Eutanasia nazi, un elenco delle vittime?

Eutanasia nazi, un elenco delle vittime?

Tra gli storici tedeschi contemporanei Götz Aly è tra i più ispirati e originali. I suoi lavori (dedicati principalmente all’epoca nazionalsocialista) sono costruiti su domande precise, spesso nuove, la sua è una lingua persuasiva, le sue posizioni chiare, e di tanto in tanto non mancano polemica e provocazione, in particolare nei confronti degli storici dell’accademia.

Anche il suo ultimo libro (Gli oppressi. “Eutanasia” 1933-1945, una storia della società, edito da S. Fischer), dedicato all’eutanasia cui furono costrette circa 200.000 persone dalla vita ritenuta “indegna” durante il dodicennio nazista, nonostante qualche limite, non delude le attese. Il volume raccoglie saggi brevi pubblicati nel tempo in varie circostanze e qui riformulati e integrati.

Aly iniziò infatti a dedicarsi al tema più di trent’anni fa e a condurvelo fu la figlia Karline, colpita poco dopo la nascita da streptococco. Ne seguirono danni permanenti ed è a lei che lo storico tedesco ha voluto dedicare questo libro. Ma a Karline sono legati anche alcuni episodi bizzarri che Aly ha voluto raccontare nel libro, tanto per far capire quale fosse l’atmosfera nella Germania occidentale degli anni Ottanta.

A diagnosticare sua figlia, nata nel 1979, fu infatti il pediatra Gottfried Bonell, che ora Aly cita nella ricerca, in quanto primario della clinica universitaria pediatrica di Heidelberg negli anni dell’“eutanasia dei bambini”: «La visitò dimostrando una grande cordialità», ammette lo storico pensando a Karline, «e si dimostrò deciso propugnatore di un elevato contributo economico per garantire l’assistenza a chi non sia autosufficiente». Del resto Aly ricorda un paio di casi di eutanasia che riguardarono la sua famiglia e che solo di recente gli sono stati svelati.

Il primo, importante pregio di questo lavoro è evidente nel primo capitolo (“Eutanasia, l’idea di un mondo secolarizzato”), dove lo storico ricorda come il tema della morte provocata sia stato oggetto di dibattito nel contesto medico tedesco molto prima che i nazisti arrivassero al potere. «Il medico può uccidere?», si chiedevano i neurologi della Sassonia nel 1922.

Poco prima era apparso infatti un manifesto opera di Alfred Hoche, psichiatra, e Karl Binding, penalista, eruditi molto stimati, dal titolo: Il permesso di annientare una vita indegna: in che misura e in che forma. E dall’analisi del dibattito degli anni Venti Aly arriva ad una conclusione che rimanda anche ai nostri tempi: «A promuovere l’eutanasia, la morte “più umana”o la soluzione “dolce” furono in quegli anni personalità politicamente attive anche contro la pena di morte, a favore dell’aborto, per la difesa dei diritti delle donne, per il divorzio, insomma si trattava di persone che si battevano per una società con forme di vita più libere». «Quegli stessi – aggiunge Aly – si trovarono spesso a proporre la sterilizzazione degli uomini con handicap». Insomma, ciò che in seguito avrebbero realizzato con sistematicità i nazisti era in nuce negli ambienti intellettuali più libertari della società weimeriana.

Al centro del libro sono le vittime, e infatti non mancano loro testimonianze e testi commoventi scritti da loro familiari. A questo proposito Aly suggerisce la creazione di un registro con tutti i nomi di coloro che persero la vita a causa del piano eugenetico nazista. Le storie sono quelle di famiglie messe sotto pressione dalla propaganda del regime, impaurite; famiglie che si vergognavano dei loro membri ammalati, fino a sperare di potersene liberare. Ma anche famiglie fatte di persone coraggiose che non si lasciarono condurre sui quei piani criminali e che non abbandonarono i loro cari, tanto da lottare energicamente, e nella maggior parte dei casi con successo, per la loro sopravvivenza.

Quando i parenti si mantenevano in contatto con i ricoverati, argomenta Aly, le possibilità che quelli restassero in vita aumentavano. Le proteste contro l’internamento avevano spesso conseguenze positive. Troppo spesso, lamenta lo storico, la famiglia si rassegnava all’interruzione del rapporto con il proprio caro, e questo significava praticamente la sua condanna a morte.

Vito Punzi da  www.avvenire.it
Le lacrime di Maria

Le lacrime di Maria

di Rino Cammilleri da www.lanuovabq.it

Le lacrime di Maria

La Madonna, dice il Vangelo, ha inaugurato la storia della salvezza il 25 marzo dell’anno zero col suo assenso a Dio (il quale, si noti, le chiese il permesso). Poi ha forzato la mano al Figlio alle nozze di Cana, prendendo sul serio il suo ruolo di Madre dell’Umanità (Cristo è il nuovo Adamo) e provocando un miracolo non strettamente necessario solo per aumentare la festa. La sua prima «apparizione» in qualità di Aiuto dei Cristiani (uno dei suoi titoli nelle Litanie) reca la data del 40 d.C.: all’apostolo san Giacomo il Maggiore, in Spagna, e venne portata dagli angeli sul Pilar, il pilastro che si venera a Saragozza. In quell’anno era ancora in vita (terrena). Dopo la sua Assunzione apparve molte altre volte, la più anticamente documentata delle quali diede origine all’attuale basilica di santa Maria Maggiore in Roma.

Da allora non c’è stato secolo in cui non si sia ripresentata per aiuto, soccorso, esortazione, rimprovero. Il più delle volte ha chiesto una cappella, che poi è diventata un santuario. E la Cristianità è piena di questi luoghi mariani dove il pellegrinaggio non è mai cessato. Pensate che solo nella piccola Croazia ci sono ben 222 santuari dedicati alla Vergine. La Madonna è apparsa anche in luoghi in cui bisognava dare una mano all’evangelizzazione. Così è stato, per esempio, a Guadalupe, in Messico, nel XVI secolo. O a Vailankanni, in India, quasi contemporaneamente. Man mano che i missionari avanzavano, dovunque andassero, Maria era con loro. Poi venne la spaccatura della Cristianità con la rivolta protestante, e la Vergine aggiunse ai suoi compiti anche quello di incoraggiare o addirittura difendere i cattolici «papisti». Ma arrivarono i secoli del positivismo e della miscredenza anche tra questi ultimi, e Maria cominciò a mostrarsi piangente.

Talvolta le lacrime erano addirittura di sangue. Guardando a volo d’uccello l’insieme storico delle apparizioni mariane si vede un loro incremento continuo, con un affollarsi negli ultimi secoli e quasi un parossismo nell’ultimo, il XX. L’equazione che se ne trae pare essere questa: meno la gente crede e più Maria interviene; più le potenze sataniche riescono a far breccia nelle coscienze e più la Madonna moltiplica i suoi interventi. Nel mio libro Medjugorje. Il cammino del cuore (Mondadori) mi sono interrogato sulla più clamorosa delle apparizioni contemporanee, non nascondendomi le perplessità (Medjugorje, si sa, non è ancora riconosciuta dalla Chiesa) e soffermandomi sui quei link che si accendevano in una mente, la mia, da oltre trent’anni ripiegata sul cristianesimo e la sua storia. Ne è uscita una sorta di indagine a tutto campo sulle apparizioni mariane, indagine non ridotta a mero elenco apologetico, bensì curiosa di domande sul senso complessivo della strategia della Vergine. Ivi comprese le domande su quanto sempre più spesso viene attribuito alla Madonna, la quale avrebbe fatto capire -forse- che quelli che stiamo vivendo sono i tempi «ultimi». Domande, ovviamente, senza pretesa di risposta.

Ma il discorso non poteva concludersi con un solo libro, perché una di queste domande riguarda i «pianti» della Madonna, sempre più copiosi. Così, con lo stesso editore, ho proseguito l’indagine in Le lacrime di Maria. Da Medjugorje a Civitavecchia. Con lo stesso metodo, passando per tutti i luoghi e le occasioni in cui la Madonna ha pianto. Lo spunto è stato offerto dal fatto che la statuetta che lacrimò sangue a Civitavecchia nel 1995 raffigura la Gospa di Medjugorje. A quattordici anni esatti dalle apparizioni in Bosnia, quattordici esatte lacrimazioni a Civitavecchia. Vuol dire qualcosa? Perché proprio là? Domande, e link mentali che ne provocavano altre. L’impressione complessiva è che la Madonna stia prendendo in mano personalmente la famosa nuova evangelizzazione, stante una Chiesa gerarchica in grave difficoltà e quasi inebetita di fronte all’assedio «interno» (strapotere dei media laicisti, aperta cristofobia della politica soprattutto internazionale) ed «esterno» (islam, comunismi residui, nazionalismi religiosi). Una Chiesa che, a differenza di quella dei secoli precedenti, soffre pure di una gravissima crisi di identità. Come i cattolici ottocenteschi che, esclusi dalla vita pubblica, si rivolsero direttamente alla società, così sembra che Maria, snobbata dai teologi moderni, abbia deciso di fare. In fondo è storia vecchia, evangelica: Cristo, rifiutato dai capi di Israele, si rivolse alla gente. E Maria, come a Cana, viene sempre più spesso a dirci: «Fate quel che Lui vi dirà».

“Lui e l’aborto. Viaggio nel cuore maschile” (Prima parte)

“Lui e l’aborto. Viaggio nel cuore maschile” (Prima parte)

Intervista con Antonello Vanni, autore del volume edito da San Paolo Ed.

da www.zenit.org di  Elisabetta Pittino

“Il libro che state per leggere ha un valore storico: infrange per la prima volta il tabù che ha finora oscurato in Italia il rapporto tra i padri e i loro figli abortiti.” Esordisce Claudio Risé nella Prefazione al libro di Antonello Vanni. “Lui e l’aborto. Viaggio nel cuore maschile”.

Antonello Vanni, educatore e docente di Lettere, perfezionato in Bioetica presso l’Università Cattolica di Milano, è un esperto del padre. Ha approfondito i temi della responsabilità e della tutela della vita umana ne Il padre e la vita nascente (Nastro 2004). Ha curato la documentazione scientifica del libro Cannabis. Come perdere la testa e a volte la vita di Claudio Risé (San Paolo 2007). Ha insegnato presso la facoltà di Bioetica dell’Ateneo Regina Apostolorum di Roma e presso l’Istituto per ricerche e attività educative di Napoli sul tema “adolescenti, media e droga“. Nel 2009 ha pubblicato il libro Adolescenti tra dipendenze e libertà. Manuale di prevenzione per genitori, educatori e insegnanti (San Paolo).

L’autore fa uno “scavo pioneristico” dentro la figura paterna, quasi completamente dismessa soprattutto quando si tratta di IVG e dintorni, che vale la pena percorrere.

Dalla curiosità per questa opera nuova, nasce l’intervista all’autore.

Come, quando e perché è nata l’idea di questo libro “Lui e l’aborto. Viaggio nel cuore maschile” edito da San Paolo Ed.?

Antonello Vanni: Da anni svolgo un’attività di ricerca personale sulla figura paterna nelle sue dimensioni più legate all’educazione e crescita dei figli, ricerca che si è poi espressa nel mio libro “Padri presenti figli felici. Come essere padri migliori per crescere figli sereni” (San Paolo Ed., 2011) giunto alla seconda edizione e pubblicato anche in altre lingue. Durante questa ricerca mi sono reso conto di quanto sia dimenticata, anche negli ormai numerosi libri sulla paternità, la relazione tra il padre e la vita dei figli nella sua primissima fase, quella dell’origine della vita stessa. A questo tema ho dedicato nel 2004 una pubblicazione “Il padre e la vita nascente. Una proposta alla coscienza cristiana in favore della vita e della famiglia” (F. Nastro Ed.) in cui ho posto alcune basi per la mia riflessione successiva sul tema, fornendo inoltre delle proposte concrete ai Cav, ai giovani del MPV, a chi si occupa di corsi di preparazione al matrimonio, e agli studiosi di Bioetica, per favorire l’avvicinamento tra padre e vita concepita. In questo nuovo libro, “Lui e l’aborto. Viaggio nel cuore maschile” (vedi www.antonello-vanni.it), sono partito da quelle basi per esplorare ulteriormente, a tutto tondo, e sulla scorta di ricerche scientifiche internazionali aggiornate, gli aspetti che costituiscono il tema della relazione tra il padre e il destino della vita del figlio cui l’uomo stesso ha dato origine.

Quali sono le domande a cui hai voluto rispondere scrivendo “Lui e l’aborto”?

Antonello Vanni: Prima di tutto va detto che, dal punto di vista dell’indagine scientifica, per affrontare la relazione tra figura maschile e aborto, è stato necessario ampliare lo sguardo e superare la prospettiva limitata di una legge o di uno slogan. Infatti, nel momento in cui si esamina questa realtà si incontra uno scenario umano estremamente vario che chiama in causa anche la coscienza, la rappresentazione della vita e della sessualità nella nostra società, la responsabilità politica e dei media, l’educazione delle nuove generazioni.

Ci troviamo infatti davanti a numerosi interrogativi. Come reagisce un uomo alla notizia della gravidanza della donna? Perché la spinge all’aborto o cerca in tutti i modi di convincerla a tenere il bambino arrivando a gesti estremi per salvarlo? Perché i maschi di oggi tacciono, o devono tacere, non riuscendo a esprimere una posizione forte sull’aborto? L’incapacità di accogliere la vita nascente è connaturata alla figura maschile o è espressione delle tendenze secolarizzate e abortiste del nostro modello culturale? Quale influenza hanno, nel ricorso maschile e femminile all’interruzione di gravidanza, le critiche condizioni economiche in cui viviamo? La non conoscenza della crudeltà delle procedure abortive alimenta il silenzio della coscienza negli uomini? La legge 194 ha un effetto diseducativo sui giovani perpetuando nei maschi il disorientamento verso la vita concepita? L’esperienza dell’aborto ha un impatto traumatico sulla psiche maschile? Se sì, chi e come può rispondere al bisogno di ascolto e comprensione di questi uomini tormentati? E queste sono solo alcune delle domande possibili su un problema che merita di essere esplorato in tutta la sua complessità, evidente anche nei tanti casi di cronaca, che ho presentato nel volume.

Cos’hai scoperto, in quanto autore, scrivendo questo libro “Lui e l’aborto”? 

Antonello Vanni: Ho scoperto quanto sia gravemente superficiale e carente la visione che l’opinione pubblica, i media e la ricerca hanno del mondo maschile, sopratutto quando si parla della sua posizione rispetto alla vita o all’aborto. In genere si va dall’indifferenza alla visione ideologica che, sulla scorta di pregiudizi ormai vecchi di decenni, propone una figura maschile inetta, disinteressata alla vita, irresponsabile, capace solo di spingere la donna all’aborto o di andarsene, lasciando la donna incinta sola nel prendere decisioni importanti. Intendiamoci: tutto questo ha un fondo di verità, ma è solo una parte, molto limitata, di una realtà ben più complessa. Complessità che, va sottolineato, è rimasta e rimane invisibile proprio perché pregiudizi e visione ideologica hanno paralizzato un’indagine scientifica obiettiva e ad ampio raggio: basti pensare che del padre, nelle Relazioni ministeriali sull’applicazione della legge 194/78, non se ne parla mai. Per sopperire a questa carenza ho appunto scritto “Lui e l’aborto” in cui sono descritte e discusse dinamiche più articolate e quindi più interessanti per chi vuole riflettere con serietà su questi argomenti.

E che cosa hai scoperto tu, come uomo, in questo libro che ha come sottotitolo “Viaggio nel cuore maschile”? 

Antonello Vanni: Da un lato mi sono interrogato, con inquietudine, sui motivi del silenzio maschile sui temi della vita, sul perché dell’assenza di una posizione forte e a voce alta degli uomini rispetto alla legislazione dell’aborto che del resto è stata votata da un parlamento maschile, forse sull’onda di un determinato contesto politico e ideologico. Dall’altro mi sono confortato scoprendo che molti studiosi uomini si sono occupati e si occupano di questi temi ad un alto livello scientifico, che tanti giovani uomini si danno da fare ogni giorno nei centri di aiuto alla vita per aiutare le donne in difficoltà salvando i loro bambini dalla morte. Di grande importanza poi è il fatto che esiste un grande numero di uomini che letteralmente si ribellano all’aborto, in forma personale o in forma più pubblica come nel caso dei giovani del MPV che nel loro “Manifesto sulla 194: generazioni che non l’hanno votata, generazioni che l’hanno subita” hanno dichiarato apertamente il loro dissenso su una scelta fatta dalle generazioni precedenti e sulla quale non sono affatto d’accordo. Si tratta ora di capire come raggiungere e stimolare ulteriormente l’attenzione maschile verso una posizione più consapevole, responsabile e partecipata rispetto al tema della difesa della vita. Su questa possibilità, che in altri Paesi è già realtà, nel mio libro sono indicate diverse strategie. Mi piacerebbe condividerle con voi del Movimento per la vita poiché credo fermamente che con iniziative in questa direzione si potrebbero salvare tanti bambini in più da una morte orribile e disumana.

 

Papa Francesco e “Il Signore degli anelli”: La via per la salvezza

Papa Francesco e “Il Signore degli anelli”: La via per la salvezza

Giovanni Paolo II è stato un grande papa condottiero della libertà. Benedetto XVI è stato il vero illuminista – ha inondato di luce razionale illuminata dalla fede – un occidente ottenebrato dall’irrazionalità nichilista.

Ma né l’uno né l’altro sono stati ascoltati da questa Europa in declino che sembra correre verso il baratro.

Così – per uno spettacolare colpo di fantasia del Conclave (e dello Spirito Santo) – è arrivato papa Francesco che parla più ai piccoli e ai semplici cristiani che alle élite, alle accademie e ai salotti. Col risultato che le élite non lo capiscono. Esce da tutti i loro schemi mentali.

Ebbene, per sintonizzarsi con questo pontificato secondo me bisogna leggere “Il Signore degli Anelli” di John R. R. Tolkien. O meglio rileggerlo attraverso l’interpretazione che ne dà un monaco benedettino, Giulio Meiattini, nel libro “La discrezione di Dio”. Interpretazione che ha, sullo sfondo, il libro di Paolo Gulisano, “Tolkien: il mito e la grazia”, opera che ha il merito di mettere a fuoco la cattolicità di Tolkien.

 

OCCIDENTE

 

Padre Meiattini nota che lo scenario  su cui si muovono le vicende narrate dallo scrittore inglese è “quello, storicamente determinato, della crisi contemporanea della civiltà occidentale”, l’epoca di Spengler, Huizinga, Jasper.

Tolkien scrisse il suo poema epico negli anni fra le due guerre mondiali, quando imperversavano i due orrendi totalitarismi, nazista e comunista, e nuove minacce planetarie – come l’arma atomica – venivano apparecchiate dalla scienza.

La Terra di mezzo “possiede alcuni tratti fondamentali del Vecchio Continente, del mondo occidentale europeo” che – in rovina – si trova a dover “fronteggiare un’immensa forza negativa, violenta e distruttrice, che da Est, dalla terra di Mordor, allarga sempre più il suo raggio d’azione”.

In questo quadro l’ultimo “baluardo a difesa dell’Occidente” – come scrive Tolkien, è rappresentato dalla fortezza di Minas Tirith, eretta degli uomini di Gondor. E’ ciò che rimane di quello che fu il magnifico regno di Numenor (nome che significa appunto “regno dell’Occidente”).

Negli anni in cui l’inglese Tolkien scriveva l’Oriente era il luogo dei totalitarismi, dell’orrore e delle ideologie assassine. Proprio perché egli non volle scrivere un poema allegorico a sfondo politico, morale o religioso, ha creato un capolavoro che contiene tutte insieme queste chiavi di lettura.

Così è attuale anche oggi che la minaccia per l’Europa è cambiata. Infatti nella nostra epoca il tenebroso oriente, la terra di Mordor e l’oscuro Sauron sono impersonati da altre forze. Ma i Sauron di tutte le epoche sono accomunati dalla stessa menzogna: la pretesa di porsi al posto di Dio.

 

LA SPERANZA

 

Per questo – come scrive Gulisano – “Il Signore degli Anelli rappresenta un autentico manuale di sopravvivenza tra gli errori e gli orrori della modernità”.

Anche oggi del resto sentiamo risuonare l’allarme apocalittico di Denethor, re di Gondor: “L’Occidente soccombe. Avvamperà un enorme incendio e tutto scomparirà”.

Qual è dunque – per Tolkien – la via della salvezza? Egli mette sulle labbra del grande e saggio Gandalf  l’intuizione più preziosa: “Le nostre forze sono state appena sufficienti a respingere il primo assalto. Il prossimo sarà più massiccio. Questa guerra è quindi senza speranza, come Denethor aveva intuito. La vittoria non può raggiungersi con le armi”.

Sembrerebbe un’affermazione disperata, ma poi Gandalf precisa: “Ho detto che la vittoria non si potrà raggiungere con le armi. Spero ancora nella vittoria, ma non nelle armi”.

E qui c’è la sorpresa, la grande intuizione di Tolkien, che poi è il paradosso cristiano. In chi Gandalf ripone la sua speranza? In un Eroe solitario? In una pattuglia di arditi? In una qualche stregoneria esoterica? In una nuova arma spettacolare e devastante?

No, nel giovane Frodo Baggins, uno hobbit, un ragazzino inerme, senza alcun potere, senza alcun sapere, un adolescente buono, semplice e inesperto.

E’ lui – la creatura meno tentata dall’Anello (metafora del Potere) – che si prenderà il gravoso incarico di avventurarsi nell’orrida terra del nemico e, in cima al monte Fato, gettare l’Anello nel vulcano.

Quell’Anello va distrutto perché – come dice Gandalf – “se Sauron lo riconquista, il vostro valore è vano e la sua vittoria sarà rapida e totale… se invece l’anello viene distrutto egli soccomberà”.

 

PER VINCERE

 

A prima vista viene da obiettare: perché non usare proprio l’anello di Sauron per sconfiggere lo stesso Sauron? Tolkien mostra che questa è la tentazione di tutti, ma è anche l’inganno più terribile e devastante.

“La salvezza dell’Occidente” scrive padre Meiattini “non è dunque dipendente dal potere militare o tecnologico, cose in cui Sauron non teme rivali e sulle quali edifica il suo regno, distruttivo contemporaneamente della natura e dei legami umani più veri”.

La salvezza è di natura spirituale.

“La salvezza” spiega Meiattini “dipende dal solitario cammino di un hobbit debole e inerme che porta, senza cedervi, il peso della tentazione e che alla fine distrugge la tentazione stessa, insieme all’anello che ne è l’oggetto e la fonte, vincendo non per forza propria, ma per un colpo di scena della Grazia”.

Quella di Frodo, “il Portatore dell’Anello”, è un’autentica Via Crucis, ma – osserva padre Meiattini – “chi sceglie la via della debolezza e della povertà, proprio grazie alla sua totale estraneità ai percorsi storici e mentali dell’autoaffermazione prevaricante del soggetto, sfugge alla presa dell’Occhio e dell’Ombra. Questa è l’unica mossa che Sauron non si aspetterebbe mai, l’unica che lo prenderebbe di sorpresa: che qualcuno decidesse di disfarsi dell’Anello del potere, di distruggerlo, invece di usarlo. Per lui questo sarebbe follia”.

E’ precisamente la “follia” cristiana, la “follia” di un Dio onnipotente che si fa uomo e che si lascia crocifiggere.

Conclude Meiattini: “la vera battaglia che salva l’Occidente, perciò, non è quella che si combatte sotto i bastioni di Minas Tirith, ma la battaglia del cuore, della mente e del corpo che in primo luogo Frodo sostiene per tutti”.

 

IL CAMMINO E LA GRAZIA

 

La sua “progressiva purificazione”, il sostegno della Compagnia dell’Anello, preziosa pur essendo anche i suoi membri soggetti alla caduta e al tradimento, come lui del resto (ma ce ne sono anche puri e fedeli come l’amico Sam), infine certi aiuti come quel cibo degli elfi, il “lembas”, che è una chiara metafora dell’eucarestia, segnano un cammino spirituale che porta il giovane Frodo alla salvezza del suo mondo.

Frodo vince non con l’autoaffermazione, ma proprio col sacrificio e la rinuncia. Del resto egli è il vero antieroe.

Il Novecento (quel Novecento delle ideologie che tanto hanno disprezzato il “piccolo borghese”) si è ubriacato con il culto dell’eroe, del superuomo, del Capo, delle forze storiche (la Classe, la Razza), delle entità divinizzate a cui sacrificare i popoli (il Mercato, lo Stato, il Partito, la Rivoluzione, la Scienza). Da qui è venuta e viene la minaccia e la rovina per la loro “pretesa divina”.

Invece la salvezza viene dal piccolo e debole uomo singolo, dalla sua silenziosa offerta di sé. Secondo Meiattini “è presente nell’opera di Tolkien una teologia della sostituzione vicaria che lo avvicina ad altri grandi romanzieri cattolici come Bernanos, Mauriac, Gertrude von le Fort”.

Vorrei aggiungere che lo avvicina ai santi del Novecento (cito padre Kolbe e padre Pio per tutti). Ma Frodo, il vero eroe del nostro tempo, è anzitutto il simbolo del bistrattato uomo semplice, del singolo, il fante delle due guerre mondiali, il padre di famiglia, l’uomo comune, il piccolo borghese, l’adolescente.

E’ soprattutto a lui che parla papa Francesco chiamandolo a salvare il mondo. Non con le proprie forze, ma con la Grazia.

Dice Meiattini: “è la grazia infatti la protagonista invisibile, ma palpabile del Signore degli Anelli”. E’ solo la Grazia che crea eroi veri.

 

Antonio Socci

http://www.youtube.com/watch?v=FmjIaWIDtCk

Da “Libero”, 9 giugno 2013

 

Il Sessantotto ha ucciso l’amore?

Il Sessantotto ha ucciso l’amore?

di Massimo Introvigne da www.lanuovabq.it

Il Sessantotto

È in arrivo in Italia, pubblicato dal Mulino, «Perché l’amore fa soffrire» della sociologa israeliana Eva Illouz, probabilmente il libro di sociologia più venduto nel mondo degli ultimi anni.
La studiosa israeliana è stata descritta come la sociologa più influente nell’orbe terracqueo. Ha anche dovuto subire infinite battute nei congressi internazionali di sociologi su come, volendo diventare ricco, un giovane che inizia a praticare la sociologia dovrebbe seguire il suo esempio e occuparsi di tormenti amorosi invece che affaticarsi sulla politica, l’economia o la religione che non assicurano certo tirature milionarie.

Eppure i libri della Illouz – in italiano era già uscito «Intimità fredde. Le emozioni nella società dei consumi» (Feltrinelli, Milano 2007) – sono vera sociologia. E rischiano di deludere il lettore – o la lettrice, perché afferma di scrivere anzitutto dal punto di vista delle donne – che è alla ricerca di un libro leggero e finisce travolto dal gergo sociologico e da riferimenti non sempre comprensibili ai non iniziati.

«Perché l’amore fa soffrire», come hanno rilevato «La Croix» e «Avvenire», può interessare molto anche ai cattolici. Ma attenzione: anche se questi quotidiani non lo hanno troppo spiegato, la Illouz non è una compagna di strada della Chiesa.
Considera il femminismo e i diritti degli omosessuali acquisizioni irrinunciabili della tarda modernità, e ha cura di ripetere perfino troppe volte che quando mette in luce i problemi che questa porta con sé in nessun modo vuole promuovere nostalgie anti-moderne o pre-moderne.

Ma allora perché il libro è rilevante per i cattolici? Precisamente perché non si tratta di consigli per la vita di coppia, ma di sociologia, per definizione descrittiva e scevra da giudizi di valore. La Illouz spiega «come stanno le cose» oggi nel rapporto amoroso eterosessuale in Occidente, e conclude che non stanno troppo bene.
Alcuni dati sono noti, e confermano quello che la sociologia sa da molto tempo: negli anni 1960 – in Italia parliamo del «Sessantotto», negli Stati Uniti di «the Sixties» – c’è stata una rivoluzione non meno radicale di quella francese o di quella russa, una rivoluzione culturale che ha avuto al suo centro la sessualità. Aggredita dalla legalizzazione dell’aborto e della pillola anticoncezionale, l’adesione alla morale tradizionale in tema di matrimonio è crollata.

Sia negli Stati Uniti sia nei principali Paesi europei il numero di divorzi è rimasto costante e basso fino agli anni 1960, quindi è raddoppiato fra il 1970 e il 1990 ed è continuato a salire fino al XXI secolo, quando si è fermato perché sono diminuiti i matrimoni.
Le coabitazioni negli Stati Uniti si sono moltiplicate per cinque fra il 1970 e il 2000, e nel 50% dei casi coloro che coabitano si dichiarano totalmente disinteressati al matrimonio. Il 76% degli uomini americani che si sono sposati prima del 1960 ha avuto matrimoni durati almeno vent’anni, un traguardo raggiunto solo dal 58% di coloro che si sono sposati negli anni 1970.

I dati sono sul tavolo dei sociologi da anni, ma la novità della Illouz è che – attraverso un paragone con atteggiamenti e comportamenti di altri secoli, condotto attraverso un’analisi dei romanzi e dei diari – mette in dubbio che si tratti davvero di una «liberazione» delle donne.
Nel secolo XIX, spiega la sociologa, la scelta del coniuge avveniva all’interno di un circolo relativamente chiuso di famiglie conosciute e della stessa classe sociale. Il corteggiamento avveniva attraverso una serie di rituali che confermavano lo status socio-economico e culturale della persona scelta e mostravano che era dotata del necessario «carattere morale». La scelta teneva certo conto dell’avvenenza, ma la nozione di «sex appeal» nasce solo nel secolo XX.

Una donna illusa e abbandonata tendeva – confortata dall’opinione generale della società – a biasimare i difetti dell’uomo, non a mettere in dubbio la sua capacità di suscitare amore.
Con il Novecento – e con gli «anni folli» tra le due guerre che anticipano la rivoluzione degli anni 1960 – le cose cambiano radicalmente. La rivoluzione sessuale fa diventare il «sex appeal» – incessantemente raccomandato alle donne dalla martellante propaganda dell’industria cosmetica e della moda – un criterio di scelta principale.
Le donne, in particolare, se una relazione va male o se sono abbandonate tendono a biasimare sistematicamente se stesse («dev’esserci qualche cosa che non va in me»), o a cercare spiegazioni in traumi infantili, secondo una vulgata freudiana banalizzata, ma diffusa.

Oltre la rivoluzione sessuale vi è stata un’assai più complessa rivoluzione nei sentimenti. Il marchio della sociologia della Illouz – senza che sia sempre chiaro se vuole chiamare in causa il capitalismo in genere o, come sembrerebbe più logico, i suoi eccessi – è la descrizione di come la rivoluzione culturale abbia trasformato i sentimenti in oggetto di consumo.
Un’ampia letteratura che professa di aiutare le donne e le coppie, il cinema, i romanzi incitano a cercare in una relazione l’autonomia, la perfetta uguaglianza e reciprocità, la soddisfazione anzitutto di se stessi, una continua effervescenza di emozioni forti, in assenza della quale si dichiara che la relazione è finita.

La fine dell’«omogamia», per cui quasi sempre si prendevano in considerazione solo possibili coniugi della stessa città, etnia, classe sociale ha ampliato all’infinito le possibili scelte. E con Internet la scelta infinita è diventata più di una metafora. Un’americana su tre oggi fa almeno un tentativo di cercare l’amore della vita via Internet, acquisendo così l’impressione – o l’illusione – di poter scegliere fra tutti gli uomini del mondo, non solo fra quelli che incontra fisicamente nella sua normale vita di relazione. E, per quanto siamo soddisfatti della persona che amiamo, il mito della scelta infinita ci dirà sempre che da qualche parte nel mondo ce n’è una migliore che ci aspetta, forse a distanza di un solo clic sul computer.

Il cinema e la televisione ci presentano amori «perfetti» e creano aspettative che difficilmente si riescono a realizzare. La letteratura è stata biasimata per suscitare utopie di un amore impassibilmente perfetto – e portare all’adulterio – fin dai tempi di «Madame Bovary» di Gustave Flaubert (1821-1880). Ma la Illouz sostiene che oggi le immagini, soprattutto da quando arrivano a getto continuo tramite Internet, creano una «vividezza» con cui paragonare la vita reale sconosciuta alla descrizione fatta di semplici parole.
Con le immagini «vivide» scatta un doppio meccanismo: prima ci identifichiamo, poi desideriamo vivere le stesse emozioni. Il che, aggiungo io, mostra quanto pericolosi per tutti siano film come quello premiato a Cannes che esalta l’omosessualità: non si può, come hanno fatto anche certi cattolici, vantarne i meriti artistici perché tanto «è solo un film».

Ma, per quanto sia duro da ammettere per un’estimatrice del femminismo, la Illouz deve concludere che le donne non sono state affatto «liberate». Gli uomini hanno ampliato la loro libertà di scegliere – soprattutto in tema di rapporti sessuali senza impegni di matrimonio – mentre quella delle donne, apparentemente infinita, è limitata dall’«orologio biologico» che riduce i loro tempi di scelta se vogliono avere figli: e, a credere alla Illouz, un numero sorprendentemente alto di donne continua a volerne, anche se più negli Stati Uniti che in Europa.
Inoltre, la pressione della psicologia popolare e della psicanalisi rende le donne più infelici di un tempo, martellandole con l’idea che se non trovano l’amore perfetto c’è qualcosa in loro che non funziona e che dev’essere curato – il che, naturalmente, alimenta l’industria dei cosmetici e della chirurgia estetica, dei manuali di auto-aiuto per le donne (ma ce ne sono anche per gli uomini) e delle costose sedute da terapisti di ogni genere.

Come uscirne? «Perché l’amore fa soffrire» è stato scritto prima che la serie dei romanzi della scrittrice inglese E. L. James, iniziata nel 2011 con «Cinquanta sfumature di grigio», vendesse nel mondo oltre trenta milioni di copie, diventando il maggiore fenomeno letterario di consumo del nostro secolo. La Illouz ha scritto nel 2012 per la rivista tedesca «Die Spiegel» un saggio molto controverso dove spiega perché, secondo lei, la saga della James – dove una vergine firma un contratto con un uomo che le promette una relazione stabile in cambio di una sua completa sottomissione a pratiche di tipo sado-masochista – ha avuto un così fenomenale successo.
Non per la pornografia presentata come «soft» o rispettabile, un’idea tutt’altro che nuova. Ma perché il contratto firmato dai protagonisti risolve in un colpo solo tutte le ambiguità dell’amore postmoderno, tornando paradossalmente a un rapporto governato da regole certe, addirittura contrattuali, che fissano nei dettagli l’equilibrio – vero o fasullo – tra uomo e donna, tra dolore e piacere, tra autonomia e sottomissione.

Poiché però il sado-masochismo è un prodotto amoroso di nicchia – ma già si prepara il film di «Cinquanta sfumature», che farà di certo anche lui qualche danno –, le soluzioni per rimettere ordine in quello che il sociologo tedesco Ulrich Beck, citato dalla Illouz, chiama il moderno «caos delle relazioni amorose» dovrebbero essere altre.
La sociologa israeliana identifica correttamente la causa delle difficoltà in cui si trova oggi l’amore fra uomini e donne: il divorzio totale dell’amore da un quadro di regole morali. Ma non offre soluzioni, perché ritiene che – per quanto le persone religiose o che credono nella morale tradizionale siano invitate a sedersi al tavolo e partecipare al dialogo – ultimamente la secolarizzazione dei comportamenti – la quale, come i sociologi sanno da tempo, è compatibile con un’ampia persistenza delle credenze religiose – sia irreversibile.

La riduzione dei sentimenti a oggetto di consumo, e la crisi dell’amore sono prezzi tragici da pagare alla modernità, rispetto alla quale la Illouz pensa però che sia impossibile tornare indietro: «si sono perse cose che non si potranno più recuperare».
Fino a un certo punto, l’analisi della Illouz può rimanere in dialogo con il Magistero della Chiesa, che dal beato Giovanni Paolo II (1920-2005) a Benedetto XVI ha identificato cause simili per la crisi dell’amore e del matrimonio. Ma a un certo punto le strade si separano, e alla Illouz si applica la critica dei sociologi della Scuola di Francoforte, da cui la sociologa trae ampia ispirazione, che Benedetto XVI propone nell’enciclica «Spe salvi». Hanno ragione quando mostrano i danni delle ideologie moderne, torto quando affermano che il rifiuto della religione e della morale di queste ideologie sia irreversibile: e una tale affermazione può solo produrre disperazione e nichilismo.

La nozione della «irreversibilità» della secolarizzazione dei comportamenti è la stessa che porta molti, anche tra i buoni cattolici, a ritenere l’aborto «irreversibile» e il matrimonio omosessuale forse in certi Paesi rimandabile, ma «inevitabile». Dietro a questa idea dell’«irreversibilità» c’è il mito illuminista del progresso e della storia necessariamente lineare. Ma la storia non è né lineare né circolare: è come la fa tutti i giorni la libertà delle donne e degli uomini che ne sono protagonisti.
È questa nozione antropologica della libertà che manca alla Illouz, la quale ha però il merito di mostrare che le «conquiste» moderne in tema di amore e sessualità non hanno reso gli uomini – e soprattutto le donne – più felici, semmai più disillusi e disperati. Ma non tutti.

Se è vero che in molti ambienti e paesi della Francia i giovani cattolici praticanti hanno ormai difficoltà a trovare un potenziale coniuge che ne condivida la fede – di qui il successo, che forse la Illouz dovrebbe studiare, di siti Internet di incontri francesi riservati a utenti di fede cattolica – non è meno vero che migliaia di coppie cattoliche felicemente sposate mostrano ogni giorno, anche nel moderno Occidente, che la disperazione non è un destino irreversibile e che un amore non separato dalla morale resta possibile ancora oggi.

Dall’Inquisizione al sesso, un libro fa piazza pulita delle balle sulla Chiesa, «la grande meretrice»

Dall’Inquisizione al sesso, un libro fa piazza pulita delle balle sulla Chiesa, «la grande meretrice»

di Bruno Forte da www.tempi.it

Sette donne, storiche di professione e di diverse estrazioni religiose, ristabiliscono un po’ di verità in merito a luoghi comuni e leggende nere sulla Chiesa cattolica

Beatus-Facundus-grande-meretrice-Apocalisse-1047-Madrid-Biblioteca-NazionaleArticolo tratto dall’Osservatore Romano – Dieci questioni, intorno a cui un’opinione diffusa e “politicamente corretta” chiama la Chiesa a giudizio davanti al tribunale della storia: la sua infedeltà rispetto alle origini del movimento cristiano, l’imposizione del celibato ecclesiastico, i tribunali dell’Inquisizione, l’arretratezza cattolica rispetto al progressismo evangelico, l’antisemitismo, la sessuofobia, l’anti-scientismo, la svalutazione della donna, il dolorismo. Sette donne, storiche di professione, di diversa estrazione religiosa, si confrontano con questi stereotipi senza pregiudizi, con un linguaggio ampiamente accessibile, mai rinunciando al rigore storico-critico delle affermazioni.

Ecco tema e autrici di un volume a dir poco “intrigante”, esposto a toccare sensibilità acute e a suscitare reazioni di segno diverso, e tuttavia utile e illuminante, perché capace di dar a pensare a chiunque lo legga senza preclusioni di sorta: La grande meretrice. Un decalogo di luoghi comuni sulla storia della Chiesa è il titolo del libro in questione, introdotto e curato da Lucetta Scaraffia, autrice ella stessa di due fra i saggi più stimolanti (“Sul celibato ecclesiastico” e “I protestanti sono più moderni”). L’intento dichiarato è di servire la verità storica, rettificando quei «luoghi comuni che ormai sembrano avere sostituito la realtà per quanto riguarda la storia della Chiesa, e che quindi hanno anche contribuito a deformarne l’identità pubblica» (p. 3): una rettifica che non ha nulla di meramente apologetico, che anzi non risparmia ammissioni di limiti e di ritardi nella bimillenaria vicenda ecclesiale e, proprio così, risulta convincente e feconda di incontri possibili con chi sia aperto a cercare la verità al di sopra di tutto.

L’approccio femminile, poi, riesce a spingere lo sguardo a quella ricchezza vitale di emozioni e sentimenti, sottesa ai fatti e decisiva per la vita, che spesso un certo razionalismo interpretativo è incapace di cogliere. La destinazione del testo a un vasto pubblico motiva non solo il suo stile discorsivo, spesso arricchito di narrazioni, ma anche la scelta dei luoghi comuni su cui far riflettere: «i più diffusi, quelli che generano il maggior numero di incomprensioni» e che, proprio per questo, è importante chiarire prima di iniziare un qualunque confronto teorico.

Il titolo del volume rende bene l’intreccio costante di prospettive che lo animano: come mostra efficacemente Sylvie Barnay nel primo dei dieci saggi, il tema della Chiesa santa e meretrice muove già dalla testimonianza biblica, in particolare dell’Apocalisse. Esso ritorna nei Padri della Chiesa come una sorta di canto fermo, non per denigrare la comunità dei fedeli, ma per stimolarla al bene nel continuo confronto fra ideale e reale.

Ricordo l’attenta riflessione che a esso dedicammo nel gruppo di lavoro della Commissione teologica internazionale, incaricato di approfondire le motivazioni e il senso della richiesta di perdono che il beato Giovanni Paolo II volle pronunciare a nome di tutta la Chiesa durante il Giubileo del 2000. In un memorabile incontro che avemmo con lui, ebbe a dirci una frase che ben rende il senso e l’importanza del tema: «Coraggio! Siate una Commissione coraggiosa! La verità ci farà liberi!».

L’applicazione delle parole di Gesù in Giovanni, 8, 32 alla testimonianza attuale della Chiesa è in realtà la chiave interpretativa fondamentale per comprendere come il riconoscimento sincero dei limiti e delle colpe faccia ancor più risplendere la santità e il bene di cui il popolo di Dio ha riempito l’universo nei tanti secoli del suo cammino. È questa anche la chiave di lettura del documento Memoria e riconciliazione che accompagnò poi il gesto profetico del Papa nell’anno giubilare. «Che l’istituzione, la Chiesa terrena, sia stata protagonista di pagine non edificanti e anche odiose — scrive nel suo bel saggio Sandra Isetta — è un dato inalienabile, fatalmente connesso alla natura umana».

Come questo vada compreso e coniugato all’idea della Ecclesia sancta, lo spiega la grande sintesi di Agostino sulle “due città”, «quella di Dio e quella degli uomini, in qualche modo confuse e mischiate fra loro nello scorrere dei tempi», tali però che «solo formalmente i non meritevoli sono parte integrante della Chiesa» e «che vero corpo di Cristo è quello che vivrà eternamente con lui dopo il giudizio» (p. 56). Il no a ogni puritanesimo che pretenda di comprendere nella vicenda storica del popolo di Dio unicamente chi è senza colpa, si congiunge alla coscienza di una necessaria, costante lotta contro il male e il maligno, che avrà il suo coronamento vittorioso solo nel finale ritorno del Cristo.

la-grande-meretriceParticolarmente interessante è il saggio della storica ebrea Anna Foa, dedicato alla Chiesa, «madre di tutte le inquisizioni». Con singolare capacità narrativa e documentaria, l’autrice giunge a una conclusione tanto singolare, quanto efficace: «Vogliamo confessarlo alla fine? Se proprio dovessi scegliere da quale di questi temibili tribunali umani [quelli dei vari totalitarismi] preferirei essere processata per quello che penso o credo, non sceglierei mai un tribunale sovietico dell’epoca della grandi purghe staliniane. E nemmeno mi piacerebbe farmi processare dai tribunali laici dell’età dell’assolutismo. Sceglierei nonostante tutto l’Inquisizione, quella romana naturalmente. Sempre sperando che Dio me la mandi buona» (p. 111). Peraltro, è la stessa studiosa a notare — nel saggio dedicato all’antisemitismo — che «nell’insieme la protezione che la Chiesa svolge nei confronti della minoranza ebraica presente nel suo seno è una costante, almeno fino a che l’equilibrio tra Chiesa ed ebrei si mantiene intatto» (p. 143). Il rigore della ricerca storica si fonde qui con un non comune coraggio nel sostenere tesi che destabilizzano una certa “vulgata” e mostrano come nelle pieghe della complessità della storia la verità sia molto più ricca e variegata di ogni facile giudizio sommario di colpevolezza o di assoluzione!

A conclusioni analoghe su questioni diverse pervengono i saggi di Margherita Pelaja sull’«odio per il sesso» attribuito alla dottrina della Chiesa, senza alcuna considerazione del valore sacramentale da essa riconosciuto all’unione sponsale in una vera e propria esaltazione della corporeità, o di Giulia Galeotti sul tema della scienza, che mostra tanto la banalità di giudizi quali quello di Richard Dawkins sulla religione quale «malattia mentale che dovrebbe essere estirpata dai nostri cervelli», quanto la fondatezza di asserti come quello di padre Michael Heller sul fatto che «la scienza ci dà il sapere, la religione il significato».

La conclusione di Cristiana Dobner sul tema della sofferenza è suggello adeguato all’intero percorso del libro: tutt’altro che esaltazione del dolorismo, il cristianesimo è un costante inno alla vita e alla sua bellezza, che è tale anche nel tempo della prova e del dolore, se queste vengono assunte e trasfigurate dal di dentro con la forza dell’amore che ci viene del Figlio di Dio incarnato e con lui tutto offre per tutti. «Chi crede e vive con la Chiesa e nella Chiesa, sa che quello squarcio [della domanda sul dolore] è stato già, in antecedenza, colmato dal Padre che non solo è vicino a noi, ma soffre con noi e per noi» (p. 259). Qui la ricerca storica al servizio della verità si fa più cha mai proposta di vita, stimolo a sperimentare la bellezza di quanto la Chiesa può offrirci, al di là di ogni chiusura pregiudiziale che a essa si voglia opporre.