Lumen Fidei. L’enciclica di papa Francesco e Benedetto XVI sarà presentata venerdì

Lumen Fidei. L’enciclica di papa Francesco e Benedetto XVI sarà presentata venerdì

da www.tempi.it

Papa Francesco ha integrato il testo scritto prima della fine del suo pontificato da Benedetto XVI. È un documento «breve e forte»

papa-francesco-benedetto-xviSi chiama “Lumen fidei”, la luce della fede, e sarà presentata venerdì prossimo in Vaticano. La prima enciclica di papa Francesco, che ha integrato un testo cominciato da Benedetto XVI è pronta, così come le traduzioni nelle diverse lingue. Secondo quanto dichiarato dal direttore della Sala stampa, padre Federico Lombardi, sarà uno scritto «non lungo nell’estensione» ma «forte». Si pensava che la pubblicazione sarebbe avvenuta in autunno, in concomitanza con la chiusura dell’Anno della Fede, il prossimo 24 novembre e invece Bergoglio ha anticipato tutti.

TRILOGIA. L’enciclica sarà presentata dal cardinale Marc Ouellet, prefetto della congregazione dei Vescovi e molto legato a Ratzinger, con cui ha condiviso l’esperienza della rivista Communio. Con lui, il prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, il tedesco Gerhard Ludwig Müller e monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione. “Lumen fidei” chiude la trilogia di encicliche dedicate alle virtù teologali, aperta nel 2005 con la “Deus caritas est” e proseguita due anni più tardi con la “Spe salvi”.

SCRITTA A QUATTRO MANI. Inizialmente si pensava che l’enciclica sarebbe stata pubblicata prima del 28 febbraio, quando si è chiuso il pontificato di Benedetto XVI, ma poi è filtrato che lo scritto non era ancora completato. Una volta diventato Papa, Francesco ha preso il testo incompiuto del predecessore, ne ha parlato con Ratzinger e ha deciso di completarlo, mantenendo quanto già scritto per farlo uscire il prima possibile.

Una falsa veggente contro papa Francesco

Una falsa veggente contro papa Francesco

di Massimo Introvigne da www.lanuovabq.it

Il Libro della Verità

«Il regno nella Casa di Pietro [di Papa Francesco] è alla fine e presto il mio caro Papa Benedetto XVI guiderà i figli di Dio dal suo luogo di esilio. Pietro, il mio Apostolo, il fondatore della Chiesa sulla Terra, lo guiderà nei difficili Ultimi Giorni, mentre la mia Chiesa combatterà per la sua stessa vita». Questa presunta profezia di Gesù Cristo, diffusa lo scorso Venerdì Santo, si è diffusa rapidamente su siti Internet e blog di tutto il mondo, Italia compresa, dove chi si chiede tra Francesco e Benedetto XVI «chi è il Papa?» –con la malcelata intenzione di non obbedire né all’uno né all’altro – spesso si alimenta alla dubbia tavola di rivelazioni private spurie.

Negli ultimi giorni La Nuova Bussola Quotidiana ha ricevuto molte richieste di chiarimenti, perfino da vescovi, sulle presunte profezie – al cui novero appartiene quella appena citata – di una donna irlandese che si fa chiamare Maria della Divina Misericordia («Maria Divine Mercy»). Non solo dall’Italia, dove pure il suo «Libro della verità» è stato tradotto e circola in diversi ambienti. Ci sono Paesi stranieri dove Maria della Divina Misericordia è diventato in pochi giorni un nome noto alla grande stampa.

Chi è Maria della Divina Misericordia? Nessuno lo sa. Oltre a leggere il suo libro, e le rivelazioni private che afferma di ricevere da Gesù Cristo a getto continuo, è possibile sentire la sua voce in un’intervista registrata dove afferma di essere una donna d’affari irlandese madre di quattro figli, che ha cominciato con sua sorpresa a essere destinataria di messaggi divini il 9 novembre 2010. Ma nessuno ha mai visto la donna, né il suo nome è stato comunicato, e non manca nella stessa Irlanda chi pensa che non esista nessuna Maria e che un gruppo di persone anonime diffonda queste presunte rivelazioni per finalità poco chiare.

Il contenuto dei messaggi di Maria della Divina Misericordia li rivela come una classica forma di millenarismo. Si tratta di quella corrente che pretende di conoscere dettagli su come, e spesso anche su quando – con tanto di date precise – sarà la fine dei tempi: una corrente che la Chiesa, con le parole del «Catechismo della Chiesa Cattolica» condanna come una «falsificazione del regno futuro», di cui i buoni fedeli sanno che non possono conoscere «né il giorno né l’ora» (Matteo 25, 13) e neppure le esatte modalità.

Maria della Divina Misericordia annuncia che è in atto l’«Avvertimento», un periodo che sarebbe stato predetto dalla Madonna nelle apparizioni di Garabandal (1961-1965). Queste apparizioni non sono state riconosciute dalla Chiesa, ma – qualunque cosa se ne pensi – non bisogna confondere il movimento di fedeli che s’interessano a Garabandal con il gruppo di preghiera «Gesù all’umanità», che riunisce i seguaci di Maria della Divina Misericordia. In effetti, la grande maggioranza dei devoti di Garabandal non accetta i messaggi di Maria della Divina Misericordia e denuncia il suo tentativo di ricollegarsi a Garabandal come abusivo.

Maria – che si presenta, cosa non nuova tra i millenaristi, come il settimo angelo o il settimo messaggero di cui parla l’Apocalisse – afferma che il periodo della Grande Tribolazione è iniziato nel dicembre 2012 e finirà nel maggio 2016. In questo periodo si rivelerà l’Anticristo, preceduto dal Falso Profeta, il suo alleato. A un certo punto, durante questo tempo, secondo Maria «due comete si scontreranno nel cielo», e tutti potranno vedere i propri peccati e «lo stato della propria anima davanti a Dio». «Molte persone cadranno per terra e piangeranno lacrime di sollievo» e «ogni persona di età superiore ai 7 anni vivrà  un incontro privato mistico con Gesù Cristo che durerà fino a 15 minuti». Miliardi di persone si convertiranno. L’Anticristo e il Falso Profeta saranno sconfitti e ci saranno la Seconda Venuta di Gesù Cristo e il Millennio, il regno futuro del Signore che non coinciderà con la fine del mondo ma con l’inizio di un periodo che durerà letteralmente mille anni in cui Satana sarà legato e non potrà più tentare i buoni. Siamo nell’ambito di quello che la teologia chiama «millenarismo mitigato», una dottrina anch’essa condannata dalla Chiesa a più riprese e da ultimo nel «Catechismo della Chiesa Cattolica».

Ma dove ci troviamo oggi? Utilizzando anche le profezie attribuite al vescovo medievale irlandese Malachia di Armagh (1094-1148) – che gli storici sanno essere un falso costruito nel XVI secolo per influenzare i cardinali in conclavi del Rinascimento –, le quali prevedono un numero di futuri Pontefici secondo il quale Francesco sarebbe l’ultimo Papa prima della fine dei tempi, Maria ha cominciato mesi fa a prevedere che Benedetto XVI sarebbe stato «cacciato dal Vaticano» da un complotto di cardinali. Oggi afferma di avere previsto le dimissioni di Papa Ratzinger, ed è questo che l’ha resa così famosa in molti Paesi. Ma in realtà, se uno legge i suoi messaggi, si rende conto che non ha previsto quello che è effettivamente accaduto. Secondo i testi di Maria, Benedetto XVI avrebbe dovuto essere scacciato dal Vaticano contro la sua volontà, e avrebbe quindi chiamato a raccolta i buoni per difendere la vera Chiesa contro gli usurpatori. Ma non è andata così. È del tutto ovvio che Papa Ratzinger si è dimesso di sua spontanea volontà e che non si appresta a promuovere nessuna crociata contro il nuovo Papa, cui al contrario ha promesso obbedienza.

Per Maria della Divina Misericordia – o chi si nasconde dietro questo nome – Papa Francesco è invece il Falso Profeta, l’alleato dell’Anticristo. Già durante il Conclave Maria aveva predetto che, chiunque fosse stato eletto, si sarebbe trattato di un inganno organizzato da cardinali infedeli in combutta con la massoneria e con l’Ordine degli Illuminati. Ora spiega che l’incoronazione di Papa Francesco «sarà celebrata in ogni angolo della Terra dai gruppi massonici» e che durante la Settimana Santa il Papa farà un «gesto di profanazione del Santo Nome» di Gesù che sarà visibile da tutti coloro che «avranno occhi per vedere» e rivelerà definitivamente Francesco come il Falso Profeta.

Il Sigillo

Che cosa dovrebbero fare i buoni? Rifiutare Francesco, considerare Benedetto XVI l’unico vero Pontefice e accettare il «Sigillo del Dio Vivente», un nuovo simbolo rivelato a Maria della Divina Misericordia cui è collegata una preghiera recitando la quale si è sicuri della protezione divina nel periodo della Grande Tribolazione. Alla fine della Grande Tribolazione – come accennato, maggio 2016 – ci saranno poi tre giorni e tre notti di oscurità che precederanno la seconda venuta di Gesù Cristo per inaugurare il Millennio.

Per chiunque studi i movimenti millenaristi in tutto questo non c’è nulla di particolarmente nuovo. Si tratta di un aggiornamento, con il riferimento a Papa Francesco, d’idee che circolano in ambienti protestanti da diversi secoli, e che hanno sempre influenzato anche qualche cattolico, determinando le chiarissime condanne riportate nel «Catechismo della Chiesa Cattolica». Le profezie che danno dettagli e date sulla fine dei tempi sono condannate dalla Chiesa come false profezie. E naturalmente sono tanto più gravi se incitano a ribellarsi al Papa e a porre la propria fiducia in profeti anonimi che nessuno ha neppure mai visto e in nuovi segni e preghiere estranee alla tradizione cattolica. Il fatto che decine di migliaia di persone – in modo particolarmente grave nel mondo di lingua inglese, e in alcuni Paesi dell’Europa dell’Est – prestino fede a questi inganni è un ulteriore segno della straordinaria confusione che regna nelle anime.

Lumen Fidei. L’enciclica di papa Francesco e Benedetto XVI sarà presentata venerdì

Due uomini, un solo cuore

di Riccardo Cascioli da www.lanuovabq.it

Abbraccio tra Bergoglio e Ratzinger

Immagini indimenticabili quelle di sabato con i due papi che pregano insieme davanti all’immagine della Madonna Nera di Czestochowa; e indimenticabile l’immagine del loro abbraccio al momento dell’arrivo a Castelgandolfo di Francesco. Un incontro senza precedenti nella storia della Chiesa, su cui molto si è già scritto. Ma è stato anche un incontro consolante dopo il fiume di commenti letti e ascoltati in questi primi giorni di pontificato di papa Francesco, tendenti a creare una contrapposizione tra l’attuale pontefice e i suoi predecessori: povertà contro ricchezza, accoglienza contro rigidità, presenza tra la gente contro chiusura nei palazzi. Sciocchezze fondate su alcuni aspetti esteriori, sciocchezze spazzate via da quell’affetto sincero che Benedetto e Francesco si sono dimostrato.


In realtà già i primi discorsi e omelie di papa Francesco avevano messo in evidenza la sostanziale continuità, in particolar modo nel proporre la persona di Cristo al centro dell’annuncio, nell’individuare nella mancanza di fede la radice della crisi del mondo moderno e della Chiesa. Eppure, guardando a giornali e tv questi giorni emerge una interpretazione di rottura, l’avvento di un’era nuova, addirittura un papa “giustiziere”. Insomma un qualcosa di completamente nuovo, che poi però coincide con le solite vecchie aspettative: così i segni esteriori di povertà – come la rinuncia alla croce e all’anello d’oro o quella alle scarpe rosse – che appartengono alla personalità di papa Bergoglio, nell’immaginario collettivo sono già stati tradotti in sacerdozio per le donne, matrimonio dei preti e, ovviamente, sdoganamento del preservativo.

Sono anche fiorite leggende metropolitane fin da subito, come quella secondo cui papa Francesco, non appena eletto, rifiutando la mozzetta di velluto rosso bordata di ermellino, avrebbe apostrofato il cerimoniere monsignor Marini, dicendo: “Quella roba se la metta lei, il tempo delle carnevalate è finito”.  Oppure la cacciata dalla Basilica di Santa Maria Maggiore, visitata la mattina dopo l’elezione a Papa, del cardinale americano Bernard Law, per via del suo ruolo nella copertura dei preti pedofili (in realtà ci sono le foto del loro cordiale incontro). Ma soprattutto si è assistito a un fenomeno totalmente nuovo: di solito la grande stampa laicista esalta i papi morti per colpire quello in carica. In questo caso invece, almeno per ora, si ha l’impressione che si esalti l’attuale pontefice per colpire il suo predecessore.

Così è sembrato che la grande folla fosse una novità senza precedenti, dimenticando che solo poche settimane fa sulla stessa piazza centinaia di migliaia di persone erano accorse per salutare papa Benedetto XVI agli ultimi Angelus e all’ultima udienza (e vogliamo ricordare che le udienze di papa Ratzinger hanno segnato in questi anni un’affluenza record?); idem per il giro di piazza San Pietro tra la folla a bordo della jeep scoperta, segno di una inedita vicinanza alla gente: eppure sono facilmente reperibili le immagini che mostrano anche Benedetto XVI girare in piazza San Pietro sulla stessa jeep scoperta, senza ricordare che la papamobile con i vetri blindati è stata la conseguenza dell’attentato a Giovanni Paolo II.

Con questo non si vuol dire che nel passaggio da Benedetto XVI a Francesco non sia cambiato nulla: personalità e modi di fare dei due sono molto diversi, sicuramente papa Francesco interpreterà a suo modo il pontificato e farà anche delle cose diversamente dal suo predecessore, ma non bisogna confondere i dettagli, le scelte contingenti, con ciò che è essenziale.

Tanto più che su giornali e tv l’operazione “viva Francesco” è quantomeno sospetta, tendente a incasellare il nuovo Papa in uno schema accettabile dal mondo. A cominciare dal nome, che ha scatenato descrizioni fantasiose di San Francesco, ridotto a pura macchietta. Di conseguenza è successo che molti quotidiani hanno ignorato completamente il passaggio del discorso di papa Bergoglio al Corpo Diplomatico in cui afferma che accanto alla povertà materiale c’è anche quella spirituale, identificabile con la “dittatura del relativismo” di cui tanto ha parlato Benedetto XVI. Così per milioni di lettori il Papa ha parlato solo di povertà materiale.

Se poi a questo coro fuorviante si unisce anche il direttore della tv dei vescovi italiani, allora la questione diventa sconcertante: nei giorni scorsi diversi lettori ci hanno scritto giustamente scandalizzati dai commenti fuori luogo ascoltati nelle dirette di Tv2000, come quando il direttore è esploso affermando che è “finita l’epoca del Papa-Re” (Giovanni Paolo II e Benedetto XVI papa-re?) o che “finalmente la Chiesa apre le braccia a tutti”, la misericordia fa già avvicinare la gente che “prima era allontanata da una Chiesa rigida, che incuteva paura” (e quei milioni di giovani e famiglie, che da Giovanni Paolo II in poi accorrono ad ogni occasione per stare con il papa, ce li siamo sognati?).

Non ci illudiamo che l’incontro di sabato scorso faccia tornare in sé i grandi cronisti e opinionisti, ma almeno tanta gente avrà potuto vedere con i propri occhi in quell’abbraccio fraterno un’immagine vera di Chiesa, un’amicizia e una comunione profonda per cui le differenze culturali e caratteriali non solo non sono un ostacolo, ma addirittura una ricchezza, di cui gioire senza antagonismi.

Lumen Fidei. L’enciclica di papa Francesco e Benedetto XVI sarà presentata venerdì

La missione del nuovo Papa: vincere il relativismo

di Magdi Cristiano Allam

La missione del nuovo Papa: vincere il relativismo

(da Il Giornale)

Alla morte di Giovanni Paolo II, ospite a Porta a Porta su Rai1, dissi: “Il Papa ha riempito le piazze ma si sono svuotate le chiese. Il nuovo Papa dovrà rimettere al centro i dogmi della fede per riempire le chiese anche a costo dell’impopolarità”. I fatti hanno attestato che Benedetto XVI ha denunciato la “dittatura del relativismo” come il “male profondo della nostra epoca”, toccando l’apice con la condanna dell’islam nel discorso di Ratisbona del 12 settembre 2006.

Questa data segna l’inizio della controffensiva della Segreteria di Stato che ha ridotto il Papa a ostaggio della “ragion di Stato” che governa il Vaticano all’insegna del principio “bisogna andare d’accordo con tutti e mai e poi mai crearsi dei nemici”. Fu così che dopo che Giovanni Paolo II si spinse fino a baciare il Corano il 14 maggio 1999 ricevendo una delegazione di religiosi cristiani e musulmani iracheni, Benedetto XVI pose la mano sul Corano pregando in direzione della Mecca all’interno della Moschea Blu di Istanbul affiancato dal Mufti della Turchia il 30 novembre 2006.

Ebbene, alla vigilia del Conclave che sceglierà il nuovo Papa, è da Ratisbona che bisogna ricominciare nella sfida epocale contro la “dittatura del relativismo” che oggi vede l’Europa capitolare, per un verso, nei confronti della dittatura finanziaria che mercifica la persona e, per l’altro verso, nei confronti della dittatura islamica che imperversa ai nostri confini.

Se tutti noi paghiamo sulla nostra pelle le conseguenze della dittatura finanziaria che uccide l’economia reale, condanna a morte le imprese, impoverisce le famiglie e nega un futuro dignitoso ai giovani, la dittatura islamica rappresenterà il colpo di grazia alla moribonda civiltà europea. Ci siamo dimenticati che l’identità stessa dell’Europa

è stata forgiata dalle guerre di liberazione dalle occupazioni islamiche che si sono succedute nel corso dei secoli, iniziando dalla battaglia di Poitiers del 732 vinta da Carlo Martello. Fu allora che nel Chronicon il monaco lusitano Isidoro Pacensis parlò per la prima volta di “europei”: “Prospiciunt Europenses Arabum tentoria, nescientes cuncta esse pervacua» (Gli europei osservano le tende degli arabi, non sapendo che tutte erano vuote). Poi dalla Reconquista nel 1492 quando i re cattolici Ferdinando e Isabella posero fine a 750 anni di dominazione islamica. Quindi dalla battaglia di Lepanto nel 1571 quando la flotta della Lega Santa, organizzata dal papa Pio V, sconfisse la flotta dell’Impero ottomano. Infine dalla battaglia di Vienna del 1683, quando l’esercito polacco-austro-tedesco sconfisse l’esercito dell’Impero ottomano, grazie al successo di papa Innocenzo XI nel ricreare la Lega Santa delle nazioni cristiane, affidando questa missione al cappuccino Marco d’Aviano, beatificato da Giovanni Paolo II il 27 aprile 2003.

Se è vero che Benedetto XVI è stato sopraffatto dalla “ragion di Stato” che è riuscita a bloccare il riscatto dalla “dittatura del relativismo” dopo Ratisbona, è altrettanto vero che egli resta tra noi anche se come “Papa emerito”. Per la prima volta nella nostra Storia contemporanea avremo due Papi, entrambi depositari di una investitura divina dal momento che il grande elettore del Conclave è lo Spirito Santo. Se già oggi la Chiesa è sconvolta dalle divisioni interne alimentate da scandali di varia natura, il rischio di una frattura crescerebbe se il nuovo Papa dovesse sposare il relativismo anziché combatterlo. Ecco perché oggi più che mai la salvezza della Chiesa dipende dalla scelta di un Papa che l’affranchi dalla dittatura finanziaria ma soprattutto dalla dittatura islamica.

Il diavolo Berlicche rende l’onore delle armi al suo nemico numero uno: Benedetto XVI

Il diavolo Berlicche rende l’onore delle armi al suo nemico numero uno: Benedetto XVI

Berlicche da www.Tempi.it

Lo disse già padre Gabriele Amorth, esorcista della diocesi di Roma: «Il demonio un giorno mi disse che Giovanni Paolo II era pessimo, ma il Papa attuale era peggio» 

Mio caro Malacoda, adesso che se n’è andato, possiamo concedere l’onore delle armi a Benedetto XVI. Dobbiamo ammetterlo: è stato un gran nemico. Spero con questa nostra ammissione, se gli arriverà nel nascondiglio in cui si è chiuso, di provocare in lui almeno la tentazione del compiacimento, se non proprio della vanità. Lo disse d’altronde già padre Gabriele Amorth, esorcista della diocesi di Roma: «Il demonio un giorno mi disse che Giovanni Paolo II era pessimo, ma il Papa attuale era peggio. Le parole del demonio furono un elogio per Benedetto XVI». Concordava con lui monsignor Andrea Gemma, emerito di Isernia, uno dei pochi vescovi esorcisti, il quale riferì le parole di una donna da noi posseduta: «È una tragedia: Benedetto XVI è ancora più forte, è ancora peggio di Giovanni Paolo II».

L’inimicizia profonda di Benedetto XVI nei nostri confronti si condensa in un punto strategico della sua predicazione: il battesimo. Vatti a rileggere tutte le omelie della notte di Pasqua e vedrai se non ho ragione.

Come sai nel battesimo ci si impegna a rinunciare «alle seduzioni del male». La sua riduzione sociologica a una sorta di rito di “ingresso in società” aveva convinto molti cristiani della nostra inesistenza. Senti, invece, che cosa diceva l’ex Papa.

«Che cosa sono queste seduzioni del male? Nella Chiesa antica c’era l’espressione: “Rinunciate alla pompa del diavolo?”. La pompa del diavolo erano soprattutto i grandi spettacoli cruenti, in cui la crudeltà diventa divertimento, in cui uccidere uomini diventa una cosa spettacolare: spettacolo, la vita e la morte di un uomo. Questi spettacoli cruenti, questo divertimento del male è la pompa del diavolo, dove appare con apparente bellezza e, in realtà, appare con tutta la sua crudeltà. Ma oltre a questo significato immediato della parola “pompa del diavolo”, si voleva parlare di un tipo di cultura, di una way of life, di un modo di vivere, nel quale non conta la verità ma l’apparenza, non si cerca la verità ma l’effetto, la sensazione, e, sotto il pretesto della verità, in realtà, si distruggono uomini, si vuole distruggere e creare solo se stessi come vincitori. Quindi, questa rinuncia era molto reale: era la rinuncia a un tipo di cultura che è un’anti-cultura, contro Cristo e contro Dio. Si decideva contro una cultura che, nel Vangelo di Giovanni, è chiamata “questo mondo”. (…) Non la Creazione di Dio, dell’uomo come tale, ma una certa creatura che è dominante e si impone come se fosse questo il mondo, e come se fosse questo il modo di vivere (…). Essere battezzati significa emanciparsi, liberarsi da questa cultura. Conosciamo anche oggi un tipo di cultura in cui non conta la verità; anche se apparentemente si vuol fare apparire tutta la verità, conta solo la sensazione e lo spirito di calunnia e di distruzione. Una cultura che non cerca il bene, il cui moralismo è, in realtà, una maschera per confondere, creare confusione e distruzione. Contro questa cultura, in cui la menzogna si presenta nella veste della verità e dell’informazione (…) diciamo no». Ci aveva sgamati in pieno.

L’ha ridetto anche nell’ultimo discorso ai cardinali, parlando della Chiesa: «Essa è nel mondo, ma non è del mondo». Caro nipote, possiamo permetterci il peccato di orgoglio, parlava di noi!

Al prossimo Papa (che arriverà presto).

Tuo affezionatissimo zio Berlicche

Il diavolo Berlicche rende l’onore delle armi al suo nemico numero uno: Benedetto XVI

«La Chiesa è del Signore, non dei calcoli umani»

di Massimo Introvigne da www.lanuovabq.it

Il papa ringrazia la folla all'ultima udienza

Quella del 27 febbraio è stata per Benedetto XVI l’ultima udienza generale del pontificato. Di fronte alla grande folla (oltre 150mila persone) che ha gremito Piazza San Pietro, il Papa ha avuto accenti di struggente commozione. Ma nello stesso tempo ha voluto lasciare un insegnamento fondamentale e urgente: la Chiesa non è nostra, è del Signore, e in momenti drammatici non dobbiamo affidarci a piccole e misere strategie umane ma alla fiducia in Dio e a quella speciale gioia che, anche nei tempi più difficili, illumina la vita della persona di fede.

Un primo momento del discorso è stato quello del ringraziamento, certo di non mera circostanza. «Sento nel mio cuore – ha detto Benedetto XVI – di dover soprattutto ringraziare Dio, che guida e fa crescere la Chiesa, che semina la sua Parola e così alimenta la fede nel suo Popolo». Ma il grazie si è poi esteso ai collaboratori, a partire da quelli più vicini. «Un Papa non è solo nella guida della barca di Pietro, anche se è sua la prima responsabilità; e io non mi sono mai sentito solo nel portare la gioia e il peso del ministero petrino». In primo luogo il Pontefice ha voluto «iniziare dal mio Segretario di Stato che mi ha accompagnato con fedeltà in questi anni». Per chi ha sentito il discorso dal vivo, il tono fermo e forte con cui il Papa ha scandito la parola «fedeltà» è davvero sembrato un modo per tagliare corto a tante polemiche. E così pure, in un discorso che pure ha fatto un cenno a problemi e difficoltà, le parole «sicuro e affidabile» per definire il «sostegno» ricevuto dai dicasteri e dagli uffici romani – o almeno dalla gran parte di essi – sono state sottolineate dalla voce ferma di Benedetto XVI con particolare vigore.

Dio va ringraziato sempre, in qualunque circostanza. Ma il Papa ha voluto sottolineare come non tutto vada male nella Chiesa, come dalle Chiese locali e dai continenti siano spesso arrivate in questi anni anche notizie buone. «Rendo grazie a Dio – ha detto – per le “notizie” che in questi anni del ministero petrino ho potuto ricevere circa la fede nel Signore Gesù Cristo, e della carità che circola nel Corpo della Chiesa e lo fa vivere nell’amore». L’indicazione è chiara: no a chi deriva dai giornali laicisti la falsa immagine catastrofica di una Chiesa ovunque in declino e in crisi, ma – al contrario – «grande fiducia» e «gioia», perché oggi come ieri e come sempre «il Vangelo purifica e rinnova, porta frutto, dovunque la comunità dei credenti lo ascolta e accoglie la grazia di Dio nella verità e vive nella carità». E questi luoghi, grazie a Dio, esistono ancora.

Il secondo grande insegnamento che Papa Benedetto ci lascia è che la fiducia va sempre posta in Dioe non nei calcoli umani. Quando fu eletto, ha confidato, «le parole che sono risuonate nel mio cuore sono state: Signore, che cosa mi chiedi? E’ un peso grande quello che mi poni sulle spalle, ma se Tu me lo chiedi, sulla tua parola getterò le reti, sicuro che Tu mi guiderai. E il Signore mi ha veramente guidato, mi è stato vicino, ho potuto percepire quotidianamente la sua presenza». Certo, ci sono stati «momenti di gioia e di luce, ma anche momenti non facili; mi sono sentito come san Pietro con gli Apostoli nella barca sul lago di Galilea: il Signore ci ha donato tanti giorni di sole e di brezza leggera, giorni in cui la pesca è stata abbondante; vi sono stati anche momenti in cui le acque erano agitate ed il vento contrario, come in tutta la storia della Chiesa e il Signore sembrava dormire».

E tuttavia Benedetto XVI dichiara di non avere mai perso la fiducia in Dio, la consapevolezza «che in quella barca c’è il Signore». Sì, «la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è sua e non la lascia affondare; è Lui che la conduce, certamente anche attraverso gli uomini che ha scelto, perché così ha voluto. Questa è stata ed è una certezza, che nulla può offuscare». Dunque l’ultimo messaggio del Papa prima di lasciare il pontificato consiste nell’«invitare tutti a rinnovare la ferma fiducia nel Signore, ad affidarci come bambini nelle braccia di Dio, certi che quelle braccia ci sostengono sempre e sono ciò che ci permette di camminare ogni giorno anche nella fatica».

Il terzo insegnamento è che Dio certamente guida la Chiesa ma chiede una nostra risposta, la fede. «Dio ci ama, ma attende che anche noi lo amiamo!». «Siamo nell’Anno della fede, che ho voluto per rafforzare proprio la nostra fede in Dio in un contesto che sembra metterlo sempre più in secondo piano». Si possono dire molte cose sull’Anno della fede, ma il Papa ha riassunto tutto nell’Atto di fede, che ha invitato a riprendere a recitare tutte le mattine: «Ti adoro, mio Dio, e ti amo con tutto il cuore. Ti ringrazio d’avermi creato, fatto cristiano…».

Infine, un elemento di fiducia – e di convinzione che la Chiesa in tanti luoghi e ambienti è ancora ben viva e vitale – il Papa lo ricava proprio dalla corale risposta alla sua decisione, dalle tante testimonianze «commoventi di attenzione, di amicizia e di preghiera. Sì, «il Papa non è mai solo, ora lo sperimento ancora una volta in un modo così grande che tocca il cuore. Il Papa appartiene a tutti e tantissime persone si sentono molto vicine a lui». Molti, ancora in questi ultimi giorni, gli scrivono non «come si scrive ad esempio ad un principe o ad un grande che non si conosce. Mi scrivono come fratelli e sorelle o come figli e figlie, con il senso di un legame familiare molto affettuoso». E proprio qui «si può toccare con mano che cosa sia la Chiesa – non un’organizzazione, non un’associazione per fini religiosi o umanitari, ma un corpo vivo, una comunione di fratelli e sorelle nel Corpo di Gesù Cristo, che ci unisce tutti. Sperimentare la Chiesa in questo modo e poter quasi poter toccare con le mani la forza della sua verità e del suo amore, è motivo di gioia, in un tempo in cui tanti parlano del suo declino».

Così, nella fiducia in Dio e nella gioia – una parola chiave del suo pontificato – Benedetto XVI sentendo le sue «forze venire meno» ha «fatto questo passo nella piena consapevolezza della sua gravità e anche novità, ma con una profonda serenità d’animo. Amare la Chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi».

E ora Papa Ratzinger non pensa di «ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro». Il momento è difficile, ma Benedetto XVI – citando l’esempio di San Benedetto (480-547), di cui porta il nome – ha concluso invitando i fedeli ancora una volta alla gioia e alla fiducia in Dio. «Nel nostro cuore, nel cuore di ciascuno di voi, ci sia sempre la gioiosa certezza che il Signore ci è accanto, non ci abbandona, ci è vicino e ci avvolge con il suo amore».