Le folli idee del professor Sartori

Le folli idee del professor Sartori

di Fabio Spina da www.lanuovabq.it 

Il 15 agosto si può pensare che l’editoriale di Giovanni Sartori sia dovuto ad un colpo di sole, così anche il fatto che il Corriere della Sera ne condivida gli intendimenti. Ma perché rifilarci anche a novembre un nuovo editoriale che, facendo un minestrone un po’ di tutto,  finisce per dire che la colpa di quanto accade di brutto è del Papa e dell’aumento della popolazione? Anche stavolta la realtà viene stravolta al solo uso di far apparire condivisibili delle tristi e antiquate idee malthusiane senza capo né coda, che solo una società sempre meno sazia ma disperata come l’attuale può accettare.

Vale la pena riportare integralmente la parte centrale dell’editoriale pubblicato il 23 novembre 2013:

«Stiamo inquinando l’atmosfera, stiamo avvelenando l’aria che respiriamo e, al contempo, stiamo destabilizzando il clima. Sono notizie di questi giorni il ciclone senza precedenti che ha colpito le Filippine, e ora il diluvio, la bomba d’acqua anch’essa senza precedenti che si è abbattuta sulla Sardegna e che ancora la minaccia. Forse troveremo il modo di uscire dalla crisi economica (della quale portano la massima colpa gli economisti), ma come fermare l’impazzimento del clima, il progressivo riscaldamento, la crescita dei livelli del mare, l’erosione dei ghiacciai (che alimentano i fiumi) e, infine, la nuova probabile dislocazione delle piogge con la conseguente dislocazione delle zone aride? 

Il rimedio vero sarebbe una drastica riduzione delle nascite (specialmente in Africa) che ci restituirebbe un pianeta vivibile. A questo effetto le maggiori responsabilità sono della Chiesa cattolica (per l’Africa e anche parte dell’America Latina). Per ora papa Francesco si è limitato a carezzare molti bambini, stringere molte mani e a distribuire in piazza San Pietro la «Misericordina» che poi, aperta la scatolina, è un rosario. E la nostra televisione è inondata da appelli di soldi per salvare i bambini africani. A che pro? Le prospettive, restando le cose come sono, sono cicloni in autunno, piogge torrenziali in inverno, afa insopportabile d’estate. E d’estate non nevicherà più sui ghiacciai, il che implica che andranno a sparire. Di conseguenza i fiumi si prosciugheranno. 

Come dicevo di tutto questo non ci diamo pensiero perché prima di tutto bisogna mangiare. Vero. Ma è anche vero che ci sarà sempre meno da mangiare. Ripeto, l’unica cura ancora a nostra disposizione è di ridurre la popolazione e con essa ridurre l’emissione di gas serra e la conseguente concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera». 

Nulla di nuovo sotto il tifone; infatti dopo quello dell’aprile 1991 in Bangladesh, quando morirono più di 138mila persone, Jacques Cousteau, uno degli ambientalisti più famosi ed autorevoli del mondo, disse: «Non date la colpa al mare. La vera tragedia del Bangladesh sono gli uomini, una popolazione incontenibile.[…] Dovremmo essere in 700 milioni in tutto. Allora sì che la Terra diventerebbe paradisiaca».

Eppure tutti dovrebbero ormai sapere che il cibo nel mondo è sufficiente; il vero scandalo è nella differenza con cui le varie popolazioni ne dispongono, nello spreco che se fa nei paesi ricchi specie nella catena di distribuzione, nel fatto che c’è chi ancora muore di fame. Però va notato che dagli anni ’90 ad oggi, mentre la popolazione cresceva, la percentuale di persone denutrite è scesa dal 23,2 al 14,9%, secondo i dati della Fao. L’attuale produzione mondiale di alimenti è in grado di sfamare il doppio della popolazione corrente, circa un terzo della produzione è in qualche modo non utilizzata per fini alimentari: o viene sprecata o utilizzata per altre finalità come i biocarburanti.

Eppure tutti dovrebbero ormai sapere che tra riscaldamento globale e quanto accaduto sulle Filippine e in Sardegna non esiste alcun nesso di causalità dimostrato scientificamente. Inoltre sono tutti fenomeni eccezionali ma non unici nella storia.

L’aspetto che può invece sorprendere è che, ad agosto, lo stesso professor Sartori era stato meno catastrofista sulla destabilizzazione del clima.
«E come va il mondo, il pianeta Terra? Forse meglio. La buona notizia è che a detta dei climatologi il riscaldamento del nostro pianeta sembra che si sia fermato. Si intende, le previsioni sul clima non sono mai certe; sono, in verità, estrapolazioni ricavate da statistiche o da modelli matematici. Anche così, quali le possibili spiegazioni? Potrebbe essere che la crisi economica ha molto ridotto le emissioni di gas serra, pareggiando così il conto, e cioè pareggiando l’eccedenza di anidride carbonica che non veniva assorbita in precedenza dagli alberi e dal mare».

Cosa sarà successo in questi giorni a Sartori? Quando accadono eventi catastrofici, un’ideologia nichilista propone la stessa soluzione disumana che Lester R. Brown proponeva come rimedio contro la povertà: eliminare gli affamati. Così Sartori avrà pensato di riproporre che il rimedio contro le vittime degli eventi estremi  è eliminare le vittime. Ed il Corriere della Sera subito ha abbracciato questa linea.

Occorrerebbe, invece, in molti casi cambiare atteggiamento di fronte agli impatti di fenomeni meteorologici intensi, quando la meteorologia “è capricciosa”.

Gli antichi romani, ad esempio, di fronte alla siccità, alla crescita della popolazione e alle nuove esigenze di Roma costruirono decine di acquedotti; fu un modo fattivo di pensare alle future generazioni. Non si trattava di devastare il paesaggio o l’ambiente, ma l’idea del “bene comune” permetteva una umanizzazione del Pianeta. Oggi invece ci si aspetta che piova secondo la media tutti gli anni (possibilmente secondo le nostre esigenze, d’estate dovrebbe piovere solo di notte per non scontentare contemporaneamente contadini e turisti). Se ciò non accade allora dobbiamo mettere in atto azioni per “normalizzare” il tempo meteorologico.

Oggi si afferma che risolvere il problema degli uragani, e più in generale del cambiamento climatico, corrisponde a risolvere i problemi dei paesi poveri. In realtà i poveri muoiono di fame, di sete, malattie, hanno bisogno di energia e di svilupparsi integralmente adesso, mentre i presunti benefici climatici dovuti ai protocolli, forse, ci saranno tra alcuni decenni. I problemi hanno scale di tempo e priorità diversi. E’ come se al povero che al semaforo chiede i soldi per mangiare, rispondessimo soddisfatti che abbiamo investito nel catalizzatore della nostra auto per il bene dei suoi figli e di Gaia.

Combattere la miseria e lottare contro gli effetti dei fenomeni meteorologici intensi, è promuovere, assieme al miglioramento delle condizioni di vita, il progresso umano e spirituale di tutti, e dunque il bene comune dell’umanità. La convivenza con l’insieme delle condizioni atmosferiche normali ed anormali che caratterizzano il clima, non si riduce all’equilibrio, sempre precario, delle concentrazioni di gas atmosferici. Essa si costruisce giorno dopo giorno, nel perseguimento d’un ordine voluto da Dio, che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini. “Lo sviluppo è il nuovo nome della Pace”, anche in campo climatico-ambientale.

Educazione sessuale svizzera: l’orco in classe

Educazione sessuale svizzera: l’orco in classe

di Tommaso Scandroglio da www.lanuovabq.it

 

Sex box. Non si tratta di qualche gadget acquistabile in un sexy shop, bensì di un kit “formativo” destinato alle maestre di asilo di alcune zone della Svizzera per svolgere lezioni obbligatorie di educazione sessuale a detrimento dei bambini in età prescolare.

Per ora l’esperimento riguarda solo il Canton Basilea e alcuni comuni di Appenzello e San Gallo ma nel 2014 tali corsi potrebbero estendersi alla Svizzera tedesca, a quella francofona e al Canton Ticino, a due passi da casa nostra.

L’iniziativa è dell’Ufficio federale della sanità pubblica in collaborazione con il Ministero della Pubblica Istruzione. Sul sito dedicato da questo Ufficio all’educazione sessuale (amorix.ch) alla voce “Nozioni di base” si cita l’estratto di un documento dell’International Planned Parenthood Federation, una delle principali agenzie internazionali filo-abortiste al mondo, in cui si spiega che “l’educazione sessuale come approccio basato su diritti fornisce ai giovani le conoscenze essenziali, le capacità, le competenze e i valori di cui hanno bisogno per conoscere la loro sessualità, provando piacere fisico, psichico ed emozionale”. Il solito concetto di sessualità come ricerca “responsabile” del piacere, avendo cura di tenere fuori dall’amplesso il figlio e pure l’affetto per l’altro partner.

Sempre sul sito, alla voce “Educazione”, si chiarisce – in un traballante italiano – che per l’infanzia “l’educazione sessuale dovrebbe essere parte integrante dell’educazione primaria, poiché i bambini sono esseri sessuali dalla nascita con bisogni, desideri, atti sessuali e le esperienze che ne derivano”. L’espressione “esseri sessuali” rimanda al mondo animale e, intesi come animali, i bambini non possono che vivere di bisogni e impulsi da soddisfare.

Poi si forniscono indicazioni pratiche in merito all’educazione sessuale dei bambini in età infantile: “Si gioca al dottore. Comincia una piacevole esplorazione del proprio corpo. Si fanno giochi di ruolo: famiglia, sposarsi, baci, eventualmente rapporti sessuali. Cominciano le amicizie intime”. Tra i contenuti proposti troviamo “Percepire il corpo in modo ludico” e “Disegnare le parti del corpo, inclusi gli organi sessuali”.

Per i più grandicelli, circa dai 6 ai 10 anni, si parlerà tra gli altri argomenti di masturbazione, di preservativi, di orientamento sessuale e infine di “prima mestruazione, prima eiaculazione”. Curiosa accoppiata questa, quasi che la prima eiaculazione fosse cosa necessaria e naturale come il primo mestruo. Poi si suggerisce agli educatori di tenersi pronti per rispondere alle classiche – secondo loro – domande dei bambini tra cui: “Quando si è maturi per ‘scopare’ [sic]?”. I bambini svizzeri devono essere particolarmente – diciamo così – disincantati se fanno domande di questo tenore oppure i cervelloni dell’Ufficio della sanità pubblica hanno qualche problema di devianza.

Per i 13-15 anni si metterà a tema la contraccezione, l’aborto, la “molteplicità sessuale (omosessualità, eterosessualità, bisessualità)”. Tenersi pronti poi a risponde a domande piccanti quali: “Anche le ragazze possono avere ‘sogni bagnati’ [sic]?; Come raggiunge un orgasmo una ragazza? Come si diventa un buon amante? Di che misura è mediamente un pene? Qual è la posizione migliore nel fare sesso? Quante ce ne sono? Che cosa si fa con un vibratore? Come ci si accorge che il sesso è soddisfacente? Come ci si accorge che anche lui/lei lo desidera? Ingoiare lo sperma fa ingrassare?”. Agli educatori viene consigliato non di rispondere in modo astratto, bensì attingendo alla propria e personale “biografia (sessuale)”. A questa età poi si parlerà di “pianificazione familiare”, “costituire una coppia, viverla e la fine della stessa (morale della negoziazione [sic])” e di “Molteplicità sessuale / anche intersessualità e transessualità”.

Naturalmente in questo progettino horror sull’educazione sessuale manco l’ombra di un accenno a temi quali la castità, la donazione di sé, il valore della procreazione e l’affettività.

Torniamo al sex-box, uno degli strumenti di questa campagna “educativa” per l’infanzia. In esso troviamo oggetti quali peni di legno e in gomma piuma, vagine di pelouche (clicca qui se vuoi vedere un esempio di sex-box); poi manuali dove si spiega che i bambini devono essere incoraggiati a toccarsi, a giocare nello scoprire l’uno il corpo dell’altra. Come “sussidiario” viene anche usato il libro “Lisa und Jan” che sotto forma di vignette e fumetti contiene immagini a dir poco esplicite: c’è una bambina che si masturba mentre un’altra l’osserva e la imita; un bambino masturba un altro; un terzo che si tocca sotto le lenzuola mentre con una torcia elettrica illumina le parti intime; una donna che infila un preservativo ad un uomo; una bambina in piedi che si solleva l’abitino e mostra il sesso ad un suo compagno lì inginocchiato davanti a lei  e un’altra che si fa la doccia e indirizza il getto d’acqua verso il pube; due bambini che si abbracciano nudi e un altro che spia dalla finestra i genitori mentre hanno un rapporto sessuale; una donna che partorisce, il tutto disegnato in modo assai realistico. Da notare: in tutte queste immagini gli organi sessuali sono sempre ben visibili e nulla è lasciato all’immaginazione del piccolo lettore. C’è poco da dire: è solo pedopornografia di Stato. Pura macelleria sessuale da far ingoiare ai bambini come se fosse un omogeneizzato. Né più né meno.

La Fondazione svizzera per la protezione dell’infanzia ha giudicato invece il libro “Lisa und Jan” adatto per i bambini dai 5 anni in su. Non stupisca questo giudizio: la Fondazione è essa stessa autrice di un libro per bambini dagli zero ai 6 anni che incoraggia l’autoerotismo e il gioco del dottore.

C’è anche il libro “Questo sono io. Dalla testa ai piedi” in cui si vedono, sempre tramite vignette colorate, due uomini guancia a guancia e poi una donna che bacia sulla guancia un’altra.

Pierre Felder, direttore per il Ministero della Pubblica Istruzione delle scuole primarie e secondarie, dopo le polemiche accese dal sex box, ha pensato di buttare acqua sul fuoco, non accorgendosi che invece l’acqua era benzina: “I modelli di organi sessuali di peluche […] non verranno in nessun caso mostrati ai bambini dell’asilo […] ma solo nelle scuole medie.” In effetti un bambino di 11 anni sembra proprio essere pronto per passare dall’orsacchiotto di pezza ad un altro tipo di pelouche. E il resto del materiale porno-didattico, caro dott. Felder?

Questo progetto di educazione sessuale elvetica si muove lungo le direttrici disegnate dal documento della sezione europea dell’Organizzazione Mondiale della Sanità dal titolo “Standards for Sexuality Education in Europe”, di cui questo giornale si era occupato pochi giorni fa nell’articolo “l’Oms gioca al dottore con i bebè”: anche lì si parlava di masturbazione infantile e del gioco del dottore.

Molti genitori naturalmente sono insorti dato che le lezioni, come accennato, sono obbligatorie. Religione è materia facoltativa, la pornografia invece no. E’ partita anche una petizione popolare che ha raccolto sino ad oggi 92mila firme che verranno presentate alla Conferenza dei direttori cantonali dell’educazione.

Una volta ai bambini si leggevano le favole con principi azzurri, principesse e orchi. Oggi i principi e le principesse sono rimaste nelle fiabe, mentre gli orchi sono usciti dai libri e vivono in mezzo ai nostri figli.

Censurano pure la mostra su Rolando Rivi

Censurano pure la mostra su Rolando Rivi

di Andrea Zambrano da www.lanuovabq.it

Tomba di Rolando Rivi

«Quella mostra infanga la Resistenza». Così la scuola elementare di Rio Saliceto (Reggio Emilia) ha dovuto sospendere le visite programmate alla mostra sul Beato Rolando Rivi esposta in questi giorni nei locali della parrocchia del comune della Bassa reggiana. Coincidenze: la scuola primaria di Rio è intitolata ad Anna Frank, una delle più cristalline martiri della furia omicida nazista.

E forse il simbolo dell’innocenza perduta della Seconda Guerra Mondiale. E Rolando Rivi è con Anna Frank un simbolo della violenza delle ideologie e dei totalitarismi del ‘900. Ma ci sono simboli e simboli. Al neo beato, ucciso dai partigiani comunisti sul finire della guerra e beatificato da Papa Francesco perché martire in odio alla fede, per farsi accettare dal mainstream culturale, deve servire più tempo.

Lo dimostra il fatto che nessuno si aspettava che la mostra voluta dal parroco don Carlo Castellini per celebrare la beatificazione di Rivi, suscitasse tanto scandalo. Sotto accusa il pannello «domani un prete di meno», nel quale la mostra raggiunge il suo clou con la narrazione, ad usum infante, dell’uccisione da parte dei partigiani comunisti.

La cosa non è piaciuta ad alcuni genitori che hanno visionato la mostra e l’hanno ritenuta non adatta all’educazione del propri figli. «Infanga la Resistenza e i partigiani». Così hanno così chiesto al parroco di togliere il pannello incriminato. Don Castellini ha opposto un netto rifiuto: la mostra è così, se non piace pazienza, ma non si può cambiare. La scuola però aveva già richiesto l’autorizzazione dei genitori a partecipare alla visita.

Una visita che si sarebbe dovuta svolgere anche in questi giorni all’interno dell’ora di religione, a scanso di equivoci e dunque filtrando già non tutta la popolazione scolastica, ma solo chi ha optato per l’insegnamento della religione cattolica.

Niente da fare: la protesta dei genitori, esternata alle maestre ha raggiunto il suo apice con l’interessamento della preside, che ha deciso di fermare tutto per poter visionare in prima persona i pannelli della mostra inaugurata al Meeting di Rimini da un’idea del biografo di Rolando Rivi, il giornalista e scrittore Emilio Bonicelli.

Delusi gli altri genitori che ora si sono sentiti discriminati e avevano accettato di buon grado l’idea di far vedere ai loro figli la storia per immagini del martirio di Rolando Rivi. La preside ha visionato la mostra è alla fine ha emesso il suo giudizio. Paradossale. «La visita alla mostra viene annullata per ragioni didattiche per l’impossibilità di contestualizzare dal punto di vista storico e didattico la mostra».

La dirigente al telefono con La Nuova Bussola Quotidiana ha anche aggiunto che «a studiare quel periodo storico le scuole elementari non arrivano». Paradossale e a tratti grottesco dato che la scuola è dedicata ad Anna Frank e che nelle scuole elementari la Seconda Guerra Mondiale è studiata ampiamente.

Ma evidentemente la paura di uscire dal seminato del politicamente corretto ha preso il sopravvento e gli strepiti di pochi genitori, alcuni dei quali eletti democraticamente nelle file del Pd locale, hanno avuto la meglio su una maggioranza silenziosa di genitori che ora si sentono presi in giro dalla scuola.

Resta il fatto che quella frase “domani un prete in meno” fa parte della storia ormai, essendo parte integrante della vicenda non solo storica di Rivi, ma anche giudiziaria, su cui una sentenza della Cassazione della Repubblica italiana ha messo la parola fine 50 anni fa attribuendo la sua uccisione ad opera di partigiani comunisti in odio alla fede.

La beatificazione e il culto sarebbero arrivati molto dopo. Così come le recenti richieste di perdono espresse dal presidente dei partigiani reggiani Giacomo Notari. Ma nell’Emilia rossa evidentemente certi aggiornamenti non sono ancora arrivati.

La vicenda mostra chiaramente come la scuola pubblica italiana stia rinunciando anche alla propria storia e al fondo alla propria identità.

Stop giochi Stop crisi

Stop giochi Stop crisi

Il gioco d’azzardo è la causa principale della crisi economica italiana, ma non si può assolutamente dire

di Alberico Cecchini da http://www.ioacquaesapone.it

L’Italia è un Paese davvero incredibile. Nonostante sia assillato da molti dei problemi tipici dei Paesi sottosviluppati, continua a essere uno dei Paesi più ricchi del mondo. Ma ancora per quanto?
A veder bene, l’Italia ha tuttora un’enorme potenzialità di reazione e crescita, ma a causa di questi problemi oggi è un malato gravissimo, a rischio di vita. Da anni ci confondono con il paravento dell’Ici o dell’Imu sulla prima casa come se fossero le questioni principali dell’economia italiana, ma stiamo parlando di cifre inferiori ai 4 miliardi. Forse per non parlare di ciò che conta davvero. Infatti, le principali cause dello stato patologico dell’economia italiana sono l’altissimo costo della corruzione politica (60 miliardi l’anno), degli interessi sul debito pubblico (60 miliardi l’anno), dell’evasione fiscale (150 miliardi l’anno), della spesa pubblica, poco produttiva e non trasparente, la presenza della criminalità organizzata, la giustizia troppo lenta, che è la principale causa della caduta degli investimenti stranieri in Italia (-12,5 miliardi nel 2012).

Per tutti questi punti non abbiamo rivali in Europa, siamo i numeri uno! Ma c’è un altro punto in cui addirittura siamo al primo posto nel mondo a livello pro-capite: il gioco d’azzardo. Una rivoltella puntata contro le famiglie e l’economia italiana che sta bruciando una ricchezza immensa e portando il paese al suicidio. Quasi 100 miliardi nel 2012, oltre 1.600 euro a persona. Significa il 12% dei consumi complessivi degli italiani, un fiume di denaro sottratto agli acquisti, alle cure mediche, ai viaggi, a ogni altro settore sano dell’economia. Ci potevamo comprare auto, libri, cibo, relax e un’infinità di prodotti e sostenere l’occupazione. E, invece, chi governa ha innescato e continua a diffondere uno dei peggiori virus in circolazione. Ormai è un’epidemia. Il tesoro sperperato dal 2004 ad oggi raggiunge i 500 miliardi di euro. L’azzardo (legale) era la terza industria della nazione nel 2011, dopo Eni e Fiat, stando alle stime di alcuni osservatori.

Il gioco d’azzardo è un vampiro (come potremmo definirlo meglio?) che sta prosciugando il conto di milioni di famiglie e, se non viene fermato subito, fra pochi mesi potrebbe essere già troppo tardi. Se non si tampona questa emorragia, ogni ipotesi di ripresa è destinata a fallire. Infatti, ogni anno, questi circa 100 miliardi di euro che vengono bruciati nel fuoco dell’azzardo in gran parte non rientrano nell’economia reale, ma vengono sottratti da questa per scomparire, nei mercati finanziari e nei paradisi fiscali. L’industria dell’azzardo è infatti sterile, assorbe risorse senza alimentare sviluppo. «Il consumo di gioco d’azzardo è un moltiplicatore negativo dell’economia che estrae valore anziché creare valore», spiega il Professor Maurizio Fiasco, studioso del fenomeno e consulente della Consulta Nazionale Antiusura.
Vietando ogni gioco, potremmo recuperare anche fino a 40/50 miliardi, una cifra astronomica che gli italiani potrebbero spendere in auto, vestiti, case, ristoranti, facendo ripartire immediatamente l’economia italiana. Questo riporterebbe il Pil in crescita, dopo anni di negativo, con un effetto di fiducia e di ripresa dei consumi anche da parte di chi ha possibilità di spendere, ma per paura ha stretto la cinghia. Un altro effetto potentissimo sarebbe il calo deciso dello spread, che ci farebbe risparmiare qualche altra decina di miliardi all’anno per abbassare le tasse. Queste variazioni attiverebbero un circolo virtuoso di crescita che gli economisti conoscono bene, un ciclo di espansione economica pluriennale non drogata da bolle monetarie e inflazione.
Quindi l’intervento deve essere deciso e drastico: vietare immediatamente ogni tipo di gioco di azzardo, slot, concorsi, gratta e vinci, lotterie, scommesse. Ecco come può ripartire l’Italia, bloccando l’emorragia di liquidità e riportando un flusso immenso di denaro nell’economia reale. Denaro che farà crescere i consumi di beni e servizi e quindi l’occupazione e i profitti di aziende e negozi. Questa ovvia verità non può raccontarla praticamente nessun grande giornale o televisione, tutti appartengono a logiche politiche legate a doppio filo alle lobby dell’azzardo. La politica si è divisa la torta del “gioco”, un fetta per uno in proporzione del suo peso.

Perché allora quella scelta folle, pochi anni fa, di introdurre i giochi di azzardo su così grande scala? Per motivo ufficiale fu spacciato quello della crescita delle entrate fiscali e del controllo dell’illegalità. Ci avevo creduto anche io e seppur inorridito da uno Stato che diventava tentatore e imbroglione, consideravo questi giochi come modi per far pagare più tasse in maniera volontaria a chi voleva. Ma oggi, vedendo l’esiguità di questi introiti fiscali effettivi, emerge incontestabile la vera e propria truffa ai danni del popolo italiano, di dimensioni mostruose, con la responsabilità totale di tutte le principali forze politiche, già molto esperte in furbissime “larghe intese”.

Una perizia delle Fiamme Gialle aveva quantificato in 98 miliardi il possibile danno causato dalle scorrettezze tecnico-contabili adottate dai concessionari delle slot. I marchingegni sanguisuga devono essere collegati ad un cervellone elettronico che automaticamente li controlla e calcola le tasse su ogni giocata. Ma la Guardia di Finanza aveva “scoperto” che migliaia di slot machines, la maggior parte, non erano mai state collegate al cervellone dei Monopoli di Stato. Il Procuratore della Corte dei Conti ha chiesto di far pagare a 10 concessionari di slot la mega-multa di 98 miliardi. Quei 98 miliardi sono poi divenuti 2,5 durante il processo. Questi poi si erano ridotti a circa 600 milioni di euro, ma il governo, e con lui anche il Parlamento, ha approvato un ulteriore emendamento per fare altri 100 milioni di sconto. Una vergogna senza fine: su 297 deputati del Pd solo 8 hanno votato no. Ecco i loro nomi: Lorenzo Basso, Bobba Luigi, Bragantini Paola, Cani Emanuele, Coppola Paola, Donati Marco, Senaldi Angelo, Tullio Mario, oltre a qualcuno che ha deciso di uscire dall’Aula per non prendere parte al voto.

Atlantis Bplus Giocolegale, con sede nelle Antille Olandesi, un paradiso fiscale, è una potenza del gioco in Italia con un giro d’affari di oltre 30 miliardi. Titolare effettivo di questa azienda è Francesco Corallo, il ‘re delle slot’, che è stato latitante per 14 mesi e figlio di Gaetano, condannato a 7 anni e mezzo di reclusione e considerato vicino al boss mafioso Nitto Santapaola. Francesco Corallo è in affari anche con il figlio di Dell’Utri sempre nel settore delle slot machines. Azzardo e riciclaggio sono fenomeni che da spesso, e da sempre, si sovrappongono per ripulire i capitali criminali, sostiene Mario Turla, consulente delle banche per l’antiriciclaggio: «È un cancro che attacca la società legale e come tale va capito e combattuto, se non si vuole soccombere».

Crollano adozioni e affidi, impediti dalla burocrazia ma non solo: «È la cultura dell’accoglienza che viene meno»

Crollano adozioni e affidi, impediti dalla burocrazia ma non solo: «È la cultura dell’accoglienza che viene meno»

Dal 2006 al 2011 adozioni nazionali crollate da 16 mila a 11 mila. Marco Mazzi (Famiglie per l’accoglienza): «Le coppie oggi sono più sole e fragili»
di Chiara Rizzo da www.tempi.it 

Sono scese drasticamente le domande per l’adozione, nazionale e internazionale, e per l’affido. A renderlo noto è stata la Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza, che ha condotto un’indagine su questo tema. Secondo i dati raccolti al Dipartimento di giustizia minorile, le adozioni nazionali sono scese, nel periodo 2006-2011, da 16.538 a 11.075. La Commissione adozioni internazionali, pur ricordando che l’Italia resta il secondo paese per numero di richieste dopo gli Stati Uniti, ha riferito di un calo del 22 per cento nelle adozioni, dai 4.022 casi del 2011 ai 3.106 del 2012. Intanto – secondo gli ultimi dati del ministero del Lavoro e delle politiche sociali, che risalgono al 2010 – circa 14.781 minori in Italia non hanno una famiglia e vivono presso le “Case famiglia” o i servizi residenziali e socio-educativi: altri 14.528 minori sono stati affidati invece a famiglie.

Ieri, mercoledì 20 novembre, è stata celebrata la Giornata nazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Per l’occasione si è parlato di adozioni e affidi anche in Parlamento, proprio per dare la massima risonanza possibile a una situazione dolorosa, come conferma a tempi.it Marco Mazzi, presidente di Famiglie per l’accoglienza, una rete di nuclei familiari che si aiutano ad affrontare l’esperienza dell’accoglienza.

bambini-sowetoMazzi perché questa brusca diminuzione delle adozioni?
Per le adozioni internazionali sicuramente intervengono maggiori difficoltà economiche. Il percorso per queste adozioni prevede spese che possono variare dai 15 mila ai 25 mila euro, ci sono nazioni dove è richiesta una lunga permanenza, e altri dove bisogna tornare più volte, poi ci sono da pagare gli avvocati e i traduttori. Pur essendo stato fatto uno sforzo da parte delle associazioni internazionali per contenere i costi, purtroppo il problema insiste. Per il calo delle adozioni nazionali il problema è che ci sono pochissimi bimbi piccoli e sani, che vengono dati rapidamente in adozione perché le domande in questi casi superano il numero dei bambini, ma poi ci sono anche molti piccoli con problemi, spesso di salute, oppure bambini più grandi che non vengono accolti. L’accoglienza si ferma alla “tipologia tipo” desiderata, e si crea ovviamente un divario: ci sono ragazzi in età scolare che avrebbero bisogno di un appoggio o ragazzi più grandi che sono in istituto, ci sono bambini malati che non trovano una famiglia. Più in generale dietro al calo di adozioni e affidi vedo la necessità di riprendere una precisa cultura dell’accoglienza. Questa cultura tende a diminuire, perché è legata alla solidità della famiglia, mentre oggi i nuclei familiari vivono difficoltà non solo economiche ma anche relazionali. Pensiamo all’isolamento in cui vivono le nuove famiglie, dove spesso la donna lavora e non ha chi l’aiuti ad accudire i figli: sono tutti fattori che incidono. Infatti non è un problema solo delle adozioni, si fa fatica a trovare famiglie anche solo per l’affido. C’è un tessuto sociale che si sta sfilacciando, e presto tutti noi ne pagheremo le conseguenze.

Tra le problematiche segnalate dal rapporto della Commissione parlamentare, dopo l’audizioni di numerose associazioni, tra cui la vostra, ci sono il numero ridotto di assistenti sociali presenti in alcune aree del paese e la scarsa qualità di alcuni servizi sociali, per cui sarebbero necessari una migliore formazione e controlli capillari e profondi di alcune strutture residenziali. È così?
Sì. Inoltre noi abbiamo sottolineato che è necessario prevedere un’assistenza alle famiglie anche dopo l’adozione/affido. I singoli bambini ospitati presso strutture assistenziali, come quelli che sono in affido o in casa famiglia, devono avere un percorso personalizzato, da analizzare e seguire nel tempo. Tra alcune regioni d’Italia, poi, la discrepanza nel numero di affidi e adozioni è davvero elevata, perché ci sono enormi differenze tra le rispettive linee guida per gli assistenti sociali o i sussidi alle famiglie: in alcune zone sono previste, in altre no; in alcune regioni si aiutano le famiglie, in altre no. Purtroppo gli aiuti mancano in particolare al Sud.

Altro problema: i procedimenti di adottabilità «si prolungano oltre una ragionevole durata».
Nel frattempo da questo punto di vista qualcosa è stata fatta: oggi un coppia per ottenere lo stato di idoneità all’adozione impiega mediamente sei mesi. Per le adozioni nazionali, però, è ancora impossibile calcolare una tempistica media, perché è il tribunale dei minori che ha il compito di scegliere dalle banche dati la famiglia che sembra migliore in base alle esigenze del singoli bambini. Quanto alle adozioni internazionali, i tempi sono ancora davvero molto variabili, a seconda dei paesi presso i quali è accreditato l’ente incaricato dell’”abbinamento” e della provenienza del bimbo. In media l’iter dura due anni e mezzo.

La settimana passata ha fatto molto discutere la decisione del Tribunale dei minori di Bologna di dare in affido una bambina a una coppia omosessuale. Cosa ne pensa?
Non ho letto le motivazioni di questo specifico caso, però dico che bisogna stare attenti a che i singoli casi non creino una mentalità generalizzata. Stando a quello che vediamo nella nostra esperienza, è meglio che un minore sia accolto e cresciuto dentro una relazione di coppia tra un uomo e una donna, perché questo permette un percorso di maturazione anche nella propria identità sessuale: il minore ha bisogno di identificarsi e differenziarsi rispetto a ciascuno dei genitori. Diverso potrebbe essere il caso di un ragazzo già maturo, con una propria identità ben definita, anche se personalmente, avrei comunque delle perplessità, perché è nell’unità-diversità uomo-donna che si abbraccia tutto (il fisico, il ruolo, la personalità) e che si permette al minore di crescere. Noi pensiamo che il rapporto affettivo sia ciò di cui i minori hanno più bisogno, e lo dico anche pensando alla fragilità che vivono le stesse coppie eterosessuali, documentata dall’aumento dei divorzi e delle separazioni. I minori hanno bisogno di stabilità effettiva, e dentro questa stabilità c’è anche la differenza tra i sessi.

O’Malley e i giovani che non sanno più cos’è il matrimonio. «Si è perso il significato del corteggiamento»

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Per il cardinale l’allontanamento dalla vita Chiesa ha causato «il fraintendimento del matrimonio». Ma esiste tuttavia un segno di speranza
di Benedetta Frigerio da www.tempi.it 

sean_o_malleyQual’è il primo male da cui discende la crisi della famiglia? «L’intera nozione della famiglia è minacciata dalla mentalità della convivenza». Le parole del vescovo di Boston, Sean O’Malley, nell’intervista rilasciata ieri alla Catholic News Agency preannunciano in parte ciò su cui la Chiesa si soffermerà nel prossimo sinodo della famiglia indetto da papa Francesco.

RAGGIUNGERE I GIOVANI. Il cardinale, fra gli otto chiamati dal Pontefice come consiglieri nella guida della Chiesa, ha parlato dei «bambini nati fuori dal vincolo coniugale», che sono la metà del totale, come della «più grande minaccia al matrimonio». Il problema, ha chiarito O’Malley, è che molti giovani non sanno più cosa sia il matrimonio per via della scarsa partecipazione alla vita della Chiesa, alla frequentazione della Messa e delle catechesi.
Compito dei laici e religiosi è dunque raggiungere i giovani per educarli: «Infondendo in loro il senso della vocazione, aiutandoli a comprendere il significato del periodo di corteggiamento». Certamente anche le politiche sociali ed economiche non aiutano le nuove generazioni, su cui gravano «debiti tremendi, sconosciuti alle precedenti». Il cardinale ha fatto riferimento, ad esempio, ai costi delle università, per cui i giovani si indebitano e «posticipano il matrimonio o l’entrata in seminario e nella vita religiosa».

UN SEGNO DI SPERANZA. Ma nella «cultura secolarizzata» del provvisorio c’è comunque un punto a cui guardare. «Un segno di speranza», come l’ha chiamato O’Malley facendo riferimento «ai giovani che stanno abbracciando la Vita del Vangelo»: sono quelli che fanno «parte delle marce di Washington».