Venerdì della XXXIII settimana del T.O.

Venerdì della XXXIII settimana del T.O.

dal vangelo secondo Lc 19,45-48

In quel tempo, Gesù entrato nel tempio, cominciò a scacciare i venditori, dicendo: “Sta scritto: La mia casa sarà casa di preghiera. Ma voi ne avete fatto una spelonca di ladri!”.
Ogni giorno insegnava nel tempio. I sommi sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo perire e così anche i notabili del popolo; ma non sapevano come fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue parole.

Il commento di don Antonello Iapicca

Il Signore si accende di zelo in quel luogo particolare che erano i cortili del Tempio, riservati a coloro che non avevano accesso diretto al Santo, al luogo separato, dove offrire il sacrificio. Nel suo Vangelo, Marco si riferisce al solo Cortile dei gentili. Luca parla di cortili in generale, i luoghi per i piccoli, per gli ultimi, per quanti non potevano avere parte al culto. Si tratta quasi di un rovesciamento, ed è quello che percorre tutto il Vangelo: quei cortili costituiscono l’unica ragione d’essere del Tempio. Il Santo dei Santi esisteva per i pagani, per i peccatori! L’esatto contrario di quanto avevano finito per interpretare gli scribi: la purezza, la santità di Israele e del suo culto non erano autoreferenti, fondamento per escludere il resto delle Nazioni. La santità, la separazione, il non contaminarsi era proprio per aprirsi, per servire i popoli, per offrire la Verità senza compromessi. La purezza che Dio aveva insegnato a Israele era amore, non segregazione ed esclusione. E questo è un criterio importante per la Chiesa e per ciascuno di noi. Difendere la fede perchè non si annacqui non significa erigere steccati, delimitare il confine per una pretesa, latente e inconfessabile superiorità. La fede è gemella della carità, sempre. L’apertura amorevole della santità è direttamente proporzionale alla sua integrità. Non vi è morale fine a stessa, ripiegata in un narcisismo sprezzante. La castità, la sincerità, la sobrietà, le virtù sono la realizzazione di un abbraccio d’amore verso ogni uomo. Un prete che viva la castità come uno sforzo e un impegno dovuto al suo ministero, senza ravvisarvi, e vivere, la fecondità del dono che essa suppone, il segno incontaminato di una vita oltre la morte, del potere di Gesù sulla concupiscenza, è un prete frustrato che difenderà posizioni, schemi e progetti. Così anche di un giovane che si sforza per essere casto, se non vive la lotta nell’orizzonte autentico dell’amore, cadrà rovinosamente adirandosi come un animale ferito. La Chiesa non insegna la castità come una legge pesante, ma come un servizio d’amore ad ogni uomo: un giovane casto impara ad amare, a rispettare e a far presente, nella propria esperienza, il Cielo. Per questo Gesù manda innanzi tutto i suoi discepoli alle pecore perdute della casa di Israele, per ricondurre ogni suo figlio alla sua identità, che è quella di segno di salvezza per le Nazioni. Così anche la Chiesa ha bisogno continuo di purificazione, di rinnovare la propria primogenitura. Così ciascuno di noi.

Scrive Benedetto XVI nel suo primo volume su Gesù di Nazaret: “che cosa ha portato Gesù veramente, se non ha portato la pace nel mondo, il benessere per tutti, un mondo migliore? Che cosa ha portato? La risposta è molto semplice: Dio. Ha portato Dio” (p. 73). Gesù ha abbattuto, nella sua carne crocifissa, “il muro di separazione che era frammezzo”, l’inimicizia tra giudei e pagani. Lui ha dato compimento pieno alla volontà di Dio, che prevede la salvezza di ogni uomo. Il Tempio esisteva per mostrare che non c’è più giudeo né greco, né uomo né donna, né schiavo né libero, ma che tutti sono uno in Cristo Gesù. Non si tratta di comunismo di bassa lega. Niente ideologie. E’ l’opera di Cristo, abbattere le barriere, il peccato che è innanzi tutto inimicizia con Dio, e poi divisione tra gli uomini. Per questo non vi saranno più due popoli, non vi saranno due ma uno solo, come, in Adamo ed Eva, Dio aveva mostrato l’immagine perfetta della sua volontà originaria e mai smentita. Anzi, dopo il peccato, durante tutta la storia della salvezza, Egli è andato compiendo la ricreazione di questa comunione, immagine della comunione che regna nella Trinità, nel cuore stesso di Dio. E’ l’amore, sine glossa. L’amore che fonde ma non confonde, e fa dei due una carne sola: la cosa molto buona deturpata dal peccato, ha ritrovato la bellezza originaria in Cristo e la sua Chiesa. Le nozze messianiche con le quali si conclude la Rivelazione nel Libro dell’Apocalisse è la chiamata che Dio fa ad ogni uomo attraverso i suoi primogeniti, i figli della Chiesa. E’ lo zelo incontenibile che scaturisce dall’amore geloso di Dio per ogni uomo. Per questo l’ira di Gesù si scatena sui venditori che avevano piantato i loro traffici nel luogo decisivo, sulla porta della fede, della salvezza e della vita.

E’ l’ira santa che si avventa su ogni tentativo di fare della Chiesa un luogo di mercato, una spelonca di ladri. Di chi, come profetizzava Geremia, si fa forte dell’appartenenza al Popolo e di avere il Tempio, come un’assicurazione sulla vita, mentre essa scorreva tra idolatria e adulterio. Ma l’appartenenza significa primogenitura di una moltitudine di popoliIsraele esiste per i popoli, esattamente come la Chiesa e come la vita di ciascuno di noiAppartenere a Cristo significa appartenere ad ogni uomo, perchè “Egli è venuto ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini. Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito”. Appartenere a Cristo e alla sua Chiesa significa essere tutto a tutti, come ha mostrato San Paolo, e poi San Francesco Saverio, e tutti gli apostoli che hanno sciolto la propria vita nell’annuncio del Vangelo, sino all’offerta del proprio sangue. La vita della Chiesa e di ogni discepolo di Cristo si identifica in questi cortili del Tempio, immagine e profezia della ferita del costato di Cristo, la porta del suo cuore dischiusa ad ogni uomo. Cortili dove gli uomini possano presentarsi a Dio nello stesso Spirito d’amore.

E’ nel cortile dei gentili che si compie la nostra vita, come quella della Chiesa. Scambiare e commerciare ciò che è gratuito è profanare il Tempio, gli affetti, il lavoro, l’amicizia, il fidanzamento. Il matrimonio infatti è dato proprio come un cortile del Tempio, dove i piccoli, i pagani, immagini delle debolezze dell’altro, trovino il luogo dove incontrare la misericordia di Dio. Fare della debolezza dell’altro, dei suoi difetti e dei suoi peccati un luogo di mercato, una spelonca di ladri significa consegnare il Tempio alla distruzione, prendere in odio la primogenitura, e quindi la propria vita. Ricattare e prestare a usura affetto, stima, pazienza e addirittura il perdono, approfittando della fragilità dell’altro, è pervertire quanto Gesù ha amato e guardato con compassione e tenerezza.

Abbiamo ridotto la Casa di Dio, la nostra vita, una spelonca di ladri; rubiamo le persone, le mettiamo sotto chiave perchè possano saziare il nostro cuore. Inganniamo, come ogni venditore di fumo. Anche quando urliamo ai quattro venti d’esser coerenti, di dire le cose in faccia, d’essere liberi, di fatto stiamo indossando l’ennesima maschera, quella del “puro”, del “sincero sino alle estreme conseguenze”. Maschera buona, di solito, quando le altre, quelle più luccicanti e ammalianti, non hanno funzionato a dovere. Anche quella di “chi non guarda in faccia a nessuno” è, spesso, una maschera che ci mettiamo, così, per identificarci e staccarci dalla massa informe dei proni ai piedi degli altri. Comunque maschere. Comunque carnevale. Comunque insegne luminose, cartelloni pubblicitari, spot ben lanciati nell’etere ad attirare l’attenzione su di noi. E far soldi, accumulare fascine d’affetto, di stima, “manager dei sentimenti” nella calca della “borsa dei sentimenti”, sperando e travagliando perchè alla fine della giornata l’indice degli scambi mostri, finalmente, il segno “più”. E soffriamo. Immensamente. Senza lo straccio di un solo bilancio in attivo. Sempre tutto in rosso. E sempre più soli. Già, la nostra solitudine di fronte all’invicibile gelosia di Dio, lo zelo del Figlio che irrompe nelle nostre esistenze e le stravolge, le purifica. Per questo in ogni giornata è nascosto l’imprevisto, un mal di testa, un tamponamento, un fallimento, un’incomprensione, qualcosa che, come un ago, fora il pallone gonfiato dai nostri sogni che è la nostra vita senza di Lui.

Ma noi siamo Suoi, Lui ha consegnato la Sua vita per questi “zombi” sperduti nel mondo che siamo, vomitati dall’infernale macchina del commercio di affetti e sentimenti. Siamo del Signore, nonostante tutto. Anzi proprio perchè soli, perduti, stanchi e feriti, siamo suoi, le sue braccia distese, ora per noi. La sua casa, la sua famiglia, il suo luogo, il suo riposo, la sua gioia, il suo tempio siamo noi. Lui ci ha raccolti forse addirittura lontani dal Tempio, neanche dentro il cortile dei gentili. I suoi occhi folli d’amore hanno intercettato, nel nostro dimenarci tra peccati e dolori, un cortile più grande, il cui perimetro abbraccia la nostra esistenza intera; il cortile dove il nostro cuore, errando, cercava il volto di Dio. Il suo amore ci ha aperto il passaggio al Santo dei Santi, al suo cuore, il luogo dove sperimentare che la vita non è un affannato e tragico commercio. La nostra vita è stare con Lui, in Lui amare, donare e non rubare e accaparrare, in Lui perderci per essere persi in ogni “altro” che si appresta alla porta della nostra casa, la sua casa.

Lo zelo del Signore per noi riassume il Suo amore per ciascun uomo. La nostra vita fa parte della vita più grande della Chiesa, la sua casadove ha fissato l’appuntamento di salvezza per tutti i popoli. Dentro ad ogni evento vi è dunque il disegno di salvezza di Dio. Purifica noi per salvare il mondo. Caccia dalle nostre vite la paccottiglia che impedisce la liturgia di lode pensata per le nostre vite. Scaccia i demoni, secondo il verbo originale del vangelo identico a quello “tecnico” utilizzato negli esorcismi. Il Signore scaccia dal nostro cuore il traffico malefico innescato dal demonio, che, in cambio di una felicità avvelenata, ci ha sempre richiesto l’anima. Il Signore ci fa santi, ci “esorcizza” e “purifica” proprio attraverso gli inconvenienti, i dolori, le sofferenze. La Croce ci fa veri, cioè suoi, per attirare e salvare tutti quelli che ancora non lo sono, o meglio, che ancora non sanno di esserlo. Amore infinito per noi, amore infinito per tutti.

Così con la Chiesa. Le difficoltà, le persecuzioni, la Croce la rendono bella, scacciano i mercanti di anime dal Tempio e la rinnovano perchè sia un cortile dove accogliere ogni uomo. A questo proposito Benedetto XVI ha detto: “Come primo passo dell’evangelizzazione dobbiamo cercare di tenere desta la ricerca di Dio negli uomini; dobbiamo preoccuparci che l’uomo non accantoni la questione su Dio come questione essenziale della sua esistenza. Preoccuparci perché egli accetti tale questione e la nostalgia che in essa si nasconde. Mi viene qui in mente la parola che Gesù cita dal profeta Isaia, che cioè il tempio dovrebbe essere una casa di preghiera per tutti i popoli. Egli pensava al cosiddetto cortile dei gentiliche sgomberò da affari esteriori perché ci fosse lo spazio libero per i gentili che lì volevano pregare l’unico Dio, anche se non potevano prendere parte al mistero, al cui servizio era riservato l’interno del tempio. Spazio di preghiera per tutti i popoli – si pensava con ciò a persone che conoscono Dio, per così dire, soltanto da lontano; che sono scontente con i loro dèi, riti, miti; che desiderano il Puro e il Grande, anche se Dio rimane per loro il “Dio ignoto”. Essi dovevano poter pregare il Dio ignoto e così tuttavia essere in relazione con il Dio vero, anche se in mezzo ad oscurità di vario genere. Io penso che la Chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di “cortile dei gentili” dove gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l’accesso al suo mistero, al cui servizio sta la vita interna della Chiesa” (Benedetto XVI, Discorso alla Curia Romana, Dicembre 2009). Gesù continuerà sempre a scacciare i demoni che tentano di annidarsi nella Chiesa per rendere impossibile l’aggancio. Chi non annuncia il Vangelo riduce la Chiesa ad una spelonca di ladri che rubano i tesori di Grazia, la Parola e l’amore di Dio offerti ad essa per agganciare gli uomini. Moralismi, potere, prestigio, denari, parole vane, slogan e progetti mondani sono i mattoni che riedificano il muro abbattuto dal Signore. Ma Lui tornerà ogni giorno a distruggerlo, per l’amore immenso che ha per ogni uomo.

Gesù dopo la purificazione del Tempio vi insegna e il Popolo pende dalle sue labbra, avendo incontrato la Verità che il loro cuore cercava. Ma i notabili, i sommi sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo perire. Si avvicinava la purificazione definitiva. E così per la Chiesa, e ciascuno di noi: non ci si può sedere, mai; se così fosse, ci trasformeremmo di nuovo e in un baleno, in avidi mercanti. Per questo, come già accaduto ad Israele insediatosi nella Terra Promessa, vi sarà sempre qualcuno a minacciarci, a voler far perire Cristo e la sua Chiesa. Perchè la sua autenticità, come quella del Tempio, risiede nel divenire, giorno dopo giorno, un cortile dove gli uomini possano agganciarsi a Dio! Così la nostra vita è un “gancio” offerto ad ogni uomo, e tutto di noi è indispensabile perchè lo diventi davvero. Ed il gancio è stato e sarà sempre, sino alla consumazione dei secoli, l’annuncio che Gesù Cristo è il Signore, che ha vinto il peccato e la morte, salvezza gratuita offerta ad ogni uomo.

Che il Signore ci conceda oggi e ogni giorno occhi di fede per vedere, in ogni evento della nostra vita l’incarnazione della sua mano distesa verso i poveri, i deboli, i peccatori. Ogni istante delle nostre esistenze è santo, parte della Storia di salvezza che cerca ogni uomo. Perchè Dio sia tutto in tutti.

O’Malley: «La Chiesa non è una democrazia ma la volontà di Dio»

O’Malley: «La Chiesa non è una democrazia ma la volontà di Dio»

Il cardinale di Boston: «Bisogna raggiungere chi è devastato dal peccato e aiutarlo a trovare la via della riconciliazione, a sperimentare la misericordia di Dio»

da www.tempi.it 

sean o'malleyRiportiamo ampi stralci dell’intervista rilasciata al National Catholic Register dal cardinale Sean O’Malley, arcivescovo di Boston, chiamato da papa Francesco a far parte del consiglio degli otto cardinali che lo affiancano come consiglieri nella guida della Chiesa. Traduzione nostra.

Lei è l’unico americano chiamato a consigliare il Papa sulla riforma del governo della Chiesa. Cosa può dirci a riguardo della sua missione di consigliere?
Come annunciato, c’è un desiderio di riformare la curia perché sia maggiormente al servizio del Santo Padre e delle Chiese locali. Lo scopo è di renderla più efficiente e quindi di permettere al Santo Padre di governare con più incisività. È importante esaminare le funzioni dei dicasteri e del consiglio pontificio, per capire come possono lavorare meglio. Il Santo Padre si preoccupa anche, ha un desiderio di cura pastorale per le persone che lavorano in curia. Molti al suo interno hanno dato la vita per servire la Chiesa. Non ci deve essere però un approccio carrieristico ma missionario. Il Santo Padre vuole essere sicuro che questo sia lo spirito (…). Inoltre, la Chiesa è cresciuta molto ed è più internazionale. Perciò c’è un desiderio di internazionalizzare in parte la curia (…). Il consiglio non serve solo per la riforma della curia ma anche per consigliare il Santo Padre sul governo della Chiesa.

Di recente si è parlato di ampliare le consultazioni in seno alla Chiesa. Questo consiglio è un modello di governo per la Chiesa anche ad altri livelli?
La Chiesa non è una democrazia, ma può procedere solo se si cerca di discernere la volontà di Dio e questo non lo facciamo solo come individui, lo facciamo in un’atmosfera di dialogo e preghiera. In ultima istanza, poi, sarà il Santo Padre a prendere le decisioni a cui noi ubbidiremo.

Papa Francesco ci ha chiesto di essere una “Chiesa per i poveri”. Significa condurre una vita più semplice?
La Chiesa ha sempre incoraggiato le persone a tenere uno stile di vita semplice. (…) Il punto è che dobbiamo essere più coscienti dei bisogni della gente e voler rinunciare alle ricchezze e ai comfort superflui. I Cavalieri di Malta per tradizione vedono i poveri e i malati come «il nostro Signore Sovrano». Madre Teresa disse che i poveri sono Cristo «sotto sembianze dolorose». Dobbiamo imparare a vedere il valore delle persone che potrebbero apparire invisibili alla cultura, inclusi i bambini non nati, i pazienti affetti da Alzheimer, i drogati. Alcune di queste persone vivono situazioni difficilissime, non sono le persone belle e produttive, non solo celebrità. Dobbiamo imparare a riconoscere il loro valore con gli occhi di Dio. Socrate diceva: «Le persone mi credono perché sono povero». La testimonianza di una vita semplice è importante nella Chiesa. Non significa che le persone non devono vivere secondo quanto richiesto dalla loro condizione di vita – non tutti devo fare un voto di povertà. Quando leggiamo la vita dei primi cristiani e vediamo come condividevano tutto fra loro, si vede un senso di responsabilità per i poveri, gli orfani e gli stranieri. Dobbiamo fare di più.

Nella sua intervista al magazine America, papa Francesco ha parlato della sua profonda esperienza di paternità spirituale, ma ha anche chiarito che tutti i dirigenti della Chiesa e i pastori devono andare verso gli altri, come padri spirituali.
Per tutti i sacerdoti è importante vedere noi stessi come padri spirituali del nostro popolo. Il Santo Padre, nel corso dell’omelia della Messa crismale, ha detto: «Il pastore deve avere l’odore delle pecore». Come il padre di famiglia fa molti sacrifici per i suoi figli, un sacerdote deve fare molti sacrifici per il suo popolo. Quando il padre fa quei sacrifici non è dispiaciuto per se stesso, la vede come la sua missione. Questo è il modo con cui un buon sacerdote deve agire. Temo, però, che la crisi nel clero legata agli abusi abbia portato alcuni sacerdoti a tenersi in disparte dalle persone così che non si possa sospettare delle loro intenzioni.

Lei è stato eletto nel 2012 presidente del Comitato per la vita della Conferenza episcopale americana. Quali sono i suoi obiettivi?
Nell’ultimo anno ho provato a richiamare all’importanza di cambiare la mentalità del paese sull’adozione. (…) Nel 1998 lessi un articolo di Paul Swope in First Things: «Aborto: un fallimento nella comunicazione». Swope scelse le ricerche che mostravano le donne in gravidanze difficili che finivano per scegliere l’aborto. Queste hanno tre opzioni a loro disposizione: mantenere il bambino, abortire o dare il bambino in adozione. Mantenere il bambino è spesso interpretato come una morte personale. Dare il bambino in adozione è percepita come una opzione terribile – sono una cattiva madre, che sta mettendo il bambino in una situazione di abbandono (…). In qualche modo dobbiamo sfondare questa visione sull’adozione, e aiutare le donne a vedere che ci sono molte coppie senza figli meravigliose e pronte per essere genitori amorevoli. Dobbiamo fare di più per sostenere i genitori adottivi (…). Promuoviamo anche l’assistenza post-aborto… sono così tante le donne che hanno abortito. Queste credono di aver commesso un crimine di cui non si può parlare, imperdonabile, e convivono con quella colpa. Dobbiamo aiutarle a trovare la via della riconciliazione, a sperimentare la misericordia di Dio. Questa è una delle cose più belle di papa Francesco. Egli sta mostrando come la Chiesa deve essere un “ospedale da campo “, andando fuori a raggiungere coloro che sono stati devastati dal peccato.

Un membro del Congresso, Chris Smith, ha recentemente introdotto il Abortion Full Disclosure Act, una proposta di legge che richiederebbe ai piani sanitari offerti dallo Stato, autorizzati dall’Obamacare, di rendere trasparente il finanziamento all’aborto. È importante questo disegno di legge?
Il primo novembre ho scritto una lettera di sostegno alla proposta di legge. Il disegno di legge può essere lanciato come uno sforzo per tutelare i contribuenti: le persone hanno il diritto di sapere se un piano sanitario prevede la copertura dell’aborto prima di pagare piani assicurativi statali.

Il Massachusetts è stato il primo stato a legalizzare il matrimonio omosessuale. Che cosa hanno sperimentato la Chiesa, i pastori, le famiglie?
A Boston abbiamo istituito una commissione incaricata di studiare l’impatto del matrimonio omosessuale e il tema dell’omosessualità. Stiamo monitorando ciò che viene insegnato nelle scuole pubbliche. Sappiamo che è una antropologia del tutto diversa da quella della Chiesa. C’è poi un atteggiamento così aggressivo verso chiunque difende il matrimonio tradizionale che molte persone sono intimidite. E c’è un movimento ora che sta cercando di impedire l’adozione a persone religiose. La sfida che abbiamo di fronte oggi è di aiutare le persone a capire che il matrimonio implica la famiglie. Come l’arcivescovo [Salvatore] Cordileone [di San Francisco] ha spiegato nella sua relazione in una conferenza di questa settimana: «Ogni bambino viene da un uomo e una donna. Il matrimonio riconosce questa realtà e unisce i bambini ai loro genitori». Tutti gli studi dimostrano che la circostanza ottimale perché un bambino cresca è con i suoi genitori biologici in un matrimonio d’amore impegnato. Ma nello stesso tempo abbiamo bisogno di far capire – e questo è difficile – che le persone omosessuali non sono sgradite alla Chiesa. La grande minaccia che il matrimonio deve affrontare è la convivenza (…).

Il Papa all’Angelus: «È l’eternità a illuminare la vita terrena di ciascuno di noi»

Il Papa all’Angelus: «È l’eternità a illuminare la vita terrena di ciascuno di noi»

Il pontefice chiede preghiera e aiuto concreto per le popolazioni delle filippine colpite dal tifone. Il ricordo della notte dei Cristalli e la vicinanza agli ebrei, «nostri fratelli maggiori» 

Al termine di un  Angelus tutto incentrato sul significato della vita eterna e sul rapporto con quella terrena, papa Francesco ha invitato i fedeli a pregare per le popolazioni delle Filippine, colpite da un tifone violentissimo il cui bilancio, secondo le stime delle autorità, arriverà a circa diecimila vittime. Il Papa ha voluto anche ricordare l’anniversario della “notte dei cristalli” con cui esplose, nel 1938 in Germania, la persecuzione dei nostri «fratelli maggiori» ebrei.

LA RESURREZIONE. Commentando le letture della liturgia di oggi il Papa ha spiegato la “provocazione” tesa a Gesù dai Sadducei, che non credevano nella risurrezione. “Se una donna ha avuto sette mariti morti uno dopo l’altro – chiedono infatti – chi sarà il suo marito nell’aldilà?. «Gesù – spiega il Papa – risponde che la vita dopo la morte non ha gli stessi parametri di quella terrena: la vita eterna è un’altra vita in un’altra dimensione, dove, tra l’altro, non ci sarà più il matrimonio che è legato alla nostra esistenza in questo mondo. I risorti vivranno come gli angeli in uno stato diverso che non possiamo nemmeno immaginare». «Ma poi Gesù per così dire “passa al contrattacco” e lo fa citando la Sacra Scrittura con una semplicità e una originalità che ci lasciano pieni di ammirazione per il maestro. La prova della risurrezione – continua Francesco – Gesù la trova nell’episodio di Mosè e del roveto ardente, là dove Dio si rivela come il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Il nome di Dio è legato ai nomi degli uomini e delle donne con cui si lega, e questo legame è più forte della morte. Ecco perché Gesù afferma: “Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui”. E il legame decisivo, l’alleanza fondamentale è quella con Gesù: Lui stesso è l’Alleanza, Lui stesso è la Vita e la Risurrezione, perché con il suo amore crocifisso ha vinto la morte. In Gesù Dio ci dona la vita eterna, la dona a tutti, e tutti grazie a Lui hanno la speranza di una vita ancora più vera di questa. La vita che Dio ci prepara non è un semplice abbellimento di quella attuale: essa supera la nostra immaginazione, perché Dio ci stupisce continuamente con il suo amore e con la sua misericordia».

LA MORTE E’ ALLE NOSTRE SPALLE. «Ciò che accadrà è proprio il contrario di quanto si aspettavano i Sadducei: non è questa vita a fare da riferimento all’eternità, ma è l’eternità a illuminare e dare speranza alla vita terrena di ciascuno di noi. Se guardiamo con occhio umano siamo portati a dire che il cammino dell’uomo va dalla vita verso la morte, ma è così solo se guardiamo con l’occhio umano. Gesù capovolge questa prospettiva e afferma che il nostro pellegrinaggio va dalla morte alla vita: la vita piena! Quindi la morte sta dietro, alle spalle, non davanti a noi. Davanti a noi sta il Dio dei viventi, il Dio che porta il mio nome, il tuo, il tuo, il tuo… sta la definitiva sconfitta del peccato e della morte, l’inizio di un nuovo tempo di gioia e di luce senza fine. Ma già su questa terra, nella preghiera, nei Sacramenti, nella fraternità, noi incontriamo Gesù e il suo amore, e così possiamo pregustare qualcosa della vita risorta. L’esperienza che facciamo del suo amore e della sua fedeltà accende come un fuoco nel nostro cuore e aumenta la nostra fede nella risurrezione. Infatti, se Dio è fedele e ama, non può esserlo a tempo limitato, la fedeltà è eterna; l’amore di Dio non è per un tempo limitato, è per sempre: Lui è fedele per sempre, e Lui ci aspetta e accompagna ognuno di noi con questa fedeltà eterna».

da www.tempi.it

Lunedì della XXXII settimana del T.O.

Lunedì della XXXII settimana del T.O.

Dal Vangelo secondo Luca 17, 1-6.

Disse ancora ai suoi discepoli: «E’ inevitabile che avvengano scandali, ma guai a colui per cui avvengono.
E’ meglio per lui che gli sia messa al collo una pietra da mulino e venga gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. 
State attenti a voi stessi! Se un tuo fratello pecca, rimproveralo; ma se si pente, perdonagli. 
E se pecca sette volte al giorno contro di te e sette volte ti dice: Mi pento, tu gli perdonerai». 
Gli apostoli dissero al Signore: «Aumenta la nostra fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe. 
Il commento di don Antonello Iapicca
Vivere senza fede credendo e facendo credere di averne: è questo lo scandalo più grande, quello che chiude il cielo a chi ci sta intorno, che scandalizza i piccoli, i fratelli della comunità, chi si avvicina appena al Signore. Un cristiano senza fede è come il sale che perde il sapore: non serve, anzi è occasione di inciampo, è meglio per lui sparire, essere calpestato come polvere sotto i sandali. Si tratta di una Parola molto dura, con la quale dobbiamo confrontarci. “Non possiamo accettare che il sale diventi insipido e la luce sia tenuta nascosta” (Benedetto XVI). Il cristianesimo non è roba da tavole rotonde, da talk show, da comitati organizzativi; la Chiesa non è un’istituzione umana. Quando vi si trasforma diviene scandalo, un ostacolo su cui inciampano i suoi figli, ingannati e sedotti da una menzogna ipocrita. “E’ diffusa oggi qua e là, anche in ambienti ecclesiastici elevati, l’idea che una persona sia tanto più cristiana quanto più è impegnata in attività ecclesiali. Si spinge ad una specie di terapia ecclesiastica dell’attività, del darsi da fare; a ciascuno si cerca di assegnare un comitato o, in ogni caso, almeno un qualche impegno all’interno della Chiesa. In un qualche modo, così si pensa, ci deve sempre essere un’attività ecclesiale, si deve parlare della Chiesa o si deve fare qualcosa per essa o in essa. Ma uno specchio che riflette solamente se stesso non è più uno specchio; una finestra che invece di consentire uno sguardo libero verso il lontano orizzonte, si frappone come uno schermo fra l’osservatore e il mondo, ha perso il suo senso” (J. Ratzinger, Relazione tenuta al Meeting di Rimini 1987). La Chiesa narcisa che si rimira e così si illude di adempiere alla sua missione diviene scandalo, uno schermo che impedisce di vedere Dio. Grave, gravissimo, tanto che pur di non cadere in questo scandalo è meglio mettersi una pietra al collo e gettarsi in mare!

E’ anche nel quadro del “guai” del Vangelo di oggi che vanno compresi i “guai” che Gesù indirizza ai farisei e ai dottori della Legge. Guai a chi scandalizza i piccoli, i discepoli, coloro che Lui ha chiamato. Guai a chi, chiuso nella propria ipocrisia, afferma e agisce in modo che la Chiesa perda il suo “sapore” profetico per immergersi nel fetore mondano. Guai a quanti pervertono la Chiesa, guai agli “attivisti” ipocriti che tendono trappole e lacci alla fede, nelle forme che qualche anno fa l’allora Card. Ratzinger stigmatizzava così: secondo questi, “la Chiesa non deve più venir calata già dall’alto. No! Siamo noi che “facciamo” la Chiesa, e la facciamo sempre nuova. Così essa diverrà finalmente la “nostra” Chiesa, e noi i suoi attivi soggetti responsabili. L’aspetto passivo cede a quello attivo. La Chiesa sorge attraverso discussioni, accordi e decisioni…  L’attivista, colui che vuol costruire tutto da sé… restringe l’ambito della propria ragione e perde così di vista il Mistero… L’attivista, colui che vuol sempre fare, pone la sua propria attività al di sopra di tutto. Ciò  limita il suo orizzonte all’ambito del fattibile, di ciò che può diventare oggetto del suo fare. Propriamente parlando egli vede soltanto degli oggetti. Non è affatto in grado di percepire ciò che e più grande di lui, poiché ciò porrebbe un limite alla sua attività. L’uomo viene amputato. Quanto più nella Chiesa si estende l’ambito delle cose decise da sé e fatte da sé, tanto più angusta essa diventa per noi tutti” (J. Ratzinger, Relazione al Meeting di Rimini, 1987). Angusta e irta di ostacoli.

Il cristianesimo invece è fede che opera per mezzo della carità: è, essenzialmente, perdono. Un gelso trapiantato e gettato nel mare significa qualcosa di impossibile, che supera le leggi della natura. Per questo, alla domanda dei discepoli di aumentare la loro fede, Gesù risponde indicando il seme più piccolo della terra: con esso ci vuol dire che la fede o la si ha o non la si ha, non si tratta di misurarne la quantità. E’ un dono celeste, una virtù teologale. Non si vede e non si pesa, se ne percepisce la presenza attraverso le opere che essa ispira. Laddove c’è la fede appaiono opere di vita eterna, che superano la giustizia dei farisei, che vanno al di là delle capacità umane, del fattibile stabilito nei comitati. La fede è l’atmosfera del Regno dei Cieli. Un cristiano è un po’ come un centometrista che va in altura per stabilire un record di velocità. La “velocità” della fede è il perdono, impossibile per chi “corre” al livello del mare, possibile per chi “corre” alle altezze del Cielo. Il cristiano infatti è nel mondo ma non è del mondo: è del Cielo, e vive come gli astronauti sulla luna o nelle navicelle spaziali, dove si muovono in assenza di gravità. Ecco, la fede ci catapulta nel Regno dei Cieli dove è assente la forza gravitazionale della carne che ci spinge giù, ci attacca alla terra e ci fa pensare ed operare secondo la carne. La gravità ci impedisce di avvicinarci, liberi, ai fratelli e di perdonarli. La gravità ci scandalizza, ci fa inciampare; per questo, quanto più ricorriamo alla carne e alla sua fallace sapienza, tanto più cadremo, ci feriremo, precipiteremo nel mare. La gravità che si oppone allo Spirito è come la pietra di cui ci parla il Signore: ci trascina irrimediabilmente nel profondo delle acque della morte.

La fede invece ci rende umili, autentici, abbandonati al soffio rigenerante dello Spirito Santo, leggeri come il vento. La fede ci rende figli del Regno, dove saltano le regole umane e sono superate le stesse leggi di natura. Per la fede, con una parola si può dire ad una albero di sradicarsi e “trapiantarsi” nel mare. E come può un albero essere piantato nel mare, mettere radici nell’acqua? Come può una moglie perdonare un marito che l’ha tradita? Come può accoglierlo settanta volte sette in casa dopo quattrocentonovanta tradimenti? Come puòdimenticare sempre, scusare tutto, credere tutto, coprire tutto? Solo se ella stessa è stata trapiantata nel Regno, se, alla voce di Cristo che l’ha chiamata, ha obbedito per fede ed è stata trasferita nel Cielo. La vita alla quale siamo stati chiamati è proprio quella di un gelso che stende le sue radici nel mare, immagine della morte, per elevarsi sino al Cielo: dalle radici riceve la morte che, come pecore condotte al macello, la storia ci riserva ogni giorno; dal Cielo riceviamo la luce della fede, la vita divina che vince la morte. Per questo San Paolo esplode nella benedizione al Padre “che ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. È lui infatti che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, per opera del quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati” (Col. 1, 2ss). Il perdono ha operato quella ablatio di cui parla San Bonaventura citato dall’allora Card. Ratzinger: “Lo scultore non fa qualcosa. La sua opera è invece una ablatio: essa consiste nell’eliminare; nel toglier via ciò che è inautentico. In questa maniera, attraverso la ablatio, emerge la nobilis forma, cioè la figura preziosa”. Il perdono toglie via il peccato e ci così trasferisce nel Cielo, fa emergere l’immagine divina e perciò autentica dell’uomo. Dio si rivela come tale e diverso dall’uomo proprio nel perdono: Egli dimentica davvero, non restano in Lui le scorie del ricordo, ha il potere di cancellare dalla propria memoria i nostri peccati. In noi uomini purtroppo non è coì. Per questo abbiamo bisogno di essere continuamente trasferiti in Cielo, trapiantati dalla terra nella quale si nutrono i ricordi, al mare, alle acque delle viscere della sua misericordia, dove essere gestati e rinnovati nell’amore. “Così la prima, fondamentale ablatio, che è necessaria per la Chiesa, e sempre nuovamente l’atto della fede stessa. Quell’atto di fede che lacera le barriere del finito e apre così lo spazio per giungere sino allo sconfinato, e uscire fuori dai limiti del nostro sapere e del nostro potere… Ciò significa che la Chiesa dev’essere il ponte della fede che infrange le mura del finito e libera lo sguardo verso le dimensioni dell’Eterno. La Chiesa infatti non esiste allo scopo di tenerci occupati come una qualsiasi associazione intramondana e di conservarsi in vita essa stessa, ma esiste invece per divenire in noi tutti accesso alla vita eterna.” (J. Ratzinger, ibid).

Gli scandali cui stiamo assistendo in questo tempo, non diversi da quelli che hanno ferito la Chiesa durante la sua storia, sono gravissimi. E certo, guai a chi li ha provocati. Ma non esiste peccato che non possa essere perdonato! Lo scandalo più grande è un altro, è una Chiesa dove si sia smarrito il perdono. Una Chiesa senza Cristo… Una Chiesa dove lo scandalo non possa essere gettato nel mare, sepolto nel sacrificio di Cristo, trapiantato in esso perchè possa essere trasformato nella vita nuova donata dalla sua resurrezione; una Chiesa senza fede che operi nella carità, che schiuda le viscere della misericordia per ridare la vita ai morti. Infatti, “solo il perdono, il fatto del perdono, permette la franchezza di riconoscere il peccato” (Benedetto XVI) e ispira la decisione di convertirsi. “Non è certamente un caso che nelle tre tappe decisive del formarsi della Chiesa la remissione dei peccati giochi un ruolo essenziale. La Chiesa non è una comunità di coloro che «non hanno bisogno del medico», bensì una comunità di peccatori convertiti, che vivono della grazia del perdono, trasmettendola a loro volta ad altri” (Card. J. Ratzinger).Tutti noi abbiamo scandalizzato, tutti ci siamo scandalizzati di Cristo. Con Pietro e i discepoli siamo scappati e abbiamo trascinato tante persone nel nostro tradimento: coniugi, figli, amici. Tutti noi, con san Paolo, abbiamo perseguitato la Chiesa. Ma nella Chiesa possiamo oggi ripetere con lui la parola “sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità, a esempio di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna” (1 Tim. 1, 15-16). Tutti noi possiamo incontrare ogni giorno nella Chiesa come Pietro, il volto misericordioso del Signore che ci viene a cercare sulla riva dei nostri fallimenti, e sperimentare il suo amore che ci spinge ad amarlo, nonostante tutto. Laddove questo è smarrito in favore di criteri mondani, ai piccoli non rimane altro che inciampare e scappare dal moralismo asfissiante che condanna il peccatore pretendendo di estirpare il peccato. Ed è l’esperienza delle nostre famiglie, chiese domestiche, dove così spesso regnano il moralismo freddo o il lassismo buonista, tentativi carnali di aggiustare le cose eludendo l’unica possibilità autentica, il perdono, la misericordiaIn essa e solo in essa siamo rigenerati e allevati, le viscere materne dove possiamo accogliere il seme della fede.

Nella Lettera inviata ai fedeli d’Irlanda in merito agli scandali della pedofilia nel clero, il Santo Padre scriveva che “Nell’affrontare la presente crisi, le misure per occuparsi in modo giusto dei singoli crimini sono essenziali, tuttavia da sole non sono sufficientivi è bisogno di una nuova visione per ispirare la generazione presente e quelle future a far tesoro del dono della nostra comune fede“. Alla radice degli scandali vi è sempre il non aver fatto tesoro del dono della fede. Esiste uno scandalo che dà ad ogni altro scandalo una tragica definitività, che si frappone come ostacolo al miracolo della rinascita, della conversione, alla missione stessa della Chiesa. Un prete pedofilo ferisce la Chiesa e rivela il baratro del male e dell’iniquità che tutti ci lambisce, giorno dopo giorno. Ma una donna che, in silenzio e nel segreto delle quattro mura domestiche, riaccoglie e perdona un marito adultero schiude il Cielo sulla terra, e la sua luce potente – la luce della Pasqua – è capace di trasfigurare e redimere anche il peccato più grande. Per perdonare occorre la fede che si incarna nella carità, primizia della vita celeste. Per ricevere il dono della fede occorre poter ascoltare l’annuncio del Vangelo e poter crescere in esso, perchè la fede viene dalla stoltezza della predicazione. Lo scandalo più grande è dunque privare la Chiesa della sua missione specifica, imprescindibile, l’annuncio del Vangelo. E’ inevitabile che avvengano scandali, perchè siamo liberi e possiamo sempre cedere agli inganni del demonio. Il Signore  conosceva chi aveva scelto, sapeva della debolezza dei membri della Chiesa. Quanti scandali durante la sua storia, eppure, anche tra quelli più dolorosi, non si è mai spento lo zelo per l’annuncio del Vangelo e la custodia fedele del deposito della fede. Chi crede di sfuggire agli scandali cambiando e adeguando le strutture è solo un superficiale e un mondano, che dal mondo e dai suoi criteri crede di poter attingere per riformare e rinnovare la Chiesa. Chi pensa così non conosce l’uomo e neanche il potere dell’elezione divina. La Chiesa ha sempre vissuto borderline, toccando le cose del mondo se ne è più volte contaminata. Ma i carismi, i santi, il fuoco dello Spirito non ha mai smesso di assisterla per farle compiere la sua missione essenziale di annunciare il Vangelo sino ai confini della terra. Per questo è da evitare e combattere innanzi tutto lo scandalo che spenga lo zelo alla Chiesa, che silenzi la proclamazione della Buona Notizia in favore di strategie mondane, invenzioni umane, succedanei sterili della predicazione. “Quanta poca fede c’è in tante teorie, quante parole vuote! Quanta sporcizia c’è nella Chiesa.. Quanta superbia, quanta autosufficienza!” (J. Ratzinger, Via Crucis, 2005).

Non esiste altro antidoto agli scandali che la stoltezza della predicazione. Solo chi ascolta e si apre alla Parola creatrice può sfuggire ai lacci del demonio: un ragazzo può rispettare la sua fidanzata; una moglie può aprirsi alla vita e non appropriarsi del suo corpo; un commerciante può trafficare senza eludere le tasse; un presbitero può custodire la castità e la parresia senza cedere ai compromessi; solo la Parola e i sacramenti possono donare la fede audace che permette di vivere tra le fiamme della fornace del mondo senza scottarsi, amando oltre il fuoco delle passioni, perdonare infinite volte, anche il nemico. Siamo chiamati dunque, come scrive il Santo Padre nell’indire l’Anno della Fede, a tenere sempre aperta “La “porta della fede” (cfr At 14,27) che introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua Chiesa… E’ possibile oltrepassare quella soglia quando la Parola di Dio viene annunciata e il cuore si lascia plasmare dalla grazia che trasforma. Attraversare quella porta comporta immettersi in un cammino che dura tutta la vita… per tenere fisso lo sguardo su Gesù Cristo, “colui che dà origine alla fede e la porta a compimento”: la gioia dell’amore, la risposta al dramma della sofferenza e del dolore, la forza del perdono davanti all’offesa ricevuta e la vittoria della vita dinanzi al vuoto della morte, tutto trova compimento nel suo mistero” (Benedetto XVI, Motu Propio “Porta Fidei”).

La vita infatti ci crocifigge ogni giorno con il Signore, per vivere in Lui e vivere la vita nella carne nella sua fede. La fede del Servo che prende ogni peccato su di sé. Lui guarda ogni uomo con fede, con amore, con misericordia. Lui offre la sua vita gratuitamente, nelle certezza che essa può cambiare il cuore dell’uomo più indurito. Il suo amore può cambiare il più grande peccatore. Lui perdona settanta-volte-sette, cioè sempre, perchè sino all’ultimo istante per ogni uomo c’è speranza. Chi di noi ha fatto l’esperienza di questo amore, non può non amare, perdonare infinitamente. Chi è stato graziato settanta-volte-sette dal Signore, ha fede, guarda tutto e tutti con fede. Il suo unico giudizio è la misericordia. La propria presunta giustizia basata sulla carne e che fa gli altri a fettine è lo scandalo, l’inciampo più grande. Che Dio ce ne liberi e ci faccia conoscere sempre più profondamente il Suo amore, scandaloso per i giustizialisti e giustizieri d’ogni tempo, stoltezza per gli intelligenti d’ogni cultura; potenza e salvezza per i piccoli, i poveri, i peccatori. L’amore crocifisso, scandalo e stoltezza, unica salvezza. Di chi non ne ha proprio nessuna in questo mondo.

Sinodo, la proposta cristiana sulla famiglia è per tutti

Sinodo, la proposta cristiana sulla famiglia è per tutti

“Rispetto per i gay, la Chiesa non esclude nessuno” dice monsignor Forte. Il aboratorio della Chiesa del dialogo di Francesco che consulta i laici sulle grandi sfide

GIACOMO GALEAZZI
da Vatican Insider

Unioni gay, sacramenti ai divorziati risposati, contraccezione, coppie di fatto, adozioni omosex. Una consultazione di base a tutto campo e senza precedenti per fotograre la Chiesa mondiale e affrontare le sfide del terzo millennio globalizzato.

Il Papa vuole rendere “permanente” il lavoro del sinodo, rafforzando così la funzione di questo strumento creato al Concilio Vaticano II, afferma il segretario del sinodo, monsignor Lorenzo Baldisseri, nominato di recente da Francesco, che, presentando il sinodo straordinario sulla famiglia voluto da Bergoglio nel 2014  (al quale seguirà un’assemblea ordinaria nel 2015)  ha spiegato, in risposta ad una domanda dei giornalisti sull’ipotesi che anche delle famiglie partecipino: “Qui si tratta del sinodo dei vescovi, non del sinodo dei laici.

E’ stato costituito così da Paolo VI appena tre mesi prima la chiusura del Concilio vaticano II per una partecipazione maggiore dei vescovi del mondo al governo della Chiesa”.  In questo senso, ci sono “discussioni che possiamo anche fare”, ma “non è previsto che ci sia una ristrutturazione che possa includere anche una formulazione diversa istituzionalmente da quella esistente”. Invece, “il Santo Padre ha parlato di metodologia e di forma permanente di consultazione. Per avere una collaborazione più stretta c’è bisogno di un organo permanente, il sinodo, ma notiamo, a distanza di 50 anni, che c’è bisogno di una forumlazione più dinamica, ma sempre nella strutturazione come nata”. All’assise parteciperanno uditori laici (“le donne saranno in gran numero”, assicura Baldisseri) e si discuterà di una pluralità di temi (“incluso l’incesto”, osserva Monsignor Bruno Forte).

Ma sulle modalità di consultazione della base ci sono diversità di approccio nelle conferenze episcopali nazionali: quella inglese ha subito messo “On line” il questionario con possibilità di risposte anonime alle 39 domande, mentre quella statunitense assegna ai parroci il compito di fare la sintesi della sensibilità nel “popolo di Dio”. Insomma, il Sinodo diventa un cantiere aperto, un laboratorio per la Chiesa di domani.  «La dottrina del magistero dev’essere la base del Sinodo, senza questo non si può lavorare».

Il relatore generale, cardinale Peter Erdo, arcivescovo di Budapest, ribadisce che dalla sessione non si dovranno attendere cambiamenti nella dottrina cattolica sulla famiglia, quanto piuttosto l’avvio di atteggiamenti pastorali diversi.«Non abbiamo voglia di riaprire tutto il discorso sulla dottrina cattolica – ha detto oggi in una conferenza stampa -, ma in base all’approccio pastorale vogliamo guardare a tutte le situazioni». Anche da qui nasce l’idea di inviare a tutte le Chiese locali il questionario in cui si chiedono ai fedeli opinioni anche sulle coppie di fatto, sulle unioni gay, sul comportamento da tenere verso i divorziati e risposati.

«Non è sono una questione di opinione pubblica – ha aggiunto il cardinale Erdo -. Già Gesù Cristo, quando parlava del matrimonio diceva cose provocatorie, i discepoli erano sorpresi di quello che diceva il maestro, e noi siamo discepoli di Gesù». La proposta cristiana sulla famiglia non è mai contro qualcuno, ma “sempre ed esclusivamente a favore della dignità e della bellezza della vita di ogni uomo e per il bene dell’intera società”, evidenzia l’arcivescovo Bruno Forte, segretario speciale del Sinodo spiegando che nell’occasione «non si tratta di dibattere questioni dottrinali ma, da parte della Chiesa, di mettersi in ascolto dei problemi e delle attese che vivono oggi tante famiglie», agendo «con taglio pastorale» secondo la richiesta da parte del Papa di mostrare «attenzione, accoglienza e misericordia».

Il Sinodo straordinario sulla famiglia dovrà tradursi in «un ascolto ampio e profondo della vita della Chiesa e delle sfide più vive che ad essa si pongono», per «maturare proposte affidabili da offrire al discernimento del Papa» cui spetta «la decisione ultima, per il bene della Chiesa e della famiglia umana, al cui servizio essa si pone». In tal senso, «l’attezione prioritaria va rivolta alla evangelizzazione», ribadisce monsignor Forte, visto che «la Chiesa non esiste per se stessa, ma per la gloria di Dio e per la salvezza degli uomini, cui è chiamata a portare la gioia del Vangelo».

L’impostazione è all’insegna della massima apertura e disponibiltà al confronto. «Non si possono rifiutare i fidanzati cattolici che vogliono celebrare il vero matrimonio davanti alla Chiesa per il solo motivo della loro scarsa religiosità o per la scarsità o mancanza della loro fede religiosa», sottoline ail cardinale Erdo- .Come insegna Giovanni Paolo II, voler stabilire ulteriori criteri di ammissione alla celebrazione ecclesiale del matrimonio che dovrebbero riguardare il grado di fede dei nubendi, comporta oltre tutto gravi rischi. Quello, anzitutto, di pronunciare giudizi infondati e discriminatori; il rischio, poi di sollevare dubbi sulla validità di matrimoni già celebrati, con grave danno per le comunità cristiane e di nuove ingiustificate inquietudini per la coscienza degli sposi».

Un punto fermo che Francesco ha ribadito è  “il rispetto per ogni persona umana e dunque anche per i gay- precisa mosnignor Forte- Naturalmente l’atteggiamento pastorale nei confronti di tutto questo mondo  deve essere approfondito rispetto alle nuove sfide. Non abbiamo la risposta già pronta”. Per questo il Pontefice chiede “ai vescovi di tutto il mondo un aiuto e discernere possibilita’ di accoglienza e comprensione nella fedelta’ alla visione della famiglia dove un uomo e una donna si uniscono e procreano dei figl”.

Questo è “il messaggio fondamentale che la Chiesa da’ sulla famiglia” ma ”questo non vuol dire in nessun modo discrimanare altri. vuol dire annunciare un Vangelo e cercare di capire tutte le situazioni alla luce di quello che e’ il cuore del Vangelo che e’ il rispetto della coscienza della persona”.

FILE

DOCUMENTO PREPARATORIO LE SFIDE PASTORALI SULLA FAMIGLIA NEL CONTESTO DELL’EVANGELIZZAZIONE

Mercoledì della XXXI settimana del T.O.

Mercoledì della XXXI settimana del T.O.

dal Vangelo secondo Lc 14,25-33

In quel tempo, siccome molta gente andava con lui, Gesù si voltò e disse: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento? Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda un’ambasceria per la pace.
Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”.

Il commento di don Antonello Iapicca

Avranno «calcolato» ponderatamente i rischi prima di bussare alla porta della Chiesa i pagani che abitavano l’Impero Romano. Convertirsi significava infatti andare incontro ad una morte probabile. Eppure continuavano a ripetere ai cristiani che desideravano vivere come loro. Accadde anche a quel samurai che, vedendo San Francesco Saverio rispondere con pazienza e amore a dei bambini che lo insultavano e deridevano, ne rimase così affascinato da chiedergli di diventare cristiano come lui; quello straniero, infatti, doveva avere un tesoro molto più grande dell’onore che sino ad allora era stato la ragione della sua vita. «Quello che il cristianesimo offriva ultimamente ai convertiti non era nulla di meno della loro umanità» (G. Bardy), che Dio rivelava autentica e compiuta in Cristo. Incontrandola nei cristiani diveniva naturale «odiare» tutto quello che, nella loro vita, li stava ghermendo nella menzogna. Anche a noi è giunto lo stesso annuncio. Abbiamo visto e sperimentato il suo amore che ha salvato e rinnovato la nostra vita. Ma oggi, «andando a Gesù», che cosa speriamo? Siamo come la «molta gente» che lo seguiva o desideriamo davvero essere suoi «discepoli»?

Seguire il Signore significa «costruire» con Lui una «torre» come quelle che si ergevano nei campi per raccogliere e difendere il raccolto. Occorre «calcolare la spesa», che comprende ogni istante della nostra vita, e discernere i «mezzi» con cui «portare la missione a compimento», ovvero «la propria croce». Significa «portare» con Lui ciò che ci umilia e che il mondo non può accettare, per annunciare a tutti che c’é una «torre» dove Cristo ci accoglie e ci difende; essa è proprio la croce di ciascuno, dove si può vivere sereni anche nella sofferenza, perché Lui ha seminato la vita nella morte. Scendere dalla Croce è consegnare se stessi e Cristo alla «derisione» del mondo, nello scandalo che impedisce a chi ci è accanto la salvezza. Seguendo il Signore siamo chiamati anche ad «affrontare» con Lui la «guerra» per strappare al «re» nemico i prigionieri della sua menzogna. Ma, è ovvio, non possiamo combattere senza «odiarlo». Non lottiamo però con le creature, ma contro il demonio e i suoi lacci: gli affetti per «padre, madre, fratelli e sorelle» vissuti nella carne e schiacciati nei compromessi, l’idolatria del denaro, feticcio che rappresenta potere e successo. Soprattutto la nostra «propria vita», con i suoi criteri, le ragioni, i progetti. «Chi non odia» tutto questo ogni giorno, finirà con l’odiare Dio per «accordarsi» con il nemico, anche se «lontano»; le sue tentazioni, infatti, sono subdole e difficili da smascherare… Il Signore ci ha «amati sino alla fine», «odiando» perfino il suo essere Dio pur di raggiungerci laddove giacevamo lontani dal Padre. Per questo «non può essere discepolo» di Gesù chi «non rinuncia a tutti i suoi averi» per far posto al suo amore incorruttibile, libero e autentico, che attira ogni uomo nel desiderio di esserne colmato.