotecnologia, andavano donne alle quali l’endometriosi era stata esclusa dopo una laparoscopia. Ma rifacendone una più approfondita si scopriva che nel 90 per cento dei casi l’endometriosi c’era. A me è capitata spesso la stessa cosa. Una laparoscopia approfondita dovrebbe essere una pratica standard nello screening della sterilità, ma trattandosi di un intervento chirurgico l’ostilità è grande».

Che il ricorso indiscriminato alla fecondazione assistita vada di pari passo con la negligenza diagnostica lo si desume anche dall’alto numero di pazienti che ricorrono con successo alla naprotecnologia dopo fallimentari cicli di fecondazione in vitro. Il dottor Boyle afferma che negli ultimi sei anni nel gruppo delle sue pazienti sotto i 37 anni che avevano già provato due cicli di fecondazione assistita la percentuale di quelle che hanno concepito grazie al metodo di procreazione naturale è stata del 40 per cento. Raffaella Pingitore racconta la sua personale esperienza: «La paziente aveva 36 anni e desiderava una gravidanza da otto anni; aveva fatto in passato cinque cicli di fecondazione assistita senza successo. Le ho fatto registrare la tabella dei marcatori della fertilità e abbiamo notato che aveva una fase di muco fertile soddisfacente, ma dei livelli ormonali un po’ bassi, il che indica un’ovulazione un po’ difettosa. Aveva anche dei sintomi di endometriosi; ho eseguito una laparoscopia, ho trovato l’endometriosi e ho coagulato i focolai di endometriosi sull’utero, sulle ovaie e sulle tube. L’ho sottoposta a una terapia per mandarla sei mesi in menopausa, così da asciugare bene tutti i focolai di endometriosi eventualmente rimasti; dopo la terapia ho continuato con un farmaco, l’Antaxone, con la dieta e col sostegno della fase luteale con piccole iniezioni di gonadotropina. Questo ha portato all’innalzamento degli ormoni, e al quarto mese di trattamento si è raggiunto un muco molto buono. Al 17esimo giorno dopo l’ovulazione abbiamo eseguito il test di gravidanza, che è risultato positivo».

napro-fecondazione-assistita-raffronto-costiCosti e benefici
Lo scrupolo del professionista eticamente motivato può molto più delle tecniche artificiali. Lo dimostra l’aneddoto della dottoressa Pingitore, lo dimostrano le statistiche del dottor Boyle. In Irlanda nel corso di quattro anni il ginecologo ha curato 1.072 coppie che cercavano quasi tutte un figlio da più di cinque anni. L’età media delle donne era di 36 anni, e quasi un terzo di esse aveva già tentato di avere un figlio con la fecondazione in vitro. Dopo sei mesi di cure naprotecnologiche, l’efficacia del metodo era del 15,9 per cento. Dopo un anno, del 35,5 per cento. Dopo un anno e mezzo, il 48,5 per cento delle pazienti era rimasto incinta. Se le cure duravano due anni, quasi il 65 per cento delle pazienti arrivava alla gravidanza.

Su una base di utenti molto più piccola la dottoressa Pingitore nel biennio 2009-2011 ha ottenuto una media del 47,3 per cento. Negli Stati Uniti (paese dove non vigono leggi che limitano il numero degli embrioni fecondati trasferibili nell’utero) i tassi di successo della fecondazione assistita dopo sei cicli sono i seguenti: 30-35 per cento per le donne sotto i 35 anni; 25 per cento per le donne fra i 35 e i 37 anni; 15-20 per cento per le donne fra i 38 e i 40 anni; 6-10 per cento per le donne sopra i 40 anni.

Poi c’è la questione niente affatto secondaria dei costi, anche se in Italia se ne discute poco perché, a parte il ticket, la spesa è a carico del sistema sanitario nazionale. In tempi di austerità e di effetti deleteri del debito pubblico, tuttavia, un occhio al rapporto spesa/efficacia dovrebbe valere anche da noi. Risulta dunque che, se raffrontiamo i costi di due anni di percorso naprotecnologico e quelli di sei cicli di fecondazione assistita, la seconda costa ben undici volte di più della prima. Un singolo ciclo di fecondazione in vitro costa circa 3.750 euro più 1.000 euro di medicazioni, dunque sei cicli costerebbero 28.500 euro a cui ne vanno aggiunti altri 800 per il congelamento e il mantenimento degli embrioni e 1.200 per il trasferimento, per un totale di 30.500. Invece, anche protraendo il percorso della naprotecnologia per due anni, i costi sono modesti: 300 euro per il corso di formazione nei metodi naturali, 800 per le consultazioni mediche e 1.500 per i medicamenti, per un totale di appena 2.600 euro. Probabilmente parlamenti e ministri della Sanità dei paesi europei non sono tanto sensibili sui temi bioetici, ma difficilmente potranno fingersi sordi davanti alle richieste di verificare il rapporto costi/benefici fra le due metodologie. «La naprotecnologia è destinata a diffondersi, non fosse altro che per un discorso legato ai costi, nei quali vanno calcolati anche gli effetti collaterali della pratica della fecondazione assistita: non dimentichiamo che i bambini che nascono con quella tecnica hanno più probabilità di malformazioni e problemi di salute di quelli che nascono in modo naturale», ricorda Raffaella Pingitore. «Prima, però, occorre sconfiggere la lobby della procreazione assistita. È una lobby miliardaria, che arricchisce centinaia di persone e che non si lascerà mettere i bastoni tra le ruote tanto facilmente».

Staminali adulte e omogenitorialità

Staminali adulte e omogenitorialità

di Lorenzo Bertocchi da www.lanuoavabq.it

provetta

Non servono cervelli particolarmente acuti per dire che le coppie dello stesso sesso hanno una sterilità intrinseca, eppure il desiderio di essere genitori sembra la prossima pressante rivendicazione del mondo omosessuale. In Francia, dopo l’approvazione della cosiddetta legge Toubira il dibattito si è già spostato su questa nuovo terreno di conquista. Per poter soddisfare il desiderio di genitorialità queste coppie devono far ricorso a tecniche di procreazione artificiale, quindi il presunto diritto al bambino, passa dalla più completa liberalizzazione delle tecniche di fecondazione assistita.

Oggi la realizzazione di questa vera e propria utopia si realizza attraverso la donazione di sperma nel caso di coppie lesbiche, mentre per le coppie gay occorre un utero da affittare. In entrambi i casi rimane il problema che poi questi bambini avranno sempre un padre e/o una madre naturale di cui presumibilmente non sapranno mai nulla. Ma questi sembrano  problemi di poco conto visto che, nel mondo, queste tecniche sono già una realtà diffusa, tanto che esistono vere e proprie “filiere produttive”.
Invece, la questione seria sarebbe la frustrazione che, con queste tecniche, colpisce quel partner che si ritrova a non avere alcuna parentela genetica con il bambino “fabbricato”. Così si trova scritto in un recente articolo pubblicato su “Le Figaro”, sul quale però si va ben oltre.

Il dottor Lawrence Alexander – chirurgo e presidente della DNAVision – sostiene  che “la tecnologia permetterà agli omosessuali di avere figli biologici con i geni di entrambi i partner”. Questa affermazione è suffragata dalla possibilità scientifica di produrre sperma e ovuli con le cellule staminali adulte: “è già possibile fare un piccolo topo con due padri” – scrive Alexander – “il passaggio alla razza umana di queste tecniche è solo questione di tempo”. Da parte dei promotori dell’ideologia di genere le cellule staminali adulte diventano così la dinamite con cui far saltare l’ultima barriera. L’aspetto inquietante è che l’oggetto vero di questa grande scoperta non era quello di mettersi a fabbricare bambini come Frankenstein, ma di evitare di uccidere degli embrioni per poter curare importanti malattie. Un eterogenesi dei fini veramente perversa.

L’utilizzo di cellule staminali adulte per questa finalità “procreativa” fa calare una notte buia su una sana ecologia umana, si propone una procreazione assessuata che di fatto riduce la sessualità a semplice divertissement; la separazione tra corpo sessuato, procreazione e genitorialità si compie totalmente. Così si vorrebbe realizzare quel terribile sogno di tanti fautori dell’ideologia di genere che è quello di ricreare l’uomo, di “liberarlo” da tutti i limiti e condizionamenti che la natura impone, per renderlo una specie di dio a sé stesso. Con buona pace del Creatore che, per grazia, è “lento all’ira e grande nella misericordia”, ma resta da capire fino a quando, e se, permetterà che l’uomo giochi a sostituirlo.

Alt al mercato del corpo

Alt al mercato del corpo

Genoma: sentenza storica dagli Usa
Con una sentenza che possiamo senza dubbio definire “storica”, la Corte Suprema degli Stati Uniti di America ha stabilito all’unanimità che non è possibile brevettare Dna umano. In discussione erano proprio i test che hanno permesso ad Angelina Jolie di diagnosticare la sua predisposizione genetica al cancro al seno. Sequenziando e brevettando due geni, noti come BRCA 1 e 2, la compagnia americana Myriad Genetics ha potuto godere da quasi vent’anni del monopolio sui test che ne individuavano le varianti, cioè le “versioni” pericolose, che aumentano di molto le probabilità di ammalarsi di tumore al seno o alle ovaie.

Con questo pronunciamento i due brevetti sono annullati, e il mercato di questi test si aprirà alla concorrenza. Il divieto di brevetto riguarda il Dna naturale, e non quello sintetico. Solo le applicazioni future del verdetto ci diranno se la distinzione della Corte, concretamente, lascia margini di ambiguità, come qualche osservatore ha ipotizzato. Dal punto di vista dei principi, si tratta di un bel passo in avanti contro il nuovo mercato del corpo umano e delle sue parti, nato da un certo modo di intendere gli sviluppi delle biotecnologie, specie quelli legati alla biomedicina.

Un mercato che ha radici profonde, e non solo di tipo economico: la questione della commerciabilità di parti del corpo umano, o comunque della possibilità di trarne profitto, si pone quando cerchiamo di rispondere a una domanda apparentemente banale: “A chi appartiene il nostro corpo”. Alla quale segue subito un’altra: “A chi appartiene il creato”. C’è una letteratura sterminata a riguardo, di studiosi di tante diverse discipline, e non potrebbe essere altrimenti: rispondere significa aderire a una visione antropologica piuttosto che a un’altra e, quindi, assumere, per esempio, come criterio un’autodeterminazione estrema, che consentirebbe di vendere parti del proprio corpo per trarne legittimamente un guadagno, oppure riconoscere che non ci si è fatti da sé, e che ogni persona è definita anche dalle relazioni con il prossimo, e che la compravendita di parti del proprio corpo è sempre e comunque un vulnus alla dignità umana.

La sentenza della Corte Suprema americana ha operato, almeno dal punto di vista dei principi affermati, una distinzione di assoluto buon senso fra “naturale” e “sintetico”, fra ciò che è creato e modificato nel tempo da eventi naturali, e ciò che invece è il prodotto del diretto intervento umano, e ha stabilito che ciò che è dato dalla natura appartiene a ciascuno – come il Dna –, ma anche all’intera comunità umana, e non può essere utilizzato a fini di profitto soltanto da alcuni. Due concetti nient’affatto scontati di questi tempi, con conseguenze che vanno ben oltre quelle, comunque enormi, della libertà di ricerca e dei brevetti dei test genetici, cioè dell’immenso business intorno alle scoperte del genoma umano.

Nella sentenza ben si chiarisce: «Myriad non ha creato nulla. Ha sicuramente trovato un gene utile e importante, ma separare quel gene dal materiale genetico circostante non rappresenta un atto di invenzione». Insomma, c’è un giudice, in America, che assieme ad altri otto, ha riconosciuto che “naturale” e “artificiale” sono due realtà distinte e distinguibili, e che la prima va tutelata.

Assuntina Morresi da www.avvenire.it
Eutanasia: Olanda chiede ai medici di uccidere anche i pazienti che non possono più esprimere la propria volontà

Eutanasia: Olanda chiede ai medici di uccidere anche i pazienti che non possono più esprimere la propria volontà

di Leone Grotti da www.tempi.it

È in corso in Olanda uno scontro tra politica e medici sull’eutanasia ai malati di demenza e Alzheimer

eutanasia-belgioÈ legale uccidere con l’eutanasia pazienti che soffrono di Alzheimer e demenza e che non non sono più in grado di esprimere le proprie volontà? È la domanda a cui medici e politici stanno cercando di rispondere in Olanda, dopo che a gennaio è uscito sui giornali il primo caso di donna malata di Alzheimer uccisa con l’eutanasia, anche se non aveva espresso il suo consenso e non era malata in stato terminale, due disposizioni previste per legge.

«ZONA GRIGIA». I dottori olandesi hanno espresso «difficoltà» a riguardo, dichiarando che si tratta in effetti di una «zona grigia» ma che è fondamentale che il paziente esprima chiaramente la sua volontà di morire per praticare l’eutanasia. Secondo il governo, invece, la legge del 2002 prevede che si possa tenere conto delle dichiarazioni anticipate sul fine vita. Ma l’Associazione dei medici olandesi ha chiesto di emendare la legge, e renderla più chiara, perché una volontà espressa anni addietro può cambiare anni dopo. Il ministro della Salute Els Borst ha però risposto così ai medici: «Un ordine professionale non può interpretare la legge a suo piacimento».

«GRAZIE OLANDA». A gennaio in un saggio pubblicato sul Rapporto del Hastings Center, il più influente giornale di bioetica al mondo, dal titolo «Alzheimer’s disease and personhood», il ricercatore Erik Parens scriveva che «gli olandesi hanno da poco cominciato a usare i criteri di sofferenza insopportabile senza prospettive di miglioramento anche ai malati di Alzheimer. Dovremmo essere grati agli olandesi per questo tentativo». Viste però le difficoltà legali connesse all’uccisione di una persona senza il suo consenso aggiungeva: «Credo che non sarà facile usare gli stessi criteri del cancro per l’Alzheimer. Ma per progredire penso che dovremo provare a pensare sia alle “differenze” sia alle peculiarità della “malattia”. Come riuscire a farlo è molto complesso, ma dobbiamo provarci».

ESTENSIONE DELL’EUTANASIA. Ora l’Olanda ci sta “provando”, a costo di andare contro la volontà dei pazienti. Questo fine settimana è intervenuto nel dibattito anche il cardinale olandese Willem Eijk, arcivescovo di Utrecht, criticando il “rilassamento” dei criteri di applicazione dell’eutanasia: «Negli ultimi anni si vede una tendenza a estendere il campo della sofferenza insopportabile e senza prospettive di miglioramento [requisito indispensabile, in teoria, per ottenere l’eutanasia in Olanda, ndr]. Abbiamo cominciato ad applicarla ai malati davvero terminali, in fin di vita, e ora l’abbiamo estesa anche alle malattie psichiatriche, per esempio».

ESISTE UN LIMITE? «I criteri si estendono sempre di più – continua in un’intervista rilasciata a una radio olandese – come è naturale: quando si apre una porta, quella tende a spalancarsi sempre di più. Quando si rinuncia al principio secondo cui l’uomo non ha il diritto alla morte, derogando solo in alcuni casi, facendo delle “eccezioni”, cioè quando la sofferenza è insopportabile, è normale che poi si accetti anche la sofferenza un po’ meno insopportabile. Se l’uomo può disporre della sua vita e della sua morte, come si fa a fissare un limite? In base a quale criterio?».