di Domenico Montalto
Tratto da Avvenire del 28 novembre 2010

I registri comunali di biotestamento sono legittimi. Lo sostiene l’Anci – l’Associazione dei comuni italiani – che in una nota tecnica pubblicata sul suo sito (www.anci.it) ribadisce «i presupposti della legittimità della istituzione e tenuta» degli elenchi per la raccolta delle dichiarazioni anticipate di trattamento che ciascun cittadino intenda ricevere o rifiutare nelle situazioni in cui perda la capacità di esprimere una propria volontà sul fine vita. Secondo l’Anci, presieduta dal sindaco di Torino Sergio Chiamparino, «la questione di fondo è se, fermo restando che i Comuni non hanno certamente competenza in materia di ‘fine vita’, essi possano o meno istituire registri per raccogliere eventuali dichiarazioni relative alla fine vita e se si secondo quali modalità e limiti». La conclusione è che l’esistenza di tali registri può essere ricondotta allo svolgimento delle funzioni amministrative del Comune riguardanti «la popolazione e il territorio comunale, precipuamente nei settori organici dei servizi alla persona e alla comunità».

Si tratta di un parere «tecnico» senza alcun valore cogente, ma anche di un evidente e netto schiaffo politico al governo, che nei giorni scorsi – con una circolare emessa da ben tre ministeri,Welfare, Interno e Salute – aveva dichiarato «nulli» i registri, reputando che gli enti locali, stando alle norme del diritto pubblico, non possono arrogarsi una materia di «esclusiva competenza statale» e parlamentare. Chiaro il commento in merito del sottosegretario alla  Salute Eugenia Rocella, che conferma il giudizio del governo: «Questi elenchi non sono affatto un servizio al cittadino, ma solo documenti che – in base alle nostre attuali leggi – non hanno alcuna efficacia. Siamo di fronte, perciò, a pura ideologia che si traduce in una presa in giro del cittadino, del quale questi registri violano, tra l’altro, i diritti di privacy e di consenso informato».

Secondo i costituzionalisti l’uscita dell’Anci è fuori luogo. Per Alberto Gambino, giurista e docente all’Università Europea di Roma, «l’attività delle amministrazioni locali deve seguire i principi di correttezza.

Tecnicamente, i municipi hanno facoltà di raccogliere atti notori, ma in questo caso tali atti non possono avere effetto perché manca una legislazione sul fine vita. Si tratta qui, dal punto di vista della finalità, di documenti inutili». Anche per Francesco Saverio Marini, docente all’Università di Tor Vergata, la posizione dell’Anci «è assolutamente criticabile perché fonda la propria competenza su un presupposto errato, ovvero che il Comune sia l’ente a competenza universale, cosa che non è vera. Questa competenza infatti non esiste, e quindi non può essere esercitata dai Comuni, che non a caso fanno qui appello ad appigli generici. Si tratta insomma di un’impostazione sbagliata, perché mancante del necessario passaggio normativo». «Inoltre – conclude Marini – con la tenuta di tali elenchi, i Comuni impiegano risorse pubbliche per competenze che non hanno, configurando quindi una palese violazione del principio di legalità».