Quegli ignoti film sui martiri cristiani di Spagna

Quegli ignoti film sui martiri cristiani di Spagna

di Marco Respinti da www.lanuovabq.it

locandina

C’è in giro, da qualche mese, un bel film sui martiri cattolici massacrati dagli anarco-comunisti durante la Guerra civile spagnola (1936-1939) e nessuno lo sa. Anzi, i film sono addirittura due, no tre, e però nemmeno la potenza di YouTube, dove se ne possono tranquillamente visionare i trailer, sortisce effetti.

Il primo film si chiama Un Dios prohibido e il suo regista Pablo Moreno. Lo ha realizzato la Contracorriente producciones di Ciudad Rodrigo, nella provincia di Salamanca, che dal 2006 ha dato vita a 15 fra lungometraggi e cortometraggi (uno, La llamada, uscito già dopo Un Dios prohibido), tutti di argomento religioso e apologetico, tutti diretti dall’infaticabile Moreno. Ora sta promuovendo il grande sforzo di Euangelion, una serie in sei puntate preparata per la televisione e dedicata alla vita di Gesù che letteralmente sconvolge quella di quanti lo incontrano .

Un Dios prohibido è una storia tutta vera. Si svolge nell’agosto del 1936, pochi mesi dopo lo scoppio di quella Guerra civile che a lungo era incubata dopo l’instaurazione, il 14 aprile 1931, della cosiddetta Seconda repubblica spagnola, presto divenuta un vero e proprio regime liberticida con tutto il suo corollario di vessazioni anticlericali e di persecuzioni religiose. A Barbastro, un borgo della provincia aragonese di Huesca allora popolato da 8mila anime (oggi ne conta circa 15mila), 51 Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria, detti clarettiani dal nome del fondatore, sant’Antonio María Claret y Clará (1807-1870), furono barbaramente uccisi dal Fronte Popolare in odio alla fede cattolica che professarono senza compromessi, reticenze e rinunce. La pellicola ne racconta le ultime settimane di vita prima della fucilazione. Un film bello (alla cui realizzazione ha partecipato, finanziariamente e non solo, pure l’ordine dei clarettiani), ma soprattutto forte nei contenuti e politicamente scorretto con naturalezza in quel suo semplice narrare una storia emozionante di virtù eroiche.

Il secondo dei tre film annunciati d’esordio è Mártires Oblatos, sempre diretto dal prode Moreno nel 2011, sempre per la Contracorriente producciones: è un corto di taglio narrativo-documentaristico sull’assassinio, nel 1936, di 22 Missionari Obliati di Maria Immacolata falcidiati a Pozuelo de Alarcón, oggi nella comunità autonoma di Madrid.

Il terzo è Bajo un manto de estrellas, diretto da Óscar Parra de Carrizosa per la Mystical Films, un’altra bella impresa cattolica spagnola nata nel 2012. Narra del martirio, ancora e sempre in quel famigerato 1936, di 19 dominicani del Convento de la Asunción de Calatrava di Almagro, nella provincia castigliana di Ciudad Real, avvalendosi della supervisione storico-religiosa di due esperti, don Jorge López Teulón, postulatore della causa di beatificazione dei martiri (altri ancora) di Toledo, e il padre domenicano José Antonio Martínez Puche, direttore della casa editrice dell’Ordine dei predicatori Edibesa di Madrid, nonché autore di studi in materia. Bajo un manto de estrellas sta ultimando le riprese e uscirà nel 2014.

Nel complesso, i martiri cattolici mietuti dalla persecuzione che ha accompagnato ma pure preceduto la Guerra civile spagnola sono una legione. Papa Francesco ne ha esaltati all’onore degli altari 522 il 13 ottobre: con loro, il conto totale sale a 1.512 beatificati e 11 canonizzati. In tutto, la persecuzione anticattolica ha causato in Spagna 6.832 morti. Di questi, 4.184 erano membri del clero secolare, fra cui 12 vescovi (di cui 9 già beatificati) e un amministratore apostolico; 2.365 erano i religiosi; e 283 religiose. Dei laici cattolici uccisi per motivi religiosi non esistono statistiche certe, ma siamo nell’ordine delle diverse centinaia. Le violenze più intense si ebbero tra il 18 luglio 1936 e il 1º aprile 1939, quando anche il 70% delle chiese del Paese venero distrutte con profanazioni e atti palesemente sacrileghi. Per farsi un’idea di quell’abisso, resta sempre validissimo il libro di mons. Vicente Càrcel Ortì, Buio sull’altare. 1931-1939: la persecuzione della Chiesa in Spagna (trad. it. Città Nuova, Roma 1999).

In questo martirologio enorme, i 51 clarettiani di Barbastro narrati in Un Dios prohibido sono stati canonizzati dal beato Giovanni Paolo II il 25 ottobre 1992. I 22 martiri oblati di Pozuelo de Alarcón rappresentati in Mártires Oblatos sono stati beatificati da Papa Benedetto XVI il 18 dicembre 2011. E i 19 domenicani di Almagro immortalati in Bajo un manto de estrellas lo saranno presto ; nel convento che ne vide il martirio già riposano del resto alcuni testimoni eroici della fede, canonizzati il 28 ottobre 2007 da Papa Benedetto XVI.

Insomma, la cinematografia alternativa dei cattolici iberici è una piccola potenza di bellezza, fascino e apologetica che si muove senza un briciolo di vergogna in uno degli haut liuex dell’apostasia occidentale, la Spagna fu-cattolica divenuta ora un ridotto di eroi semiclandestini, assediati da secolarismi incrociati, ideologie in ritardo, statalismi irritanti, persecuzioni democratiche e “orgogli” il più contro-natura possibile. Bisognerebbe che le loro significative pellicole non finissero per diventare un secondo “caso Cristiada”, il film sui cristeros messicani prima arenatosi, poi uscito di soppiatto, poi ancora e sempre non distribuito in Italia, e quindi per forza di cose mero appannaggio del fai-da-te via Internet. Volete mettere invece l’effetto che farebbero film così nei cinema veri, con i giornaloni costretti a parlarne e i soliti noti a stracciarsi le vesti?

L’ideologia immigrazionista giustifica l’invasione di massa

L’ideologia immigrazionista giustifica l’invasione di massa

Nel precedente intervento, auspicavo, dopo il giusto dolore per la strage di eritrei e somali a Lampedusa, un’azione attenta di conoscenza della questione immigrazione per evitare reazioni emotive. Pertanto la prima cosa da fare è studiare bene il problema. Il professore Massimo Introvigne è un esperto sociologo che oltre a studiare le Religioni si occupa anche di queste questioni.  Avvalendomi del suo testo “Islam. Che cosa sta succedendo?” , della Sugarcoedizioni, Introvigne raccomanda di saper leggere bene i numeri dell’immigrazione, per non sbagliare previsioni. E cita Michele Tribalat, una che li ha letti bene, e che ha scritto un ottimo testo, “Les Yeux grands fermes. L’immigration en France”,(“A occhi ben chiusi. L’immigrazione in Francia”, Denoel, Parigi 2010)Un libro che purtroppo rischia di non essere letto da nessuno secondo Introvigne.

 Tribolat avendo lavorato per molti anni negli uffici statistici francesi, presenta ricerche originali, ma con un gergo specialistico. “E’ un peccato, perché i dati che la Tribolat presenta sono tali da indurre a ripensare l’intera questione dell’immigrazione”. In pratica l’esperta francese sostiene che “da almeno quindici anni molti dati offerti al pubblico francese sull’immigrazione sono falsi”. La Tribolat, incalza: “La falsificazione non è il risultato di errori: è deliberata – talora perfino imposta per legge – e ha lo scopo di evitare che l’opinione pubblica francese si allarmi per il numero troppo alto degli immigrati e diventi ‘razzista’”.

 Esiste un’ossessione anti-razzista, che ha permesso a qualcuno di mentire ai francesi, una specie di “menzogna sedicente pedagogica, che dovrebbe appunto evitare il diffondersi di tesi razziste e imporre ‘il dogma di una visione necessariamente positiva dell’immigrazione’.Si arriva al punto che l’immigrazione viene sacralizzata e a nessuno è permesso di dissentire, e  neanche fare dibattiti ragionevoli. L’esperta francese ha iniziata a porre  una domanda semplice: “quanti immigrati arrivano ogni anno in Francia?” E qui in pratica le statistiche sono state manipolate.

 Intanto la Tribolat smonta qualche luogo comune come il fatto che l’immigrato non viene più in Francia per cercare lavoro, il 63% a partire del 2006 entra per ricongiungimento familiare. Altro luogo comune smontato è che “l’immigrazione è necessaria all’economia europea”, che, “gli immigrati risolvono i problemi pensionistici causati dalla denatalità e ‘fanno lavori che nessun europeo vuole fare’.

 Comunque sia esistono ricerche che mostrano che in economia non esistono regole o teoremi validi riguardo all’immigrazione europea. Un dato è certo, la mano d’opera poco qualificata è nociva all’economia: gli immigrati spesso fanno lavori a prezzi stracciati, alterando il mercato del lavoro, in particolare, a danno dei cittadini non immigrati più poveri, e poi tra l’altro pagano contributi pensionistici modesti. Certo può capitare anche mano d’opera qualificata tra gli immigrati, ma dal punto di vista morale, bisogna ammettere però che questo è devastante per i Paesi d’origine.

 La Tribolat, è stata accusata di “fanatismo demografico”, e di essere “malata”, quando ha proposto di misurare la popolazione complessiva che origina direttamente o indirettamente da fenomeni d’immigrazione. Certo se fosse vero che certe città francesi, un terzo della popolazione è composta da immigrati, l’impatto sull’opinione pubblica sarebbe devastante.

 Gli studi dell’esperta francese, che non cita quasi mai l’Italia, potrebbero essere utili anche per il nostro Paese, “ce n’è abbastanza per importare anche da noi un sano realismo che induca a diffidare di statistiche, quando si tratta d’immigrazione, troppo spesso riviste al ribasso o edulcorate”.

 C’è una corrente di pensiero diffusa nella cultura europea, alimentata dai media di ogni specie, che ha permesso di sottovalutare il fenomeno, mi riferisco all’immigrazionismo, una subdola ideologia. Il professore Introvigne della propaganda  immigrazionista,  individua cinque tesi che analizza e confuta. La 1° tesi è quella di carattere quantitativo: gli immigrati sono ancora una minoranza, è inutile allarmarsi, c’è posto per tutti. Sono ragionamenti che emergono negli ambienti della Caritas/Migrantes, che producono utili rapporti annuali, ma spesso con commenti immigrazionisti. Secondo Introvigne questi ragionano come se sono di fronte a una fotografia, invece l’”immigrazione è un processo – scrive Introvigne – e dunque è necessario guardare non alla fotografia o al singolo fotogramma ma la film”. Ogni anno gli immigrati aumentano a un ritmo vertiginoso, vogliamo arrivare come in Olanda? Su tredici milioni di residenti, oltre tre sono immigrati extra-comunitari. O in Svezia su nove milioni, quasi due sono immigrati.

 Sono dati che conoscono anche gli immigrazionisti, ma ci invitano a fare un duplice atto di fede: in futuro ci saranno meno immigrati e che quelli presenti o in arrivo nel nostro continente faranno sempre meno figli. Mi sembra un ottimismo fuori luogo.

 La 2° tesi è che accogliere grandi quantità d’immigrati è un imperativo morale. Lo sostengono politici di sinistra, ma a volte anche di destra, che intendono in questo modo, risolvere i problemi della fame del mondo e del sottosviluppo. Per l’Europa è una specie di contributo morale obbligatorio, una “penitenza per i peccati del colonialismo”. “Ma, a prescindere dal fatto che presentare il colonialismo come soltanto dannoso e malvagio è piuttosto unilaterale e storicamente discutibile, non c’è nessuna prova convincente che sia meno costoso per l’Europa e più proficuo per il Terzo Mondo trasferire da noi milioni d’immigrati extra-comunitari piuttosto che destinare le stesse risorse ad aiutarli nei loro Paesi d’origine”.

 Un argomento etico usato molto in Italia, è quello dell’asilo politico, così chiunque non si trovi bene in un Paese non democratico, o vittima di gravi sperequazioni economiche, avrebbe diritto all’asilo politico, praticamente, scrive Introvigne, “la stragrande maggioranza degli abitanti del Terzo Mondo avrebbe questo diritto”. Invece c’è un argomento etico contrario per opporsi all’immigrazionismo: “fondato sul rispetto dei diritti delle maggioranze, non meno importanti di quelli delle minoranze”. Peraltro la maggior parte dei cittadini dell’Unione Europea nei sondaggi e anche nelle elezioni si dichiara contraria ai progetti immigrazionisti. Recentemente in Norvegia, il partito conservatore della signora Erna Solberg ha stravinto le elezioni. Pertanto bisogna tenere conto della volontà popolare oppure no?

 Il 3° argomento degli immigrazionisti è di tipo economico. Si dice che l’Europa, a causa della denatalità, ha bisogno d’immigrati, non importa da dove, e in ogni caso ci sono “lavori che nessun europeo vuole fare”, che possono essere svolti dagli immigrati. E’ vero l’Europa ha un drammatico problema demografico, ormai siamo una civiltà moribonda. Ma non c’è la certezza che l’aumento indiscriminato degli immigrati sia la soluzione.

 Il 4° argomento è quello sociale. Il welfare europeo è in profonda crisi, perché ci sono troppi vecchi pensionati e pochi giovani che pagano i loro contributi agli enti previdenziali. Così i teorici immigrazionisti pensano che gli immigrati extra-comunitari possono risolvere il problema. Ma sono pie illusioni perché solitamente gli immigrati hanno lavori poco remunerati, quindi pagano contributi relativamente bassi.

 Il 5° argomento sostenuto dagli immigrazionisti è la tesi che la religione degli immigrati sia indifferente. Chiunque sa che la religione ha delle conseguenze sociali, un conto sono i peruviani che portano per le strade in processione la statua della Madonna e un conto sono i musulmani che magari mescolano alle loro preghiere invettive contro gli USA e l’Occidente.

Mi fermo so benissimo che il tema ha bisogno di ulteriori approfondimenti, sarà per un’altra occasione.

di DOMENICO BONVEGNA

                                                                                       

 

Divorziati risposati, la Germania scherza col fuoco

Divorziati risposati, la Germania scherza col fuoco

di Ettore Malnati0 da www.lanuovabq.it

Mons. Robert Zoellitsch

La diocesi di Friburgo prepara un percorso per i divorziati risposati che li porti a riaccostarsi alla Comunione e la Santa Sede chiude subito il discorso. Ieri tutte le agenzie hanno rilanciato con enfasi la notizia data da Der Spiegel che presentava un lungo vademecum della diocesi di Friburgo – guidata dal dimissionario (per motivi di età) monsignor Robert Zoellisch, che è anche presidente della Conferenza episcopale tedesca – per accompagnare il cammino spirituale di separati, divorziati e divorziati risposati. 

Ma a fare clamore è stata la possibilità prevista di arrivare a riammettere ai sacramenti i divorziati risposati. Immediata la replica del portavoce vaticano padre Federico Lombardi, che ha parlato di «una fuga in avanti, che non è ufficialmente espressione dell’autorità diocesana».  In altre parole, il documento sarebbe soltanto frutto della Commissione pastorale diocesana per la famiglia, diventato pubblico senza che il vescovo lo abbia visto. Versione ufficiale non proprio convincente, visto che l’anno scorso ben 120 preti della diocesi di Friburgo avevano firmato un documento in cui si contestava la disciplina ecclesiale che vieta la Comunione ai divorziati risposati. In ogni caso padre Lombardi ha precisato che «non cambia nulla, non c’è alcuna novità per i divorziati risposati».
Quello dei divorziati risposati è un tema al centro dell’attenzione di diversi episcopati e ne aveva parlato nei mesi scorsi anche Benedetto XVI, che spostava però l’attenzione sul problema della validità o meno di tanti matrimoni celebrati in chiesa. In ogni caso se ne parlerà al prossimo Sinodo episcopale straordinario sulla famiglia che Papa Francesco ha convocato per l’ottobre 2014.

Sull’iniziativa della diocesi tedesca e più in generale sul tema dei divorziati risposati, abbiamo chiesto un parere al teologo don Ettore Malnati:

L’attenzione che i vari episcopati mondiali pongono nei confronti delle «tristezze e angosce degli uomini di oggi» (Gaudium et Spes, no. 1) sottolinea quell’attenzione pastorale tanto necessaria per realizzare lo stile del Buon Pastore giustamente richiamato anche da papa Francesco.

Ci sono però problemi come quello del matrimonio e della famiglia che non possono essere affrontati secondo la logica né del populismo etico né della superficialità tipica espressione di un buonismo che, invece di dare risposte e obiettiva speranza, ingarbuglia «coscienza e valori».
E’ da tempo che esistono le situazioni di uomini e donne che avendo celebrato il sacramento del matrimonio – o perché vittime o perché hanno voluto il divorzio – vivono la separazione dal loro coniuge con il quale hanno avuto dei figli e con cui hanno contratto il vincolo nuziale che per sua natura non può che essere indissolubile.

La Conferenza Episcopale Italiana (Cei) nel Direttorio per la famiglia ha affrontato il problema da tempo: sia dei coniugi separati e divorziati non risposati che di quelli risposati civilmente.
Il tutto però è visto con attenzione a verità e pastoralità. Spesso senza volere seriamente informarsi, molti coniugi separati e non risposati che hanno subito il divorzio e sono rimasti con i loro figli, pensano di non potere ricevere i sacramenti o di essere esclusi dalla vita ecclesiale. Nulla di più falso.

Chi è nella prova o ha subito un divorzio o una separazione, è nella opportunità di fare preziosa occasione di quei mezzi di grazia che donano forza, consolazione e ravvedimento sacramentale perché non venga meno quell’aiuto che la Chiesa per volere di Cristo non può che presentare in un progetto di salvezza.
La comunità cristiana non è una setta di sedicenti perfetti, come vorrebbero la gnosi o i catari, ma un popolo di santi e di peccatori che cercano in Cristo la loro giustizia e santità, nella verità. La Chiesa è la casa di convertiti che cercano perdono e pace interiore nella scia di quella verità che non è scevra da carità.

E’ questo che i pastori devono far conoscere e realmente praticare nello stile di quel Buon Pastore che non è venuto per i giusti ma per i peccatori.
Attuare e praticare ciò, come da sempre è stato raccomandato dal Magistero della Chiesa cattolica, è doveroso da parte di ogni Chiesa particolare se non si vuole disattendere lo spirito di Cristo e ciò che il Concilio ci indica già nel proemio della Gaudium et Spes che abbiamo citato.

Vedere però disattendere quella volontà positiva di Cristo espressa nel Vangelo di Matteo («Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi», Mt 19,6) non può essere considerata un’attenzione pastorale. Certo, è doveroso da parte del Magistero della Chiesa offrire la proposta di salvezza a chi ha infranto l’unità coniugale e che desidera vivere il suo Battesimo. Ma tutto ciò non può banalizzare l’atto sacramentale dei “due una sola carne” che li ha resi «intima comunità di vita e di amore coniugale fondata dal creatore e strutturata con leggi proprie…  che è stabilita dall’irrinunciabile consenso personale» (Gaudium et Spes, 48).

Nessuno può arbitrariamente giustificare o ecclesialmente legittimare una ulteriore unione senza aver appurato – come ebbe ad affermare Benedetto XVI – la nullità o la non esistenza del primo patto. La comprensione pastorale non può mai essere contraria alla Verità rivelata: l’indissolubilità del matrimonio, che sussiste solo tra l’uomo e la donna quale comunità di amore aperta alla vita.

Il Concilio Vaticano II era già 50 anni fa consapevole che «dappertutto la dignità di questa istituzione non brilla con identica chiarezza perché è oscurata dalla poligamia, dalla piaga del divorzio, dal cosiddetto libero amore e da altre deformazioni» (Gaudium et Spes, 47). Ciò che la pastorale deve far comprendere è che il matrimonio monogamico tra un uomo e una donna deve essere un valore al quale i coniugi si preparano con consapevolezza; che una volta celebrato crescano nell’amore responsabile progettando spiritualmente, umanamente, psicologicamente la loro fedeltà e indissolubilità del vincolo coniugale. Quindi vivendo consapevoli di quella unicità e sacralità della persona alla quale si sono donati o hanno accolto.

E’ di questa attenzione pastorale che abbiamo bisogno, non certo di scappatoie che mortificano la dignità e la responsabilità spirituale e naturale del Sacramento del Matrimonio; ma anche mortificano la stessa società di cui la famiglia umana è la prima e fondamentale cellula, per una civiltà dove la persona si prende tutte le sue responsabilità nei confronti di sé, della propria famiglia e dell’intera società. La Chiesa nella storia ha anche questa doverosa e improba missione. Venire meno significa tradire la volontà di Cristo.

Benedetto XVI scrive a Odifreddi: «La teologia è scienza, l’ateismo è fantascienza»

Benedetto XVI scrive a Odifreddi: «La teologia è scienza, l’ateismo è fantascienza»

di Massimo Introvigne da www.lanuovabq.it

Papa scrive

A ciascuno la sua lettera. Se Eugenio Scalfari ha ricevuto posta da Papa Francesco, il matematico e propagandista dell’ateismo Piergiorgio Odifreddi, dopo avere pubblicato un libro intitolato «Caro Papa ti scrivo», si è visto arrivare una risposta dal Papa Emerito Benedetto XVI. Le undici pagine saranno pubblicate in integro da Mondadori in una nuova edizione del libro di Odifreddi: le leggeremo con interesse, non senza rilevare che il matematico diventerà il primo ateo che farà un po’ di soldi vendendo la lettera di un Papa. Ma intanto Odifreddi ha pubblicato un corposo estratto – non un riassunto, tutte le frasi sono di Papa Ratzinger –  sulla casa madre di tutti gli atei che si rispettino, Repubblica, che di questi tempi ogni tanto assomiglia all’Osservatore Romano.

Al di là del dato curioso, la lettera è una piccola lezione di apologetica. Benedetto XVI ringrazia Odifreddi per avere letto «fin nel dettaglio» i suoi libri su Gesù di Nazaret – non è poco, considerando quanti criticano senza leggere -, comunica al matematico che anche lui, Ratzinger, ha letto il suo testo, e gli confessa che  «il mio giudizio circa il Suo libro nel suo insieme è, però, in se stesso piuttosto contrastante. Ne ho letto alcune parti con godimento e profitto. In altre parti, invece, mi sono meravigliato di una certa aggressività e dell’avventatezza dell’argomentazione». Di questa sorta di recensione critica di Benedetto XVI al libro di Odifreddi, «Repubblica» pubblica quattro parti.

La prima attiene alla teologia, che per Odifreddi non sarebbe scienza ma fantascienza. Dopo un bonario commento ironico su perché mai, se si tratta di mera fantascienza, Odifreddi passa tanto tempo a occuparsene, il Papa emerito sviluppa la sua replica su due piani. Anzitutto, osserva che se pure
«è corretto affermare che “scienza” nel senso più stretto della parola lo è solo la matematica, mentre ho imparato da Lei che anche qui occorrerebbe distinguere ancora tra l’aritmetica e la geometria»,  in senso ampio parliamo di scienza per qualunque disciplina che «applichi un metodo verificabile, escluda l’arbitrio e garantisca la razionalità nelle rispettive diverse modalità». La teologia corrisponde a questi criteri, e dunque è scienza. Inoltre, ha contribuito in modo notevole alla cultura occidentale, e ha mantenuto vivo il dialogo fra fede e ragione. Questo dialogo è essenziale anche per i non credenti: «esistono patologie della religione e – non meno pericolose – patologie della ragione. Entrambe hanno bisogno l’una dell’altra, e tenerle continuamente connesse è un importante compito della teologia».

In secondo luogo, Papa Ratzinger osserva che «la fantascienza esiste, d’altronde, nell’ambito di molte scienze». Esiste «nel senso buono»: Benedetto XVI cita scienziati come Werner Heisenberg (1901-1976) e  Erwin Schrödinger (1887-1961) che hanno proposto «visioni ed anticipazioni», «immaginazioni con cui cerchiamo di avvicinarci alla realtà», una fantascienza che però è stata utile alla scienza. Ma gli scienziati, afferma il Papa emerito, producono talora «fantascienza in grande stile» in senso meno buono, per esempio «all’interno della teoria dell’evoluzione» usata per cercare di fornire un’impossibile prova scientifica dell’ateismo.

Con un po’ di malizia Papa Ratzinger cita le teorie del biologo e divulgatore scientifico Richard Dawkins, infaticabile propagandista dell’ateismo e amico di Odifreddi, come «un esempio classico di fantascienza» spacciata per scienza. Uno dei padri dell’evoluzionismo, Jacques Monod (1910-1976), nota ancora non senza umorismo Benedetto XVI, nel suo fin troppo famoso «Il caso e la necessità», «ha scritto delle frasi che egli stesso avrà inserito nella sua opera sicuramente solo come fantascienza». Papa Ratzinger ne cita una: «La comparsa dei Vertebrati tetrapodi… trae proprio origine dal fatto che un pesce primitivo “scelse” di andare ad esplorare la terra, sulla quale era però incapace di spostarsi se non saltellando in modo maldestro e creando così, come conseguenza di una modificazione di comportamento, la pressione selettiva grazie alla quale si sarebbero sviluppati gli arti robusti dei tetrapodi. Tra i discendenti di questo audace esploratore, di questo Magellano dell’evoluzione, alcuni possono correre a una velocità superiore ai 70 chilometri orari…». Non potendo dimostrare questa storiella, Monod, come tanti evoluzionisti, ha prodotto tecnicamente fantascienza, e neppure della migliore qualità.

Secondo capitolo della risposta di Benedetto XVI. Odifreddi insiste sui preti pedofili. È una tragedia che da Pontefice Ratzinger, dice, ha affrontato «con profonda costernazione. Mai ho cercato di mascherare queste cose. Che il potere del male penetri fino a tal punto nel mondo interiore della fede è per noi una sofferenza che, da una parte, dobbiamo sopportare, mentre, dall’altra, dobbiamo al tempo stesso, fare tutto il possibile affinché casi del genere non si ripetano». Per quanto questo non consoli né le vittime né il Papa emerito, questo fa però osservare a Odifreddi che «secondo le ricerche dei sociologi, la percentuale dei sacerdoti rei di questi crimini non è più alta di quella presente in altre categorie professionali assimilabili».

Dunque «non si dovrebbe presentare ostentatamente questa deviazione come se si trattasse di un sudiciume specifico del cattolicesimo». E, se «non è lecito tacere sul male nella Chiesa, non si deve però, tacere neppure della grande scia luminosa di bontà e di purezza, che la fede cristiana ha tracciato lungo i secoli» e continua a lasciare oggi. Basti pensare alle «grandi e nobili figure della Torino dell’Ottocento» che, insegnando a Torino, Odifreddi dovrebbe conoscere.

Terzo estratto: Papa Ratzinger bacchetta Odifreddi per «quanto dice sulla figura di Gesù [che] non è degno del Suo rango scientifico. Se Lei pone la questione come se di Gesù, in fondo, non si sapesse niente e di Lui, come figura storica, nulla fosse accertabile, allora posso soltanto invitarLa in modo deciso a rendersi un po’ più competente da un punto di vista storico». Benedetto XVI fornisce al matematico un po’ di bibliografia accademica, neppure cattolica, da cui Odifreddi potrà facilmente ricavare che «ciò che dice su Gesù è un parlare avventato che non dovrebbe ripetere».

Forse lo studioso ateo si è fatto fuorviare, insinua il Papa emerito, dalle «molte cose di scarsa serietà» pubblicate da esegeti progressisti, i quali – il Pontefice emerito cita un commento di Albert Schweitzer (1875-1965), che non fu solo un missionario protestante della carità ma anche un celebre teologo – confermano solo che spesso «il cosiddetto “Gesù storico” è per lo più lo specchio delle idee degli autori». Ma «tali forme mal riuscite di lavoro storico, però, non compromettono affatto l’importanza della ricerca storica seria, che ci ha portato a conoscenze vere e sicure circa l’annuncio e la figura di Gesù». E Odifreddi ha capito male Benedetto XVI se pensa che egli proponga un rifiuto del metodo storico-critico: al contrario, per il Papa emerito «l’esegesi storico-critica è necessaria per una fede che non propone miti con immagini storiche, ma reclama una storicità vera e perciò deve presentare la realtà storica delle sue affermazioni anche in modo scientifico».

Il quarto estratto va al cuore della visone del mondo atea. Per Odifreddi, come per Dawkins, non c’è bisogno di Dio perché tutto si spiega con la Natura. La risposta di Benedetto XVI è antica, ma sempre persuasiva: «Se Lei, però, vuole sostituire Dio con “La Natura”, resta la domanda, chi o che cosa sia questa natura. In nessun luogo Lei la definisce e appare quindi come una divinità irrazionale che non spiega nulla». Ma soprattutto nella religione atea di Odifreddi «tre temi fondamentali dell’esistenza umana restano non considerati: la libertà, l’amore e il male». Dell’amore e del male Odifreddi non parla, e la libertà è liquidata come un’illusione che sarebbe smascherata come tale dalla neurobiologia. Ma «qualunque cosa la neurobiologia dica o non dica sulla libertà, nel dramma reale della nostra storia essa è presente come realtà determinante e deve essere presa in considerazione». E un religione che rifiuta la libertà e non dà risposte sull’amore e sul male «resta vuota».

Interessa anche a pochi: le statistiche sociologiche confermano che Odifreddi potrà anche vendere tanti libri, ma queste vendite e tutto il foklore dei vari autobus atei non fanno aumentare il numero degli atei. A Odifreddi interessano solo i fatti misurabili. È un fatto misurabile che Papa Francesco, e anche Papa Benedetto, persuadono molte più persone degli atei militanti.

Le associazioni Lgbt vogliono mettere il bavaglio a chi non la pensa come loro sulla legge anti omofobia

Le associazioni Lgbt vogliono mettere il bavaglio a chi non la pensa come loro sulla legge anti omofobia

Il presidente della commissione di Vigilanza Rai, Roberto Fico (M5S), farà un’interrogazione contro Cerrelli e la trasmissione su Rai Uno. Dimostrando così che i nostri timori sono fondati
di Emanuele Boffi da www.tempi.it 

Nel giorno in cui incomincia alla Camera la discussione sulla legge sull’omofobia, arriva la notizia che conferma la tesi di quanti temono che tale norma introdurrà pesanti limiti alla libertà di espressione. Alcune associazioni lgbt hanno incontrato il presidente della commissione di Vigilanza Rai, Roberto Fico (M5S), chiedendogli di presentare un’interrogazione che faccia «piena luce» su quanto accaduto durante la puntata del 20 agosto di Unomattina (RaiUno).

COSA E’ SUCCESSO. Il tema trasmissione era, appunto, la legge sull’omofobia ed erano stati chiamati a confrontarsi Fabrizio Marrazzo, portavoce di Gay Center, e Giancarlo Cerrelli, vicepresidente dell’Unione dei Giuristi Cattolici. Il dibattito, come vi abbiamo raccontato il giorno dopo su tempi.it, è stato dialetticamente vinto da Cerrelli, che ha mostrato in più punti come le preoccupazioni di chi tema una limitazione alla libertà di espressione siano più che fondate.
A ulteriore riprova, dopo la denuncia del presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, Luigi Palma, giunge ora questa iniziativa di Arcigay, Arcilesbica, Agedo e Gay Net che – tramite il parlamentare grillino – tornano a soffiare sul fuoco. Secondo Gay Center, la trasmissione sarebbe addirittura stata sbilanciata in favore delle tesi di Cerrelli, al quale sarebbe stata concessa la possibilità di «argomentare le sue assurde tesi contro un’eventuale legge antiomofobia», mentre al povero Marrazzo «non è stata data piena possibilità di replica».
Marrazzo ha anche chiesto che sia istituito un osservatorio permanente sulle tematiche lesbiche, gay e trans, che possa monitorare che in Rai si faccia corretta informazione. «Il presidente Fico ha sostenuto – riferisce una nota di Gay Center – che la televisione pubblica, e non solo, deve garantire una corretta informazione, senza dare adito a teorie che non hanno nulla di scientifico, ma che mirano a creare discriminazioni. Il presidente valuterà azioni che possano riequilibrare quanto accaduto e si adopererà al fine di cercare di attuare quanto richiesto dalle associazioni e gruppi in questione».

UNA VICENDA ASSURDA. Qualsiasi persona di buon senso che abbia la pazienza di rivedere la puntata, non potrà fare a meno di constatare quanto tutta questa vicenda sia assurda.
1. La trasmissione si apriva con un servizio sull’emergenza omofobia. I conduttori in studio, così come le domande poste agli ospiti e i servizi degli inviati, andavano tutti in questa direzione. Se uno sbilanciamento può essere denunciato è quello a favore delle opinioni di Marrazzo, non di Cerrelli. La banale verità è che le argomentazioni poste da Cerrelli hanno più volte preso in contropiede Marrazzo (sull’inutilità della norma, sulla sbagliata e clamorosa citazione anti-Ratzinger, solo per citarne due).

2. Unomattina è un talk show. Se un ospite viene invitato a esprimere le sue opinioni per fornire un contraddittorio con una persona che la pensa diversamente, cosa ci si può aspettare da lui? Che dia ragione al suo antagonista? Dire che a Cerrelli è stata concessa «la possibilità di argomentare le sue assurde tesi contro un’eventuale legge antiomofobia» è bizzarro. È una frase che oltrepassa il ridicolo per finire nel grottesco. Di che cosa dove parlare Cerrelli? Poteva solo dare ragione a Marrazzo? Oppure doveva stare zitto?

3. Per quanto riguarda la discussione sulle “terapie riparative”, la falsità raggiunge il suo apice.  Al di là del merito – e cioè se tali terapie funzionino o meno – resta il fatto che, durante la trasmissione, non (avete letto bene: NON) se ne è parlato. Basta vedere il video della puntata. Al termine di un discorso, Cerrelli accenna all’esistenza di tali terapie. Altro non dice perché finisce il tempo e i conduttori mandano la pubblicità. Non vi è stato alcun dibattito su questo. Ma solo averle nominate ha fatto scattare le associazioni lgbt. Non osiamo immaginare cosa possa accadere se una trasmissione fosse dedicata ad esse.

4. Tutta questa vicenda non fa altro che confermare quanto andiamo scrivendo da tempo. E cioè che la legge sull’omofobia non mira a tutelare le persone omosessuali che vengono discriminate per le loro preferenze sessuali (lo ripeteremo di nuovo a rischio di apparire zelanti: se discriminazione c’è, essa va punita con gli strumenti di legge già esistenti), no, la norma Scalfarotto-Leone mira a mettere il bavaglio a persone come Cerrelli. Questo episodio ne è l’ennesima conferma.

Repubblica e Arcigay, ecco i veri violenti

Repubblica e Arcigay, ecco i veri violenti

di Riccardo Cascioli da www.lanuovabq.it

Con la raccolta di firme contro la legge sull’omofobia, Comunione e Liberazione e Il Meeting di Rimini non c’entrano proprio nulla. E’ questa una cosa da mettere subito in chiaro. Come i lettori de La Nuova BQ ben sanno si tratta di una iniziativa lanciata proprio dal nostro quotidiano, insieme ai Giuristi per la Vita, a cui si sono subito associati Cultura Cattolica e Pro Life News e a seguire altre decine di siti e blog. Ha aderito anche il settimanaleTempi, che ha offerto il proprio stand al Meeting di Rimini per promuovere la raccolta di firme.

Perché diciamo questo? Perché ieri il quotidiano Repubblica ha pubblicato un articolo a firma di Giulia Foschi in cui, dando notizia della raccolta di firme allo stand di Tempi, ne attribuisce la responsabilità a Cl, un modo per poi scatenare l’ira dell’Arcigay sul movimento ecclesiale e sul Meeting di Rimini, ovviamente tacciati di omofobia e violenza.

L’operazione non è innocente, come è facile intuire, è solo un modo per lanciare un altro po’ di fango e disinformazione su Cl e il Meeting – esercizio che in questi giorni vede comunemente impegnati diversi organi d’informazione – evitando così di confrontarsi con i veri contenuti dell’appuntamento riminese. Del resto la giornalista di Repubblica ha potuto ben vedere che non si trattava di una iniziativa del Meeting (che ha invece lanciato una raccolta di firme contro la persecuzione dei cristiani) dato che le firme in calce al documento sono ben chiare e raccolte all’interno di uno stand.

E’ un classico esempio di quel giornalismo-menzogna che ha in Repubblica una grande scuola. Ci fosse un Ordine dei Giornalisti ci sarebbe di che intervenire, ma si sa che l’Ordine dall’occhio sinistro ci vede poco o niente.

Ancora più significativa, però, è la reazione del presidente dell’Arcigay Flavio Romani che, di fronte alle ragioni dell’opposizione alla legge sull’omofobia, ha sfoggiato la solita violenza verbale parlando di “lupi feroci travestiti da agnelli”, di “segnali allarmanti” e del fatto che “a Rimini si coltiva l’odio, si getta benzina sul fuoco e si lavora per mantenere viva quella cultura della discriminazione che quotidianamente sfocia in violenza”.

Insomma, basta la semplice opposizione a questa proposta di legge per essere accusati di essere violenti, istigatori alla violenza e generatori di discriminazione. Guarda caso sono proprio i capi di imputazione previsti dalla Legge Reale-Mancino che si vorrebbe estendere ai casi di omofobia.

Non basta: il presidente di Gaynet, Franco Grillini, rincara la dose parlando di “raduno di fanatici” e di “clericofascismo” che “da sempre si abbatte senza pietà sulle persone omosessuali e i loro diritti”. E chiede quindi alla Lega Coop di “interrompere il finanziamento alla kermesse clericale”. Nel mirino di Gaynet c’è poi l’intervento del 20 agosto su UnoMattina (Rai Uno) del vice presidente dei Giuristi cattolici Giancarlo Cerrelli che, a proposito di omosessualità, ha parlato  di “disordine” e “disagio esistenziale” (cose peraltro perfettamente in linea con quanto affermato dal Catechismo della Chiesa cattolica). In questo caso si è addirittura chiesto l’intervento della Commissione di vigilanza della Rai per impedire che vengano invitati “ultra cattolici e omofobi” alla tv di stato.

Secondo Grillini, la difesa della libertà di opinione che noi facciamo, è soltanto un modo per “poter continuare sulla strada degli insulti, del dileggio e della diffamazione verso la comunità Lgbt italiana”.

La domanda è: quale insulti, quale dileggio e quale diffamazione?
Mai questo sito o gli altri che partecipano a questa campagna hanno insultato o dileggiato o diffamato nessuno. Né abbiamo mai incitato – malgrado la durezza del confronto sulla proposta di legge sull’omofobia – alla mancanza di rispetto verso le persone omosessuali.

Ma il rispetto alla persona – che è sempre dovuto qualsiasi sia la sua condizione – non può impedire di dare un giudizio chiaro sul fenomeno dell’omosessualità e soprattutto sulle battaglie che solo una piccola parte del mondo omosessuale – gli attivisti gay – sostiene.

Invece Arcigay e Gaynet mostrano il vero volto, violento e totalitario, dell’attivismo gay; con buona pace di quei parlamentari cattolici che pensano che basti una clausola di salvaguardia per garantire la libertà di poter esprimere la propria opinione. Non c’è ancora la legge e già si vuole tappare la bocca a tutti coloro che non si omologano al pensiero unico omosessualista. Figurarsi cosa accadrebbe se questa proposta diventasse legge.

Quello che ancora a molti non è chiaro – parlamentari inclusi – è che con questa legge, che equiparerebbe i reati di omofobia a quelli di razzismo, non è in gioco la protezione di persone vulnerabili da atti di violenza – per questo ci sono già le leggi ordinarie che valgono anche per gli omosessuali – ma il riconoscimento dell’omosessualità come natura.  Ovvero la negazione della Creazione: “Dio creò l’uomo, maschio e femmina lo creò”. Questo è anche il senso della cultura di genere, da cui discende anche quell’invenzione giuridica che è l’omofobia.

E’ contro questa pretesa che noi ci battiamo, e per la possibilità di poter affermare le nostre ragioni. Che Grillini, Romani e co. vorrebbero impedire con la violenza.