Intervista al neonatologo Carlo Bellieni
di Antonio Gaspari
Tratto dal sito ZENIT, Agenzia di notizie l’11 luglio 2010

Il prof. Carlo Bellieni, neonatologo e bioeticista, ha recentemente pubblicato sull’Osservatore Romano un editoriale dal titolo “Tante tecniche ma poche ragioni” in cui affronta i problemi scottanti della bioetica da un punto di vista innovativo.

Secondo il prof. Bellieni i mezzi di comunicazioni di massa si preoccupano di fornire risposte tecniche, utilitaristiche, commerciali ai problemi di bioetica, invece di approfondire e trovare le risposte alle domande di senso che crescono sempre di più.

ZENIT lo ha intervistato.

Prof. Bellieni, ci vuole parlare di cosa intende dire quando parla di un’etica delle conseguenze?
Bellieni: Si tratta del fatto che chi determina il dibattito sulla bioetica nei mass media, evita di porre assolutamente l’accento sulla prevenzione dei fenomeni, moltiplicando il peso in spazio concesso ai possibili “rimedi” che l’industria produce a piè sospinto. Ad esempio tutti finiamo per dividerci tra “proibizionisti” e “non proibizionisti” sul tema della droga, ma nessuno si interroga sul perché ci si droga. E così si finisce per far sembrare che il problema si risolva o con la prigione o con lo spinello libero. Mentre il problema è più profondo, tocca l’animo dei giovani, che non hanno più un senso per vivere e finiscono nello sballo solo perché nessuno li aiuta a pensare. E questo livello di dibattito, censurato, quello sulle motivazioni, è quello che interessa il mondo laico, in cui troviamo molti alleati.

Ci può fare altri esempi?
Bellieni: L’eutanasia segue lo stesso criterio: sui giornali trova spazio solo il dibattito sulle modalità di esprimere le “ultime volontà”, e nessuno si domanda perché un anziano o un malato chiedono di morire, a fronte di mille altri che nelle stesse condizioni non lo fanno. Ambiente poco stimolante? Depressione non curata? La ricerca scientifica ci spinge a cercare in questo senso, ma sui media questo non appare. Se invece affrontiamo così il problema, non solo troviamo inaspettati alleati tanti scienziati, ma aiutiamo ancor più la popolazione.

Come contrastare questa censura?
Bellieni: Riconoscendola. E riconoscendo che non avviene per caso. E’ una corrente filosofica forte il consequenzialismo, branca dell’utilitarismo, che soppesa le azioni non per i valori che le animano, ma per le conseguenze che determinano. Ed evita che ci si interroghi proprio sui valori, che ormai –vorrebbero – non dovrebbero più interessare nessuno. Ma lascia insoddisfatti, ripeto, soprattutto gli studiosi medici, sociologi e biologi, delle cause dei problemi.

E’ una visione innovativa la sua, dato che tutti rischiamo di seguire il pensiero unico diffuso dai mezzi di comunicazione di massa.
Bellieni: Penso di sì, perché è un richiamo all’uso della ragione, che coniuga l’attenzione verso novità  potenzialmente preoccupanti nel comportamento quotidiano, con l’attenzione alle motivazioni che ci spingono ad accettarle. Sottolineo che la ricerca delle cause non significa che ha meno valore la lotta delle conseguenze indesiderate e che fortunatamente c’è chi si dedica con fatica anche a questo versante di frontiera. Ma devono coesistere, altrimenti all’esercito di prima linea manca la fureria, le comunicazioni, la retroguardia, il genieri.

Lei fa l’esempio della procreazione.
Bellieni: certo, perché ci battiamo da anni per evitare le derive dei metodi procreativi artificiali e in Italia abbiamo avuto buoni risultati; ma se una minima parte delle pagine dei giornali dedicate ai dibattiti sui metodi fecondativi fosse dedicata a parlare di sterilità… Ma non ne parla nessuno, di come prevenirla, e finisce che nessuno sa che molte delle cause che impediscono di aver figli sono prevenibili, ma sui giornali si parla solo di come correre ai ripari, spesso quando è troppo tardi. Pensate invece come reagirebbe la gente se si impostasse il dibattito da questo versante: non più parlare solo di corse ai ripari, ma in primo luogo di come aiutare a superare i problemi alla radice. Ne troviamo già dei buoni esempi, di cui la Chiesa è maestra; ma devono essere fatti conoscere, aiutati, fatti crescere, diffusi, diventare cultura.