Sprechi, piattume, professori avviliti, divario nord-sud. La pubblica istruzione è ridotta così per colpa di ideologia e sindacati. Ecco come uscirne. Intervista a Mariastella Gelmini
di Marina Valensise
Tratto da Il Foglio del 3 marzo 2011

Roma. Il ministro dell’Istruzione è convinto che le polemiche sulla scuola pubblica dopo le recenti dichiarazioni del presidente del Consiglio siano pretestuose. Lamenta il clima incandescente del dibattito, ma non dispera. “La sinistra vede la scuola pubblica come un luogo di consenso. La destra non ha intenzione di occupare la scuola pubblica, ma ritiene che la scuola non si difende avallando lo status quo, bensì investendo e razionalizzando le risorse disponibili”. Mariastella Gelmini sa benissimo che per questo serve un consenso trasversale e che bisogna scavalcare la stampa di parte per spiegare l’effettiva azione di governo.

“La scuola per noi di centrodestra ha un ruolo da protagonista. E’ stata la prima agenzia formativa della nazione, sin dai tempi dell’Unità. L’Italia ha un debito verso quell’esercito di maestri e professori che hanno trasferito una lingua omogenea e i fondamenti del sapere a svariate generazioni. Da parte nostra, dunque, non c’è nessun atteggiamento punitivo nei confronti della scuola e degli insegnanti. Noi vogliamo soltanto fermare un processo involutivo: la fabbrica dell’egalitarismo ha impoverito l’offerta formativa. Oggi si continua a ragionare in termini quantitativi (ore di lezione, cattedre, circolari, indirizzi) ma questo modo di ragionare ha coinciso con uno scadimento dell’offerta formativa, frutto per altro di un’incapacità politica e di un’impotenza a trasmettere valori. Per quanto eroici in termini di abnegazione, i nostri insegnanti sono sottopagati; privi di prestigio e di autorevolezza, sono costretti a una burocratizzazione che ne snatura la missione pedagogica. L’invadenza dei sindacati non ha portato alcun vantaggio a chi lavora nella scuola. Questa è la situazione. Noi ne abbiamo preso atto, come pure abbiamo preso atto del divario nord-sud e dell’abbandono scolastico, sette-otto punti in più rispetto alla media europea”. Gli esperti lo stimano al 18 per cento, e ormai quasi tre giovani su dieci sono disoccupati. Che fare, allora, per invertire la rotta? “Questi dati, a lungo trascurati perché davano fastidio, sono al centro dell’analisi del governo. La nostra proposta non consiste nel privatizzare la scuola, o nel diminuire la qualità dell’istruzione statale, come vorrebbe far credere la sinistra, ma nell’investire risorse nuove sia sulle scuole statali sia su quelle parificate”. Il ministro Gelmini non parla mai di scuola pubblica e privata, ma di statali e parificate. “Tutte le scuole sono pubbliche, solo che nessuna struttura riesce a campare se il 93 per cento del bilancio (pari a 43 miliardi l’anno) se ne va in spese correnti (personale docente, non docente, bidelli, cooperative di pulizia) come ha mostrato nel suo rapporto Ettore Barca. Dobbiamo investire sull’edilizia scolastica, sulla carriera degli insegnanti. Per non colpire gli stipendi già bassi, abbiamo esonerato i professori dal blocco delle retribuzioni previsto dal ministro Brunetta per la Pubblica amministrazione, salvando gli scatti di anzianità. Abbiamo tagliato il superfluo, fermando il proliferare di cattedre sganciato dal fabbisogno effettivo, e ponendo fine al livellamento degli indirizzi”.

Nei licei pubblici, però, lamentano l’assenza dei supplenti. “Abbiamo calibrato la pianta organica, modificando il modo di individuare i supplenti, e puntando sulla continuità didattica, facendo girare i professori interni, prima di chiamarne di esterni”. Molti denunciano la contrazione del tempo pieno. “E’ una falsità della sinistra. In realtà, il tempo pieno è aumentato. E col 30 per cento dei risparmi, effetto dei ‘tagli della Gelmini’, abbiamo finanziato gli scatti di anzianità dei professori destinando il resto alla qualità della scuola. Quando si parla di cifre, bisognerebbe far tacere l’ideologia”, dice il ministro, continuando il suo elenco delle risorse liberate: “Abbiamo destinato un miliardo per l’edilizia scolastica; superato il modulo – invenzione sindacale dei tre maestri alle elementari – recuperando ore per il tempo pieno; in continuità col governo Prodi, abbiamo ridotto gli indirizzi degli istituti tecnici, per ridurre la dispersione scolastica. A fronte del 28, 9 per cento di giovani disoccupati, nel 2010 sono rimasti scoperti 110 mila posti di lavoro nelle imprese che non trovano profili per tecnici specializzati. Ci accusano di voler inchiodare i giovani al lavoro manuale, ma noi vogliamo restituire dignità all’apprendistato, aumentando le ore di laboratorio e assecondando le richieste del settore manifatturiero”. E il divario nord-sud come superarlo? “Adotteremo un sistema di valutazione sia per le medie sia per la maturità, l’Invalsi, dopo l’Anvur per le università. Anche  Berlinguer ci aveva provato, ma la Cgil lo uccise. E invece la valutazione serve non a discriminare, ma a automigliorarsi. In tutti i paesi esiste un’agenzia che valuta investimenti e strutture con report oggettivi. Noi crediamo nella scuola pubblica, per questo ne vogliamo migliorare la performance con criteri di trasparenza, innovazione e valutazione sia per gli studenti sia per i professori. Per migliorare la qualità dei docenti, punteremo sul tirocinio pratico, con un tutor affiancato al giovane insegnante. Col contratto nazionale 2013, la formazione terrà conto sia dell’esperienza sia dell’aggiornamento”.

Per molti prof, però, l’aggiornamento è una chimera: con 1. 600 euro al mese, moglie e figli a carico, sono costretti al triplo lavoro. “La retribuzione sarà adeguata agli sforzi che migliorano la performance degli insegnanti”, risponde il ministro. “La scuola dev’essere meritocratica non solo per chi la riceve, ma anche per chi la offre. Ma non ci può essere il merito se è il sidacato a stabilire il contratto generale. L’anzianità non può essere l’unico parametro per gli aumenti di stipendio. Per questo, nonostante il boicottaggio di Cgil e Cobas, abbiamo lanciato una sperimentazione volontaria fondata su due sistemi di valutazione: reputazionale, affidata alla scuola, e personale, legata al singolo. A fine anno avremo i risultati e agiremo di conseguenza. Noi non vogliamo distruggere la scuola pubblica, ma migliorarla, valorizzarla e liberarla dai vecchi lacci dell’ideologia egalitaria e del pansindacalismo immobilista. Non possiamo più permetterci di farne un ammortizzatore sociale a basso costo, dove vige il principio lavorare poco e lavorare tutti. Ne va del futuro dei nostri figli”.