Lettera a Diogneto

Questo scritto, che si può far risalire al II° secolo d.C., è un piccolo gioiello della letteratura cristiana antica. L’attribuzione di questo testo è assolutamente incerta, come pure impossibile (e forse poco rilevante) è rintracciare l’identità del destinatario, Diogneto.

L’autore modula lo stile con grande abilità, da quello umile a quello retorico, ma dà alla lettera una forma sorprendentemente nobile. Il periodare ha la cadenza ritmica di un’opera poetica, e nonostante la semplicità della lettura, la dimostrazione cristiana procede secondo i canoni della retorica più raffinata.


Esordio

I. 1. Vedo, ottimo Diogneto, che tu ti accingi ad apprendere la religione dei cristiani e con molta saggezza e cura cerchi di sapere di loro. A quale Dio essi credono e come lo venerano, perché tutti disdegnano il mondo e disprezzano la morte, non considerano quelli che i greci ritengono dèi, non osservano la superstizione degli ebrei, quale amore si portano tra loro, e perché questa nuova stirpe e maniera di vivere siano comparsi al mondo ora e non prima. 2. Comprendo questo tuo desiderio e chiedo a Dio, che ci fa parlare e ascoltare, che sia concesso a me di parlarti perché tu ascoltando divenga migliore, e a te di ascoltare perché chi ti parla non abbia a pentirsi.

L’idolatria

II. 1. Purìficati da ogni pregiudizio che ha ingombrato la tua mente e spògliati dell’abitudine ingannatrice e fatti come un uomo nuovo da principio, per essere discepolo di una dottrina anche nuova come tu stesso hai ammesso. Non solo con gli occhi, ma anche con la mente considera di quale sostanza e di quale forma siano quelli che voi chiamate e ritenete dèi. 2. Non (sono essi) pietra come quella che si calpesta, bronzo non migliore degli utensili fusi per l’uso, legno già marcio, argento che ha bisogno di un uomo che lo guardi perché non venga rubato, ferro consunto dalla ruggine, argilla non più scelta di quella preparata a vile servizio? 3. Non (sono) tutti questi (idoli) di materia corruttibile? Non sono fatti con il ferro e con il fuoco? Non li foggiò lo scalpellino, il fabbro, l’argentiere o il vasaio? Prima che con le loro arti li foggiassero, ciascuno di questi (idoli) non era trasformabile, e non lo può (essere) anche ora? E quelli che ora sono gli utensili della stessa materia non potrebbero forse diventare simili ad essi se trovassero gli stessi artigiani? 4. E per l’opposto, questi da voi adorati non potrebbero diventare, ad opera degli uomini, suppellettili uguali alle altre? Non sono cose sorde, cieche, inanimate, insensibili, immobili? Non tutte corruttibili? Non tutte distruttibili? 5. Queste cose chiamate dèi, a queste servite, a queste supplicate, infine ad esse vi assimilate. 6. Perciò odiate i cristiani perché non le credono dèi. 7. Ma voi che li pensate e li immaginate tali non li disprezzate più di loro? Non li deridete e li oltraggiate più voi che venerate quelli di pietra e di creta senza custodi, mentre chiudete a chiave di notte quelli di argento e di oro, e di giorno mettete le guardie perché non vengano rubati? 8. Con gli onori che credete di rendere loro, se hanno sensibilità, siete piuttosto a punirli. Se non hanno i sensi siete voi a svergognarli con sacrificio di sangue e di grassi fumanti. 9. Provi qualcuno di voi queste cose, permetta che gli vengano fatte. Ma l’uomo di propria volontà non sopporterebbe tale supplizio perché ha sensibilità e intelligenza; ma la pietra lo tollera perché non sente. 10. Molte altre cose potrei dirti perché i cristiani non servono questi dèi. Se a qualcuno ciò non sembra sufficiente, credo inutile parlare anche di più.

Il culto giudaico

III. 1. Inoltre, credo che tu piuttosto desideri sapere perché essi non adorano Dio secondo gli ebrei. 2. Gli ebrei hanno ragione quando rigettano l’idolatria, di cui abbiamo parlato, e venerano un solo Dio e lo ritengono padrone di tutte le cose. Ma sbagliano se gli tributano un culto simile a quello dei pagani. 3. Come i greci, sacrificando a cose insensibili e sorde dimostrano stoltezza, così essi, pensando di offrire a Dio come ne avesse bisogno, compiono qualche cosa che è simile alla follia, non un atto di culto. 4. «Chi ha fatto il cielo e la terra e tutto ciò che è in essi», e provvede tutti noi delle cose che occorrono, non ha bisogno di quei beni. Egli stesso li fornisce a coloro che credono di offrirli a lui. 5. Quelli che con sangue, grasso e olocausti credono di fargli sacrifici e con questi atti venerarlo, non mi pare che differiscano da coloro che tributano riverenza ad oggetti sordi che non possono partecipare al culto. Immaginarsi poi di fare le offerte a chi non ha bisogno di nulla!

Il ritualismo giudaico

IV. 1. Non penso che tu abbia bisogno di sapere da me intorno ai loro scrupoli per certi cibi, alla superstizione per il sabato, al vanto per la circoncisione, e alla osservanza del digiuno e del novilunio: tutte cose ridicole, non meritevoli di discorso alcuno. 2. Non è ingiusto accettare alcuna delle cose create da Dio ad uso degli uomini, come bellamente create e ricusarne altre come inutili e superflue? 3. Non è empietà mentire intorno a Dio come di chi impedisce di fare il bene di sabato? 4. Non è degno di scherno vantarsi della mutilazione del corpo, come si fosse particolarmente amati da Dio? 5. Chi non crederebbe prova di follia e non di devozione inseguire le stelle e la luna per calcolare i mesi e gli anni, per distinguere le disposizioni divine e dividere i cambiamenti delle stagioni secondo i desideri, alcuni per le feste, altri per il dolore? 6. Penso che ora tu abbia abbastanza capito perché i cristiani a ragione si astengono dalla vanità, dall’impostura, dal formalismo e dalla vanteria dei giudei. Non credere di poter imparare dall’uomo il mistero della loro particolare religione.

Il mistero cristiano

V. 1. I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. 2. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. 3. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri. 4. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. 5. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera. 6. Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati. 7. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. 8. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. 9. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. 10. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi. 11. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati. 12. Non sono conosciuti, e vengono condannati. Sono uccisi, e riprendono a vivere. 13. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano. 14. Sono disprezzati, e nei disprezzi hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati giusti. 15. Sono ingiuriati e benedicono; sono maltrattati ed onorano. 16. Facendo del bene vengono puniti come malfattori; condannati gioiscono come se ricevessero la vita. 17. Dai giudei sono combattuti come stranieri, e dai greci perseguitati, e coloro che li odiano non saprebbero dire il motivo dell’odio.

L’anima del mondo

VI. 1. A dirla in breve, come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani. 2. L’anima è diffusa in tutte le parti del corpo e i cristiani nelle città della terra. 3. L’anima abita nel corpo, ma non è del corpo; i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo. L’anima invisibile è racchiusa in un corpo visibile; i cristiani si vedono nel mondo, ma la loro religione è invisibile. 5. La carne odia l’anima e la combatte pur non avendo ricevuto ingiuria, perché impedisce di prendersi dei piaceri; il mondo che pur non ha avuto ingiustizia dai cristiani li odia perché si oppongono ai piaceri. 6. L’anima ama la carne che la odia e le membra; anche i cristiani amano coloro che li odiano. 7. L’anima è racchiusa nel corpo, ma essa sostiene il corpo; anche i cristiani sono nel mondo come in una prigione, ma essi sostengono il mondo. 8. L’anima immortale abita in una dimora mortale; anche i cristiani vivono come stranieri tra le cose che si corrompono, aspettando l’incorruttibilità nei cieli. 9. Maltrattata nei cibi e nelle bevande l’anima si raffina; anche i cristiani maltrattati, ogni giorno più si moltiplicano. 10. Dio li ha messi in un posto tale che ad essi non è lecito abbandonare.

Dio e il Verbo

VII. 1. Infatti, come ebbi a dire, non è una scoperta terrena da loro tramandata, né stimano di custodire con tanta cura un pensiero terreno né credono all’economia dei misteri umani. 2. Ma quello che è veramente signore e creatore di tutto e Dio invisibile, egli stesso fece scendere dal cielo, tra gli uomini, la verità, la parola santa e incomprensibile e l’ha riposta nei loro cuori. Non già mandando, come qualcuno potrebbe pensare, qualche suo servo o angelo o principe o uno di coloro che sono preposti alle cose terrene o abitano nei cieli, ma mandando lo stesso artefice e fattore di tutte le cose, per cui creò i cieli e chiuse il mare nelle sue sponde e per cui tutti gli elementi fedelmente custodiscono i misteri. Da lui il sole ebbe da osservare la misura del suo corso quotidiano, a lui obbediscono la luna che splende nella notte e le stelle che seguono il giro della luna; da lui tutto fu ordinato, delimitato e disposto, i cieli e le cose nei cieli, la terra e le cose nella terra, il mare e le cose nel mare, il fuoco, l’aria, l’abisso, quello che sta in alto, quello che sta nel profondo, quello che sta nel mezzo; lui Dio mandò ad essi. 3. Forse, come qualcuno potrebbe pensare, lo inviò per la tirannide, il timore e la prostrazione? 4. No certo. Ma nella mitezza e nella bontà come un re manda suo figlio, lo inviò come Dio e come uomo per gli uomini; lo mandò come chi salva, per persuadere, non per far violenza. A Dio non si addice la violenza. 5. Lo mandò per chiamare non per perseguitare; lo mandò per amore non per giudicare. 6. Lo manderà a giudicare, e chi potrà sostenere la sua presenza? 7. Non vedi (i cristiani) che gettati alle fiere perché rinneghino il Signore, non si lasciano vincere? 8. Non vedi, quanto più sono puniti, tanto più crescono gli altri? 9. Questo non pare opera dell’uomo, ma è potenza di Dio, prova della sua presenza.

L’incarnazione

VIII. 1. Chi fra tutti gli uomini sapeva perfettamente che cosa è Dio, prima che egli venisse? 2. Vorrai accettare i discorsi vuoti e sciocchi dei filosofi degni di fede? Alcuni affermavano che Dio è il fuoco, ove andranno essi chiamandolo Dio, altri dicevano che è l’acqua, altri che è uno degli elementi da Dio creati. 3. Certo, se qualche loro affermazione è da accettare si potrebbe anche asserire che ciascuna di tutte le creature ugualmente manifesta Dio. 4. Ma tutte queste cose sono ciarle e favole da ciarlatani. 5. Nessun uomo lo vide e lo conobbe, ma egli stesso si rivelò a noi. 6. Si rivelò mediante la fede, con la quale solo è concesso vedere Dio. 7. Dio, signore e creatore dell’universo, che ha fatto tutte le cose e le ha stabilite in ordine, non solo si mostrò amico degli uomini, ma anche magnanimo. 8. Tale fu sempre, è e sarà: eccellente, buono, mite e veritiero, il solo buono. 9. Avendo pensato un piano grande e ineffabile lo comunicò solo al Figlio. 10. Finché lo teneva nel mistero e custodiva il suo saggio volere, pareva che non si curasse e non pensasse a noi. 11. Dopo che per mezzo del suo Figlio diletto rivelò e manifestò ciò che aveva stabilito sin dall’inizio, ci concesse insieme ogni cosa, cioè di partecipare ai suoi benefici, di vederli e di comprenderli. Chi di noi se lo sarebbe aspettato?

L’economia divina

IX. 1. (Dio) dunque avendo da sé tutto disposto con il Figlio, permise che noi fino all’ultimo, trascinati dai piaceri e dalle brame come volevamo, fossimo travolti dai piaceri e dalle passioni. Non si compiaceva affatto dei nostri peccati, ma ci sopportava e non approvava quel tempo di ingiustizia. Invece, preparava il tempo della giustizia perché noi fossimo convinti che in quel periodo, per le nostre opere, eravamo indegni della vita, e ora solo per bontà di Dio ne siamo degni, e dimostrassimo, per quanto fosse in noi, che era impossibile entrare nel regno di Dio e che solo per sua potenza ne diventiamo capaci. 2. Dopo che la nostra ingiustizia giunse al colmo e fu dimostrato chiaramente che come suo guadagno spettava il castigo e la morte, venne il tempo che Dio aveva stabilito per manifestare la sua bontà e la sua potenza. O immensa bontà e amore di Dio. Non ci odiò, non ci respinse e non si vendicò, ma fu magnanimo e ci sopportò e con misericordia si addossò i nostri peccati e mandò suo Figlio per il nostro riscatto; il santo per gli empi, l’innocente per i malvagi, il giusto per gli ingiusti, l’incorruttibile per i corrotti, l’immortale per i mortali. 3. Quale altra cosa poteva coprire i nostri peccati se non la sua giustizia? 4. In chi avremmo potuto essere giustificati noi, ingiusti ed empi, se non nel solo Figlio di Dio? 5. Dolce sostituzione, opera inscrutabile, benefici insospettati! L’ingiustizia di molti viene riparata da un solo giusto e la giustizia di uno solo rende giusti molti. 6. Egli, che prima ci convinse dell’impotenza della nostra natura per avere la vita, ora ci mostra il salvatore capace di salvare anche l’impossibile. Con queste due cose ha voluto che ci fidiamo della sua bontà e lo consideriamo nostro sostentatore, padre, maestro, consigliere, medico, mente, luce, onore, gloria, forza, vita, senza preoccuparsi del vestito e del cibo.

La carità

1. Se anche tu desideri questa fede, per prima otterrai la conoscenza del Padre. 2. Dio, infatti, ha amato gli uomini. Per loro creò il mondo, a loro sottomise tutte le cose che sono sulla terra, a loro diede la parola e la ragione, solo a loro concesse di guardarlo, lo plasmò secondo la sua immagine, per loro mandò suo figlio unigenito, loro annunziò il Regno nel cielo e lo darà a quelli che l’hanno amato. 3. Una volta conosciutolo, hai idea di qual gioia sarai colmato? Come non amerai colui che tanto ti ha amato? 4. Ad amarlo diventerai imitatore della sua bontà, e non ti meravigliare se un uomo può diventare imitatore di Dio: lo può volendolo lui (l’uomo). 5. Non si è felici nell’opprimere il prossimo, nel voler ottenere più dei deboli, arricchirsi e tiranneggiare gli inferiori. In questo nessuno può imitare Dio, sono cose lontane dalla Sua grandezza! 6. Ma chi prende su di sé il peso del prossimo e in ciò che è superiore cerca di beneficare l’inferiore; chi, dando ai bisognosi ciò che ha ricevuto da Dio, è come un Dio per i beneficati, egli è imitatore di Dio. 7. Allora stando sulla terra contemplerai perché Dio regna nei cieli, allora incomincerai a parlare dei misteri di Dio, allora amerai e ammirerai quelli che sono puniti per non voler rinnegare Dio. Condannerai l’inganno e l’errore del mondo quando conoscerai veramente la vita nel cielo, quando disprezzerai quella che qui pare morte e temerai la morte vera, riservata ai dannati al fuoco eterno che tormenta sino alla fine coloro che gli saranno consegnati. 8. Se conoscerai quel fuoco ammirerai e chiamerai beati quelli che sopportarono per la giustizia il fuoco temporaneo.

Il loro maestro

XI. 1. Non dico stranezze né cerco il falso, ma, divenuto discepolo degli apostoli, divento maestro delle genti e trasmetto in maniera degna le cose tramandate a quelli che si son fatti discepoli della verità. 2. Chi infatti, rettamente istruito e fattosi amico del Verbo, non cerca di imparare saggiamente le cose che dal Verbo furono chiaramente mostrate ai discepoli? Non apparve ad essi il Verbo, manifestandosi e parlando liberamente, quando dagli increduli non fu compreso, ma guidando i discepoli che, da lui ritenuti fedeli, conobbero i misteri del Padre? 3. Egli mandò il Verbo come sua grazia, perché si manifestasse al mondo. Disprezzato dal popolo, annunziato dagli apostoli, fu creduto dai pagani. 4. Egli fin dal principio apparve nuovo ed era antico, e ognora diviene nuovo nei cuori dei fedeli. 5. Egli eterno, in eterno viene considerato figlio. Per mezzo suo la Chiesa si arricchisce e la grazia diffondendosi nei fedeli si moltiplica. Essa ispira saggezza, svela i misteri, preannuncia i tempi, si rallegra per i fedeli, si dona a quelli che la cercano, senza infrangere i giuramenti della fede né oltrepassare i limiti dei padri. 6. Si celebra poi il timore della legge, si riconosce la grazia dei profeti, si conserva la fede dei Vangeli, si conserva la tradizione degli apostoli e la grazia della Chiesa esulta. 7. Non contristando tale grazia, saprai ciò che il Verbo dice per mezzo di quelli che vuole, quando vuole. 8. Per amore delle cose rivelateci vi facciamo partecipi di tutto quanto; per la volontà del Verbo che lo ordina, fummo spinti a parlare con zelo.

La vera scienza

XII. 1. Attendendo e ascoltando con cura, conoscerete quali cose Dio prepara a quelli che lo amano rettamente. Diventano un paradiso di delizie e producono in se stessi, ornati di frutti vari, un albero fruttuoso e rigoglioso. 2. In questo luogo, infatti, fu piantato l’albero della scienza e l’albero della vita; non l’albero della scienza, ma la disubbidienza uccide. 3. Non è oscuro ciò che fu scritto: che Dio da principio piantò in mezzo al paradiso l’albero della scienza e l’albero della vita, indicando la vita con la scienza. Quelli che da principio non la usarono con chiarezza, per l’inganno del serpente furono denudati. 4. Non si ha vita senza scienza, né scienza sicura senza vita vera, perciò i due alberi furono piantati vicino. 5. L’apostolo, comprendendo questa forza e biasimando la scienza che si esercita sulla vita senza la norma della verità, dice: «La scienza gonfia, la carità, invece, edifica». 6. Chi crede di sapere qualche cosa, senza la vera scienza testimoniata dalla vita, non sa: viene ingannato dal serpente, non avendo amato la vita. Lui, invece, con timore conosce e cerca la vita, pianta nella speranza aspettando il frutto. 7. La scienza sia il tuo cuore e la vita la parola vera recepita. 8. Portandone l’albero e cogliendone il frutto abbonderai sempre delle cose che si desiderano davanti a Dio, che il serpente non tocca e l’inganno non avvince; Eva non è corrotta ma è riconosciuta vergine. Si addita la salvezza, gli apostoli sono compresi, la Pasqua del Signore si avvicina, si compiono i tempi e si dispongono in ordine, e il Verbo che ammaestra i santi si rallegra. Per lui il Padre è glorificato; a lui la gloria nei secoli. Amen.

La Didachè testo

La Didachè

Cap. I

1. Due sono le vie, una della vita e una della morte, e la differenza è grande fra queste due vie.

2. Ora questa è la via della vita: innanzi tutto amerai Dio che ti ha creato, poi il tuo prossimo come te stesso; e tutto quello che non vorresti fosse fatto a te, anche tu non farlo agli altri.

3. Ecco pertanto l’insegnamento che deriva da queste parole: benedite coloro che vi maledicono e pregate per i vostri nemici; digiunate per quelli che vi perseguitano; perché qual merito avete se amate quelli che vi amano? Forse che gli stessi gentili non fanno altrettanto? Voi invece amate quelli che vi odiano e non avrete nemici.

4. Astieniti dai desideri della carne. Se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra e sarai perfetto; se uno ti costringe ad accompagnarlo per un miglio, tu prosegui con lui per due. Se uno porta via il tuo mantello, dagli anche la tunica. Se uno ti prende ciò che è tuo, non ridomandarlo, perché non ne hai la facoltà.

5. A chiunque ti chiede, da’ senza pretendere la restituzione, perché il Padre vuole che tutti siano fatti partecipi dei suoi doni.
Beato colui che dà secondo il comandamento, perché è irreprensibile. Stia in guardia colui che riceve, perché se uno riceve per bisogno sarà senza colpa, ma se non ha bisogno dovrà rendere conto del motivo e dello scopo per cui ha ricevuto. Trattenuto in carcere, dovrà rispondere delle proprie azioni e non sarà liberato di lì fino a quando non avrà restituito fino all’ultimo centesimo.

6. E a questo riguardo è pure stato detto: Si bagni di sudore l’elemosina nelle tue mani, finché tu sappia a chi la devi fare.

Cap. II

1. Secondo precetto della dottrina:

2. Non ucciderai, non commetterai adulterio, non corromperai fanciulli, non fornicherai, non ruberai, non praticherai la magia, non userai veleni, non farai morire il figlio per aborto né lo ucciderai appena nato; non desidererai le cose del tuo prossimo.

3. Non sarai spergiuro, non dirai falsa testimonianza, non sarai maldicente, non serberai rancore.

4. Non avrai doppiezza né di pensieri né di parole, perché la doppiezza nel parlare è un’insidia di morte.

5. La tua parola non sarà menzognera né vana, ma confermata dall’azione.

6. Non sarai avaro, né rapace, né ipocrita, né maligno, né superbo; non mediterai cattivi propositi contro il tuo prossimo.

7. Non odierai alcun uomo, ma riprenderai gli uni; per altri, invece, pregherai; altri li amerai più dell’anima tua.

Cap. III

1. Figlio mio, fuggi da ogni male e da tutto ciò che ne ha l’apparenza.

2. Non essere iracondo, perché l’ira conduce all’omicidio, non essere geloso né litigioso né violento, perché da tutte queste cose hanno origine gli omicidi.

3. Figlio mio, non abbandonarti alla concupiscenza, perché essa conduce alla fornicazione; non fare discorsi osceni e non essere immodesto negli sguardi, perché da tutte queste cose hanno origine gli adultéri.

4. Non prendere auspici dal volo degli uccelli, perché ciò conduce all’idolatria; non fare incantesimi, non darti all’astrologia né alle purificazioni superstiziose, ed evita di voler vedere e sentire parlare di simili cose, perché da tutti questi atti ha origine l’idolatria.

5. Figlio mio, non essere bugiardo, perché la menzogna conduce al furto; né avido di ricchezza, né vanaglorioso, perché da tutte queste cose hanno origine i furti.

6. Figlio mio, non essere mormoratore, perché ciò conduce alla diffamazione; non essere insolente, né malevolo, perché da tutte queste cose hanno origine le diffamazioni.

7. Sii invece mansueto, perché i mansueti erediteranno la terra.

8. Sii magnanimo, misericordioso, senza malizia, pacifico, buono e sempre timoroso per le parole che hai udito.

9. Non esalterai te stesso, non infonderai troppo ardire nel tuo animo; né l’animo tuo si accompagnerà con i superbi, ma andrà insieme ai giusti e agli umili.

10. Tutte le cose che ti accadono accoglile come dei beni, sapendo che nulla avviene senza la partecipazione di Dio.

Cap. IV

1. O figlio, ti ricorderai notte e giorno di colui che ti predica le parole di Dio e lo onorerai come il Signore, perché là donde è predicata la (sua) sovranità, è il Signore.

2. Cercherai poi ogni giorno la presenza dei santi, per trovare riposo nelle loro parole.

3. Non sarai causa di discordia, ma cercherai invece di mettere pace tra i contendenti; giudicherai secondo giustizia e non farai distinzione di persona nel correggere i falli.

4. Non starai in dubbio se (una cosa) avverrà o no.

5. Non accada che tu tenda le mani per ricevere e le stringa nel dare.

6. Se grazie al lavoro delle tue mani possiedi (qualche cosa), donerai in espiazione dei tuoi peccati.

7. Darai senza incertezza, e nel dare non ti lagnerai; conoscerai, infatti, chi è colui che dà una buona ricompensa.

8. Non respingerai il bisognoso, ma farai parte di ogni cosa al tuo fratello e non dirai che è roba tua. Infatti, se partecipate in comune ai beni dell’immortalità, quanto più non dovete farlo per quelli caduchi?

9. Non ritirerai la tua mano di sopra al tuo figlio o alla tua figlia, ma sin dalla tenera età insegnerai loro il timor di Dio.

10. Al tuo servo e alla tua serva che sperano nel medesimo Dio non darai ordini nei momenti di collera, affinché non perdano il timore di Dio, che sta sopra gli uni e gli altri. Perché egli non viene a chiamarci secondo la dignità delle persone, ma viene a coloro che lo Spirito ha preparato.

11. Ma voi, o servi, siate soggetti ai vostri padroni come a una immagine di Dio, con rispetto e timore.

12. Odierai ogni ipocrisia e tutto ciò che dispiace al Signore.

13. Non trascurerai i precetti del Signore, ma osserverai quelli che hai ricevuto senza aggiungere o togliere nulla.

14. Nell’adunanza confesserai i tuoi peccati e non incomincerai mai la tua preghiera in cattiva coscienza. Questa è la via della vita.

Cap. V

1. La via della morte invece è questa: prima di tutto essa è maligna e piena di maledizione: omicidi, adultéri, concupiscenze, fornicazioni, furti, idolatrie, sortilegi, venefici, rapine, false testimonianze, ipocrisie, doppiezza di cuore, frode, superbia, malizia, arroganza, avarizia, turpiloquio, invidia, insolenza, orgoglio, ostentazione, spavalderia.

2. Persecutori dei buoni, odiatori della verità, amanti della menzogna, che non conoscono la ricompensa della giustizia, che non si attengono al bene né alla giusta causa, che sono vigilanti non per il bene ma per il male; dai quali è lontana la mansuetudine e la pazienza, che amano la vanità, che vanno a caccia della ricompensa, non hanno pietà del povero, non soffrono con chi soffre, non riconoscono il loro creatore, uccisori dei figli, che sopprimono con l’aborto una creatura di Dio, respingono il bisognoso, opprimono i miseri, avvocati dei ricchi, giudici ingiusti dei poveri, pieni di ogni peccato. Guardatevi, o figli, da tutte queste colpe.

Cap. VI

1. Guarda che alcuno non ti distolga da questa via della dottrina, perché egli ti insegna fuori (della volontà) di Dio.

2. Se infatti puoi sostenere interamente il giogo del Signore, sarai perfetto; se non puoi fa’ almeno quello che puoi.

3. E riguardo al cibo, cerca di sopportare tutto quello che puoi, ma comunque astieniti nel modo più assoluto dalle carni immolate agli idoli, perché (il mangiarne) è culto di divinità morte.

Cap. VII

1. Riguardo al battesimo, battezzate così: avendo in precedenza esposto tutti questi precetti, battezzate nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo in acqua viva.

2. Se non hai acqua viva, battezza in altra acqua; se non puoi nella fredda, battezza nella calda.

3. Se poi ti mancano entrambe, versa sul capo tre volte l’acqua in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

4. E prima del battesimo digiunino il battezzante, il battezzando e, se possono, alcuni altri. Prescriverai però che il battezzando digiuni sin da uno o due giorni prima.

Cap. VIII

1. I vostri digiuni, poi, non siano fatti contemporaneamente a quelli degli ipocriti; essi infatti digiunano il secondo e il quinto giorno della settimana, voi invece digiunate il quarto e il giorno della preparazione.

2. E neppure pregate come gli ipocriti, ma come comandò il Signore nel suo vangelo, così pregate:
Padre nostro che sei nel cielo,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi il nostro debito,
come anche noi lo rimettiamo ai nostri debitori,
e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male;
perché tua è la potenza e la gloria nei secoli.

3. Pregate così tre volte al giorno.

Cap. IX

1. Riguardo all’eucaristia, così rendete grazie:

2. Dapprima per il calice: Noi ti rendiamo grazie, Padre nostro, per la santa vite di David tuo servo, che ci hai rivelato per mezzo di Gesù tuo servo. A te gloria nei secoli.

3. Poi per il pane spezzato: Ti rendiamo grazie, Padre nostro, per la vita e la conoscenza che ci hai rivelato per mezzo di Gesù tuo servo. A te gloria nei secoli.

4. Nel modo in cui questo pane spezzato era sparso qua e là sopra i colli e raccolto divenne una sola cosa, così si raccolga la tua Chiesa nel tuo regno dai confini della terra; perché tua è la gloria e la potenza, per Gesù Cristo nei secoli.

5. Nessuno però mangi né beva della vostra eucaristia se non i battezzati nel nome del Signore, perché anche riguardo a ciò il Signore ha detto: Non date ciò che è santo ai cani.

Cap. X

1. Dopo che vi sarete saziati, così rendete grazie:

2. Ti rendiamo grazie, Padre santo, per il tuo santo nome che hai fatto abitare nei nostri cuori, e per la conoscenza, la fede e l’immortalità che ci hai rivelato per mezzo di Gesù tuo servo. A te gloria nei secoli.

3. Tu, Signore onnipotente, hai creato ogni cosa a gloria del tuo nome; hai dato agli uomini cibo e bevanda a loro conforto, affinché ti rendano grazie; ma a noi hai donato un cibo e una bevanda spirituali e la vita eterna per mezzo del tuo servo.

4. Soprattutto ti rendiamo grazie perché sei potente. A te gloria nei secoli.

5. Ricordati, Signore, della tua chiesa, di preservarla da ogni male e di renderla perfetta nel tuo amore; santificata, raccoglila dai quattro venti nel tuo regno che per lei preparasti. Perché tua è la potenza e la gloria nei secoli.

6. Venga la grazia e passi questo mondo.
Osanna alla casa di David.
Chi è santo si avanzi, chi non lo è si penta.
Maranatha. Amen.

7. Ai profeti, però, permettete di rendere grazie a loro piacimento.

Cap. XI

1. Ora, se qualcuno venisse a insegnarvi tutte le cose sopra dette, accoglietelo;

2. ma se lo stesso maestro, pervertito, vi insegnasse un’altra dottrina allo scopo di demolire, non lo ascoltate; se invece (vi insegna) per accrescere la giustizia e la conoscenza del Signore, accoglietelo come il Signore.

3. Riguardo agli apostoli e ai profeti, comportatevi secondo il precetto del Vangelo.

4. Ogni apostolo che venga presso di voi sia accolto come il Signore.

5. Però dovrà trattenersi un giorno solo; se ve ne fosse bisogno anche un secondo; ma se si fermasse tre giorni, egli è un falso profeta.

6. Partendo, poi, l’apostolo non prenda per sé nulla se non il pane (sufficiente) fino al luogo dove alloggerà; se invece chiede denaro, è un falso profeta.

7. E non metterete alla prova né giudicherete ogni profeta che parla per ispirazione, perché qualunque peccato sarà perdonato, ma questo peccato non sarà perdonato.

8. Non tutti, però, quelli che parlano per ispirazione sono profeti, ma solo coloro che praticano i costumi del Signore. Dai costumi, dunque, si distingueranno il falso profeta e il profeta.

9. Ogni profeta che per ispirazione abbia fatto imbandire una mensa eviterà di prendere cibo da essa, altrimenti è un falso profeta.

10. Ogni profeta, poi, che insegna la verità, se non mette in pratica i precetti che insegna, è un falso profeta.

11. Ogni profeta provato come veritiero, che opera per il mistero terrestre della chiesa, ma che tuttavia non insegna che si debbano fare quelle cose che egli fa, non sarà da voi giudicato, perché ha il giudizio da parte di Dio; allo stesso modo, infatti, si comportarono anche gli antichi profeti.

12. Se qualcuno dicesse per ispirazione: dammi del denaro o qualche altra cosa, non gli darete ascolto; ma se dicesse di dare per altri che hanno bisogno, nessuno lo giudichi.

Cap. XII

1. Chiunque, poi, viene nel nome del Signore, sia accolto. In seguito, dopo averlo messo alla prova, lo potrete conoscere, poiché avrete senno quanto alla destra e alla sinistra.

2. Ma se colui che giunge è di passaggio, aiutatelo secondo le vostre possibilità; non dovrà però rimanere presso di voi che due o tre giorni, se ce ne fosse bisogno.

3. Nel caso che volesse stabilirsi presso di voi e che esercitasse un mestiere, lavori e mangi.

4. Se invece non ha alcun mestiere, con il vostro buon senso cercate di vedere come possa un cristiano vivere tra voi senza stare in ozio.

5. Se non vuole comportarsi in questo modo, è uno che fa commercio di Cristo. Guardatevi da gente simile.

Cap. XIII

1. Ogni vero profeta che vuole stabilirsi presso di voi è degno del suo nutrimento.

2. Così pure il vero dottore è degno, come l’operaio, del suo nutrimento.

3. Prenderai perciò le primizie di tutti i prodotti del torchio e della messe, dei buoi e delle pecore e le darai ai profeti, perché essi sono i vostri Sommi Sacerdoti.

4. Se però non avete un profeta, date ai poveri.

5. Se fai il pane, prendi la primizia e dà secondo il precetto.

6. E così, se apri un’anfora di vino o di olio, prendi le primizie e dalle ai profeti.

7. Del denaro, del vestiario e di tutto quello che possiedi, prendi poi le primizie come ti sembra più opportuno e dà secondo il precetto.

Cap. XIV

1. Nel giorno del Signore, riuniti, spezzate il pane e rendete grazie dopo aver confessato i vostri peccati, affinché il vostro sacrificio sia puro.

2. Ma tutti quelli che hanno qualche discordia con il loro compagno, non si uniscano a voi prima di essersi riconciliati, affinché il vostro sacrificio non sia profanato.

3. Questo è infatti il sacrificio di cui il Signore ha detto:In ogni luogo e in ogni tempo offritemi un sacrificio puro, perché un re grande sono io – dice il Signore – e mirabile è il mio nome fra le genti.

Cap. XV

1. Eleggetevi quindi episcopi e diaconi degni del Signore, uomini miti, disinteressati, veraci e sicuri; infatti anch’essi compiono

per voi lo stesso ministero dei profeti e dei dottori.

2. Perciò non guardateli con superbia, perché essi, insieme ai profeti e ai dottori, sono tra voi ragguardevoli.

3. Correggetevi a vicenda, non nell’ira ma nella pace, come avete nel vangelo. A chiunque abbia offeso il prossimo nessuno

parli: non abbia ad ascoltare neppure una parola da voi finché non si sia ravveduto.

4. E fate le vostre preghiere, le elemosine e tutte le vostre azioni così come avete nel vangelo del Signore nostro.

Cap. XVI

1. Vigilate sulla vostra vita. Non spegnete le vostre fiaccole e non sciogliete le cinture dai vostri fianchi, ma state preparati perché non sapete l’ora in cui il nostro Signore viene.

2. Vi radunerete di frequente per ricercare ciò che si conviene alle anime vostre, perché non vi gioverà tutto il tempo della vostra fede se non sarete perfetti nell’ultimo istante.

3. Infatti negli ultimi giorni si moltiplicheranno i falsi profeti e i corruttori, e le pecore si muteranno in lupi, e la carità si muterà in odio;

4. finché, crescendo l’iniquità, si odieranno l’un l’altro, si perseguiteranno e si tradiranno, e allora il seduttore del mondo apparirà come figlio di Dio e opererà miracoli e prodigi, e la terra sarà consegnata nelle sue mani, e compirà iniquità quali non avvennero mai dal principio del tempo.

5. E allora la stirpe degli uomini andrà verso il fuoco della prova, e molti saranno scandalizzati e periranno; ma coloro che avranno perseverato nella loro fede saranno salvati da quel giudizio di maledizione.

6. E allora appariranno i segni della verità: primo segno l’apertura nel cielo, quindi il segno del suono di tuba e terzo la resurrezione dei morti;

7. non di tutti, però, ma, come fu detto: “Verrà il Signore e tutti i santi con lui. Allora il mondo vedrà il Signore venire sopra le nubi del cielo.”

Didachè

Il maggior numero di informazioni liturgiche sul cristianesimo dei primissimi tempi ci è trasmesso in un’opera intitolata Didaché, in greco Dottrina o Insegnamento (dei dodici apostoli).

La Didachè o Dottrina dei dodici Apostoli si può considerare il più venerando ed antico catechismo cristiano, essendo stata scritta solo una sessantina di anni dopo la morte di Cristo (passi di essa si trovano infatti nella Lettera di Barnaba scritta verso l’anno 97 della nostra era).

L’opera anonima presenta infatti tratti di grande antichità e si è giunti, per questo, a datarla anche verso la metà del sec. I, facendone addirittura un testo più antico degli stessi vangeli sinottici!

In sintesi la Didaché può essere definita un vero e proprio abbozzo di manuale di diritto canonico e di istruzioni liturgiche, che non a caso verrà inglobato, nel corso dei secoli seguenti, in collezioni sempre più vaste di Costituzioni ecclesiastiche.

La Didachè era tenuta in grande onore dalle prime generazioni cristiane ed è citata da Erma (circa 150 d. C.) nel Pastore, da Clemente Alessandrino (145-216 d. C.), da Origene (185-255 d. C.), da Eusebio, da Atanasio. Nella seconda metà del IV sec. essa fu incorporata nelle cosiddette Costituzioni Apostoliche.

Consapevole del suo alto valore morale e formativo, ancora nel sec. IV Atanasio di Alessandria ne consiglierà la lettura come particolarmente utile per l’istruzione dei catecumeni.

Forse proprio per la sua inclusione ed assimilazione in opere di tanto valore, la Didachè finì col perdere la grande notorietà che aveva in antico e dopo il XII sec. di essa non si hanno più tracce.

Nel 1873 ne venne scoperta per caso una copia in un codice greco di Costantinopoli (ora a Gerusalemme) risalente all’anno 1056 dal Metropolita Filoteo Bryennios ed in seguito ne furono trovati larghi frammenti in papiri del IV sec., nonche una versione in georgiano fatta sul testo greco nell’anno 430 da un vescovo di nome Geremia.

Sulla scorta di tutti questi preziosi documenti, possiamo oggi avere la sicurezza di leggere la Didaché nel suo testo originale.

Per quanto riguarda l’autore della Didachè, il suo nome e la sua nazionalità ci sono sconosciuti, ma, quasi con certezza, deve trattarsi di un cristiano convertitosi dal giudaismo; egli infatti computa i giorni della settimana al modo ebraico e molti ebraismi usa nello scrivere in greco.

Circa il luogo ove la Didachè sarebbe stata scritta, si pensa possa essere la Palestina o la Siria; infatti nella Didachè si legge: Come questo frammento di pane era prima sparso qua e là su per i monti e, raccolto, divenne una cosa sola… e tra i paesi del vicino Oriente di antica cristianità solo la Palestina e la Siria vedono nascere il frumento sugli altipiani.

Il contenuto dottrinale della Didachè si raccoglie intorno a due argomenti principali: la CHIESA ed i SACRAMENTI, e la trattazione si conclude con un accenno alta consumazione dei secoli, ritenuta prossima. La parola Chiesa sta talvolta ad indicare l’adunanza dei fedeli raccolti per la preghiera, ma più spesso significa l’insieme del fedell che, sparsi nei quattro punti’ della terra,. saranno un giorno riuniti nel regno di Dio (Did. 9, 4; 10, 5).

Dei sacramenti vengono menzionati il BATTESIMO, l’EUCARISTIA e la PENITENZA: a meno di cinquant’ anni dacché Cristo aveva fondato la Chiesa, si era gia costituito un cerimomale che essenzialmente è ancora quello dei nostri giorni.

Il Battesimo doveva essere preceduto da una istruzione morale e da un digiuno di uno o due giorni da parte del catecumeno e, se possibile, da un digiuno anche del ministro e di altre persone.

La materia del battesimo è l’acqua, la forma è espressa dalle parole: Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo (Did. 7, 3).

Il Battesimo si amministrava ordinariamente per immersione, ma se ciò non era possibile, si ricorreva alla infusione.

Ripetuti sono gli accenni nella Didache alla Eucaristia. Le prime generazioni cristiane si riunivano alla domenica per spezzare il pane (fractio panis) e per fare il rendimento di grazie (eucharistia): con queste due espressioni si indicava il sacrificio eucaristico.

In seguito con il termine Eucaristia si indicarono gli elementi con cui si rendevano grazie a Dio e cioè il pane ed il vino trasformati nel corpo e nel sangue di Cristo. Alla Eucaristia potevano partecipare i soli battezzati, i quali erano tenuti a recitare delle particolari preghiere prima e dopo la comunione.

La Penitenza è ricordata due volte: Nella assemblea farai la confessione dei tuoi peccati e non ti recherai alla preghiera in cattiva coscienza (Did., 4, 14); nel giorno del Signore, riuniti, spezzate il pane e rendete le grazie dopo aver confessato i vostri peccati, affinche il vostro sacrificio sia puro (Did. 14, 1).

Grande rilievo è dato nella Didachè alla scelta che l’uomo deve fare tra le due vie: quella che conduce al peccato ed alla morte e quella -invece che conduce alla vita. Parlando della via della vita, vengono descritti i vari doveri dell’uomo, tutti basati sul grande precetto della carità verso Dio e verso il prossimo.

Questi cenni danno un’idea dell’importanza che per la storia del cristianesimo e per la luce interiore di ogni anima ha questo breve trattato, giunto provvidenzialmente sino a noi: esso ci offre un autentico, anche se incompleto quadro della vita di quelle prime generazioni cristiane ancora commosse per la dipartita del Figlio dell’Uomo ed ardenti del desiderio di rivederlo venire insieme con tutti gli eletti sopra le nubi del cielo (Did. 16, 7).

Schema della Didachè

PARTE PRIMA

– Istruzioni morali (cc. 1-6): Le due vie.

La via della vita: pratica dell’amore di Dio e del prossimo (c. 1), fuga del peccato (cc. 2-3), adempimento dei nostri doveri (cc. 3-4).

La via della morte: peccati che la caratterizzano (c. 5), esortazione alla vigilanza (c. 6).

PARTE SECONDA

– Istruzioni liturgiche (cc. 7-10).

Il Battesimo: forma, materia e modo d’amministrarlo, preparazione al battesimo (c. 7).

Il digiuno: giorni di digiuno (c. 8,1).

La preghiera: il Pater tre volte al giorno (c. 8, 2-3).

L’ Eucaristia: preghiera per il calice, per il pane spezzato, dopo la comunione, condizioni per ricevere l’eucaristia (cc. 9-10).

PARTE TERZA

– Istruzioni disciplinari (cc. 11-15).

Condotta da tenere verso i ministri carismatici del vangelo, gli apostoli e i profeti (c. 11); verso i pellegrini (c. 12); verso i profeti e dottori (c. 13).

Istruzioni sulla sinassi eucaristica domenicale, confessione dei peccati (c. 14), gerarchia locale; correzione fraterna, esortazione a vivere secondo il vangelo (c. 15).

CONCLUSIONE ESCATOLOGICA

– Invito a vegliare nell’attesa della seconda venuta del Signore (parusia) (c.16)

Clicca qui per leggere in testo della Didachè

Perchè i Padri della Chiesa

I. NOZIONE.
Il nome di Padri è di origine orientale. Gli antichi popoli d’Oriente, infatti, onoravano con questo appellativo i maestri, considerati come autori della vita intellettuale, originata dal loro insegnamento. In tale senso i discepoli delle scuole profetiche furono denominati filii prophetarum, e il loro maestro fu detto Pater (I Reg. 10, 12; 1 Sam. 40, 35); S. Paolo si dice “padre” dei nuovi convertiti (I Cor. 4, 5).
Nella Chiesa primitiva, con questo nome vennero designati i vescovi, i quali, appunto perché ministri dei Sacramenti e depositari del patrimonio dottrinale della Chiesa, erano ritenuti generatori di quella vìta in Cristo di cui parla S. Paolo nel testo citato (cf. Martyrium Polycarpi, 12, 2; Acta Cypriani, 3, 3). A partire dal sec. IV, quando i vescovi primitivi incominciarono a essere considerati testimoni autorevoli della tradizione e giudici nelle controversie dogmatiche, si valutò soprattutto l’autorità dottrinale, e il nome di Padri si restrinse agli assertori della fede, che avevano lasciato testimonianza scritta. Ben presto però questo titolo si estese anche ai non vescovi per opera di S. Agostino, il quale citò a testimone della dottrina cattolica circa il peccato originale il contemporaneo S. Girolamo, semplice prete (Contra Iul., 1, 34; Il, 36). Però non tutti gli scrittori ecclesiastici erano atti a testimoniare la fede della Chiesa, essendo taluni caduti in gravi errori. Perciò gli scrittori ecclesiastici antichi vennero distinti in due categorie; quelli riconosciuti dalla Chiesa come testimoni della fede, e quelli che non lo erano. Il primo esempio di tale distinzione si trova nella decretale De libris recipiendis et non recipiendis del sec. VI, che va sotto il nome di papa Gelasio e che, per conseguenza, costituisce il più antico catalogo di scrittori cristiani riconosciuti come Padri della Chiesa.

Tenendo conto delle varie determinazioni a cui andò soggetto questo appellativo, quattro elementi entrano a formarne il concetto:
a) dottrina ortodossa : quali custodi infatti della tradizione ricevuta dai maggiori, debbono trasmetterla inalterata alle generazioni successive; tale ortodossia si intende nel senso di una fedele comunione di dottrina con la Chiesa, non già come immunità totale da errori anche materiali: per tutti vale l’esempio di S. Cipriano;
b) santità di vita : come maestri, occorre che i Padri della Chiesa presentino in grado elevato le virtù cristiane, non solo predicate, ma praticate; tale nota costituisce una garanzia e una sublimazione della ortodossia stessa;
c) approvazione della Chiesa: solo la Chiesa, come può definire il canone delle Scritture, così può determinare i testimoni autentici della Tradizione; non occorre tuttavia un’approvazione esplicita, è sufficiente l’implicita, quale potrebbe aversi, ad es., nella citazione di un Padre fatta da un concilio ecumenico;
d) antichità: su questo punto si è alquanto oscillato e, per vario tempo, vennero classificati tra i Padri della Chiesa anche scrittori medievali dell’epoca precedente alla scolastica. Poi prevalse una maggiore severità, ed ora l’evo patristico si fa comunemente concludere, in Occidente, con la morte di S. Isidoro di Siviglia (636), in Oriente con quella di S. Giovanni Damasceno (ca. 750).

Praticamente il nome di Padri si estende talvolta, in senso largo, ad alcuni scrittori della prima età che non furono santi, o che, in qualche momento della loro produzione, non furono ortodossi, come, p. es. , Tertulliano, Origene, Eusebio di Cesarea. Gli eminenti servigi resi da tali uomini, per altri motivi, spiegano le eccezioni: a costoro più propriamente si addice il titolo di “scrittori ecclesiastici”. La categoria dei Padri della Chiesa si identifica solo in parte con quella dei Dottori della Chiesa, per i quali se non è necessaria la nota dell’antichità, è però richiesta una eminens eruditio e il riconoscimento esplicito da parte della Chiesa.

II. AUTORITA’.
L’importanza dei Padri della Chiesa non è soltanto di ordine letterario o storico, ma soprattutto si fonda sulla loro dottrina, desunta dalla Tradizione come fonte di fede. Ciò deriva dalla connessione strettissima che essi ebbero con il magistero infallibile della Chiesa. Furono in gran parte vescovi e la loro azione intellettuale fu come il respiro della Chiesa stessa. Ai loro tempi costituivano di fatto il magistero o almeno la parte principale di esso, in quanto tutta la Chiesa docente e discente mirava ad essi, delegava loro la propria difesa, ne accoglieva gli scritti e li circondava di approvazione e di lode. Questo complesso di circostanze li costituiva voce autorevole nella Chiesa e legava il loro operato alla responsabilità del suo magistero. Se avessero errato, l’organo stesso dell’infallibilità sarebbe stato compromesso. Da ciò si deduce che i Padri della Chiesa hanno tutti i requisiti per essere considerati testimoni garantiti e qualificati della inalterata tradizione divina.
Tale concezione, naturalmente, esula dalla dottrina dei protestanti, i quali, rigettando il concetto cattolico di Tradizione, nel campo della fede non ammettono altra guida che la S. Scrittura: non possono quindi attribuire ai Padri altra autorità che l’umana.
D’altra parte, non in tutto i Padri della Chiesa sono strumenti sicuri delle verità rivelate.
Prescindendo dalle dottrine che rientrano nel dominio della ragione, pure in ciò che riguarda la fede e la morale molte espressioni e detti loro valgono solo come punti di passaggio, non già come formulazione definitiva della dottrina. Più di una volta infatti hanno corretto se stessi, e, non di rado, solo dopo un severo esame e vivaci dispute sono giunti a una più esatta esposizione della dottrina tramandata. Occorre inoltre tenere presente che i loro talenti intellettuali sono assai diversi; che sono anelli nella trasmissione della dottrina, non il termine; che non sono ispirati ed esenti da errori; che i loro scritti sono per lo più occasionali, di circostanza e non esposizioni sistematiche delle verità di fede; che prima delle controversie parlano spesso senza precauzioni. Quindi, secondo il detto di S. Agostino, “bisogna pesare le loro voci e non contarle” (Contra Iul., 2, 35). Ciò fa distinguere in essi un duplice aspetto : quello di teste della Tradizione, su cui si estende la garanzia della Chiesa, e quello di dottore privato, che non ha quella garanzia, ma tanto è attendibile quanto sono la sua eccellenza intellettuale, la santità, e, soprattutto, le ragioni che adduce.

Per valutare convenientemente l’autorità dei Padri della Chiesa, i teologi sogliono proporre le seguenti norme:
a) nessun Padre per sé è infallibile, eccetto il caso che sia stato papa e abbia insegnato ex cathedra, o se ed in quanto i singoli passi dei suoi scritti siano stati convalidati da un concilio ecumenico; è stata perciò giustamente riprovata da Alessandro VII l’esagerazione dei giansenisti, che giunsero a preferire l’autorità di un solo Padre (in concreto, S. Agostino) al magistero vivente della Chiesa (Denz-U, 320);
b) il consenso unanime dei Padri in materia di fede e di costumi è da considerarsi autorità irrefragabile, perché equivale alla dottrina stessa della Chiesa: questo è stato l’insegnamento dei Concili Tridentino (sess. IV) e Vaticano I (sess. III, 22), che proibirono di dare alla S. Scrittura un significato contrario alla dottrina concorde dei Padri della Chiesa; tale consenso non richiede tuttavia l’unanimità numerica, è sufficiente quella morale, quale potrebbe aversi anche dalla testimonianza di pochi, purché dalle circostanze in cui fu emessa si possa arguire che essa rispecchia la fede comune della Chiesa;
c) qualora manchi tale consenso, la dottrina di uno o più Padri, specialmente se contrasta con quella di altri, non è da ammettersi come certa, non per questo però deve essere trascurata.
d) I Padri che, con l’approvazione della Chiesa, si sono distinti nel combattere speciali eresie, valgono come autorità classiche nei dogmi relativi. Così S. Cirillo Alessandrino nella cristologia e S. Agostino nella dottrina della Grazia.

III. EPOCA DEI PADRI.
E’ delimitata entro i confini dell’antichità cristiana sopra stabiliti, e si suddivide in tre periodi d’ineguale estensione, ma sotto certi aspetti di eguale importanza.

1. Periodo delle origini. – Arriva fino al Concilio di Nicea (325) ed è quello che maggiormente interessa la critica moderna, la cui attenzione è rivolta in modo particolare alle origini cristiane. Appartengono a quest’epoca i Padri Apostolici, i cui scritti, sebbene scarsi di valore letterario o filosofico, riflettono tuttavia l’eco immediata della predicazione apostolica, ed informano come venne intesa e realizzata fin dagli inizi la costituzione impressa da Cristo alla sua Chiesa. Tale autorità è condivisa solo in parte dai Padri apologisti del sec. II, e ancor meno dai Padri controversisti del secolo successivo; in compenso questi ultimi offrono i primi saggi di sistemazione dottrinale, che ne fanno dei veri precursori dei grandi maestri del periodo aureo.

2. Periodo aureo. – E’ il più breve, in quanto termina con la morte di S. Agostino (431), ma è anche quello del massimo splendore della letteratura patristica. Crisi dottrinali profonde, come l’ariana e la pelagiana, travagliarono in questo tempo la Chiesa. I Padri di quest’epoca, impegnati nelle grandi dispute, seppero dare un contributo decisivo alla sistemazione della scienza teologica. Emergono tra essi le figure di S. Atanasio, S. Basilio, S. Gregorio Nazianzeno, S. Giovanni Crisostomo, considerati come i Dottori massimi della Chiesa orientale; mentre in Occidente dominano incontrastati S. Girolamo, il Dottore delle Scritture, S. Ambrogio, il Dottore dell’indipendenza della Chiesa, S. Agostino, che non è soltanto il Dottore della Grazia, ma il Dottore universale, colui che per vari secoli fu il principale, se non l’unico ispiratore del pensiero cristiano occidentale.

3. Periodo della decadenza. – Si estende dalla morte di S. Agostino fino al termine dell’evo patristico. E’ un periodo di lento decadimento, causato dalle invasioni barbariche in Occidente, e dal dispotismo degli imperatori in Oriente. Le grandi opere vennero quasi del tutto a mancare, e quelle poche che si scrissero risentono la stanchezza e la mancanza di originalità. Ciò non impedisce che emergano ancora qua e là figure grandissime, come quelle di S. Giovanni Damasceno e di S. Gregorio Magno. Ma queste non sono che felici eccezioni, che non distruggono l’impressione dell’insieme. L’importanza dei Padri di quest’epoca consiste soprattutto nell’aver conservato i tesori dell’antico sapere teologico, cosicché, posti come anello di congiunzione tra il mondo antico che tramonta. e quello nuovo che s’inizia, ebbero il merito di porre i fondamenti della successiva civiltà medievale.

IV. STUDIO DEI PADRI.
Di queste figure di scrittori e pensatori si occupano due scienze importanti, che comunemente sogliono considerarsi come distinte: la patrologia, che studia il momento storico-letterario dei Padri, cioè direttamente gli scritti e, in relazione ad essi, la vita dei singoli autori; la patristica, che riguarda l’aspetto dottrinale, e si considera come l’esposizione sistematica delle prove dedotte dagli scritti patristici in dimostrazione dei dogma

V. LINGUA DEI PADRI.
Fino a quasi tutto il sec. II la lingua dei Padri fu il greco. Ciò non fa meraviglia, se si pensa che il cristianesimo reclutò i suoi primi seguaci fra elementi di origine prevalentemente orientale. Il greco inoltre era in quel tempo la lingua internazionale per eccellenza, compresa non solo in Oriente, ma ancora in tutte le regioni bagnate dal Mediterraneo, almeno per quanto riguarda il ceto colto. Era del resto la lingua che, per l’alto grado del suo sviluppo, meglio si prestava ad esprimere la ricchezza del pensiero cristiano.

Dopo il sec. III, nell’Oriente, pur restando sempre in onore il greco, vennero usati anche idiomi locali, specialmente l’armeno e il siriaco, mentre nell’Occidente, a partire dall’anno 380, incominciarono le prime manifestazioni letterarie in lingua latina; questa in seguito diventò la lingua esclusiva dei Padri occidentali.

I più antichi documenti patristici restano fuori dalla tradizione letteraria greca. Da principio, infatti, sull’esempio dei redattori della versione dei Settanta e degli agiografi neotestamentari, i Padri, per meglio adattarsi all’intelligenza del popolo, si servirono del greco volgare della coiné, quale si era sviluppato in Alessandria, sotto l’influsso dei circoli giudeo-ellenistici. Ma già negli apologisti del sec. II si riscontra un certo avvicinamento alle norme linguistiche tradizionali. Fu Clemente Alessandrino ad operare il distacco definitivo dalle forme popolari: dopo di lui, l’utilizzazione degli autori classici rientrò nella prassi comune dei Padri greci, e il sec. IV, che vide un vero fiorire di umanesimo cristiano, produsse capolavori tali del pensiero cristiano che, per la purezza della lingua, possono gareggiare con i più autentici modelli della letteratura greca.

Per quanto riguarda l’uso del latino, è già stata rilevata la sua tardiva comparsa tra i Padri occidentali, dovuta non solo alle cause sopra accennate, ma ancora all’indole stessa di questo idioma che, a differenza del greco, è poco malleabile per esprimere idee nuove e astratte. In compenso, sotto l’influenza creatrice degli scrittori cristiani, specialmente di Tertulliano e S. Cipriano, la lingua di Roma entrò in una nuova fase di sviluppo. Il suo lessico, di cui Seneca aveva già lamentato la povertà, si arricchì sostanzialmente di elementi nuovi, derivati in parte dal tesoro linguistico greco, in parte da molti idiotismi dell’epoca e da forme in uso nella tecnica giuridica, e finalmente da neologismi. Ne risultò il latino ecclesiastico, lingua freschissima, piena di vita, strumento docile del pensiero. Per lungo tempo questo latino dei Padri venne ingiustamente disprezzato dagli eruditi, quasi che la letteratura latina avesse detto la sua ultima parola verso la fine del sec. II. I più recenti studi sulla lingua di S. Cipriano, S. Ambrogio, S. Girolamo, S. Agostino e altri hanno dimostrato che i Padri non hanno scritto in maniera indegna dei migliori rappresentanti della latinità classica, pur avendo fatto uso di termini e costruzioni inedite. Per opera loro la letteratura latina, rinnovellata dall’ideale evangelico, da romana si è fatta cristiana; ad essi anzi spetta quasi esclusivamente il merito di aver conservato alto, in tempo di decadenza letteraria, il prestigio della cultura e delle lettere di Roma.

Patrologia e Patristica

Vocaboli di origine protestante. Nella teologia luterana del sec. XVII si cominciò a parlare di una “theologia patristica” nel senso di una collezione di testimoni dei Padri per i singoli dogmi. Questo concetto teologico del termine “patristica” si confuse con il concetto letterario di “patrologia”, che come termine fu usato per la prima volta dal teologo luterano Johs Gerhardus (m. nel 1637) nella sua opera Patrologia, sive de primitivae Ecclesiae christianae Doctorum vita ac lucubrationibus opuspostumum (lena 1653).
Ma se i due termini “patrologia” e “patristica” sono di origine protestante, i due concetti, quello teologico e l’altro letterario, per valutare gli scrittori ecclesiastici della Chiesa antica, si trovano già nella letteratura cattolica. Il concetto di “Padre” è di carattere dogmatico, avendo la sua base nella prova dogmatica della tradizione, mentre l’esigenza di considerare gli scrittori antichi sotto un aspetto letterario si manifesta già nel De viris illustribus di s. Girolamo.
Partendo dal concetto dogmatico di “padre” la patristica (o patrologia) si avvicina, come disciplina teologica, alla dogmatica o alla storia dei dogmi; seguendo la strada iniziata da s. Girolamo si arriva alla “storia della letteratura cristiana antica”, cioè a una disciplina particolare della storia della Chiesa. La scienza cattolica ha scelto e l’una e l’altra via.

L’opera, già citata di s. Girolamo (ed. di C. A. Bernoulli; Friburgo in Br. 1895, di E. C. Richardson, Lipsia 1896; v.: H. Edmonds, 2a ed., in Altertum, Lipsia 1941, P. 348 sg.) resa pubblica nell’anno 392, è in fondo nient’altro che un catalogo, il quale non esclude né scrittori giudaici (Filone, Flavio Giuseppe e Giusto di Tiberiade), né autori scismatici ed eretici e annovera nel suo elenco letterario anche gli Evangelisti. L’operetta aveva scopo apologetico, perché voleva dimostrare contro Celso, Porfirio e l’imperatore Giuliano che nella Chiesa non erano mai mancati filosofi eloquenti e dottori. Nella forma Girolamo ha copiato Svetonio, nel contenuto dipende da Eusebio (Historia ecclesiastica e Chronicon), ma non mancano notizie che si basino su letture proprie. La critica di testi biblici è assai libera, il profilo dello stile caratteristico di singoli autori è superficiale (non paragonabile con la critica letteraria di Fozio; sull’opera di Girolamo, cf. C. A. Bernoulli, Der Schriftstellerkatalog des Hieronymus, Friburgo in Br. 1895; St. von Sychowski, Hieronymus als Literaturhistoriker, Munster 1894; A. Feder, Studien zum Schriftstellerkatalog des hl. Hieronymus, Friburgo 927; P. Courcelle, Les lettres grecques en Occident, Parigi 1943, P. 78 sg.).
Verso il 480 il sacerdote semipelagiano Gennadio di Marsiglia scrisse una continuazione dell’opera di s. Girolamo; perciò la maggior parte dei manoscritti di Girolamo contiene anche la continuazione di Gennadio. L’opera di Gennadio è più accurata, più teologica di quella di Girolamo, ma rivela anche la sua posizione semipelagiana (13. Czapla, Gennadius als Literaturhistoriker, Munster 1898; F. Diekamp, Wann hat Gennadius seinen Schriftstellerkatalog verfasst, in Romische Quartalschr., 12 [1898], P. 411 sg.; A. Feder, Der Semipelagianismus im Schriftstellerkatalog des G., in Scholastik, 2 [1927], P. 481 sg.; id., Die Entstehung und Veróffentlichung des gennadianischen Schriftstellerkatalogs, ibid., 8 [1933], p. 27 sg.; id., Zusatze des Gennadian. Schriftstellerkatalogs, ibid., P. 380 sg.; P. Courcelle, Les lettres grecques en Occident, Parigi 1943, P. 221 sg.).
Continuatori di s. Girolamo e Gennadio con particolari interessi per gli scrittori spagnoli furono Isidoro di Siviglia (tra il 615 e il 618: PL 83, 1081-1106) e il suo discepolo Ildefonso di Toledo (m. nel 667: PL 96, 195 sg.; cf. G. V. Dzialowski, Isidor und Ildefons als Literaturhistoriker, Munster 1898; F. Schutte, Studien úber den Schriftstellerkatalog des hl. Isidor, in M. Sdralek, Kirchengeschichtliche Abhandlungen, Breslavia 902, P. 75 sg.; M. Ihm, Beitráge zur alten Geschichte und griech.-rómischen Altertumskunde [Festschrift fur 0. Hirschfeld], Berlino 1903, P. 341 sg.; H. Koeppler, in Journal of theolog. studies, 38 [1936], p. 16 sg.).
Mentre in Bisanzio Fozio riprese lo studio dei Padri insieme con quello degli autori antichi (il suo Myriobiblon = Biblioteca : PG 103-104), nell’Occidente la letteratura dei De viris illustribus fu di nuovo iniziata nel sec. XI da Sigeberto di Gembloux (m. nel 1112: PL 16o, 547 sg.), in Belgio da Onorio di Autun (ca. il 1122) nel suo De luminaribus Ecclesiae (PL 172, 197 sg.) e dal cosiddetto Anonymus Mellicensis (De scriptoribus ecclesiasticis: PL 213, 959 sg.) e nel sec. XV da Giovanni Tritemio.
Tutti questi autori si basano per l’epoca patristica su s. Girolamo e Gennadio. Le loro opere sono importanti per la conoscenza degli scrittori della loro epoca; per la ricostruzione del testo di Girolamo e Gennadio questa tradizione indiretta è di scarso valore (v. A. Feder, Studien Zum Schriftstellerkatalog des hl. Hieronymus, Friburgo in Br. 1927, P. 90).
La linea di questi “nomenclatores” (v. I. A. Fabricius, Bibliotheca ecclesiastica, Amburgo 1718) fu continuata con Giovanni Gerhardus, Giuseppe Húlsemann ecc. da parte dei luterani, e con s. Roberto Bellarmino nel suo Liber de scriptoribus ecclesiasticis (Roma 1613), edizione aumentata da F. Labbé (Parigi 1670) e da Casimiro Oudin (ivi 1682), da parte cattolica.
Il primo grande tentativo di una trattazione critica dell’antica letteratura cristiana fu dato da Louis Ellies Du Pin (m. nel 1719) con la sua Nouvelle bibliothèque des auteurs ecclésiastiques, ecc. (Parigi 1686-1711) in 47 voll. (v. Reusch, Index der verbotenen Búcher, Il, i, p. 586). Il libro, che fu messo all’Indice, suscitò molte polemiche letterarie (M. Petit-Didier, R. Simon, R. Ceillier ed altri). La mancanza di rispetto nel linguaggio ed il gallicanismo furono le cause principali della condanna di questa opera.
Un lavoro di pregio è l’Apparatus ad Bibliothecam maximam Patrum veterum (Parigi 1604), di Le Nourry, ma il capolavoro critico-storico sono i famosi Mémoires pour servir à l’histoire ecclésiastique des six premiers siècles di L. S. Le Nain de Tillemont ([n. nel 1698], Parigi 1693-1712) in 16 voll., opera che ancora oggi viene consultata con profitto dagli studiosi.
Nel campo protestante sono da menzionare in quest’epoca i lavori di William Cave, James Usher, John E. Grabe (v.), John Pearson, H. Dodwell, anglicani che per difendere la loro posizione dogmatica erano costretti ad occuparsi dei Padri.
Accanto ad essi si possono ancora menzionare gli studi di Le Clere, Dallaeus e Oudin.
Dei lavori riguardanti la storia della letteratura antica cristiana nell’epoca moderna si ricordano: J. A. Móhler, Patrologie (vol. 1 [unico], Ratisbona 1840); J. Nirschl, Lehrbuch der Patrologie und Patristik (3 voli., Magonza 1881-85), I. Fessler, Institutiones Patrologiae (2.a ed. di Jungmann, Innsbruck 1890-96); Ad. Harnack, Geschichte der altkirchlichen Literatur bis auf Eusebius (3 voll., Lipsia 1893-1904); H. Kihn, Patrologie (Paderborn 1904-1908); O. Bardenhewer, Patrologie (3 II ed. Friburgo 19 io); id., Geschichte der altchristlichen Literatur (5 voli., ivi 1913-32); H. Jordan, Geschichte der altchristlichen Lìteratur (Lipsia 1911); I. Tixeront, Mélanges de patrologie et d’histoìre des dogmes (Parigi 1921); H. Lietzmann, Christliche Literatur (Lipsia 1923); F. Cayré, Précis de Patrologie (2 voll., Parigi 1927-1930); B. Steidle, Patrologia (Friburgo 1937); U. Mannucci, Istituzioni di patrologia (ed. di A. Casamassa, Roma 1948-5o); E. I. Goodspeed, A History of early christian literature (Chicago 1942); B. Altaner, Patrologie (2a ed., Friburgo 1950; anche in trad. it. riveduta da A. Ferrua, Torino 1944); J. Quasten, Patrology, I. The Beginnings of Patristic Literature (Utrecht-Bruxelles 1950).
Opere speciali che riguardano la patristica greca : K. Krumbacher-A. Ehrhard, Geschichte der byzantinischen Literatur (2a ed., Monaco 1897); O. Stahlin, Die altchristliche griechische Literatur, in W. v. Christ, Geschichte der griechischen Literatur (2 voli., 6a ed., ivi 1924); A. Puech, Littérature grecque chrétienne (Parigi 1928); I. M. Campbell, The Greek Fathers (Londra 1929).
Sulla conoscenza dei Padri greci nella Chiesa latina v. : P. Courcelle, Les lettres grecques en Occident (Parigi 1943); A. Siegmund, Die Uberlieferung der griechischen Literatur in der lateinischen Kirche bis zum 12. Jahrhundert (Monaco 1949).
Opere speciali sulla patristica latina : P. Monceaux, Histoire littéraire de l’Afrique chrétienne (7 voll., Parigi 1901-23); R. Pichon, Etudes sur l’histoire de la littérature latine dans les Gaules (ivi 1906); W. S. Teuffel, Geschichte der romischen Literatur (III, 6a ed., Lipsia 1913; gli autori cristiani sono trattati da E. Klostermann); M. Schanz, G. Hosius, G. Kruger, Geschichte der rom. Literatur (III, 3a ed., ivi 1922; IV, I, ivi 1914; IV, II, ivi 1920); la letteratura cristiana è trattata da G. Kruger); U. Moricca, Storia della letteratura latina cristiana, 3 voli., in 5 tomi (Torino 1915-1934); P. Monceaux, Histoire de la littérature latine chrétienne (Parigi 1924); C. Weymann, Beitráge zur Geschichte der christlich-lateinischen Poesie (Monaco 1926); N. Terzaghi, Storia della letteratura latina da Tiberio a Giustiniano (Milano 1934); L. Salvatorelli, Storia della letteratura latina cristiana (ivi 1936); E. Bickel, Lehrbuch der Geschichte der rómischen Literatur (Heidelberg 1938); P. de Labriolle, Histoire de la littérature latine chrétienne, 3a ed. di G. Barzy (2 Voll., Parigi 1947); P. Courcelle, Histoire littéraire des grandes invasions germaniques (ivi 1948); E. Dellers, Clavis Patrum latinorum (Steenbrugge 1951, in Sacris erudiri, III).
La trasmissione dei Padri nella vita della Chiesa durante il medioevo e ì tempi moderni è stata trattata negli ottimi studi di J. de Ghellinck, Patrìstique et moyen-áge (3 voll., Bruxelles 1946-48).
I riflessi della letteratura cristiana sulla letteratura europea sono studiati da E. R. Curtius, Europáische Literatur und lateinisches Mittelalters (Berna 1948).

LA PUBBLICAZIONE DEI TESTI PATRISTICI.

È stato l’umanesimo che ha dato l’impulso alla prima stampa dei testi patristici. Alcune di queste pubblicazioni hanno il valore di un manoscritto perché molti codici di allora sono andati perduti. Le prime edizioni critiche uscirono nei sec. XVII e XVIII. Come editori sono da menzionare Fronton le Due (”Ducaeus”, m. nel 1624), l’editore di Crisostomo e Giovanni Damasceno, Jacques Sirmond (m. nel 1651), Jean Garnier (m. nel 1681), Fr. Combefis (m. nel 1679), I. B. Cotelier (m. nel 1686) e i grandi rappresentanti della Congregazione benedettina di S. Mauro (V. MAURINI): I. L. D’Achéry (m. nel 1685), Jean Mabillon (v.), R. Massuet (m. nel 1716, editore di s. Ireneo), P. Constant (m. nel 1721), Le Nourry (m. nel 1724), Julien Garnier (m. nel 1725, editore di Basilio), Ch. de la Rue (m. nel 1739, editore di Origene), B. de Montfaucon (v.), P. Maran (m. nel 1762). Le prime grandi collezioni sono la Sacra bibliotheca veterum Patrum (Colonia 1618-22) o Maxima bibliotheca veterum Patrum (27 voll., Lione 1677).

Ancora di valore oggi è la Bibliotheca veterum Patrum di Andrea Gallandi (14 Voll., Venezia 1764-81; 2.a ed. ivi 1788).
In fondo, la grande Patrologia di J.-P. Migne (v.) è la continuazione di queste vecchie Bibliothecae Patrum . Il Migne poteva aumentare la sua edizione in seguito alle numerose pubblicazioni dei card. A. Mai (v.) e Jean Baptiste Pitra (v.); per l’edizione del Migne v. ancora F. Cavallera, Patrologiae cursus completus. Series graeca. Indices (Parigi 1912); Th. Hopfner, Index locupletissimus (ivi 1928 sg.). Edizioni critiche di tutti gli scrittori ecclesiastici latini dal I al VII sec. sono state progettate dall’Accademia di Vienna (dal 1866). Finora sono stati pubblicati di questo Corpus scriptorum ecclesiasticorum latinorum (CSEL o CV) 70 voll. Una collezione corrispondente per i Padri greci è Die griechischen christlichen Schriftsteller der ersten drei Jahrhunderte (GCS o CB, pubblicati dall’Accademia di Berlino (dal 1897), finora 4, voll. Alla preparazione dei testi greci serve la collezione : Texte und Untersuchungen zur Geschichte der altchristlichen Literatur, ed. O. V. Gebhardt e A. Harnack (Lipsia 1882 sg.). Questa collezione ha la sua corrispondente nella collezione: Texts and Studies. Contributions to Biblical and Patristic Literature, ed. I. A. Robinson (Cambridge 1891) ed in un senso più largo in Studi e testi (pubblicazioni della Biblioteca Vaticana, Roma 1900 sgg.; v. A. M. Albareda, Nel cinquantesimo di “Studi e testi”, Città del Vaticano 1950). Delle collezioni per usi scolastici vanno nominati Florilegium Patristicum, ed. B. Geyer e I. Zellinger (44 fase., Bonn 1904 sg.); Cambridge Patristic Texts, ed. A. I. Mason (Cambridge 1899 sg.); Textes et documents pour l’étude historique du christianisme ed. H. Hemmer P. Lejay (20 Voli., Parigi 1904-12), Testi cristiani, con versione italiana di G. Manacorda (Firenze 1930 sg.); Corona Patrum Salesiana (Sanctorum Patrum graecorum et latinorum opera selecta, addita interpretatione vulgari), ed. P. Ricaldone (Torino 1937 sg.); Sources chrétiennes, ed. H. de Lubac e i. Daniélou (Parigi 1941 sg.).

BIBLIOGRAFIA:

Letteratura patristica: A. Ehrhard, Die altchristl. Liter. und ihre Erforschung seit 1880, Friburgo i, Br. 1894, continuazione, 1900; F. DrexI, io Jahre griechischer Patristik, in Bursians Jahresberichte uber die Fortschritte der klassisch. Altertumswiss., 220 (1929), pp. 131-263; ibid., 230 (1931), PI. 163-273; I. Martin, Christ-latein. Dichter, ibid., (1929), pp. 65-140; W. Wilbrand, Die altchrist.-Latein. Liter., ibid., 256 (1930), pp. 157-206; G. Kruger, A Decade of Research in early christ. Liter. (1921-30), in Harvard Theolog. Review, 26 (1933), p. 173 sg.; G. Madoz, Un decenio de estudios patrísticos en Espana (1931-40), in Rev. espanola de teol., 1 (1940, PI). 919-62; id., Segundo decenio de estudios sobre patrística espanola 1941-50 (Estudios Onienses, sez. I, Vol. 5), Madrid 1951; B. Altaner, DerStand der Patrologisch. Wissensch. und das Problem einer neuen altchristl. Literaturgesch., in Misc. Giov. Mercati, 1, Città del Vaticano 1946, p. 483 sg.; I. De Ghellinck, Les recherches batristiques, progrès et problèmes, in Mélanges F. Cavallera, Tolosa 1948, p. 65 sg.; Dix années d’études byzantines, Bibliogr. internat. 1939-48, Parigi 1949.

Erik Peterson

(Tratto dall’Enciclopedia Cattolica)

Papia di Gerapoli

Papia nacque probabilmente a Gerapoli, verso l’anno 70 A.D..

Ireneo, nel V libro della sua opera “Adversus Haereses” scritta nel 190 A.D., lo dice discepolo di Giovanni e compagno di Policarpo e lo chiama uomo antico, appartenente cioè a quella generazione di uomini, che era vissuta tra il 70 ed il 160 ed aveva conosciuto almeno qualcuno degli apostoli e parecchi dei loro immediati successori.

Papia fu vescovo di Gerapoli in Frigia ed era ancora vivo verso l’anno 135. Morì intorno al 150d.c..

Egli scrisse un’opera dal titolo “Spiegazione dei detti del Signore”, che si fa risalire all’inizio del secondo secolo.

Di quest’opera ci sono giunti, purtroppo, solo alcuni frammenti, riportati in parte nel loro testo originale, in parte in forma riassuntiva da

Ireneo, Ippolito, Eusebio, Apollinare di Laodicea, Filippo Sidete e da altri ancora.

Questi frammenti sono importanti perché attingono, attraverso la schietta voce della tradizione, a fonti molto vicine all’epoca in cui Cristo visse.

Frammenti

  1. Frammento in Ireneo, Adversus haereses, V, 33,3-4.
  1. Papia, il millenarista

    1. Un giorno anche il mondo creato, rinnovato e liberato dalla maledizione divina, produrrà in abbondanza, dalla rugiada del cielo e dalla fecondità della terra, ogni sorta di cibi. Così i presbiteri, che videro Giovanni discepolo del Signore, ricordano d’avere udito da lui, che riferiva gli insegnamenti del Signore intorno a quei tempi dicendo:

    2. “Verranno giorni in cui sorgeranno vigne, che avranno ciascuna diecimila viti; ogni vite avrà diecimila tralci; ogni tralcio avrà diecimila bracci; ogni braccio diecimila pampini, ogni pampino diecimila grappoli; ogni grappolo diecimila acini; ogni acino, spremuto, darà venticinque metrete di vino.

    3. E quando uno dei santi prenderà uno di questi grappoli, l’altro griderà: Io sono un grappolo migliore, prendi me; e per mezzo mio benedici il Signore. Similmente anche un chicco di frumento produrrà diecimila spighe; ogni spiga avrà diecimila chicchi; ogni chicco darà cinque bilibbre di semola bianca e netta. Anche gli altri frutti, semi ed erbe saranno proporzionati a quelli. E tutti gli animali, cibandosi di quei frutti che si cavano dalla terra, saranno pacifici e concordi tra loro e pienamente soggetti agli uomini”.

    4. Di queste cose anche Papia, discepolo di Giovanni e compagno di Policarpo, uomo antico, fornisce testimonianza per scritto, nel quarto dei suoi libri. Ne scrisse infatti cinque. E aggiunse anche questo:

    5. “Queste cose sono credibili per coloro che hanno fede. Anche Giuda il traditore, aggiunge egli (Papia), non credendo domandò: Come il Signore compirà tali generazioni? E il Signore rispose: Vedranno coloro che verranno in quel tempo”.

  2. Frammento in Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica, III, 39, 1-16.

    La questione del presbitero Giovanni

    1. Di Papia ci sono tramandati cinque libri intitolati: Cinque libri di spiegazione dei detti del Signore. Ne fa menzione anche Ireneo, come dell’unica opera scritta da lui, dicendo a un dipresso così: Queste cose anche ecc. (cfr. IRENEO, V, 33, 4; vedi framm. I, 4).

    2. Così [dice] Ireneo. Però lo stesso Papia, nel proemio dei suoi discorsi, rivela di non esser stato affatto uditore e spettatore dei santi Apostoli; ma insegna d’avere appreso le cose che riguardano la fede dai loro familiari. Ecco come egli si esprime:

    3. “Non esiterò ad aggiungere alle [mie] spiegazioni ciò che un giorno appresi bene dai presbiteri e che ricordo bene, per confermare la verità di queste [mie spiegazioni]. Poiché io non mi dilettavo, come fanno i più, di coloro che dicono molte cose, ma di coloro che insegnano cose vere; non di quelli che riferiscono precetti di altri, ma di quelli che insegnano i precetti dati dal Signore alla [nostra] fede e sgorgati dalla stessa verità.

    4. Che se in qualche luogo m’imbattevo in qualcuno che avesse convissuto con i presbiteri, io cercavo di conoscere i discorsi dei presbiteri: che cosa disse Andrea o che cosa Pietro o che cosa Filippo o che cosa Tommaso o Giacomo o che cosa Giovanni o Matteo o alcun altro dei discepoli del Signore; e ciò che dicono Aristione ed il presbitero Giovanni , discepoli del Signore.

    Poiché io ero persuaso che ciò che potevo ricavare dai libri non mi avrebbe giovato tanto, quanto quello che udivo dalla viva voce ancora superstite .

    5. E qui conviene osservare che Papia pone due volte il nome di Giovanni: il primo [Giovanni] lo annovera con Pietro, Giacomo e Matteo e gli altri Apostoli, ed è evidente che vuole indicare l’Evangelista. Egli poi distingue nella sua esposizione, e colloca il secondo Giovanni tra gli altri che sono fuori del numero degli Apostoli , anteponendo a lui Aristione;

    6. e lo chiama espressamente presbitero. Resterebbe quindi confermata l’asserzione di coloro che sostengono che in Asia ci furono due personaggi che portavano questo stesso nome e che in Efeso vi sono due tombe chiamate ambedue ancora oggi di Giovanni. Bisogna fare attenzione a costoro: perché se si esclude il primo, è verosimile che il secondo abbia avuto la rivelazione (Apocalisse), che ci fu tramandata sotto il nome di Giovanni.

    7. Questo Papia, di cui parliamo, confessa di avere ricevuto i detti degli Apostoli da coloro che li avvicinarono e di essere invece stato uditore diretto di Aristione e del presbitero Giovanni. Egli ricorda sovente i loro nomi e nei suoi scritti riferisce ciò che essi hanno tramandato. Anche questo possa non essere stato detto inutilmente.

    8. Alle testimonianze di Papia, riferite sopra, mette conto che ora se ne aggiungano altre, nelle quali egli narra alcuni fatti prodigiosi e fornisce altre notizie, pervenute a lui dalla tradizione. q. Abbiamo già detto sopra che l’apostolo Filippo aveva dimorato a Gerapoli con le sue figlie. Bisogna ora che io riferisca una storia meravigliosa che Papia, che viveva in quei tempi, dice d’avere appreso dalle figlie di Filippo. Egli parla infatti della risurrezione di un morto, avvenuta ai suoi tempi, e poi ancora di un altro miracolo accaduto a Giusto, soprannominato Barsaba, il quale bevette un veleno mortifero, e, per la grazia del Signore, non ne ebbe danno.

    10. Questo Giusto è colui che, dopo l’ascensione del Signore, i santi Apostoli avevano proposto insieme a Mattia ed avevano poi fatta orazione affinché la sorte designasse quale dei due avrebbe dovuto completare il loro numero, invece di Giuda il traditore. Il libro degli Atti narra così il fatto: “E proposero due, Giuseppe, chiamato Barsaba e soprannominato il Giusto, e Mattia; e pregarono dicendo…”

    11. Il medesimo Papia ci fornisce altre notizie pervenute a lui dalla tradizione non scritta, alcune strane parabole e alcuni insegnamenti del Salvatore, e altre cose piuttosto favolose.

    12. Tra le quali egli dice anche che, dopo la risurrezione dei morti, vi sarà un periodo di mille anni, nel quale si stabilirà su questa terra il regno materiale di Cristo. Io credo che queste sue concezioni derivino dall’avere frainteso le narrazioni degli Apostoli, non avendo egli capito che gli Apostoli si esprimevano con un linguaggio simbolico per mezzo di figure.

    13. Egli infatti appare uomo d’ingegno molto limitato, come si può arguire dai suoi scritti. Tuttavia la sua opinione fu adottata da molti scrittori ecclesiastici venuti dopo di lui, che s’appoggiano alla sua antichità, come Ireneo e qualcun altro che mostrò d’avere le sue stesse idee . 14. Nella sua opera egli ci riferisce anche altre spiegazioni del sopraricordato Aristione sui discorsi del Signore e tradizioni del presbitero Giovanni, alle quali noi rimandiamo i lettori desiderosi d’imparare. Ora è necessario che noi, alle testimonianze sopracitate, facciamo seguire la tradizione che egli riferisce intorno a Marco, autore del Vangelo. Ecco le sue parole:

    15. “Anche questo diceva il presbitero: Marco, interprete di Pietro, scrisse con esattezza, ma senza ordine, tutto ciò che egli ricordava delle parole e delle azioni di Cristo; poiché egli non aveva udito il Signore, né aveva vissuto con Lui, ma, più tardi, come dicevo, era stato compagno di Pietro. E Pietro impartiva i suoi insegnamenti secondo l’opportunità, senza l’intenzione di fare un’esposizione ordinata dei detti del Signore. Cosicché non ebbe nessuna colpa Marco, scrivendo alcune cose così come gli venivano a mente, preoccupato solo d’una cosa, di non tralasciare nulla di quanto aveva udito e di non dire alcuna menzogna a riguardo di ciò”. Questo fu raccontato da Papia intorno a Marco.

    16. Di Matteo poi disse questo:

    “Matteo scrisse i detti [del Signore] in lingua ebraica; e ciascuno poi li interpretava come poteva”. Papia si serve di testimonianze ricavate dalla prima lettera di Giovanni e dalla prima di Pietro. Ed espone anche un altro racconto, di una donna accusata presso il Signore di molti peccati , racconto contenuto nel Vangelo degli Ebrei. Anche queste notizie, che abbiamo aggiunto alle riferite, possano non essere senza utilità.

  3. Frammento in frammento di Apollinare di Laodicea

La morte di Giuda

1. Giuda non morì al capestro, ma, liberato dal laccio prima di soffocare, visse ancora. Lo dimostrano anche gli Atti degli Apostoli, dicendo che egli cadde in avanti e si aprì nel mezzo e si sparsero le sue viscere . Questo lo narra più apertamente Papia, discepolo di Giovanni, nel quarto libro della spiegazione dei detti del Signore, dicendo così:

2. “Grande esempio d’empietà fu in questo mondo Giuda, le cui carni gonfiarono talmente, che, per dove sarebbe facilmente passato un carro, non avrebbe potuto passare lui, anzi neppure la sola stessa mole del suo capo. Poiché dicono che anche le palpebre dei suoi occhi s’ingrossarono tanto, che egli non poteva più vedere affatto la luce, e neppure il medico con la diottra riusciva a vedere i suoi occhi, tanto erano profondi dalla superficie esterna. I suoi genitali apparivano ingrossati e più ripugnanti d’ogni deformità, e da essi uscivano marcia e vermi che da tutto il corpo affluivano, per ludibrio, insieme agli escrementi.

3. Dopo molti tormenti e supplizi, egli morì, come dicono, in un suo podere, che, per il puzzo, è rimasto fino ad ora deserto e disabitato ed anche oggi nessuno può traversare quel luogo senza turarsi il naso con le mani. Tanto fu lo scolo che dalle sue carni penetrò nella terra”.

IV. Frammento in Andrea di Cesarea, Commento all’Apocalisse

Gli angeli che presiedono al governo della terra

Papia dice così parola per parola: “Ad alcuni di essi, cioè di coloro che furono un giorno angeli divini , affidò di presiedere al governo della terra, ed ingiunse di presiedervi bene”. E in seguito dice: “Ma avvenne che l’ordine loro ricadde nel nulla”.

V. Frammento in Andrea di Cesarea, prologo al Commento all’Apocalisse

L’ispirazione dell’Apocalisse

Stimiamo superfluo parlare più a lungo dell’ispirazione di quel libro (cioè dell’Apocalisse di Giovanni) dal momento che beati uomini, voglio dire Gregorio il teologo e Cirillo e inoltre anche altri più antichi, Papia, Ireneo, Metodio e Ippolito, attestano che esso è degno di fede.

VI. Frammento in Anastasio sinaita, Contemplatio anagogica in Hexameron

Interpretazione allegorica dell’opera dei sei giorni

Prendendo occasione da Papia, uomo illustre di Gerapoli, discepolo di colui che riposò sul petto [del Signore], e da Clemente, e da Panteno, sacerdote di Alessandria, e dal sapientissimo Ammonio, antichi interpreti anteriori ai sinodi, che riferirono tutta l’opera dei sei giorni a Cristo e alla Chiesa.

VII. Frammento in Anastasio sinaita, Contemplatio anagogica in Hexameron

Interpretazione allegorica del paradiso

Gli interpreti delle Chiese più antichi, voglio dire Filone il filosofo, contemporaneo degli Apostoli, e il celeberrimo Papia, discepolo di Giovanni l’Evangelista, di Gerapoli… e i loro seguaci intesero nel senso spirituale ciò che è scritto intorno al paradiso, riferendolo alla Chiesa di Cristo.

VIII. Frammento in Massimo il Confessore, Scholia in Dyonionysium Aeropagitam: De coelesti hierarchia, 2

I primi Cristiani chiamavano fanciulli gli innocenti

I primi Cristiani chiamavano fanciulli coloro che, secondo la volontà di Dio, coltivavano l’innocenza, come dichiara anche Papia nel primo libro delle spiegazioni (dei detti) del Signore e Clemente Alessandrino nel Pedagogo .

IX. Frammento in Massimo il Confessore, Scholia in Dyonionysium Aeropagitam: De coelesti hierarchia, 7

Natura dei piaceri che i beati godranno dopo la risurrezione

Questo dice, parlando per enigmi, come io credo, Papia, che fu allora vescovo di Gerapoli nell’Asia e fiori al tempo del divino Giovanni Evangelista. Questo Papia infatti, nel suo libro quarto delle spiegazioni [dei detti] del Signore, disse che nella risurrezione vi saranno i piaceri che si ricevono dai cibi… Anche Ireneo, vescovo di Lione, nel libro quinto contro le eresie, dice la stessa cosa, e porta come testimonio delle sue asserzioni questo Papia di cui abbiamo parlato.

X. Frammento in Stefano Gobaro

La felicità nel regno dei cieli

Neppure Papia, vescovo di Gerapoli e martire, e Sant’Ireneo, vescovo di Lione, (Stefano approva), tra coloro che dicono che il regno dei cieli consiste nel godimento di alcuni cibi sensibili.

XI. Frammento in Filippo di Side, Storia ecclesiastica

La seconda e terza lettera di Giovanni e l’Apocalisse. Miracoli narrati da Papia

1. Papia, vescovo di Gerapoli, che fu uditore di Giovanni il teologo e compagno di Policarpo, scrisse cinque libri di discorsi del Signore, nei quali, facendo l’enumerazione degli Apostoli, dopo Pietro e Giovanni, Filippo e Tommaso e Matteo, ricordò tra i discepoli del Signore Aristione e un altro Giovanni, che chiamò anche presbitero; cosicché alcuni credono che siano di questo Giovanni le due lettere brevi e cattoliche, che ci sono giunte sotto il nome di Giovanni, poiché gli antichi riconoscono solo la prima. Alcuni poi, errando, ritennero che fosse di costui anche l’Apocalisse. Papia sbaglia a riguardo del regno millenario e così anche Ireneo seguendo lui.

2. Papia, nel secondo libro, dice che Giovanni il teologo e Giacomo, suo fratello, furono uccisi dai Giudei. Il ricordato Papia raccontò, come notizia avuta dalle figlie di Filippo, che Barsaba, chiamato anche Giusto, messo alla prova dagli infedeli, bevette il veleno d’una vipera e nel nome del Signore rimase illeso. Racconta anche altri miracoli, e specialmente quello della madre di Manaimo , che fu risuscitata dai morti. Di coloro che furono da Cristo risuscitati dai morti dice che vivessero fino ai tempi di Adriano.

XII. Frammento in Giorgio Hamartolòs, Chronicum, Codice Coisliniano

Il martirio di Giovanni, preannunziato da Gesù

1. Dopo Domiziano regnò per un anno Nerva, che richiamò Giovanni dall’isola [di Patmo] e lo liberò, concedendogli di abitare ad Efeso. Egli era allora l’unico sopravvissuto tra i dodici discepoli e, dopo aver scritto il suo Vangelo, meritò il martirio.

2. Infatti Papia, vescovo di Gerapoli, che vi assistette, nel secondo libro dei detti del Signore, dice che egli fu ucciso dai Giudei; adempiendo evidentemente, assieme al fratello, la predizione fatta intorno ad essi da Cristo e la loro confessione ed approvazione a questo riguardo. Avendo infatti il Signore detto loro: Potete bere il calice che io bevo? essi prontamente assentirono ed approvarono. Voi berrete il mio calice, continuò il Signore, e sarete battezzati con il battesimo con il quale sono battezzato io. Ed è naturale [che sia accaduto così], poiché il Signore non mentisce.

3. Così conferma anche il dottissimo Origene nella spiegazione del Vangelo secondo Matteo, asserendo che Giovanni subì il martirio; e dice d’averlo appreso dai successori degli Apostoli. Ed anche l’eruditissimo Eusebio, nella storia ecclesiastica (III, I) dice: “Tommaso ebbe in sorte il paese dei Parti; Giovanni invece l’Asia, dove visse, morendo poi in Efeso”.

XIII. Frammento in Gerolamo di Gerusalemme, De viris illustribus, 18

Giovanni l’Apostolo e Giovanni il presbitero. Il millenarismo di Papia

1. Papia, discepolo di Giovanni, vescovo di Gerapoli nell’Asia, scrisse soltanto cinque libri che intitolò: Spiegazione dei discorsi del Signore. In essi, dopo avere asserito nella prefazione che egli non segue le varie opinioni, ma si attiene all’autorità degli Apostoli, dice: Io consideravo che cosa avessero detto Andrea, Pietro, Filippo, Tommaso, Giacomo, Giovanni, Matteo e qualsiasi altro dei discepoli del Signore; e che cosa anche dicevano Aristione e il presbitero Giovanni, discepoli del Signore. Poiché non mi giovano tanto i libri da leggere, quanto la viva voce sonante degli autori. 2. Appare quindi dallo stesso elenco dei nomi, che altri è Giovanni, che viene collocato tra gli Apostoli, altri è il presbitero Giovanni, che viene enumerato dopo Aristione. Questo abbiamo detto per spiegare l’opinione esposta più sopra , secondo la quale abbiamo riferito che molti ritengono che le due ultime lettere di Giovanni non siano dell’Apostolo, ma del presbitero. 3. Si dice () che egli abbia esposto la tradizione giudaica (del regno) di mille anni. Lo seguirono poi Ireneo, Apollinare ed altri, i quali asseriscono che, dopo la risurrezione, il Signore regnerà nella carne con i suoi santi. Anche Tertulliano nel libro intorno alla speranza dei fedeli e Vittorino di Pettau e Lattanzio seguono questa opinione.

XIV. Frammento nel Codice Vaticano Alessandrino 14

Il Vangelo di Giovanni. L’eretico Marcione scacciato da Giovanni

1. Il Vangelo di Giovanni fu reso manifesto e dato alle Chiese da Giovanni mentre era ancora in vita, come riferisce Papia di Gerapoli, il discepolo caro a Giovanni, nei libri esoterici , cioè negli ultimi cinque. 2. [Scrisse infatti senza errori il Vangelo dettatogli da Giovanni. L’eretico Marcione, essendo stato biasimato da lui per i suoi contrari sentimenti (a riguardo della fede), fu scacciato da Giovanni. Egli infatti aveva portato degli scritti o lettere da parte dei fratelli che erano nel Ponto].

XV. Frammento in una Catena dei padri Greci

San Giovanni detta a Papia il suo Vangelo

Ultimo di questi è Giovanni, soprannominato figlio del tuono, il quale, essendo già molto vecchio, come ci tramandarono Ireneo, Eusebio ed altri storici posteriori degni di fede, essendo sorte in quel tempo gravi eresie, dettò il Vangelo al suo virtuoso discepolo Papia di Gerapoli, perché fosse di complemento a coloro che prima di lui avevano predicato alle genti per tutto il mondo.

XVI. Frammento in Vardaro Vardapeto, Spiegazione del IV Vangelo

Che cos’è l’aloe

Ed essendo chiuse le porte, apparve agli undici (discepoli) e agli altri che erano con loro. L’aloe, che essi portavano, era misto, come si dice, con una metà di. olio e una metà di miele. È certo che l’aloe è una specie d’incenso, come è riferito da un geografo e da Papia, poiché vi sono nell’India quindici specie di aloe, delle quali quattro sono preziose: Nikre, Andrataratz, Ierravor, Dzakotken; di queste specie era quello che Giuseppe e Nicodemo offrivano per la sepoltura; essi infatti erano ricchi