La sedicenne obesa e di colore, semi-analfabeta, abusata dal padre, si ribella rifiutando di abortire. E tenendo con sé i propri figli, al contrario del bel film pro-life del 2007
di Giulia Galeotti
Tratto da Avvenire del 2 dicembre 2010

Di Precious, film di Lee Daniels trat­to dal romanzo di Sapphire Push (Fandango), la trama è ormai no­ta. Nella Harlem cupa e povera di fine anni Ottanta, una sedicenne o­besa e di colore, abusata dal padre, umiliata dalla madre, semi-analfabeta, con due figli (la maggiore è Down) nati dal­l’incesto e sieropositiva, riesce – quasi mi­racolosamente – a mettere insieme la sua vita, dandole una direzione. Così Precious si appropria di una dignità e di un’identità che, forse, nonostante il suo nome, non ha mai avuto nella sua vita, breve, ma già profondamente ferita.

In questa vicenda, non vera ma tragicamente verosimile, c’è una scena clou, una scena in cui davvero questa adolescente rivela, sor­prendentemente, una forza e una determi­nazione che hanno dell’incredibile.

La scelta veramente matura e coraggiosa che Precious compie, infatti, non è tanto quel­la di ribellarsi alla madre, una donna tal­mente disperata che, nella sua distorta fol­lia, arriva a incolpare la figlia di averle ru­bato l’uomo (che altri poi non è che il pa­dre della ragazza). Una ribellione verso la madre che passa per la decisione di iscriversi a una scuola speciale, reagendo così a quel­la vita di rancore, povertà e ignoranza a cui il suo ambiente vorrebbe tenerla inchioda­ta.

Alla seconda gravidanza, Precious viene infatti espulsa dalla scuola pubblica dal­la preside, che, però, non l’abbandona a se stessa ma, in un surreale dialogo dal ci­tofono di casa, dà alla ragazza indicazioni sulla struttura che le cambierà la vita. Se dunque già in questo passaggio l’adole­scente tira fuori una grinta fino a quel mo­mento insospettata (nella parte iniziale del film sembra quasi che odio, dileggio e vio­lenza le scivolino addosso), la vera, auten­tica determinazione di Precious risulta più avanti nella pellicola quando si oppone al­la sua nuova professoressa. Si tratta di Miss Rain, la donna intelligente, affascinante e di­screta che, insegnandole a leggere e a scri­vere, con un affetto caparbio e determina­to, le permette finalmente di credere in se stessa e di volersi bene.

La scena si svolge al telefono. Precious è seduta sul suo letto all’ospedale, dove ha appena partorito il secondo figlio, Abdul. Miss Rain spinge per una soluzione che nessuno si sentirebbe di condannare: Precious ha appena iniziato a prendere in mano la sua vita, deve finire la scuola, ha solo 16 anni, forse la soluzione migliore è quella di dare il neonato in adozione. La ra­gazza, però, non vuole sentire ragioni; vuo­le sì reagire all’odio e al degrado, ma lo vuo­le fare con loro, con i suoi figli, amandoli e tenendoli accanto a sé. E lo farà non solo con il piccolo Abdul, ma anche con la pri­mogenita Down. In questa decisione Pre­cious manda ko Juno, che aveva sì rifiutato l’aborto, ma aveva subito scartato l’even­tualità di tenere il bambino. Tanto il film di Jason Reitman si era chiuso con la bian­ca e longilinea Ellen Page serena, meditati­va e sola, quanto quello di Lee Daniels ve­de la debordante Gabourney Sidibe scen­dere le scale con un bimbo in braccio, e un’altra per mano. È un trio un po’ trabal­lante, ma pur sempre un trio.