Il Papa e il ritrattista
di Andrea Affaticati
Tratto da Il Foglio del 14 novembre 2010

Presto in libreria la nuova intervista a Ratzinger di Peter Seewald,
rinato cattolico dopo una vita da ribelle. L’errore di Ratisbona. Aids e
profilattico

Si iniziò per caso quella che a Peter Seewald piace definire
un’avventura, la più affascinante della sua vita. Un’avventura che dura
da quasi vent’anni e che ha al suo centro Joseph Ratzinger. “Io credo
nel destino, e in un certo qual modo potrei dire che Ratzinger è
diventato il mio destino”. Lì per lì, quando quell’avventura cominciò
nel lontano 1993, lui, Seewald non vi diede poi tanta importanza.
L’occasione l’aveva creata il quotidiano Süddeutsche Zeitung che da
qualche anno allegava al sabato anche un magazine. Di soldi ce n’erano
parecchi, a patto che le idee e il lavoro fossero di qualità, fuori
dagli schemi. Così a qualcuno venne in mente di intervistare il
cardinale Joseph Ratzinger.

Già potentissimo uomo di chiesa, ai tempi prefetto della
congregazione per la Dottrina della fede, bavarese purosangue.
Personaggio non proprio amato dalla sua città. Durante gli anni del suo
episcopato di Monaco e Frisinga, gli avevano affibbiato il soprannome di
Panzerkardinal, poi, con la chiamata a Roma, si era aggiunto quello del
grosse Inquisitor. Comunque per quella missione giornalistica fu scelto
Seewald. “Allora bastava conoscere nemmeno tutti i dieci comandamenti
per passare per esperto di teologia”. Il giornalista, che aveva 39 anni,
non poteva certo sapere che con quella “chiamata” sarebbe iniziato un
lungo percorso a due. All’intervista seguì, nel 1996, il libro “Il Sale
della terra”; poi “Dio e il mondo” (2000) e ora è in arrivo il terzo “La
luce del mondo”. La presentazione ufficiale avverrà il 23 novembre in
Vaticano, in Italia lo pubblica Libreria Editrice Vaticana, in Germania
Herder (oltre venti le traduzioni previste). L’idea iniziale era stata
quella di tracciare un bilancio dei primi cinque anni di pontificato di
Benedetto XVI. Ma non solo.

Il Papa torna anche sui quesiti fondamentali che riguardano
l’esistenza umana: il senso della vita, cos’è il progresso, quali sono i
valori, l’importanza dell’educazione. E ancora su tematiche
escatologiche: la fine del mondo, il ritorno di Cristo, tabù anche nella
chiesa di oggi. Seewald dice che “sarà un libro coinvolgente,
soprattutto perché arriva in un momento di grande cambiamento; in un
momento particolarmente delicato per la chiesa, la fede. Sarà un libro
che a molti dispiacerà: ad alcuni per le posizioni ribadite dal Papa, ad
altri perché l’immagine che riflette di Benedetto XVI non corrisponde
affatto a quella che si sono fatti, a quella veicolata da tanta stampa; e
non piacerà nemmeno a una parte del mondo ecclesiastico”. In compenso
“La luce del mondo” catturerà molti, assicura l’autore, “per la
chiarezza delle tesi, per la verità che propugna, per il verbo profetico
che contiene”.

Un onore raro quello che Ratzinger ha concesso questa volta, come le
tre precedenti, al giornalista tedesco. E per questo non c’è da stupirsi
se lui ormai per tutti è il biografo ufficiale di Benedetto XVI. Fama,
si potrebbe dire, suffragata anche dal suo bellissimo “Benedikt XVI: Ein
Porträt aus der Nähe” (Benedetto XVI: un ritratto da vicino) uscito nel
2007, libro nel quale racconta la sua avventura con Ratzinger, sempre
sulle tracce di questo figlio della Baviera cattolicissima, di una
famiglia di umili origini, profondamente credente, tanto credente che
non solo lui, Joseph, ma anche il fratello Georg e la sorella Maria
hanno dedicato la loro vita alla chiesa. “Biografo ufficiale mi pare
esagerato”, ribatte Seewald, anche se, a parte la definizione, è un dato
di fatto che con nessun altro Ratzinger si è aperto così tanto; a
nessun altro ha concesso un maggior attestato di fiducia. Vero è
peraltro, e di questo anche Seewald è consapevole, che non vi sarà
un’altra situazione straordinaria come quella di Montecassino,
l’ambiente in cui nacque il secondo libro. Allora, nel 2000 aveva
trascorso una settimana intera con Ratzinger nell’abbazia. “E lì,
durante quegli incontri, ho parlato con Ratzinger anche di Papa Gregorio
Magno. Proprio dai colloqui di quel grande Pontefice – oggi si direbbe
interviste – con il diacono Pietro, nacquero i quattro libri dei
“Dialoghi”, il secondo dei quali è interamente dedicato alla vita di
Benedetto da Norcia. Ora, io mi chiamo Peter, è vero non sono diventato
diacono, ma ho scritto libri su religiosi, e il mio interlocutore di
allora, cinque anni dopo è diventato Papa, scegliendo il nome di
Benedetto”.

Tutto questo accadeva dieci anni fa. Molte cose sono cambiate nella
vita di Seewald, e molte in quella di Joseph Ratzinger. Il filo che
unisce però queste due persone non si è mai spezzato. “Con questo, non è
che ci sentiamo tutti i giorni, non è che sto seduto nella sua
anticamera. Ciò nonostante continuo a ricevere telefonate di persone che
vogliono essere aggiornate sulle ultimissime notizie riguardanti il
Papa. Prima di rivederci per ‘La luce del mondo’ sono trascorsi cinque
anni”. E comunque, per quest’ultimo incontro non gli è stato concesso il
tempo di Montecassino. Si sono visti l’ultima settimana di luglio
durante il soggiorno del Papa a Castel Gandolfo. Sei giorni di fila,
un’ora al giorno. “E lì ho fatto un errore madornale”, racconta Seewald.
“Per paura che qualcosa potesse incepparsi, di registratori ne avevo
portati quattro. Tre digitali, uno vecchio, di quelli con la cassetta.
Io avevo sperato di poter aggiungere a ogni incontro almeno dieci
minuti, così alla fine, mi sarei ritrovato con sette ore di
registrazione. Peccato che quando la cassetta da un’ora finiva, il
registratore faceva un inconfondibile clac. E il Papa, uomo assai
disponibile ma anche preciso, mi dava appuntamento al giorno dopo”. Ma
al di là di questo “incidente”, la cosa straordinaria di questo ultimo
libro è che, per la prima volta nella storia del Vaticano, un Papa ha
accettato di rispondere direttamente alle domande, senza averle volute
prima leggere. E’ vero, ci sono stati altri libri simili, ricorda
Seewald. Quello di Paolo VI con Jean Guitton, dove le risposte vengono
però solo in parte riportate letteralmente (cioè a memoria). Giovanni
Paolo II aveva accettato di farsi intervistare da André Frossard e da
Vittorio Messori. Le domande erano state però inviate per iscritto e
anche le risposte erano state messe nero su bianco. “Nel mio caso invece
si è trattato di un moderno faccia a faccia. Un’assoluta novità per il
Vaticano”.

Seewald svela le tre parti che compongono il libro di imminente
uscita. La prima, “segni del tempo”, si concentra sulle domande attuali
che riguardano la chiesa, la crisi in cui versa e i due casi che hanno
maggiormente danneggiato il suo pontificato: gli scandali degli abusi
sessuali e il caso Williamson. Nella seconda parte il Papa fa un
bilancio di questo quinquennio. Delle cose fatte. “Un capitolo
particolarmente importante, soprattutto se penso alla Germania. Qui la
stampa è unidirezionale e a volte ci si chiede: ‘Ma il Papa esiste
ancora?’. Il Vaticano di norma fa notizia solo se c’è da riportare
qualcosa di negativo”. Anche la Conferenza episcopale tedesca non è
proprio quello che si può definire un alleato di ferro del Papa. “Va
ovviamente ricordato che siamo il paese della divisione della chiesa,
della Riforma. Questo ha dato vita a un’ostilità che non si è mai
spenta. C’è poi un’istintiva prevenzione riguardo a tutto quello che
arriva da Roma. E infine, siamo un paese che ha ridotto la propria
storia ai dodici anni bui del nazismo. Dobbiamo ricostruire la nostra
storia, una storia che comprende anche un millennio in cui la Germania è
stata sede del Sacro Romano Impero”.

La terza parte del libro punta lo sguardo in avanti, pone la domanda:
dove andiamo, dove va la chiesa? “Qui ho riproposto tutte le domande
che animano da sempre il dibattito attorno al cattolicesimo: il
celibato, l’ordinazione delle donne, il rapporto con i divorziati,
insomma tutti i punti che proverebbero la resistenza da parte del
Vaticano a qualsiasi riforma. Anche se, tengo a precisare, personalmente
non mi pare che siano questi i veri quesiti che possono far fare un
passo avanti”. Per questo, riassume Seewald, il nuovo libro, che non è
una disputa teologica, ma una discussione aperta sulla crisi della
chiesa, sui problemi della società, vuole essere soprattutto un appello
accorato alle istituzioni ecclesiastiche, così come al mondo e a ogni
singolo individuo, che non si può andare avanti così, che l’umanità si
trova a un punto di svolta. “Il Papa stesso dice: ‘Ci sono così tanti
problemi che devono essere risolti, ma che non possono essere risolti se
al centro non c’è Dio, se Dio non torna visibile”.

Si sa che anche Messori, autore del primo libro intervista con
Ratzinger, “Rapporto sulla Fede”, scritto nel 1985, a quattro anni da
quando Ratzinger era stato chiamato da Giovanni Paolo II a capo della
congregazione per la Dottrina della fede, nel 2008 aveva chiesto a
Benedetto XVI di poterlo incontrare per sottoporgli qualche nuova
domanda. Il Papa allora fece sapere che troppi erano gli impegni.
Secondo qualcuno il motivo del rifiuto poteva essere anche
l’impostazione troppo politica delle domande di allora, benché il
Rapporto sia passato alla storia come un documento decisivo nella vita
della chiesa cattolica della fine di secolo. “Non credo proprio”,
ribatte Seewald “anch’io nello stesso periodo avevo chiesto di poter
fare di nuovo una lunga chiacchierata con lui. Avevo ricevuto la stessa
risposta”. Seewald sa però bene che il privilegio alla fine accordatogli
ha messo in moto anche speculazioni e qualche veleno. “C’è addirittura
chi dice che sono affiliato all’Opus Dei. Beh, si sbaglia. Anzi, dirò di
più, nonostante il successo da bestseller del “Sale della terra”,
nonostante il successo anche del mio ultimo libro “Gesù Cristo – Una
biografia” (un reportage sulle orme di Gesù di Nazaret, ndr), fino a
oggi non c’è stato uomo di chiesa tedesco che mi abbia mai invitato a
parlare, a discutere dei temi trattati nei miei libri o in generale di
questioni attorno alla fede e alla chiesa”.

Quello che lega questi due uomini è un’alchimia squisitamente umana.
Facilitata dalla comune madrelingua, così come dalla stessa terra di
provenienza. Non tanto la Germania, quanto la Baviera, il land al quale
Ratzinger è rimasto sempre fortemente legato. Seewald parla di assoluta
fascinazione verso Benedetto XVI. Ratzinger di “provvidenza”, questa
infatti è la parola usata quando all’uscita del “Sale della terra”,
qualcuno gli chiese come mai si fosse concesso proprio a una persona con
un passato comunista, a una persona che a 19 anni era uscita dalla
chiesa cattolica. “Ratzinger aveva risposto che era stata la provvidenza
a mettermi sul suo cammino e lui l’aveva letto come un’occasione”.
Quando Seewald incontra il cardinale per la prima volta, nel 1993, ha 39
anni, e da molto tempo non mette più piede in una chiesa. Ma Seewald ha
un passato di credente, aveva pure servito messa da bambino. Era
cresciuto a Passau, Bassa Baviera, famiglia cattolica. “Allora tutto
quello che aveva a che fare con la chiesa mi affascinava sinceramente.
Addirittura dicevo che da grande avrei voluto diventare o prete o
scrittore. Pare che ora sia diventato entrambe le cose”, aggiunge
ridendo.

Seewald lo incontriamo a casa sua. Abita nel centro di Monaco, poco
distante dalla Marienplatz, in una casa d’epoca, quattro piani a piedi.
E’ un uomo cortese, si scusa perché ha già ripetuto molte volte la sua
storia, quella sua lenta conversione, che deve appunto al caso, a quel
caso che gli ha fatto incontrare il Panzerkardinal. Si scusa,
anticipatamente, se le sue risposte non dovessero essere sempre
lucidissime: è che la sera prima c’è stata la partita di Champions
League e i bavaresi le hanno date di santa ragione ai rumeni del Cfr
Cluj. 4 a 0, roba da festeggiare poi per bene con i figli. Ma è una
preoccupazione inutile, parlare del Papa gli toglie subito ogni segno di
stanchezza e quel poco che rimane viene combattuto bevendo un espresso
dopo l’altro.

Seewald è un signore di 55 anni, statura imponente. Dice che lui e
“Ratzinger si sono subito presi” pur ammettendo che, se allora avesse
potuto scegliere, beh, avrebbe voluto intervistare Giovanni Paolo II,
“lo sentivo molto più sulla mia lunghezza d’onda, mentre Ratzinger non
era proprio il mio tipo”. Invece è stata sintonia sin dal primo momento.
Seduto nel luminoso salotto di casa sua, dove solo una piccola foto in
bianco e nero, che lo mostra diversi anni fa in colloquio con il
cardinale, testimonia del suo rapporto personale con il Santo Padre,
Seewald ripercorre la lunga strada che l’ha portato prima, all’età di
diciannove anni, a uscire dalla chiesa, a votarsi al marxismo, a fondare
nel 1976 anche un settimanale di estrema sinistra, e poi a
intraprendere la lenta e faticosa strada del ritorno.

“Da tempo mi sentivo senza casa né chiesa, per dirla concisamente.
Chiusa l’esperienza del mio giornale, avevo chiuso anche con l’avventura
politica”. Ma mentre del credo politico non gli restava nulla, qualcosa
degli anni trascorsi a stretto contatto con la religione continuava ad
agitarsi in lui. In redazione, dove si occupava principalmente di
questioni politiche, gli piaceva fare proposte del tipo: “Dov’è Dio, a
qualcuno importa ancora saperlo?”. Mentre alle cene si intrometteva
nelle discussioni affermando: “Non è detto che la chiesa abbia sempre
torto. Ogni tanto perfino il Papa potrebbe aver ragione”. In
un’intervista del 2003 alla televisione bavarese Seewald racconta che,
nonostante la sua città, Passau, l’avesse ostracizzato, non gli avesse
più dato opportunità di lavoro costringendolo ad emigrare ad Amburgo per
lavorare allo Spiegel, qualcosa dei suoi anni giovanili gli era
comunque rimasto. Non solo le sue radici cattoliche, ma anche il ricordo
di una singolare esperienza. “A Passau, nella parte austriaca, c’era un
convento di Salvadoriani. Varie volte mi ero detto: ‘Come sarebbe bello
salire lì su e farmi finalmente una bella dormita’. Così un giorno sono
veramente salito. Ho un po’ barato dicendo che mi sarebbe piaciuto
partecipare agli esercizi spirituali. Il frate che mi aveva accolto, e
che si era a sua volta guardato dal dirmi chi era veramente facendosi
passare invece per il giardiniere, mi aveva però detto: ‘No, quello da
noi non si può fare’. Io, a voler essere onesti, avevo tirato un sospiro
di sollievo, in fondo avevo solo bisogno di dormire un po’. Da
quell’incontro nacque però una relazione duratura con quel convento,
alla fine avevo ottenuto pure una stanza tutta per me”. Ai tempi
dell’Sdz magazine dunque, qualcosa già gli ribolliva dentro, ma quando
il giornale propone a lui di intervistare il Panzerkardinal, la sua
prima reazione istintiva è di rifiuto. La cosa, dice, non lo interessa.
Poi però abbocca. “Ben inteso, non è che abbia dovuto fare violenza su
di me. Da tempo seguivo gli scritti di Ratzinger. E a distanza di dieci
anni dai primi, potevo vedere che fino a quel momento aveva avuto
puntualmente ragione in tutte le sue previsioni”. Così inizia a leggere
tutto quello che trova sul cardinale, rendendosi però ben presto conto
che quasi tutti scrivono la stessa cosa. “Ratzinger alla stampa tedesca
faceva l’effetto di un drappo rosso davanti agli occhi di un toro. E
ancora oggi è così. Prendiamo la visita, di inizio settembre, del capo
di stato israeliano Shimon Peres a Benedetto XVI a Castel Gandolfo.
Uscendo da quell’incontro Peres dice che è dai tempi di Cristo che le
relazioni tra Israele e Vaticano non sono così buone. Ora, tralasciando
il fatto che ai tempi di Cristo non esistevano né lo stato israeliano né
il Vaticano, a me è sembrata una dichiarazione importantissima. La Sdz
invece che ha fatto? Giusto due colonne, riempite per due terzi con
materiale preconfezionato, insomma con l’elenco degli annosi punti di
dissidio – la preghiera del Venerdì santo, l’Olocausto – e un terzo con
la notizia della visita, ma omettendo la frase di Peres. A mio avviso
questa è un’inquietante e pericolosa mancanza di etica professionale”.

Torniamo però all’anno della svolta, il 1993. Seewald, una volta dato
il suo assenso, si butta a capofitto nello studio del personaggio. Va a
parlare con i sostenitori del cardinale, così come con i suoi
detrattori. Accumula una mole imponente di notizie. “Mi ricordo quella
sera a Roma prima dell’incontro. Ero seduto sulla terrazza dell’albergo.
Davanti a me un bicchiere di vino rosso. Avevo la testa talmente piena
di cose lette che mi sembrava scoppiasse. Poi d’un tratto ho capito.
Dovevo lasciar perdere tutto, nozioni, informazioni. Dovevo affrontarlo
in modo diverso. Dovevo fargli domande semplici, chiare, solo così avrei
ottenuto risposte veramente nuove”. Oggi ripensando a quella prima
intervista, Seewald dice che un po’ si vergogna di certe domande
provocatorie che aveva posto (“è che non volevo fare un ritratto di
corte, e nemmeno volevo che i lettori si domandassero come mai non
avessi osato di più”). L’impressione più forte che però si porta via
dall’incontro è che Ratzinger non sia proprio l’uomo descritto da uno
dei suoi più acerrimi oppositori, lo psicoanalista e teologo cattolico
Eugen Drewermann. Questi durante un incontro con Seewald l’aveva dipinto
come “un uomo senza sangue nelle vene, senza calore. Un uomo assetato
di una vita che gli è preclusa, perché è vietato toccarlo. Non oso
nemmeno immaginare quanto cinismo debba abitare in una persona che si
rende conto che le domande sulla fede diventano solo questioni di
ordinaria amministrazione e di potere”. Ma agli occhi di Seewald, l’uomo
Ratzinger è tutt’altra cosa. Non il grande inquisitore, l’uomo di
chiesa che aveva rinnegato il suo iniziale entusiasmo e impegno
progressista per diventare ultraconservatore. “Certo Ratzinger è
conservatore, nel senso però che resta fedele al Vangelo, alla
tradizione della chiesa, a quello che hanno detto i grandi padri. E’
vero, non è disposto a buttare via ciò che si è mostrato valido; non ama
gli esperimenti teologici. Ma è assolutamente moderno nella sua voglia
di andare in fondo alle cose, nel suo chiedersi per esempio, quali
aspetti della chiesa dipendono esclusivamente da un dato momento
storico, dunque si possono superare, e quali no”.

E qui, tornando al libro in uscita “La luce del mondo”, Seewald svela
qualche altro dettaglio. Non vi è contenuto alcun dietrofront per quel
che riguarda il celibato, l’ordinazione delle donne. “D’altro canto non è
che tutto si può ridurre all’essere sempre più simili alla chiesa
protestante. Anche perché se fossero veramente questi i problemi, allora
la chiesa protestante dovrebbe da decenni conoscere un boom di fedeli”.
Così non è, anzi, le chiese evangeliche hanno perso più fedeli di
quella cattolica. E’ sbagliato, secondo Seewald, porsi la domanda nei
termini di quanto debba essere attraente la fede. In tutte le epoche ci
sono stati momenti di grandi abbandoni della chiesa, come racconta anche
il Vecchio Testamento. “Ratzinger non sarà l’inventore di una nuova
chiesa cattolica. Ma certo metterà i suoi accenti. L’ha già fatto con il
suo profondo atteggiamento di umiltà, mostrando maggior disponibilità
al dialogo interreligioso, così come con vescovi e cardinali. E lo
lascerà anche in tema di morale sessuale”. Per esempio? “Riguardo al
problema dell’Aids e all’uso del profilattico”, risponde Seewald.

C’è nel libro una parte importante su come la chiesa vede se stessa e
sui compiti che le spettano. La sollecitazione da parte di Ratzinger di
smettere di occuparsi di se stessa e di tornare a interrogarsi sul
mistero del Vangelo in tutta la sua grandezza. “La chiesa deve prendere
atto di non essere detentrice unica della cultura e dell’etica sociale
in certi paesi. Un tempo si parlava di nazioni cattoliche, l’Italia, la
Spagna. Oggi non è più così. La comunità di fedeli si è rimpicciolita,
lo dice anche il Papa. Proprio per questo il compito è: mostrare
all’uomo Dio, enunciargli la verità. La verità sul mistero del creato.
La verità sull’esistenza umana che va ben oltre quella terrena. C’è
bisogno di una nuova professione di fede, una professione che richiede a
ognuno uno sforzo assai maggiore che in passato”. “Lo si accusa –
chiude Seewald – di non aver proseguito lungo la strada delle riforme
imboccate in gioventù. Ma con il senno di poi, si può solo dire che
questa è stata una grande fortuna. Con il suo potenziale intellettuale,
ben superiore a quello di alcuni suoi critici, per esempio Hans Küng, si
sarebbe probabilmente arrivati a uno scisma”.

Alla rottura Ratzinger ha sempre preferito il dialogo, come dimostra
anche il suo confrontarsi con l’islam, il recente sinodo dove hanno
preso la parola turchi e musulmani di ogni provenienza “una cosa
impensabile solo venti-trent’anni fa”. E ancora l’integrazione delle
diverse correnti che animano la chiesa. “Prendiamo la reintroduzione
della messa tridentina. Anche questa decisione è agli occhi di molti la
prova provata della sua posizione reazionaria. Ma riammettere un rito
secolare, che è parte integrante della chiesa, vuol dire invece
allargare lo spazio liturgico”. Un altro che la pensa così è un ex
compagno di classe di Ratzinger, lo scrittore e commediografo Georg
Lohmeier che puntualizza: “E’ un conservatore in questi tempi incerti,
ma non un reazionario”. Nonostante tutti i dubbi e le perplessità che
assillano Seewald sul risultato della prima intervista con il cardinale,
poco dopo la pubblicazione si fa vivo un editore che propone al
giornalista di fare ora un libro-intervista. Lui da una parte è
attratto, dall’altra non crede proprio che dopo quel primo incontro ve
ne possa essere un altro. “E invece due anni dopo, perché con lui, con
la chiesa ci si deve innanzitutto armare di santa pazienza, arriva la
risposta. Ratzinger dice sì”. Seewald stesso non si sa spiegare fino in
fondo perché nel frattempo sia riuscito a fare ben tre libri di
interviste con Ratzinger. Una trilogia che corona anche un suo sogno,
anche se, racconta, l’idea per “La luce della terra” era nata ancora
durante il pontificato di Giovanni Paolo II. Seewald voleva fare con lui
questo libro. Ratzinger stesso era interceduto in suo favore, a Wojtyla
infatti era piaciuto molto “Il sale della terra”. Ma poi aveva
preferito lasciar perdere, troppo faticoso per un uomo già molto malato.
“Perché Benedetto XVI ha scelto di nuovo me? Forse era rimasto colpito
dal fatto che per la prima volta si trovava di fronte un giornalista non
prevenuto (anche se pure io lo ero un po’), uno che si era confrontato
con la sua persona, aveva studiato il suo percorso di vita. E che non si
era presentato con un lungo elenco di domande molto dotte”.

“Da un certo punto in poi il lavoro e il riavvicinarmi alla chiesa
sono andati di pari passo. Ho iniziato a chiedermi: cos’è la religione
per me? Com’è possibile che un ex comunista torni alla chiesa? E poi un
giorno ho capito che gli ideali che mi avevano affascinato da giovane li
ritrovavo tutti nel messaggio di Cristo. Basta leggere il Vangelo. Lì
ci sono le risposte alle domande di un tempo, risposte molto più
radicali di quelle che si trovano nel manifesto di Marx. Prendiamo solo
l’ammonimento a non adattarsi mai, a non lasciar andare le cose per il
loro corso. Soprattutto a cercare sempre la ragione ultima del creato
perché solo così ci si rende conto che questo creato segue una legge
divina, e che se si prova a infrangerla tutto si ferma”.

Seewald non ha mai pensato di aver tradito gli ideali di un tempo,
anzi secondo lui gli ideali del cattolicesimo sono molto più
rivoluzionari. Nel “Sale della Terra” Seewald cita il giornalista ebreo
Franz Oppenheim che scriveva: “Le democrazie sono nate nel mondo
ebraico-cristiano d’occidente. Questo sviluppo è uno dei presupposti che
stanno alla base del nostro mondo pluralistico”. Sempre in quel libro
ricordava al cardinale anche l’appello che Pier Paolo Pasolini parlando
della chiesa di Paolo VI lanciava nel 1974: “In una prospettiva
radicale, forse utopistica… Essa dovrebbe passare all’opposizione…
Riprendendo una lotta che è peraltro nelle sue tradizioni (la lotta del
Papato contro l’Impero) ma non per la conquista del potere, la chiesa
potrebbe essere la guida grandiosa ma non autoritaria, di tutti coloro
che rifiutano il nuovo potere consumistico che è completamente
irreligioso”. Peccato – commenta Seewald, “che la chiesa e il
cristianesimo abbiano perso nel corso dei secoli questo potenziale.
Bisognerebbe chiedersi, e io lo chiedo al Papa, perché è diventata così
codarda, imborghesita, perché si è così adattata”. Ricorda quali erano
le parole di battaglia del suo periodo comunista: liberarsi dalle
catene, liberare l’uomo dalla sottomissione al capitale, alla chiesa,
alle forze politiche. Solo che, ragiona oggi, il mondo non era diventato
più giusto, più sociale. La perdita del rapporto con la chiesa, con il
cristianesimo, ha fatto solo scendere la cultura sotto il livello di
guardia. Ha creato solo un vuoto occupato oggi dal predominio
dell’economia, della scienza. “Il mio punto di partenza è stato questo.
Mi sono chiesto cosa significa fede, cultura per la nostra società”. E
poi c’erano i suoi figli, cresciuti al di fuori della chiesa, dei
pagani, così li definisce lui stesso. “Trovavo terribile che non
avessero accesso a questa cultura secolare. Che, paradossalmente, un
giorno non avrebbero potuto nemmeno fare la scelta che avevo fatto io
molti anni prima, cioè uscire dalla chiesa”.

Seewald rientrerà nella chiesa ufficialmente tempo dopo la
pubblicazione del primo libro, anche perché non voleva che la sua
conversione si trasformasse in una sorta di trovata promozionale. Ai
figli, allora di cinque e dieci anni, sottopone i suoi dubbi e il suo
desiderio. Loro accettano, l’idea di servire messa sembra tra l’altro
prenderli di più che l’ora di etica che facevano in sostituzione di
quella di religione. “Dubbi ne ho avuti per lungo tempo anche se non è
che un bimbo lo si può portare in grembo per l’eternità. Ma nel caso
della fede mi tormentavano pensieri del tipo: ‘Dio mio, non è che puoi
proprio sottoscrivere tutto quello che dice la chiesa’. Cosa che, detto
per inciso, penso ancora oggi. Solo che, come per il matrimonio, una
parte di dubbi ce li si porta sempre dietro. Bisogna capire a chi si
vuole dare ascolto, alla ragione o al cuore”. Ad aiutarlo nella
decisione, saranno gli incontri con il Papa. Ratzinger stesso, nel libro
in uscita, spiega che l’uomo ha sempre dubbi, che la fede non può
esserne esente, anzi che il dubbio ne è una parte imprescindibile. Così
come gli errori. Errori che anche un Papa può fare. “Per esempio quello
di Ratisbona. Nel libro racconta che allora, ai tempi di quella lectio
magistralis, non aveva ancora realizzato appieno che il discorso di un
Papa viene inteso sempre e comunque anche come discorso politico. Per
lui invece, quella volta, doveva trattarsi di un discorso eminentemente
scientifico. Una lezione dolorosa, che però non gli fa riscrivere cento
volte un discorso, non gli ha fatto perdere il coraggio di poter pure
sbagliare”.

Benedetto XVI in questo primo quinquennio del suo pontificato è
cambiato, è diventato in tutto il suo comportamento più diplomatico. Ma
non per questo è diventato un uomo di potere. Certo, alla domanda, sulle
forze in campo nel Vaticano, non risponderebbe più come rispose nel
1996, che ne era troppo fuori per poterne parlare. “Non è un uomo di
potere nell’accezione corrente, certo sa cos’è il potere”. Con questo
distinguo Seewald si riferisce anche ai non pochi incidenti diplomatici
che hanno caratterizzato questi primi anni: Ratisbona appunto e il caso
Williamson. Non sempre l’entourage del Vaticano si è mostrato
all’altezza della situazione. “Ma sotto di lui non ci saranno mai
licenziamenti. Prima di far cadere qualche testa, il Papa si dice: ‘Se
il Signore sa scrivere dritto su una linea storta, dovrò accontentarmi e
lavorare con quel che mi è stato dato’. Sempre nella convinzione di
essere, per quanto Papa, solo un semplice servo di questa chiesa guidata
però da un altro”. Il Papa, secondo Seewald non si pone la domanda di
chi verrà dopo di lui. Certo è che in tempi di crisi profonda della
chiesa, della fede, è stato eletto al Sacro Soglio uno degli ultimi
grandi intellettuali, un uomo di smisurato sapere e al contempo un uomo
di infinita spiritualità. Un uomo che sa parlare al mondo di oggi, che
definisce il cristianesimo “la religione del logos”. “Ed è affascinante
come questo Papa sappia seguire i suoi percorsi intellettuali senza mai
perdere il contatto con il terreno. Come sia capace di argomentare, di
insegnare.

Ratzinger non è un mistico. E questo è in fondo uno dei pochi appunti
che gli faccio. Perché non tutto si può spiegare con la ragione,
abbiamo bisogno anche di una componente mistica per credere. Ciò
nonostante, essere guidati in un’epoca così fortemente segnata dal credo
assoluto nella scienza, da un Papa con questo potenziale intellettuale,
da un Papa che non è solo il capo spirituale della chiesa, ma anche uno
dei più grandi pensatori del suo tempo, è non solo un dono divino per
la chiesa, ma anche un grandioso completamento con il suo predecessore”.
Ratzinger, il grande pensatore che nel suo intimo però è rimasto
soprattutto quello degli inizi, l’insegnante, il professore.

E infine Ratzinger, l’uomo e basta. L’incontro di quest’estate con
Seewald a Castel Gandolfo si chiude con un aneddoto che ne è la migliore
delle testimonianze: “Il Papa non è una persona gioviale, nel senso che
non si lascia andare a gesti come una pacca sulle spalle. Ma non è
inavvicinabile. Avevo promesso ai miei figli di portare loro qualcosa
del Papa. Prima di accomiatarmi me ne ricordai e gli chiesi se potevo
registrare una sua frase per loro. Lui disse subito di sì. E così oggi
sulla segreteria telefonica dei miei ragazzi si può sentire la voce del
Papa”.