Posso parlarvi dell’amore vero? • Si dovrebbe guardare alla vita umana come mistero non riducibile al suo livello biologico È una questione radicalmente ‘laica’
di Mario Melazzini
Tratto da Avvenire del 28 novembre 2010

«La ragione specifica: concedere un cosiddetto diritto di replica alle associazioni pro­vita, significherebbe avallare l’idea, inaccettabile, che la nostra trasmissione sia stata ‘pro-morte’, mentre abbiamo raccontato due storie di vita… La Rai dispone di spazi adatti per dare voce alle posizioni del movimento pro-vita, che del resto già ne usufruisce ampiamente». (nota sottoscritta da Fazio, Saviano e dagli autori di ‘Vieni via con me’). Ma siete proprio sicuri delle vostre affermazioni, signori Fazio, Saviano, Serra, eccetera? Non ne sono convinto.

A svolgersi è sempre quello che io chiamo ‘il tema del benpensante’, secondo cui in determinate situazioni di fragilità o di malattia la vita non è più degna di essere vissuta. I benpensanti perdono di vista il nucleo del problema: la vita umana, l’essere umano, la persona. Si dovrebbe guardare alla vita umana come mistero non riducibile al suo livello biologico. È una questione totalmente e radicalmente ‘laica’, che ha riguardato e riguarda ognuno di noi. Non si vuole accettare che la vita possa essere degna di essere vissuta comunque, anche in condizioni di fragilità, disabilità, di malattia anche fin dalla nascita. Non si considera che, se adeguatamente assistite, tutte queste persone possono mettere comunque a disposizione della comunità la loro sensibilità, le loro capacità intellettive, i loro sentimenti, le loro emozioni. Tutti, ma dico tutti.

Dobbiamo essere Liberi di Vivere, e di poter vivere. Si deve però arrivare a un riconoscimento concreto, tramite investimenti di tipo economico e di promozione culturale, della dignità dell’esistenza di ogni essere umano. Basta nascondersi dietro a falsi ideologismi pregiudiziali sulla definizioni di dignità della vita. La dignità della vita, di ogni vita, è un carattere ontologico che non può dipendere dal concetto di qualità di vita ‘misurata’ in base a un concetto utilitaristico. Non si può chiedere a nessuno di uccidere, di ucciderci.

Una civiltà non si può costruire su un simile falso presupposto. Perché l’amore vero non uccide e non chiede di morire. È necessario aprire una concreta discussione su cosa si stia facendo per evitare l’emarginazione delle persone con gravi patologie invalidanti e su quanto realmente, al momento attuale, si sta investendo nel percorso medico, di continuità assistenziale domiciliare e di cultura della salute e delle problematiche legate alle patologie disabilitanti e alla disabilità in senso lato, chiedendosi con molta sincerità se proprio dalla mancanza sempre più evidente di strumenti qualificati, di supporto adeguato alla famiglia, reti di servizi sociali e sanitari organizzati, solidarietà, coinvolgimento e sensibilità da parte dell’opinione pubblica scaturiscano quelle condizioni di sofferenza e di abbandono e di rinuncia alla vita.

Può sembrare paradossale, ma un corpo nudo, spogliato della sua esuberanza, mortificato nella sua esteriorità, fa brillare maggiormente l’anima, ovvero il luogo in cui sono presenti le chiavi che possono aprire, in qualunque momento, la via per completare nel modo migliore il proprio percorso di vita.