Donne e natalità, quello che i vescovi non dicono

Gli ultimi dati Istat dicono infatti che il tasso di attività femminile è addirittura in calo – 46,1% nel 2010 contro il 47% del 2008 -, ben lontano dagli obiettivi fissati dall’Unione Europea che chiedevano per il 2010 un tasso del 60%.

Ci sarebbe molto da dire sul fatto di identificare automaticamente il tasso di attività femminile con il progresso della società, ma qui ci interessa riprendere questo dato per un’altra osservazione.

Non può infatti sfuggire che a un basso tasso di attività femminile in Italia corrispondano tassi di fertilità tra i più bassi d’Europa. Sono due dati in aperta contraddizione con un’idea largamente diffusa secondo cui si mettono al mondo pochi figli per la difficoltà delle donne di conciliare il lavoro con la famiglia. Tanto è vero che è proprio su questo principio che si fondano le politiche sociali dell’Unione Europea che chiedono maggiore flessibilità nel lavoro, maggiore disponibilità di servizi (vedi asilo nido) e via di questo passo.

In effetti le difficoltà per le donne che lavorano ci sono e come, soprattutto in Italia, tanto è vero – sono sempre dati Istat – che tra le madri che lavorano il 15% abbandona l’impiego dopo il primo figlio (la metà contro la propria volontà), percentuale che si impenna per le madri con tre o più figli. Da un punto di vista generale però l’incidenza di queste difficoltà sui tassi di fertilità è sostanzialmente marginale o comunque non decisiva. E lo dimostra anche il fatto che nei Paesi nord europei, dove c’è una lunga tradizione di stato sociale che agevola in tutti i modi il ritorno delle madri al lavoro, i tassi di fertilità – per quanto più alti che in Italia – sono comunque ben al di sotto del livello di sostituzione, ovvero 2, 1 figli per donna.

Dunque il motivo principale per cui non si mettono al mondo i figli non è economico e non è neanche legato alle difficoltà nel mondo del lavoro.

Dov’è dunque il problema? Anche se non è facilmente misurabile dalle statistiche, non c’è alcun dubbio che il motivo principale che incide sui tassi di fertilità sia culturale. L’apertura alla vita non è qualcosa di monetizzabile: chi ama la vita, chi ha una speranza sul futuro, chi vive a fondo un rapporto di amore “desidera” avere figli e non ci sono condizioni sociali ed economiche che tengano. Al massimo, le condizioni esterne incidono sul numero dei figli facendo più o meno coincidere il loro numero con quello desiderato. Vale a dire: coppie che hanno come ideale quattro figli possono decidere di fermarsi a due o 3 se le condizioni economiche e sociali creano problemi, ma certamente non decideranno di non averne.

Allo stesso modo chi si concepisce come l’inizio e la fine della storia, chi è chiuso agli altri, chi non vede un futuro oltre la propria vita, non avrà alcun desiderio di generare figli, anche avendo le migliori condizioni economiche. Non c’è un assegno sufficiente a compensare la fatica di tirare su dei figli così come non c’è nulla che possa ripagare della gioia di tirare su dei figli.

Non è un caso che il tasso di fertilità delle famiglie che seguono una religione – non solo quella cattolica – sia più alto della media. Lo ha sintetizzato alcuni anni fa l’economista americano Nicholas Eberstadt, spiegando la differenza di tassi di fertilità tra Europa e Stati Uniti: «Se mettiamo a confronto le ricerche comparate sulla fertilità negli Usa e in Europa, troviamo che la differenza è soprattutto nei valori e nel credo religioso. Le famiglie “religiose” in Europa hanno tassi di fertilità analoghi alle famiglie “religiose” negli Stati Uniti, e lo stesso vale per le famiglie e coppie “non religiose”. La differenza nei tassi di fertilità, dunque, sta soprattutto nel fatto che negli Usa ci sono più persone che seguono una religione».

Cosa vuol dire questo? Che se si vuole davvero invertire la tendenza demografica è su questo fattore culturale e religioso che bisogna concentrarsi. E questo vale soprattutto per la Chiesa. Vale in particolar modo per tanti vescovi che spesso hanno la tentazione di spiegare ai governi cosa devono fare per aiutare la famiglia e la natalità, ma sono poi i primi a non credere fino in fondo che il primo contributo alla natalità sia l’evangelizzazione, sia l’annuncio di una speranza che si fonda su una certezza presente, sperimentabile. Ciò che è la missione propria della Chiesa, la sua identità.

Certo, lo scopo dell’evangelizzazione non è generare più figli, questa è solo una conseguenza. Ma se nell’affrontare il tema della natalità non si ha chiaro dove sta il nodo centrale, è il segno che non si crede che Cristo sia davvero la risposta all’uomo nella sua totalità.

di Riccardo Cascioli
Tratto da La Bussola Quotidiana

«L’uomo dimentica la bontà eterna di Dio»

La sua riflessione prosegue idealmente i discorsi dello scorso week-end in tema di nuova evangelizzazione, nel corso dei quali ha invitato a riflettere sul fatto che la storia non avanza in modo puramente irrazionale ma può e deve essere letta tramite una teologia. La memoria è la radice della speranza.

Il Salmo 136, conosciuto come il «Grande Hallel» «è tradizionalmente cantato alla fine della cena pasquale ebraica ed è stato probabilmente pregato anche da Gesù nell’ultima Pasqua celebrata con i discepoli». Riassume tutto il percorso dell’amore di Dio per il popolo d’Israele e della guida divina che accompagna tutta la sua storia, così come accompagna ogni storia. «Tutto il Salmo 136 si snoda in forma litanica, scandito dalla ripetizione antifonale “perché il suo amore è per sempre”. Lungo il componimento, vengono enumerati i molti prodigi di Dio nella storia degli uomini e i suoi continui interventi in favore del suo popolo; e ad ogni proclamazione dell’azione salvifica del Signore risponde l’antifona con la motivazione fondamentale della lode: l’amore eterno di Dio, un amore che, secondo il termine ebraico utilizzato, implica fedeltà, misericordia, bontà, grazia, tenerezza». È questo «il motivo unificante di tutto il Salmo, ripetuto in forma sempre uguale, mentre cambiano le sue manifestazioni puntuali e paradigmatiche: la creazione, la liberazione dell’esodo, il dono della terra, l’aiuto provvidente e costante del Signore nei confronti del suo popolo e di ogni creatura».

La prima delle «grandi meraviglie» (vv. 1-4) di Dio è la creazione: il cielo, la terra, gli astri (vv. 5-9). «Il mondo creato non è un semplice scenario su cui si inserisce l’agire salvifico di Dio, ma è l’inizio stesso di quell’agire meraviglioso. Con la creazione, il Signore si manifesta in tutta la sua bontà e bellezza, si compromette con la vita, rivelando una volontà di bene da cui scaturisce ogni altro agire di salvezza». Non si può non mettere in relazione il Salmo, ha detto il Papa, con il primo capitolo della Genesi: anche qui «il mondo creato è sintetizzato nei suoi elementi principali, insistendo in particolare sugli astri, il sole, la luna, le stelle, creature magnifiche che governano il giorno e la notte. Non si parla qui della creazione dell’essere umano, ma egli è sempre presente; il sole e la luna sono per lui – per l’uomo – per scandire il tempo dell’uomo, mettendolo in relazione con il Creatore soprattutto attraverso l’indicazione dei tempi liturgici».

Subito dopo il Salmo ricorda la festa di Pasqua, passando dalla creazione dell’universo al diretto «manifestarsi di Dio nella storia» degli uomini, a partire dalla liberazione d’Israele dalla schiavitù egiziana e fino all’entrata nella terra promessa (vv. 10-20). Qui davvero «siamo nel momento originario della storia di Israele. Dio è intervenuto potentemente per portare il suo popolo alla libertà; attraverso Mosè, suo inviato, si è imposto al faraone rivelandosi in tutta la sua grandezza ed, infine, ha piegato la resistenza degli Egiziani con il terribile flagello della morte dei primogeniti». In seguito, «davanti ad un Israele spaventato alla vista degli Egiziani che lo inseguono, tanto da rimpiangere di aver lasciato l’Egitto (cfr Es 14, 10-12), Dio, come dice il nostro Salmo, “divise il Mar Rosso in due parti […] in mezzo fece passare Israele […] vi travolse il faraone e il suo esercito” (vv. 13-15)».

Questa immagine molto nota del «Mar Rosso “diviso” in due, sembra evocare l’idea del mare come un grande mostro che viene tagliato in due pezzi e così reso inoffensivo. La potenza del Signore vince la pericolosità delle forze della natura e di quelle militari messe in campo dagli uomini: il mare, che sembrava sbarrare la strada al popolo di Dio, lascia passare Israele all’asciutto e poi si richiude sugli Egiziani travolgendoli. “La mano potente e il braccio teso” del Signore (cfr Deut 5, 15; 7, 19; 26, 8) si mostrano così in tutta la loro forza salvifica: l’ingiusto oppressore è stato vinto, inghiottito dalle acque, mentre il popolo di Dio “passa in mezzo” per continuare il suo cammino verso la libertà». Quindi è ricordato, sia pure concentrandolo in una sola breve frase, «il lungo peregrinare di Israele verso la terra promessa: “Guidò il suo popolo nel deserto, perché il suo amore è per sempre” (v. 16). Queste poche parole racchiudono un’esperienza di quarant’anni, un tempo decisivo per Israele che lasciandosi guidare dal Signore impara a vivere di fede, nell’obbedienza e nella docilità alla legge di Dio».

Il Signore qui si presenta di nuovo come il pastore del Salmo 23, oggetto di una precedente catechesi del mercoledì, sempre parte di questo ciclo: «per quarant’anni ha guidato il suo popolo, lo ha educato e amato, conducendolo fino alla terra promessa, vincendo anche le resistenze e l’ostilità di popoli nemici che volevano ostacolarne il cammino di salvezza (cfr vv. 17-20)». Infine, ecco il dono vetero-testamentario più grande di tutti: «Diede in eredità la loro terra, perché il suo amore è per sempre; in eredità a Israele suo servo, perché il suo amore è per sempre» (vv. 21-22). «Nella celebrazione dell’amore eterno del Signore – commenta il Papa – si fa ora memoria del dono della terra, un dono che il popolo deve ricevere senza mai impossessarsene, vivendo continuamente in un atteggiamento di accoglienza riconoscente e grata». L’uso della parola «eredità» non è casuale. È «un termine che designa in modo generico il possesso di un bene ricevuto da un altro, un diritto di proprietà che, in modo specifico, fa riferimento al patrimonio paterno. Una delle prerogative di Dio è di “donare”; e ora, alla fine del cammino dell’esodo, Israele, destinatario del dono, come un figlio, entra nel Paese della promessa realizzata». Dovrebbe iniziare «il tempo felice della stabilità».

Ma raramente gli uomini sono riconoscenti a Dio, e dunque questo «è anche il tempo della tentazione idolatrica, della contaminazione con i pagani, dell’autosufficienza che fa dimenticare l’Origine del dono. Perciò il Salmista menziona l’umiliazione e i nemici, una realtà di morte in cui il Signore, ancora una volta, si rivela come Salvatore: “Nella nostra umiliazione si è ricordato di noi, perché il suo amore è per sempre; ci ha liberati dai nostri avversari, perché il suo amore è per sempre” (vv. 23-24)».

Come al solito nella «scuola della preghiera» il Pontefice ci pone una domanda: che cosa significa per noi, oggi, questo Salmo, che sembra parlare di avvenimenti tanto lontani? Anzitutto, «importante è la cornice del Salmo, all’inizio e alla fine: è la creazione». Si tratta del primo «grande dono di Dio del quale viviamo, nel quale Lui si rivela nella sua bontà e grandezza. Quindi, tener presente la creazione come dono di Dio è un punto comune per noi tutti». Quanto agli altri eventi storici descritti dal Salmo, il Papa ammette che noi potremmo dire che «questa liberazione dall’Egitto, il tempo del deserto, l’entrata nella Terra Santa e poi gli altri problemi, sono molto lontani da noi, non sono la nostra storia». E tuttavia «dobbiamo stare attenti alla struttura fondamentale di questa preghiera. La struttura fondamentale è che Israele si ricorda della bontà del Signore».

Qui la storia d’Israele è, per così dire, il tipo anche della nostra storia, dove «ci sono tante valli oscure, ci sono tanti passaggi di difficoltà e di morte», e il popolo di Dio «può sopravvivere in questa valle oscura, in questa valle della morte, perché si ricorda. Ha la memoria della bontà del Signore, della sua potenza; la sua misericordia vale in eterno». Questo, appunto, vale anche per noi. «La memoria diventa forza della speranza. La memoria ci dice: Dio c’è, Dio è buono, eterna è la sua misericordia. E così la memoria apre, anche nell’oscurità di un giorno, di un tempo, la strada verso il futuro: è luce e stella che ci guida. Anche noi abbiamo una memoria del bene, dell’amore misericordioso, eterno di Dio». La storia d’Israele, la vicenda terrena di Gesù Cristo, «duemila anni della storia della Chiesa», la storia della nostra vita individuale: tutto è memoria della bontà del Signore. Nello stesso secolo XX, per molti versi terribile per la Chiesa, «dopo il periodo oscuro della persecuzione nazista e comunista, Dio ci ha liberati, ha mostrato che è buono, che ha forza, che la sua misericordia vale per sempre».

Ritornando al Salmo, esso si conclude dove era cominciato, con la creazione. Il Signore «dà il cibo a ogni vivente, perché il suo amore è per sempre» (v. 25). Dunque lodiamo il Signore: «Rendete grazie al Dio del cielo, perché il suo amore è per sempre». Qui, afferma il Papa, il Salmista vuole ricordarci che lo stesso «Dio che ha creato i cieli e la terra e le grandi luci celesti, che entra nella storia degli uomini per portare alla salvezza tutti i suoi figli è il Dio che colma l’universo con la sua presenza di bene prendendosi cura della vita e donando pane. L’invisibile potenza del Creatore e Signore cantata nel Salmo si rivela nella piccola visibilità del pane che ci dà, con il quale ci fa vivere. E così questo pane quotidiano simboleggia e sintetizza l’amore di Dio come Padre, e ci apre al compimento neotestamentario, a quel “pane di vita”, l’Eucaristia, che ci accompagna nella nostra esistenza di credenti, anticipando la gioia definitiva del banchetto messianico nel Cielo».

di Massimo Introvigne
Tratto da La Bussola Quotidiana

Libertà di educazione, il card. Zen in sciopero della fame

Il cardinale cinese Joseph Zen Ze-Kiun ha iniziato stamane uno sciopero della fame a sostegno del diritto dei cattolici alla libertà di educazione. Lo riferisce l’agenzia missionaria AsiaNews. Il digiuno dell’arcivescovo emerito di Hong-Kong, 80 anni il prossimo gennaio, durerà almeno tre giorni ed è diretto a “sottolineare l’ingiusta sentenza della Corte suprema contro la diocesi, che rischia di distruggere l’educazione cattolica nel territorio”.

Il 14 ottobre scorso la Corte suprema di Hong Kong ha rigettato il ricordo della diocesi contro la necessità di introdurre nella gestione della scuole un comitato organizzativo che valuti il progetto educativo della scuola. A tale comitato partecipano oltre a genitori e studenti, anche personalità al di fuori del mondo della scuola – precettati dal governo – che rischiano di deviare la proposta educativa delle scuole libere.

Il cardinale Zen si è sempre opposto a questa riforma e ad altre, che a suo dire risentono del tentativo di Pechino di voler controllare il sistema scolastico di Hong Kong. Per contestare questa riforma “ingiusta”, il porporato ha deciso di fare tre giorni di digiuno in cui non mangerà niente, ma assumerà solo acqua e farà la comunione.

“Voglio sottolineare – ha detto – la decisione errata della Corte suprema, una grande ingiustizia verso la Chiesa e il territorio di Hong Kong, che rischia di distruggere il sistema educativo del territorio, considerato uno dei migliori della regione, di alta qualità ed efficienza”.

da Avvenire

Il non-senso di Odifreddi offende la ragione

Piergiorgio Odifreddi non finisce mai di fornire occasioni di decostruzione.

Commentando sul suo blog (affidatogli dal sito di la Repubblica, che gli ha così dato un’enorme visibilità: per questo bisogna, ogni tanto, prendere in considerazione le sue uscite) le inqualificabili gravissime violenze commesse a Roma dai cosiddetti «indignati», Odifreddi non ha speso una solo parola di condanna per i fatti avvenuti. Speriamo davvero che non sia vero che chi tace acconsente, anche se potrebbero far pensare male affermazioni odifreddiane come: «Le manifestazioni di ieri hanno mostrato che anche in Italia la rabbia sale. Con ragione, ovviamente, visto da un lato il convergere della crisi economica mondiale e della crisi politica italiana, e dall’altro la mancanza di prospettive realistiche per risolverle entrambe. Non c’è dunque da stupirsi che qualcuno si secchi e passi alle maniere forti. Semmai, da stupirsi c’è che siano pochi a farlo» e questo «mentre la maggioranza dell’intorpidita popolazione sembra pensare o che le cose vadano bene così (la maggioranza governativa), o che esse si possano cambiare con azioni dimostrative quali una mezza giornata di assenteismo parlamentare o una manifestazione pacifica (l’opposizione)». Ma è meglio non pensar male e sicuramente ci sbagliamo.

Odifreddi non ha trovato di meglio che prendersela con padre Lombardi, portavoce della Santa Sede. Per quale motivo? Quasi tutti i media hanno riportato le immagini di uno di quei beceri violenti che, volontariamente entrato nella sala di una casa parrocchiale, ha preso una statua della Madonna di Lourdes e l’ha poi distrutta in strada. A quanto si legge, i suoi sodali hanno preso e distrutto anche un crocifisso. Padre Lombardi ha espresso una condanna per «gli atti di offesa alla sensibilità dei credenti».

Per Odifreddi questa reazione «è semplicemente comica. […] Che tra tutti i problemi di cui ci dovremmo preoccupare in questo momento ci fosse pure l’incolumità delle statuette della Madonna, non l’avremmo mai immaginato, se padre Lombardi non ce l’avesse fatto notare! E solo nel Sud del mondo (europeo o americano) qualcuno poteva pensare, e addirittura dire, che rompere un pezzo di gesso senza nessun valore potesse costituire un’offesa alla sensibilità di qualcuno. Anche se negli Stati Uniti, protestanti e più attenti a certe cose, i cattolici vengono non a caso chiamati “adoratori di statue”».

Ora, il blog di Odifreddi si intitola “”Il non senso della vita” e sarebbe meglio per lui poter rubricare le sue parole citate tra i non sensi. Se avesse scritto delle parole senza senso (degli strani versi, dei rumori), avrebbe con ciò dismesso l’esercizio della sua razionalità che (come dice già Aristotele quando confuta i negatori del principio di non contraddizione) è legata anche alla capacità di proferire (salvo patologie) parole sensate invece che meri suoni, ma avrebbe evitato di esporsi al ludibrio.

Intanto, da quel che scrive Odifreddi sembra che padre Lombardi si sia interessato solo della statua distrutta, quando invece il portavoce vaticano ha nettamente condannato tutte le violenze di sabato scorso, richiamando il commento che già aveva pronunciato il cardinale Vallini, vicario di Roma: «Le violenze avvenute ieri a Roma sono inaccettabili e ingiustificate. Condanniamo tutte le violenze e anche quelle ulteriori contro i simboli religiosi», ha detto padre Lombardi all’Adnkronos. E, ancora, «Il card. Vallini, Vicario di Roma, ha già espresso bene il sentimento di sgomento e di tristezza per quanto è accaduto ieri. Esprimiamo condanna per le violenze immotivate e gli atti di offesa alla sensibilità dei credenti compiuti ieri». Queste le parole di Lombardi.

Ma curiosamente Odifreddi ne ha omesso una parte. E, com’è noto, omettendo una parte di un discorso lo si può stravolgere o rendere spropositato. Purtroppo per Odifreddi, è vero che il suo discorso qui lo abbiamo necessariamente stralciato, ma sul suo blog è invece presente intero… nessuno lo ha stravolto, ed esprime davvero una pochezza non comune.

Odifreddi scrive che «solo nel Sud del mondo (europeo o americano) qualcuno poteva pensare, e addirittura dire, che rompere un pezzo di gesso senza nessun valore potesse costituire un’offesa alla sensibilità di qualcuno».

Proprio un ragionamento penoso. Ovviamente il problema non è il valore del gesso della statua, ma il valore simbolico del suo furto e della sua distruzione. Se qualcuno brucia la bandiera italiana o si mette volutamente a vomitare su un libro di Odifreddi il problema non è il valore della stoffa della bandiera e della carta del libro. Il problema è che il significato del gesto è offensivo.

E non perché i cattolici siano degli «adoratori di statue». Come spiega molto chiaramente il Catechismo della Chiesa Cattolica (punto 2132), «Il culto cristiano delle immagini non è contrario al primo comandamento che proscrive gli idoli. In effetti, “l’onore reso ad un’immagine appartiene a chi vi è rappresentato” [San Basilio di Cesarea, Liber de Spiritu Sancto, 18, 45: PG 32, 149C] e “chi venera l’immagine, venera la realtà di chi in essa è riprodotto” [Concilio di Nicea II: Denz. -Schönm., 601; cf Concilio di Trento: ibid., 1821-1825; Conc. Ecum. Vat. II: Sacrosanctum concilium 126; Id., Lumen gentium, 67]. L’onore tributato alle sacre immagini è una “venerazione rispettosa”, non un’adorazione che conviene solo a Dio».

di Giacomo Samek Lodovici
Tratto da La Bussola Quotidiana

Uno sguardo libero sul mondo

L’incontro dei nuovi evangelizzatori
di Lucetta Scaraffia
Tratto da L’Osservatore Romano

È stato un incontro particolarmente festoso e caldo quello organizzato sabato scorso dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione: un momento di riconoscimento reciproco, un rafforzamento della missione condivisa e una conferma che – come è stato ripetuto da molti – solo un cuore che brucia di amore per Dio può trasmettere agli altri la forza di una fede che è sempre, anche, passione.

In una società secolarizzata, durante un pomeriggio in cui a Roma divampava la furia di distruzione, un autentico entusiasmo ricaricava i nuovi evangelizzatori, molto spesso giovani laici, ma anche vecchi parroci, fondatori e leader di movimenti. Ma, se la cultura è stata individuata da tutti come terreno importante dove intervenire e operare, è stata la relazione introduttiva dell’arcivescovo Rino Fisichella a indicare compiti e linee guida del nuovo dicastero che presiede. E, nel suo discorso, la cultura è stata interpretata non solo come trasmissione del messaggio evangelico, ma anche come via attraverso la quale leggere i segni dei tempi, e individuare così le condizioni storiche in cui più utilmente ed efficacemente si può intervenire per evangelizzare. Per il presidente cultura è “ragione che sa comprendere il mondo circostante”, ragione viva nel desiderio di conoscere, non rassegnata, ragione che si muove alla ricerca della verità.

Ed è in quest’ottica che monsignor Fisichella ha messo in luce le condizioni storiche che rendono così poco frequentato il sacramento della riconciliazione e la ricerca di una guida spirituale: la perdita del senso del peccato, che nasce dalla mancanza di una comunità di riferimento. Oggi, chiusi in un individualismo autoreferenziale che ci fa ritenere giusto tutto ciò che desideriamo, privi di responsabilità comunitarie e sociali – spesso perfino di quelle minime, nel contesto familiare – non sappiamo più tendere la mano, umilmente, a chi ci può aiutare. Né perdonare, per piccole o grandi cose. Per perdonare agli altri, abbiamo tutti bisogno di un’esperienza personale del perdono, di sperimentare almeno una volta di essere amati e perdonati. Così possiamo fare i conti con chi siamo realmente, e non confondere il desiderio con la realtà. Perché il perdono, così necessario nella vita quotidiana di tutti noi, così fondamentale esempio di vita cristiana, ha bisogno di testimoni, di una comunità di riferimento.

È un’analisi che fa molto riflettere sulla cultura in cui siamo immersi, sulle forme anche indirette, ma non per questo meno dannose, che ha assunto il processo di secolarizzazione. Proprio sull’ultimo numero della rivista “Le débat”, lo psicologo francese Sébastien Dupont denuncia la deriva individualista che una pratica incontrollata della psicanalisi ha rafforzato e confermato nella società contemporanea, trasformandola in una vera e propria ideologia individualista, in cui il mito dell’autonomia personale è stato elevato al rango di valore. Con tutti gli effetti negativi per le persone fragili, i vecchi e i neonati “imperfetti” che ben conosciamo, ma anche con un generale effetto di impoverimento dello scambio affettivo fra gli esseri umani, di quello scambio che nutre cuore e anima.

Il tema della lettura della storia come momento di analisi necessaria alla nuova evangelizzazione è ritornato nella bellissima omelia che Benedetto XVI ha rivolto ai nuovi evangelizzatori nel corso della celebrazione liturgica a loro dedicata domenica. “La teologia della storia è un aspetto importante, essenziale della nuova evangelizzazione, perché gli uomini del nostro tempo, dopo la nefasta stagione degli imperi totalitari del XX secolo, hanno bisogno – ha detto il Papa – di ritrovare uno sguardo complessivo sul mondo e sul tempo, uno sguardo veramente libero, pacifico”.

Evangelizzare vuol dire anche, allora, portare sul mondo quello sguardo cattolico di cui con tanta chiarezza ha parlato Romano Guardini. Vuol dire fare cultura, fare storia, pensare in modo nuovo. Per aiutare a capire dove sta andando il mondo, e dove sia possibile intervenire, con la cultura e la politica.

Il Papa dà un impulso decisivo alla nuova evangelizzazione

Congresso in Vaticano il 15 e il 16 ottobre

di Anita S. Bourdin

CITTA’ DEL VATICANO, martedì, 11 ottobre 2011 (ZENIT.org).- Papa Benedetto XVI darà un impulso decisivo alla nuova evangelizzazione: questo sabato, 15 ottobre, riceverà nell’Aula Paolo VI del Vaticano i partecipanti al congresso per la nuova evangelizzazione organizzato dal dicastero ad hoc.

Il giorno dopo, domenica 16 ottobre, il Papa presiederà la Messa per i “nuovi evangelizzatori” nella Basilica vaticana (alle 9.30). E’ prevedibile che parli di questo nell’Angelus domenicale.

Il congresso, che si celebrerà il 15 e il 16 ottobre, ha per tema “Nuovi evangelizzatori per la nuova evangelizzazione”, e come motto le parole degli Atti degli Apostoli “La Parola di Dio cresceva e si diffondeva”.

Organizzato dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, presieduto da monsignor Rino Fisichella, l’incontro si celebrerà nell’Aula nuova del Sinodo del Vaticano.

Il congresso inizierà con un’esposizione di monsignor Fisichella, seguita da uno scambio tra agenti di questa evangelizzazione.

Al pomeriggio, monsignor Fisichella introdurrà i vari interventi: “Spiritualità e vita interiore” (di madre Verónica Berzosa, spagnola, fondatrice e superiora del nuovo istituto religioso Iesu Communio), “L’Occidente e le sue domande su Cristo” (di Vittorio Messori, scrittore e giornalista), “Scienza e fede: un dialogo fecondo” (di Marco Bersanelli, docente di Astronomia e Astrofisica all’Università di Milano) ed “Esperienze di nuova evangelizzazione in America Latina” (di monsignor Fabio Suescún Mutis, Vescovo castrense della Colombia).

Il tenore Andrea Bocelli si esibirà poi in un recital; questo “momento di spiritualità e arte” precederà l’arrivo di Benedetto XVI nell’Aula Paolo VI.

Al tramonto, i gruppi e le realtà ecclesiali saranno accolti nella Diocesi, in vari luoghi di culto e di altro tipo, dove animeranno momenti di riflessione e di preghiera con i cattolici di Roma.