Le rivolte arabe fanno male ai cristiani

Le rivolte arabe fanno male ai cristiani

di Riccardo Cascioli da www.la nuovabq.it

Cristiani perseguitati

Grazie anche alle discutibili scelte politiche dei paesi europei la situazione dei cristiani in Medio Oriente e nel Nord Africa è rapidamente peggiorata. E’ quanto emerge dai vari rapporti sulla Libertà religiosa mentre al Meeting per l’amicizia fra i popoli in svolgimento a Rimini parte un appello per i cristiani perseguitati che si può firmare sia nei locali della Fiera di Rimini, dove si svolge il Meeting, sia online sul sito del Meeting di Rimini.

L’appello ricorda giustamente che «ogni anno nel mondo, oltre 100mila cristiani vengono uccisi e molti altri sono costretti a subire ogni forma di violenza: stupri, torture, rapimenti, distruzione dei luoghi di culto». E ricorda anche che «esistono anche forme più silenziose e sofisticate di pregiudizio e di opposizione verso i credenti e i loro simboli religiosi», con chiaro riferimento a ciò che accade in Europa.

Ma guardando alla mappa delle persecuzioni emerge con chiarezzache – accanto a situazioni ormai purtroppo consolidate come i paesi islamici e l’India del fanatismo nazionalista indù – negli ultimi anni c’è una realtà in cui la situazione è peggiorata nettamente: ovvero quella dei paesi interessati dalla cosiddetta “primavera araba”. Come nota l’ultimo Rapporto sulla Libertà religiosa (2012), pubblicato dall’Aiuto alla Chiesa che soffre,  la situazione è diventata preoccupante in paesi che, sotto il profilo della libertà religiosa, prima delle rivolte arabe godevano di una relativa calma, come Tunisia, Egitto, Libia e Siria.

L’Egitto è cronaca di questi giorni, con decine di chiese assaltate e distrutte su preciso ordine dei Fratelli musulmani (ma anche villaggi e attività commerciali dei cristiani sono state prese di mira). E anche sulla Siria abbiamo più volte dato conto della difficile situazione in cui si trovano i cristiani a causa della guerra civile. Nella Libia del post-Gheddafi la situazione si è fatta difficile soprattutto nella Cirenaica dove più volte sono state denunciate violenze nei confronti dei cristiani ad opera di gruppi salafiti che agiscono indisturbati contando anche sul fatto che la situazione nel paese è caotica. E anche in Tunisia l’ascesa al potere degli islamisti ha notevolmente peggiorato al situazione.

Ed è qui che entra in gioco la responsabilità di Europa e Stati Uniti: sia per l’appoggio acritico alle rivolte che hanno portato gli islamisti al potere (vedi Egitto e Tunisia) sia per la guerra voluta in Libia per spodestare Gheddafi, sia per la guerra civile alimentata in Siria illudendosi di poter facilmente togliere di mezzo Assad e sostituirlo con un governo non più amico dell’Iran.

Tutto ciò ha prodotto come era facilmente prevedibile la penetrazione dei gruppi fondamentalisti in tutta questa regione sia attraverso le elezioni (Egitto e Tunisia) sia attraverso il controllo delle milizie.
Non c’è dubbio che l’aver provocato e favorito situazioni di conflitto che ora sono fuori controllo – come in Libia e Siria – non fa altro che rafforzare il fondamentalismo e il terrorismo che vede nelle comunità cristiane le prime vittime.

Non basta dunque votare risoluzioni – come al Parlamento Europeo – per la difesa dei cristiani nel mondo, è necessario che Unione Europea e singoli governi (compresi gli Stati Uniti) cambino rapidamente rotta nelle politiche internazionali lavorando per la pacificazione e smettendo di aiutare direttamente o indirettamente le correnti più estreme dell’islam politico.

Le rivolte arabe fanno male ai cristiani

Egitto, le paure dei cristiani

Nella convulsa fase di transizione hanno pagato un prezzo in vite umane. E adesso temono che la Costituzione provvisoria li emargini ancor di più

GIORGIO BERNARDELLI
da Vatican Insider

Digiunano anche i copti in queste ore in Egitto. Come i musulmani entrati oggi nel mese di Ramadan, anche loro si astengono dal cibo: è il digiuno in preparazione alla festa del martirio dei santi Pietro e Paolo, che questa chiesa d’Oriente celebra il 12 luglio. Preghiere e gesti che si intrecciano tra moschee e chiese in un momento così delicato per il futuro del Paese.

Il bilancio di questi giorni è stato pesantissimo per i copti, contro cui soprattutto fuori dal Cairo si è scatenata la rabbia degli islamisti. Non c’è stata solo l’uccisione a sangue freddo di padre Mina  Aboud Sharubim, avvenuta sabato scorso a El Arish nel Sinai: altri quattro cristiani erano già stati uccisi venerdì nel villaggio di  Al Dabaya, alla periferia di Luxor. Un musulmano era stato trovato ucciso e subito gli islamisti reagito additando come responsabile un cristiano locale, reo di essersi schierato a favore dei Tamarod, i «ribelli» che hanno raccolto le firme per la destituzione del presidente Mohammed Morsi. È stato assalito lui e altri tre cristiani copti presso i quali aveva cercato rifugio. Nella zona del Sinai e a Luxor non si contano ormai più gli atti intimidatori nei confronti delle chiese: l’ultimo è stato ieri mattina, quando uomini armati e mascherati hanno esploso dei colpi di arma da fuoco contro una chiesa a Port Said; fortunatamente non ci sono state vittime, ma la paura è stata comunque tanta. È il prezzo che i cristiani pagano per il sostegno esplicito dato all’intervento dell’esercito che – sull’onda delle manifestazioni del 30 giugno – ha tolto di mezzo Morsi, imponendo una fase di transizione verso nuove elezioni. «Questa road map – aveva assicurato papa Tawadros in diretta tv una settimana fa, subito dopo l’annuncio del generale al-Sissi – è stata messa a punto tenendo conto di tutti i fattori che possono garantire un futuro pacifico all’Egitto. Ha di mira esclusivamente il bene del Paese, senza l’intenzione di escludere o emarginare nessuno». Adesso – però – anche nel nuovo contesto sancito dalla nomina dell’economista Hazem el-Beblawi a capo del governo cominciano a emergere tutte le ambiguità della situazione al Cairo. Pur continuando a guardare all’esercito come propria garanzia di protezione c’è perplessità in queste ore tra i cristiani per il testo della Dichiarazione costituzionale provvisoria varata dal presidente ad interim Adly Mansour. Proprio lo scontro sulla Costituzione imposta dagli islamisti era stato il principale terreno di scontro tra i copti e i Fratelli Musulmani: si guardava con grande preoccupazione al ruolo più forte riconosciuto alla Sharia, la legge islamica.

Da parte cristiana ci si attendeva che il presidente ad interim andasse a modificare subito quei punti. Invece sul tema del rapporto tra Stato e religioni anche nella Costituzione provvisoria resta confermato l’impianto voluto dai Fratelli Musulmani. Dietro a questa scelta di Mansur c’è la volontà di non perdere il sostegno alla fase di transizione da parte dei salafiti – gli islamisti ancora più radicali -. Ed è vero che il ruolino di marcia per i prossimi mesi prevede una commissione in cui si ridiscutano tutti i punti controversi della Costituzione. Ma i dubbi tra i cristiani restano, vista anche la prontezza con cui l’Arabia Saudita e i Paesi del Golfo (i grandi sponsor dei salafiti) sono saliti sul carro del nuovo corso al Cairo: «Ci prendono in giro – ha dichiarato oggi in maniera molto netta all’Agenzia Fides, il vescovo copto cattolico di Minya Botros Fahim Awad Hanna -. Le disposizioni che nella vecchia Costituzione apparivano pessime agli occhi dei cristiani vengono messe addirittura in risalto nel nuovo testo. Se non parliamo adesso, poi non potremo dire più niente».

Egitto. «Voglio dire solo una cosa ai cristiani: statevene per conto vostro: vi daremo fuoco»

Egitto. «Voglio dire solo una cosa ai cristiani: statevene per conto vostro: vi daremo fuoco»

di Leone Grotti da www.tempi.it

La tv araba Eretz Zen realizza interviste al Cairo tra i Fratelli Musulmani: «L’esercito ha appena creato dei kamikaze pronti al suicidio e al martirio» 

egitto-fratelli-musulmani-cristiani«Io sono un’egiziana religiosa musulmana e voglio dire solo una cosa ai cristiani: “Statevene per conto vostro: vi daremo fuoco, vi daremo fuoco”». Il sentimento espresso da una donna velata integralmente al Cairo, durante le proteste dei Fratelli Musulmani contro l’esercito che ha deposto Mohamed Morsi e il governo della Fratellanza, è condiviso dalle migliaia e migliaia di persone che sono scese in piazza per protestare in questi giorni.

«PRONTI AL MARTIRIO». Un video realizzato il 4 luglio dal canale televisivo arabo Eretz Zen lo dimostra con le sue interviste realizzate in mezzo alla folla in protesta. Un uomo con la barba lunga tipica dei Fratelli Musulmani dichiara alla telecamera: «Voglio dire ad Al-Sisi [capo dell’esercito, ndr]: stai attento, sappi che hai creato un nuovo movimento di talebani e di al-Qaeda in Egitto, tutta questa folla è pronta al martirio, distruggeranno te e l’Egitto. Tu hai distrutto l’Egitto. Hai appena creato dei kamikaze pronti al suicidio e al martirio, se qui una persona su dieci un domani si farà esplodere tra la gente, la colpa è tua. Fai un passo indietro e riabilita Morsi o questa gente farà esplodere l’Egitto».

egitto-fratelli-musulmani«GUERRA CIVILE». Un altro uomo dichiara: «[Al-Sisi], tu sei l’unico responsabile della guerra civile che scoppierà tra musulmani e non musulmani, tra musulmani e laici, tra musulmani e sciiti. Sei l’unico responsabile della morte cui andrà incontro chi si oppone a Morsi e al risultato delle elezioni».

«BRUCEREMO I CRISTIANI». Ieri oltre trenta persone sono morte in scontri tra Fratelli Musulmani ed esercito. Ci sono stati scontri anche con i cristiani, con estremisti islamici che hanno dato fuoco a case dei cristiani, parrocchie e chiese.

Le rivolte arabe fanno male ai cristiani

Il martirio di Mariam, 15enne cristiana della Siria stuprata dai jihadisti e uccisa

di Luigi Amicone da www.tempi.it

La famiglia di Mariam è riuscita a scappare da Qusair quando sono arrivati gli uomini di al-Nusra. Lei no, ed è stata violentata da 15 uomini diversi, che per gli Usa rappresentano l’alternativa ad Assad 

siria-cristiani«Agenzia Fides, 2 luglio 2013. Si chiamava Mariam, era una 15enne cristiana di Qusair, città del governatorato di Homs, 35 chilometri a sud di Damasco. La città, che era diventata roccaforte dei ribelli siriani, è stata riconquistata dalle truppe dell’esercito regolare agli inizi di giugno. La storia di Mariam è pervenuta a Fides tramite il racconto di due sacerdoti cattolici. La famiglia di Mariam era in città quando miliziani legati al gruppo jihadista Jabhat al-Nusra l’hanno conquistata e occupata.

Mentre la sua famiglia è riuscita a fuggire, Mariam è stata presa e obbligata a un matrimonio islamico. Fonti di Fides ricordano che, attraverso i social network, era stata diffusa in Siria la fatwa emessa da Yasir al-Ajlawni – uno sheikh salafita di origine giordana, residente a Damasco – che dichiarava lecito per gli oppositori del regime di Bashar el-Assad lo stupro perpetrato ai danni di “qualunque donna siriana non sunnita”. Secondo la fatwa catturare e violentare donne alawite o cristiane non sarebbe contrario ai precetti dell’islam.

Il comandante del battaglione di Jabhat al-Nusra a Qusair ha preso Mariam, l’ha sposata e violentata. Poi l’ha ripudiata. Il giorno seguente la giovane è stata costretta a nozze islamiche con un altro militante. Anche questi l’ha violentata e poi ripudiata. La stessa dinamica si è ripetuta per 15 giorni, e Mariam è stata stuprata da 15 uomini diversi. Questo l’ha destabilizzata psicologicamente e l’ha resa insana di mente. Mariam, divenuta instabile mentalmente, alla fine è stata uccisa». Questa gente sarebbe l’alternativa al regime di Assad. Eppure, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia insistono per dare armi ai ribelli in Siria. Mosca dice “no”. Meno male che la Russia c’è.

Le rivolte arabe fanno male ai cristiani

Terrorismo in Nigeria: è proprio guerra santa

di Anna Bono da www.lanuovabq.it

guerrigliero

Non si allenta in Nigeria la morsa di Boko Haram, il gruppo terrorista islamico che dichiara di voler imporre la legge coranica in tutto il paese e fa strage di cristiani. Dal 16 giugno una serie di attentati hanno causato ben 70 vittime. Uno degli episodi più gravi si è verificato tra il 16 e il 17 giugno a Damaturu, capitale dello stato di Yobe, dove un commando è penetrato di notte nel collegio di una scuola secondaria uccidendo sette studenti e due insegnanti. Nelle stesse ore, sempre a Damaturu, è stato attaccato un check point dell’esercito e tre militari sono stati feriti gravemente. Il giorno successivo, nello stato di Borno, i terroristi hanno assalito una scuola privata della capitale Maiduguri, uccidendo nove degli studenti che vi stavano sostenendo gli esami di fine anno, e un’altra strage si è verificata ad Alau Dam, un villaggio di pescatori in prossimità della principale diga della regione: qui le vittime sono state almeno 13, sembra uccise perché accusate da Boko Haram di aver favorito l’arresto di alcuni esponenti del gruppo armato.

Tutto questo avviene nonostante che il governo abbia dichiarato il 15 maggio lo stato d’emergenza in tre stati del nord est, Borno, Yobe e Adamawa, e dal 12 maggio a caccia dei terroristi abbia dispiegato migliaia di militari con il supporto aereo di caccia ed elicotteri da combattimento. Si affievoliscono così le speranze riposte nel processo di conciliazione contemporaneamente avviato dal governo, con il sostegno di alcune autorevoli personalità religiose islamiche, e nell’amnistia proposta all’inizio di aprile ai terroristi disposti a deporre le armi. Peraltro, all’annuncio dell’amnistia, Boko Haram aveva risposto sostenendo di non aver commesso nulla di male: “al contrario, siamo noi che dovremmo perdonarvi” aveva sprezzantemente replicato Abubakar Shekau, il leader del gruppo su cui alcuni giorni or sono gli Stati Uniti hanno posto una taglia di sette milioni di dollari.

Quanto sta accadendo sembra purtroppo dare ragione al presidente nigeriano Goodluck Jonathan che nel gennaio del 2012, in un memorabile discorso alla nazione, aveva definito la situazione creatasi nel paese peggiore, più pericolosa di quella sfociata negli anni 60 nella guerra civile del Biafra. Concordano da tempo con il presidente i vescovi nigeriani. In un documento dal titolo “Salvare la Nigeria dal crollo”, pubblicato lo scorso maggio, parlano di “un’escalation di violenza e criminalità senza precedenti”, di una situazione “che nel modo più ottimistico può essere definita una guerra di bassa intensità”. A proposito dell’amnistia, il documento auspica che sia intesa come strumento di pacificazione e non come mezzo per “placare i criminali e i loro sostenitori perché stiano tranquilli”. I vescovi mettono poi il dito sulla piaga quando spiegano il successo crescente di Boko Haram presso la popolazione con i fattori che impediscono lo sviluppo del paese: “è chiaro – scrivono – che il nostro paese sta vivendo gli effetti cumulati e l’impatto corrosivo della corruzione; se i nostri leader politici non troveranno il coraggio di utilizzare le istituzioni dello Stato per combatterla, questo mostro divorerà la nazione intera”.

Per capire la gravità delle parole dei vescovi cattolici, basti pensare che la Nigeria da decenni è il primo produttore di petrolio del continente africano. Tuttavia il 68% della popolazione vive con meno di 1,25 dollari al giorno ed è quindi sotto la soglia di povertà. La Nutrition Society of Nigeria ha appena pubblicato un rapporto in cui si dice che un bambino nigeriano su tre muore di denutrizione e che 11 milioni di bambini di età inferiore a cinque anni soffrono di disturbi della crescita dovuti ad alimentazione insufficiente.

In parte dissonante rispetto al documento dei vescovi è il discorso pronunciato dall’arcivescovo di Abuja, cardinale John Onayekan, durante il X convegno di Oasis, la rivista fondata dal cardinale Angelo Scola, svoltosi a Milano il 17 e 18 giugno. Pur ammettendo la crescente popolarità di Boko Haram e i cristiani uccisi, il cardinale sostiene: “è difficile capire se gli attacchi ai cristiani e alle chiese abbiano un chiaro movente religioso e quale scopo. Notiamo – prosegue – che di tanto in tanto questi gruppi manifestano la loro volontà di istituire in Nigeria uno stato islamico governato da una severa forma di shari’a”. Dato che nel compiere le loro azioni “gridano sempre lo slogan islamico ‘Allah u akbar’ (più che uno slogan, l’inizio della dichiarazione di fede islamica; significa: “Allah è il più grande”, n.d.A), la comunità musulmana della Nigeria non può rinnegarli”. Il cardinale Onayekan conclude quindi la sua analisi della situazione asserendo: “in Nigeria non vi è ‘guerra di religione’, ma una serie di attacchi terroristici con autori in parte locali e in parte stranieri”.

In verità è difficile dubitare del movente religioso quando dei cristiani vengono uccisi in chiesa, durante la messa. Neanche induce a dubitarne il fatto, spesso rimarcato, che vengano uccisi anche dei musulmani: infatti, in Nigeria come altrove, il terrorismo islamico colpisce i correligionari ritenuti non abbastanza devoti, trasgressivi, di ostacolo all’imposizione di un’interpretazione rigorosa della legge coranica e alla diffusione dell’Islam nel mondo intero. Il nome ufficiale di Boko Haram è “Jama’atu Ahlis Sunna Lidda’awati wal-Jihad”, Gruppo votato alla diffusione degli insegnamenti del Profeta e al jihad. Può darsi che quella in corso in Nigeria non si possa chiamare “guerra di religione”, ma si tratta senza ombra di dubbio di jihad, guerra santa.

Asia Bibi, quattro anni dopo in un carcere più lontano

Asia Bibi, quattro anni dopo in un carcere più lontano

 Oggi ricorre il quarto anniversario dell’arresto in Pakistan di Asia Bibi, senza che vi sia all’orizzonte alcuna schiarita riguardo alla sua situazione. Al contrario. In un giorno imprecisato, ma tuttavia successivo al 6 giugno, quando ha ricevuto per l’ultima volta la visita degli avvocati, Asia Bibi è stata trasferita dal carcere generale di Sheikhupura a quello femminile di Multan, distante sei ore di auto.

Lo ha comunicato il suo collegio di difesa, che ha cercato di incontrarla in questi giorni, precisando che avvocati e familiari vedono in questa iniziativa un ulteriore elemento di incertezza nella lunga e dolorosa vicenda della donna e che ne auspicano un ritorno a Sheikhupura, più vicino al luogo d’origine e ai propri cari.
Oggi, a 1.462 giorni dalla sua incarcerazione, la vicenda della cattolica arrestata con l’accusa di blasfemia, successivamente condannata a morte in prima istanza, e da 19 mesi in attesa del processo d’appello, si proietta non verso una liberazione da molti auspicata nel Paese e chiesta con forza anche da organizzazioni e governi stranieri, incluso quello italiano e la Santa Sede, ma verso un ulteriore capitolo di detenzione.
La possibilità di un trasferimento a Multan, seconda città come popolazione del Punjab, provincia dove si è svolta finora la vicenda giudiziaria e carceraria della donna, era emersa già da un rapporto dei servizi segreti pachistani divulgato l’11 gennaio 2011 dal quotidiano pachistano Express Tribune.

Allora, la motivazione riguardava soprattutto la sua sicurezza. Il trasferimento avrebbe dovuto garantirle, secondo le spiegazioni circolate allora, minori rischi, tuttavia la possibilità del provvedimento, successivamente riemersa più volte, aveva sollevato perplessità e preoccupazione per l’incolumità di Asia Bibi durante la traduzione a Multan.

Se questi rischi sono stati evitati, la nuova collocazione non potrà che aggravare il già precario stato di salute della donna e il dolore suo e dei familiari per l’impossibilità di incontri frequenti. Le visite, infatti, abitualmente accompagnate da avvocati difensori, dovranno necessariamente diradarsi, data la maggiore distanza e i costi aggiuntivi del viaggio.

Due giorni fa, i responsabili di una Ong che segue il caso hanno potuto visitare Asia Bibi nel nuovo carcere. Tra le varie cose, hanno manifestato preoccupazione perché alla donna non viene più fornito cibo crudo da cucinare, precauzione usata nella precedente struttura per evitare qualsiasi rischio di avvelenamento, ma riceve i pasti di tutte le altre detenute.

Come ricorda Paul Bhatti, ex ministro per l’Armonia religiosa, «non necessariamente il trasferimento può essere negativo, se fatto per garantire maggiore sicurezza e adeguati servizi. Anche il fatto che la notizia non sia stata resa pubblica non è straordinaria in sé, pure se acquista rilevanza per Asia Bibi, trattandosi di un caso noto».

«I parenti dono essere informati, ma normalmente non vengono spiegate le ragioni del trasferimento», ricorda il cattolico Bhatti, che dopo l’esperienza nel passato governo è ora impegnato attivamente nell’Associazione per tutte le minoranze del Pakistan, co-fondata dal fratello Shahbaz, assassinato oltre due anni fa, politico coraggioso che si era impegnato anche per Asia Bibi. Quello della sicurezza è un assillo sempre presente tra coloro che si sono incaricati di sostenere la causa della donna e di proteggere la sua famiglia, che vive nascosta per evitare rappresaglie. La memoria dei prigionieri accusati di blasfemia assassinati in carcere oppure dopo la liberazione a seguito di una sentenza assolutoria, è ben presente.

Come aveva confermato tempo fa all’agenzia Fides Haroon Masih Barker, fondatore della “Masihi Foundation”, organizzazione attiva a favore di Asia Bibi, «i terroristi si possono nascondere ad ogni passo e perfino infiltrarsi fra le guardie che dovrebbero proteggerla, come è accaduto per il governatore Salman Taseer (assassinato per avere preso le difese della detenuta e per averla incontrata in carcere accompagnato dalla moglie e da una figlia)».

Stefano Vecchia da www.avvenire.it