Un testo inedito di mons. Luigi Padovese
Tratto dal sito ZENIT, Agenzia di notizie il 3 dicembre 2010

Oggi, 3 dicembre, ricorrono i sei mesi dalla morte del Vescovo Luigi Padovese, frate cappuccino, Vicario Apostolico dell’Anatolia e testimone della fede, ucciso a coltellate dal suo autista a Iskenderun, in Turchia.

Per l’occasione presentiamo un inedito tratto dalle dispense del suo corso Espressioni di spiritualità cristiana in epoca patristica inerente alla “spiritualità nella letteratura martirologica”.

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Passando in rassegna gli Acta e le Passiones [dei martiri], ricorre frequente l’idea che il martire è chiamato a conformarsi a Cristo, ad imitarlo. Ora “in un tempo di persecuzione e di sofferenze l’imitazione sarà quella del Gesù sofferente. Non v’è da meravigliarsi che nei secoli in cui per perseverare nel cristianesimo bisognava essere di continuo pronti a morire, la morte di Cristo ha attirato specialmente gli sguardi delle anime cristiane”. E in verità queste traggono motivo di coerenza e di forza guardando all’esempio di Cristo.

“I redenti ed i vivificati col sangue di Cristo – scrive Cipriano – nulla devono anteporre a lui, perché egli nulla antepose a noi, anzi, per causa nostra preferì i mali ai beni, la povertà alla ricchezza, la schiavitù al comando, la morte alla immortalità”. L’amore di Cristo per l’uomo suscita perciò l’imitazione. Si comprende allora perché Ignazio scriva: “Per me è meglio morire per Gesù Cristo che essere re sino ai confini della terra. Io cerco colui che morì per noi, io voglio colui che per noi resuscitò… lasciate che io imiti la passione del mio Dio”. E Clemente Romano, guardando alla passione di Gesù dichiara: “Guardate, carissimi, quale esempio ci viene proposto! Se fino a questo si è umiliato il Signore, cosa faremo noi, che, per lui, ci siamo assoggettati al giogo della grazia!”.

Il martire, nell’imitazione di Cristo attualizza e ripresenta in sé la passione stessa del Signore, e nello stesso tempo, ripropone il paradosso dell’apparente impotenza di Dio. Come di Cristo, infatti, i giudei dicevano: “… salvi se stesso, se è veramente il Messia scelto da Dio” (Lc. 23, 35) e: “Vediamo se viene il profeta Elia a toglierlo dalla croce” (Mc. 15, 36), così dei martiri, alcuni assai rammaricati, dicevano: “Dov’è il loro Dio? Che vantaggio hanno avuto dalla religione per cui hanno dato la vita?”.

Se questi costituivano parte dei sentimenti ‘comuni’ nei confronti dei martiri, costoro da parte loro si consideravano fortunati di poter attestare il loro amore a Cristo nell’imitazione cruenta. Poco prima di morire sul rogo, Carpo prega: “Sii benedetto, Signore Gesù Cristo, che ti sei degnato di fare me, peccatore, compagno della tua sorte”. E di Perpetua, Felicita e compagni leggiamo che “per il loro atteggiamento il popolo esasperato chiese che fossero flagellati… Ed essi si rallegrarono perché così potevano soffrire una parte dei patimenti del Signore”. Connesse al martirio sono dunque assai presenti attestazioni di gioia per quello che è considerato un dono di Dio.