La società del divertimento distrae dalla felicità

di Giovanni Fighera da www.lanuovabq.it

Goya,

Nell’operetta morale «Dialogo di Malambruno e Farfarello», dopo aver chiesto la felicità al demone e aver ottenuto una risposta negativa, Malambruno desidererebbe almeno togliere l’infelicità. Farfarello risponde che ciò è impossibile a meno che non smetta di volersi bene. Se ciò che ci procura tristezza è la domanda che sembra non trovare appagamento, è sufficiente smorzare la tensione del desiderio per stare, solo apparentemente, meglio. Ecco perché un assopimento dell’animo è, in generale, piacevole, perché consiste in uno stordimento della ragione, in un annebbiamento delle domande del cuore: «Il desiderio del piacere diviene una pena, e una specie di travaglio abituale dell’anima. Quindi [… ] un assopimento dell’anima è piacevole. I turchi se lo procurano coll’oppio, ed è grato all’anima perché in quei momenti non è affannata dal desiderio, perché è come un riposo dal desiderio tormentoso, e impossibile a soddisfar pienamente; un intervallo come il sonno nel quale se ben l’anima forse non lascia di pensare, tuttavia non se n’avvede» (Zibaldone).

Nell’operetta morale «Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare» il protagonista  nella sua solitudine del convento / manicomio di Sant’Anna chiede allora quali siano i rimedi contro la noia, contro questo pungolo che non ci fa stare tranquilli, ma ci fa sospirare di desiderio. La risposta è «il sonno, l’oppio, il dolore». La società contemporanea sembra essere una fabbrica di assopimento dell’animo. L’oppio di cui parla Leopardi è la droga diffusa in tutte le sue forme nel mondo giovanile e anche in quello più adulto, le forme di felicità chimica, ovvero di stordimento e di distruzione graduale della ragione umana e del fisico. La droga sembra diventare abitudinaria accompagnatrice delle serate di chi vuole divertirsi, trattata come amica. A quale stordimento giunge spesso l’uomo! L’assopimento è, spesso, procacciato attraverso l’alcool, attraverso l’ebbrezza che toglie ogni inibizione e che, nel contempo, stordisce. Il genio familiare cita, però, anche un altro espediente, il sonno, che si può intendere nel senso letterale del termine o in quello metaforico di fuga dalla realtà, costruzione di una campana di vetro all’interno della quale ripararsi e non vivere. Quante forme di sonno esistono, quante forme di annichilimento della coscienza vengono sovente adottate! Il sonno è, però, senza che ricorriamo ad una lettura metaforica, la via immediata cui molti ricorrono per stare meno male. Non a caso chi si sente depresso  si rifugia spesso nel dormire.

Eppure, l’animo spesso predilige forme di assopimento più vitali. Quest’ultima può sembrare un’espressione ossimorica e paradossale, ma non lo è: infatti, l’uomo, volendosi illudere di vivere e pensando che l’intensità della vita dipenda dalla quantità di attività, si riempie  le giornate di occupazioni, satura ogni spazio vuoto, eliminando le occasioni per pensare e per porsi domande. «La vita continuamente occupata» scrive Leopardi nello Zibaldone, «è la più felice, quando anche non sieno occupazioni e sensazioni vive, e varie. L’animo occupato è distratto da quel desiderio innato che non lo lascerebbe in pace, o lo rivolge a quei piccoli fini della giornata (il terminare un lavoro, il provvedere ai suoi bisogni ordinari, ec. ec. ec.) giacché li considera allora come piaceri (essendo piacere tutto quello che l’anima desidera), e conseguitone uno, passa a un altro, così che è distratto da desideri maggiori, e non ha campo di affliggersi della vanità e del vuoto delle cose e la speranza di quei piccoli fini […] bastano a riempirlo, e a trattenerlo nel tempo del suo riposo». Leopardi è, però, ben cosciente dell’inganno del divertimento e dell’occupazione continua della propria giornata con mille attività. Scrive, infatti, nello Zibaldone: «Né la occupazione né il divertimento qualunque, non danno veramente agli uomini piacere alcuno. Nondimeno è certo che l’uomo occupato o divertito comunque, è manco (meno) infelice del disoccupato, e di quello che vive vita uniforme senza distrazione alcuna… Occupata o divertita (sottointeso la vita), ella si sente e si conosce meno, e passa, in apparenza più presto, e perciò solo, gli uomini occupati o divertiti, non avendo alcun bene né piacere più degli altri, sono però manco infelici: e gli uomini disoccupati e non divertiti, sono più infelici, non perché abbiano minori beni, ma per maggioranza di male, cioè maggior sentimento, conoscimento, e diuturnità (apparente) della vita».

La frenetica vita di oggi sembra la paradigmatica rappresentazione di una risposta che la società contemporanea ha dato alla questione della felicità, risposta pilotata dal potere che induce falsi bisogni e li pone come esigenze fondamentali dell’io. Siamo bombardati da messaggi che ci inducono a pensare in positivo per la moltitudine dei beni di consumo che l’uomo può ottenere, siamo immersi nella civiltà che ci gestisce il tempo libero ora per ora, come nei villaggi turistici dove il nostro divertimento è sentirci dire cosa fare e come occupare le nostre giornate. Riempire il vuoto, mettere a tacere l’horror vacui, che provoca un senso di vertigine, è la parola d’ordine attuale. I più, nella propria dimenticanza, non si avvedono neppure di non essere liberi in questo modo di agire, presuppongono di stare bene, semplicemente perché non sentono più la domanda. Paradossalmente una montagna di piaceri sommerge il vero desiderio.

Nei Pensieri Pascal definisce questo atteggiamento umano di distrazione con il termine divertissement. L’espressione nel suo significato etimologico (dal latino divertere cioè «volgere qua e là, lontano dalla strada principale, dal solco tracciato») ben designa il tentativo, coscientemente o incoscientemente perpetrato, di strapparci dal nostro cuore originario, sede delle domande più autentiche sul significato e sul senso delle cose, attraverso distrazioni, palliativi, piaceri surrogati della felicità che hanno come conseguenza quella di alienarci, di allontanarci da noi stessi, di renderci estranei a noi stessi, di essere sempre fuori da noi così che «la nostra casa risulta disabitata». Per questo Pascal scrive: «Nulla è tanto insopportabile per l’uomo quanto lo stare in riposo completo, senza passioni, senza preoccupazioni, senza svaghi, senza applicazione. Allora sente il suo nulla, il suo abbandono, la sua insufficienza, la sua dipendenza, la sua impotenza, il suo vuoto. Immediatamente dal fondo della sua anima verranno fuori la noia, la tetraggine, la tristezza, l’affanno, il dispetto, la disperazione». L’uomo passa, così, da un piacere all’altro senza sosta, rimanendo deluso in continuazione, ma sopperendo a questo disinganno con l’immensa varietà dei piaceri. Spesso, non ha tempo di stancarsi dei piaceri, poiché vi si sofferma troppo poco e non ha lo spazio per riflettere sull’incapacità di essi a felicitarci. Ecco perché sovente, invece di approfondire i rapporti, si preferisce passare da un’amicizia all’altra, da un rapporto sentimentale all’altro nella paura che si possa altrimenti cogliere l’inganno di chi affida la felicità ad un bene (come idolo) oppure già nel puro cinismo che fa di ogni cosa un nulla, privo di significato e quindi bene interscambiabile. L’idolatria è l’altra faccia della medaglia su cui è rappresentata la cinica violenza di distruzione dei beni in una spietata iconoclastia: l’idolatria produce la stessa distruzione dell’idolo, quando l’uomo verifica la sua inadeguatezza e, quindi, lo distrugge e lo cambia in un altro idolo. Come si passa da un bene all’altro, così si passa anche da un luogo all’altro, come i ragazzi al sabato sera, in modo da riempire quelle lunghe ore della notte che si vorrebbero interminabili, ma che non si sa come trascorrere.

Potremmo essere tentati di autoescluderci da questi tentativi di assopire l’animo, pensando che droghe, alcool, moltitudini di piaceri riguardino forse altri, non noi. Forse non siamo, però, immuni dalla più comune delle smemoratezze, da quella borghesizzazione della vita, da quel desiderio di una «vita tranquilla» che ci lascia pensare che noi abbiamo già compiuto il nostro dovere, perché abbiamo lavorato ed è, quindi, giusta e meritata la serata di pura dimenticanza, come la vacanza del dolce far niente dopo un anno in cui le giornate sono state saturate dal lavoro e dall’iperattività. È la condizione del gregge, descritta da Leopardi nel «Canto notturno di un pastore errante dell’Asia», un gregge che può oziare senza sentire il pungolo della noia, senza avvertire che siamo nati per Altro, per una felicità piena. Il gregge siamo tutti noi quando soffochiamo le domande sulla vita, quando preferiamo il quieto vivere, quando pensiamo nell’intimo del nostro cuore (senza magari osare confessarlo) che tanto la felicità vera non esiste e che convenga, quindi, godersi la tranquillità senza chiedere di più dalla vita, dagli amici, dal rapporto con la moglie o la fidanzata. Il monito di Dante è, però, severo e risuona nelle nostre orecchie attraverso la voce di Ulisse: «Fatti non foste a viver come bruti,/ ma per seguir virtute e canoscenza».

Omofobia, il braccio violento della legge

Omofobia, il braccio violento della legge

di Tommaso Scandroglio da www.lanuovabq.it

Padova,

Ci sono quelli come Barilla che la lezione sull’omosessualità e la parità di genere l’hanno capita tardi e quindi devono essere successivamente rieducati tramite pubbliche scuse e strategie aziendali “inclusive”. Poi ci sono quelli che non difendono a spada tratta la famiglia naturale, però anche in loro albeggia qualche dubbietto sul fatto che due maschi possano “sposarsi” o avere un bambino. Per costoro e in ossequio al noto adagio che è meglio prevenire che curare la comunità omosessuale sta studiando dei percorsi formativi ad hoc.

Presso l’Università di Padova infatti è al via un progetto didattico chiamato “Tuttidiversi”, progetto – così si legge sul sito ufficiale – “realizzato da studenti ed ex studenti con l’associazione Antéros LGBTI Padova ed il contributo dell’Azienda Regionale per il Diritto allo Studio Universitario (ESU)”. Il percorso si snoderà attraverso cinque incontri, iniziati il 14 novembre scorso e che si concluderanno il 12 dicembre. Le tematiche affrontate riguarderanno le “discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere, a partire dalle quali si discuterà di lavoro, migrazioni, disabilità, famiglie, inclusione sociale, politiche locali e diritti di coppie e singoli, transessualità”. In particolare si parlerà di discriminazione “nei luoghi di studio, di lavoro e nelle amministrazioni pubbliche” e “negli ambienti sportivi”. L’omofobia è davvero democratica, riguarda tutti e tutto.

Inoltre troviamo nella locandina anche il titolo di un altro incontro: “Migranti LGBT: quali diritti e quali opportunità?”. Non serve la sfera di cristallo per intuire che in quella conferenza si illustreranno gli espedienti amministrativi perché un “matrimonio” gay celebrato all’estero o un’unione omosessuale riconosciuta fuori dall’Italia possa recare qualche vantaggio giuridico anche qui da noi. Poco sotto Natale il ciclo di incontri si concluderà con “Pluralità delle forme di famiglia”. Lasciamo all’intuito del lettore immaginare di cosa si possa trattare.

“ll percorso è patrocinato da Unar (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali presso presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri)” – lo stesso ufficio che mise a punto per il Dipartimento Pari Opportunità un documento strategico per la diffusione in Italia del credo omosessualista – e trova sostegno nella famigerata Rete Lenford (associazione Avvocatura per i diritti Lgbt). Rete che poi è stata finanziata dall’Ordine degli Avvocati di Verona per mettere in piedi il prossimo 22 novembre il convegno dal titolo “Orientamento sessuale e identità di genere nella professione e nella previdenza forense”. Davvero il tema dell’orientamento sessuale può essere appiccicato a qualsivoglia tema che viene in mente: dalle previsioni meteo alla celiachia.

Torniamo al progetto che vede interessata l’università di Padova. Desta sorpresa che tra le qualifiche dei relatori non ci sia nemmeno un docente di ruolo: né un ricercatore, né un professore associato o ordinario. Eppure le porte del prestigioso e serioso ateneo patavino, che ha visto come studenti nomi come quello di Copernico e come docenti Galileo Galilei, si sono magicamente aperte a questo ciclo di incontri. Chissà come avranno fatto nonostante il livello accademico dei relatori non sia elevato. Certo, il gol è stato fortunoso, non ha centrato la rete direttamente, tanto è vero che il luogo dove si svolgeranno gli incontri è il Dipartimento di Scienze Chimiche che con l’omosessualità c’entra come Osama Bin Laden con la pace nel mondo. Non sociologia o giurisprudenza o psicologia, ma chimica. O forse questo dipartimento invece è il luogo più consono. I movimenti omosessualisti infatti tentano con gli alambicchi della propaganda ideologica del gender di inventarsi l’uomo nuovo: neutro nel suo orientamento sessuale fintanto che il soggetto non deciderà in merito.

Iniziative come queste non sono nuove. Lo scorso anno l’Università degli Studi di Milano elargì la bella sommetta di 4.000 euro per un ciclo di conferenze e cineforum organizzato dal gruppo studentesco Gaystatale. A titolo di cronaca: le iniziative proposte dall’Associazione “Erasmus Student Network” – un rete tra studenti che studiano all’estero – non ricevettero un becco di un quattrino perché – così si legge nel verbale del Consiglio di amministrazione – “tali progetti non rientrano nelle finalità indicate nell’avviso agli studenti”.

I soldi pubblici donati al gruppo Gaystatale furono spesi anche per stampare il manifesto che pubblicizzava questi incontri, manifesto che ritraeva Benedetto XVI truccato da donna: un papa drag queen. D’altronde la parola “omofobia” ormai è usata da tempo e da molti, invece il termine “cristianofobia” è un neologismo che non ha diritto di essere proferita dalle labbra di nessuno.

Di queste iniziative per educare le masse omofobe evidenziamo, tra gli altri, un aspetto in particolare. Il fine di tante iniziative culturali non è tanto quello di affermare che l’omosessualità sia una condizione normale. Bensì il fine è la rivendicazione che l’omosessualità sia naturale. Può sembrare un finezza linguistica, ma così non è. Se andiamo a verificare le modalità attraverso cui le lobby gay cercano di sdoganare l’omosessualità vedremo che l’aspetto dialettico-bellicoso è quello che la fa da padrone (ne sono testimonianza diretta i molti incontri sul tema a carattere critico boicottati con violenza da attivisti gay).

L’omosessualità non viene presentata come se fosse una bella giornata di Maggio. Non si esaltano gli aspetti positivi dell’omosessualità, invece si mettono sotto la lente di ingrandimento i conflitti sociali che essa provoca per mano di retrivi baciapile, le presunte istigazioni al suicidio e atti di bullismo, i nemici che vogliono attentare alla libertà individuale della persona omosessuale, le condotte discriminatorie, i diritti negati, etc. Si esalta la parte destruens, non quella costruens. L’approccio è sostanzialmente marziale, altro che gaio. In questo il movimento gay paga lo scotto delle sue ascendenze hegeliane e marxiste.

In altre parole questa strategia assai fosca che poggia sulla dinamica conflittuale tra due opposti inconciliabili è roba vecchia già vista con l’asserita, ma non provata, relazione violenta tra padroni e proletari, ricchi e poveri, nord e sud del mondo, maschi e femmine, donne e famiglia, scienza e religione. Ora tocca al conflitto tra “omosessuali ed eterosessuali”, categorie che nella realtà antropologica nemmeno esistono (la persona omosessuale è un eterosessuale latitante, ebbe modo una volta di scrivere il dott. Roberto Marchesini). E l’unico modo per risolvere il conflitto non è trovare un punto di convergenza, ma obbligare il nemico – l’uomo della strada che non sapeva nemmeno che qualcuno gli aveva dichiarato guerra – alla resa totale ed incondizionata.

Le iniziative benedette anche da alcune austere università pubbliche vanno dunque nella direzione di spingere la normalità ad esporre bandiera bianca perché poi sul campo di battaglia sventoli invece un altro tipo di vessillo: la bandiera arcobaleno del movimento gay.

Sayeeda Warsi, il ministro inglese che difende (da musulmana) i cristiani: «Rischiano l’estinzione»

Sayeeda Warsi, il ministro inglese che difende (da musulmana) i cristiani: «Rischiano l’estinzione»

di Emmanuele Michela da www.tempi.it

Originaria del Pakistan, si occupa delle comunità religiose per il governo Cameron. E denuncia le persecuzioni nel mondo islamico, dove spesso «essere cristiani vuol dire rischiare la vita» 

warsi_sayeedaSayeeda Warsi non ha paura di difendere i cristiani, sebbene lei, ministro per le Fedi e le Comunità del governo Cameron, sia di origine pakistana e di credo musulmano, e negli scorsi anni diverse volte abbia dovuto fare i conti con l’ostilità degli islamici più tradizionalisti. Più di un lettore si è stupito nel vedere l’allarme lanciato dalla ministra e ospitato venerdì dal Daily Telegraph, una precisa analisi della situazione penosa dei cristiani nel Medio Oriente: «Rischiano di essere estinti, questa religione rischia di essere cacciata fuori da alcune sue terre storiche d’origine».

A RISCHIO DELLA VITA. L’articolo propone il messaggio che Warsi ha tenuto a Washington, in una lezione organizzata dal Council on Foreign Relations alla Georgetown University. Con tono diretto e chiaro, la ministra ammette che «ci sono alcune zone del mondo in cui essere cristiani significa mettere a rischio la tua vita. I cristiani stanno affrontando discriminazione, ostracismo, torture, persino omicidi, semplicemente per la fede che seguono». A supporto del suo allarme, la Warsi (che è pure baronessa) offre alcuni numeri, a cominciare dall’Iraq, dove dal 1990 ad oggi i cristiani sono passati da 1,2 milioni a 200 mila. E i fatti di sangue di cui sempre più spesso giunge notizia da quelle terre le danno ragione: in Inghilterra, in particolare, hanno ancora negli occhi le bombe che esplosero a fine settembre nella chiesa anglicana di Ognissanti in Pakistan, e che provocarono la morte di 85 persone, indicate come veri e propri «martiri» dall’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby.

egitto-cristiani-islam-delga-1GLI ATTACCHI DEGLI ISLAMISTI. Sayeeda, come detto, è considerata in Gran Bretagna un’esponente di spicco del dell’islam moderato, e per questo ha ricevuto anche vari attacchi: nel 2009, ad esempio, a Luton alcuni musulmani le hanno lanciato le uova addosso, per il suo modo «non corretto» di vivere la fede. Ancor prima, nel 2006, il capo dell’organizzazione musulmana Al Ghuraba, Anjem Choudary, la attaccava durante una trasmissione della Bbc in prima serata: «Tu non puoi parlare perché porti il velo» (benché lei difenda le donne che decidono di indossarlo in pubblico: è una scelta che spetta ad ognuno, dice). Sulla fede cristiana poi, si ricordano anche alcune dichiarazioni in cui Warsi metteva in guardia dalla secolarizzazione della società europea: «L’Europa dovrebbe essere più sicura e tranquilla nel vivere la sua cristianità».

SEGNALI DI UNITÀ. Stavolta invece il suo allarme si è spostato verso le minoranze cristiane del Medio Oriente, dove «punizioni collettive diventano sempre più comuni, con gente attaccata per crimini presunti, connessi ai loro confratelli, spesso in risposta ad avvenimenti successi a migliaia di chilometri di distanza». Tuttavia, scrive la ministra, di segnali di unità ce ne sono: «La compassione dei musulmani che hanno donato sangue per aiutare quei cristiani feriti alla chiesa di Ognissanti; la solidarietà dei cristiani che si sono stretti attorno ai musulmani in preghiera in Egitto, in piazza Tahrir; nel cameratismo interreligioso in Nigeria e Indonesia, dove i credenti regolarmente difendono i luoghi di preghiera gli uni degli altri». Il dialogo religioso è la base del benessere per la società di adesso: «Permette alle persone di prendere parte a pieno ritmo alla vita della società, che spinge così l’economia». Non è un caso se fra i 30 paesi più in salute al mondo ce ne siano 26 che garantiscono la libertà religiosa: «Fa da guardiano contro la violenza, l’estremismo e i conflitti sociali, tutti fattori che bloccano lo sviluppo della società».

Sayeeda Warsi, il ministro inglese che difende (da musulmana) i cristiani: «Rischiano l’estinzione»

Arcivescovo di Granada: Attaccano il libro della Miriano? Noi pubblicheremo il sequel

Francisco Javier Martínez Fernández da www.tempi.it

«Chi fomenta le polemiche non è interessato alla donna e alla sua dignità. Vuole solo attaccare il popolo cristiano che non si sottomette alla cultura dominante. A breve “Sposala e muori per lei”» 

CostanzaMirianoDopo le difese di Camillo Langone, riceviamo e pubblichiamo il comunicato con cui l’arcivescovo di Granada, Francisco Javier Martínez Fernández, ha voluto rispondere alle critiche che tre partiti iberici e alcuni media hanno rivolto contro la decisione della casa editrice Editorial Nuevo Inicio di tradurre e pubblicare il libro Sposati e sii sottomessa di Costanza Miriano.

Impegni legati alla mia missione mi hanno finora impedito di seguire l’artificiosa polemica a riguardo dalla pubblicazione del libro Sposati e sii sottomessa. Pratica estrema per donne senza paura, scritto dalla giornalista italiana Costanza Miriano, edito in Spagna da Editorial Nuevo Inicio. Non è mia intenzione difendere il libro, che si difende da solo, né tantomeno giustificare il suo titolo o quello del suo sequel (che sarà pubblicato a breve), che forma un dittico con il primo e che si intitolaSposala e muori per lei. Uomini veri per donne senza paura. È questo, infatti, un compito che spetta alla loro autrice, che peraltro, lo ha già fatto più volte, all’interno e al di fuori del libro. C’è forse bisogno, del resto, di ricordare che entrambi i titoli si ispirano quasi letteralmente a un passaggio della Lettera agli Efesini di San Paolo (Ef. 5, 21), e che la sottomissione e la donazione – l’amore – di cui si parla in quel passaggio non hanno nulla a che vedere con le relazioni di potere che avvelenano le relazioni tra l’uomo e la donna (e non solo quelle tra l’uomo e la donna) nel contesto del nichilismo contemporaneo? Nemmeno ho la pretesa di giustificare la posizione della casa editrice, che ha una propria voce e che sta svolgendo il suo compito diffondendo un’opera che – ne sono al corrente – sta aiutando molte persone.

Dal campo pastorale ed ecclesiale, che è quello che a me compete, desidero soltanto segnalare che l’opera è stata positivamente accolta dall’Osservatore Romano come “evangelizzatrice” e che la sua autrice Costanza Miriano è stata recentemente invitata a partecipare al seminario sulla dignità della donna, organizzato dal Pontificio Consiglio per i Laici in occasione del XXV anniversario della pubblicazione della Lettera Apostolica del Beato Giovanni Paolo II Mulieris Dignitatem. La lettura dei due libri, inoltre, è stata raccomandata dal Pontificio Consiglio per i Laici e dal Pontificio Consiglio per la Famiglia.

Questi termini di paragone nella vicenda indicano, con maggior chiarezza di certi commenti della stampa, che la posizione della casa editrice su questi due libri è in accordo con l’insegnamento della Chiesa, e che altre raccolte della stessa, dove sono pubblicati anche libri di autori non cattolici, intendono essere un “areopago” della nuova evangelizzazione, uno spazio di dialogo e di riflessione sulla fede cristiana nel contesto del mondo contemporaneo. Per questo motivo la casa editrice rappresenta un umile ma prezioso strumento pastorale al servizio della Nuova Evangelizzazione. Le sue pubblicazioni, infatti, sono contraddistinte dall’amore all’uomo, all’umano, la cui pienezza si rivela e si comunica in Cristo, oltre che da una grande libertà rispetto al dogmatismo della cultura dominante. In questo contesto, pertanto, la polemica generata da questo libro – il cui contenuto è in accordo con gli insegnamenti sull’amore sponsale di Giovanni Paolo II, ma che non pretende essere nulla di più se non la preziosa testimonianza di amore e libertà di una donna cristiana di oggi – risulta tanto ridicola quanto ipocrita. Ogni persona moderatamente informata sa perfettamente, a questo punto, che il libro, e anche la mia povera persona, non siamo altro che un pretesto. Coloro i quali fomentano e agitano questa polemica sono mossi da altri interessi e altri motivi, che non sono precisamente la difesa della donna o la preoccupazione per la sua dignità. Si tratta, piuttosto, di attaccare l’unica istituzione – l’unico settore della società, l’unico segmento di popolo vivo – che resiste ad ogni tentativo di addomesticazione da parte di quel rullo che è la cultura dominante: il popolo cristiano. Questo è il vero ostacolo, tutto il resto sono scuse. Persino il momento scelto per sollevare tutto il rumore che si è fatto è stato scelto in funzione di questo fine.

Miriano - Sposati e sii sottomessaTanto la storia della letteratura, quanto, in questo momento, gli scaffali delle librerie, sono pieni di libri che, talvolta in modo ironico, talaltra con la massima serietà – effettiva o presunta che sia –, insultano o si prendono gioco di sacre verità, dal matrimonio alla maternità, dalla libertà di educare a un significato profondo del vivere alla realtà della fede che professa gran parte del nostro popolo. Per di più, questi insulti e prese in giro godono della protezione della libertà di espressione. Libertà di espressione che – mi sia permesso ricordarlo – è un’invenzione cristiana. Solo in un terreno cristiano, infatti, avrebbero potuto fiorire tutte le grandi critiche alla religione del XIX secolo – Feuerbach, Nietzsche, Comte, Freud e Marx, solo per ricordare alcune di quelle più importanti –, alla Chiesa, che oltretutto è da sempre disposta a ricerverle con gratitudine nella misura in cui esse documentino un tentativo di ricerca del vero. Al di fuori del grande fiume della tradizione cristiana il futuro della libertà nel nostro mondo è ben più nero.

Il giudizio e l’opinione personale circa l’opera che ha destato le polemiche, così come è per qualsiasi altra opera letteraria di ogni tipo essa sia, o circa qualsiasi pronunciamento della persona, sono, ovviamente, liberi e legittimi, ma non l’offesa, l’insulto, la calunnia. Né quest’opera né alcuna mia dichiarazione hanno mai giustificato in alcun modo, scusato e ancor meno promosso un solo atto di violenza contro la donna. Mentre, invece, favoriscono e facilitano la violenza contro la donna una legislazione che liberalizza l’aborto e ugualmente tutti quegli interventi che indeboliscono o addirittura eliminano il matrimonio, nella misura in cui tendono a lasciar cadere tutta la responsabilità di un’eventuale gravidanza interamente sulla donna, lasciata a se stessa ed escludendo il maschio da ogni forma di responsabilità. So che l’autrice ha già chiesto a chiunque volesse rivolgere simili accuse al suo libro di farlo con precisione, specificando la pagina e il paragrafo dove dovesse essere contenuto un qualsiasi tipo di giustificazione o scusante di una pur minima forma di violenza nei confronti della donna, perché, al netto delle gratuite squalifiche che qualcuno può fare e delle grossolane manipolazioni, è consapevole che nessuno potrà trovarne. Come nemmeno potrà trovarne nelle mie parole. Semplicemente perché simili affermazioni che taluni gratuitamente mi attribuiscono non sono mai state da me pronunciate né da altri uomini di Chiesa a me vicini né tantomeno appartengono alla tradizione cristiana. Chi mi accusa può farlo soltanto fraintendendo le mie parole, il cui contenuto è noto e pubblico, anche perché la mia predicazione deve svolgersi sempre in pubblico, dalla cattedra episcopale che la Chiesa mi ha affidato.

Galles, centinaia di bambini abortiti per errore

Galles, centinaia di bambini abortiti per errore

di Gianfranco Amato da www.lanuovabq.it

Sono centinaia i bambini perfettamente sani che potrebbero essere stati abortiti per errore in un famoso ospedale di Cardiff, in Galles. Una storia che ha dell’incredibile e ancora più incredibili sono le reazioni di giudici e opinionisti, che hanno derubricato lo scandalo a semplice «errore» medico per quanto «sgradevole».

La vicenda ha cominciato a emergere lo scorso anno quando una donna di 31 anni, Emily Wheatley, incinta di nove settimane, con una gravidanza a rischio, si è recata all’University Hospital of Wales di Cardiff per un controllo. Dopo l’ecografia si è sentita dire che il suo bambino purtroppo era morto per cui si doveva procedere alla revisione della cavità uterina (raschiamento). Per questo intervento però la signora Wheatley decideva di andare in un altro ospedale, il Nevill Hall Hospital di Abergavenny, dove le hanno fatto un’ulteriore ecografia scoprendo che il bambino era ancora vivo e perfettamente sano.

Emily Wheatley è fortemente traumatizzata dalla situazione, ci pensa sua madre a sporgere immediatamente denuncia al Public Services Ombudsman for Wales, il difensore civico gallese per i disservizi pubblici. Segue un’approfondita inchiesta, i cui dati – riferiti nei giorni scorsi – si rilevano agghiaccianti. Si scopre, infatti, che presso l’University Hospital of Wales si applica fin dal 2006 un protocollo ormai superato dalle nuove linee guida emanate dal Royal College of Obstetricians and Gynaecologists per prevenire i margini di errori diagnostici degli aborti spontanei nel primo stadio della gravidanza. In pratica si usano ecografie addominali laddove è disponibile e consigliata l’ecografia transvaginale. In quell’ospedale nascono ogni anno seimila bambini, mentre si registrano tra i 600 e i 1200 aborti spontanei. Da qui la stima che le donne vittime di diagnosi sbagliate possano essere state centinaia.

Le conseguenze di questa incredibile vicenda appaiono, però, più surreali degli antefatti che le hanno generate. L’ospedale, infatti, si è semplicemente scusato imputando tutto ad un semplice «errore medico»; dovrà solo provvedere a cambiare immediatamente il metodo di accertamento delle condizioni del feto. La Wheatley, la cui figlia scampata all’aborto ha ora 8 mesi, è stata risarcita con la risibile somma di 1.500 sterline, mentre l’Ombudsman, Peter Tyndall, nel rapporto ufficiale se ne è uscito con una sortita dal tipico aplomb anglosassone: «Le donne a cui è stato recentemente diagnosticato un aborto spontaneo all’University Hospital of Wales, e a cui è stata conseguentemente praticata un’evacuazione uterina, troveranno tutto ciò estremamente sgradevole (“extremely disturbing”)».

Insomma, è stata compiuta una vera e propria strage ma tutto si risolve con delle scuse. Del resto, anche da noi in Italia il fatto non ha trovato alcuna eco. Il che non dovrebbe neanche sorprendere più di tanto vista la concezione che ormai sta diventando comune. Ricordiamo come non più di un mese fa Filomena Gallo e Gianni Baldini, rispettivamente Segretario dell’Associazione Luca Coscioni e docente di Biodiritto Università di Firenze, abbiano dichiarato senza mezzi termini che «gli embrioni sono di proprietà della coppia» che li ha generati, e come tali nella loro piena e assoluta disponibilità, al punto da potersene disfare come meglio aggrada.

Di fronte a vicende come quella di Cardiff appare sempre più evidente come l’uomo moderno abbia perso il senso della ragione. Quando si giunge a teorizzare la reificazione dell’essere umano, considerandolo alla stessa stregua di un “prodotto”, di cui si può rivendicare la proprietà e persino distruggere con assoluta nonchalance – essendo semplice “cosa” –, allora tutto diventa possibile e accettabile. Anche la storia di ordinaria follia accaduta all’University Hospital of Wales.

Non può non venire alla mente, a questo proposito, il noto concetto di banalità del male di Hanna Arendt, un male che sembra trascendere ogni possibilità di comprensione e persino di attribuzione di responsabilità personale. La banalità del male in questo caso, oltre che nella tragedia dell’uccisione di centinaia di innocenti perpetrata presso il prestigioso ospedale gallese, sta anche nelle incredibili reazioni a quella strage: nessuna conseguenza concreta di carattere giuridico a livello di sanzioni, ma soprattutto l’assenza di qualunque sincero sentimento di umana compassione. A questo siamo ormai ridotti.

Nozze gay. Referendum in Croazia per definire in Costituzione il matrimonio «unione tra uomo e donna»

Nozze gay. Referendum in Croazia per definire in Costituzione il matrimonio «unione tra uomo e donna»

Nel paese ex jugoslavo i cattolici costituiscono il 90 per cento della popolazione. Per il referendum sono state raccolte in due settimane 700 mila firme 

Il primo dicembre in Croazia si terrà un referendum per la messa al bando dei matrimoni gay, attraverso una modifica della Costituzione: lo ha stabilito il Parlamento di Zagabria con 104 voti a favore e 13 soli contrari. Attualmente il Paese ex jugoslavo in cui i cattolici sono il 90% non permette le nozze tra omosessuali, ma il governo di centrosinistra aveva annunciato di voler permettere alle coppie gay e lesbiche di registrarsi come «partner a vita».

UOMO E DONNA. La consultazione è stata convocata dopo che l’organizzazione “Nel nome della famiglia” aveva raccolto in due settimane 700.000 firme. Il quesito propone una definizione del matrimonio, attualmente del tutto assente nella Costituzione, come «un’unione tra un uomo e una donna». Gli attivisti dei diritti per i gay hanno contestato il referendum mettendo in dubbio la sua costituzionalità, visto che si tratterebbe di legiferare sui diritti di una minoranza.

GAY PRIDE. Nel 2003 in Croazia sono stati estesi alle coppie gay e lesbiche che abbiano vissuto insieme per almeno tre anni gli stessi diritti riconosciuti alle coppie di fatto eterosessuali. L’omosessualità resta comunque un tema delicato e gli annuali Gay pride che si susseguono dal 2002 sono spesso accompagnati da polemiche.