di Massimo Introvigne

Si è concluso nel fine settimana a Madrid il simposio organizzato dalla Scuola diplomatica del Ministero degli Esteri sulle fobie e discriminazioni religiose nel mondo, con particolare attenzione all’area mediterranea. Vi hanno partecipato accademici, magistrati e diplomatici di diversi Paesi, compresi la Giordania, il Marocco e Israele. Sono stato tra i relatori del simposio, di cui credo sia importante analizzare – al di là dei singoli interventi – quattro conclusioni generali.
La prima è che l’epoca dei conflitti religiosi non è affatto finita. Musulmani contro indù e indù contro musulmani. Sciiti contro sunniti e sunniti contro sciiti. Indù contro buddhisti. Non passa giorno senza che qualche sanguinoso scontro fra religioni non faccia almeno una vittima.
La seconda è che, per quanto le statistiche non rendano mai giustizia a tutte le vittime come dovrebbero, c’è però un dato incontrovertibile ed evidente. Studi di fonti molto diverse concordano su fatto che il 75% degli episodi di violenza e di discriminazione contro gruppi religiosi vede come vittima i cristiani. È certamente giusto segnalare anche altre persecuzioni e discriminazioni. Ma è paradossale che proprio le vittime più numerose, i cristiani, siano quelle di cui la grande stampa internazionale parla meno.
La terza conclusione è che sul piano diplomatico, che era quello specifico del simposio, qualche passo in avanti è stato fatto. La diplomazia della Santa Sede con l’appoggio di alcuni Stati europei, Italia compresa, e con un’azione che si svolge spesso senza comunicati stampa e lontano dai riflettori, ha ottenuto miglioramenti legislativi in diversi Paesi. Nella stessa area a maggioranza islamica ci sono zone dove la libertà di culto è garantita e dove convertirsi al cristianesimo non è più un reato. Sarebbe sbagliato negare questi piccoli miglioramenti di una situazione che rimane però preoccupante. Non ci si può accontentare della sola libertà di culto dove l’annuncio e la missione restano vietati. Le leggi più favorevoli alla libertà religiosa non sempre sono applicate con coerenza. Un intervento ha presentato il caso di un pilota dell’aviazione militare siriana che ha chiesto asilo politico in Francia. Nonostante la legge siriana in teoria riconosca la libertà religiosa, dopo essersi convertito al cristianesimo ha perso in pochi giorni il lavoro, la moglie e anche tutti i denti, a causa delle violenze dei commilitoni che cercavano d’indurlo a rinnegare la conversione. Infine, come dimostra il caso del Pakistan, quando uno Stato su pressioni internazionali elimina le leggi che trasformano in reato la conversione dall’islam a un’altra religione questo passo positivo rimane insufficiente, se rimangono in vigore le leggi contro la blasfemia. Ci sono infatti giudici che considerano qualunque gesto del convertito una forma di bestemmia contro l’islam e procedono di conseguenza.
La quarta conclusione è che, se certamente non si possono assimilare questi casi alle persecuzioni violente in Pakistan o in Iraq, ci sono problemi d’intolleranza e discriminazione contro i cristiani anche in Europa Occidentale, come ha mostrato il “Rapporto Ombra” appena presentato a Vienna da una ONG (Organizzazione non governativa) specializzata in questo settore. Al simposio di Madrid è stato citato il caso, fatto conoscere in Italia proprio da La Bussola, di una pubblicità sull’AIDS del movimento giovanile del Partito Scialista in Andalusia, dove mani che sembrano quelle di un sacerdote levano in alto un preservativo in un gesto volutamente simile all’elevazione nella Messa. Lo slogan che accompagna l’immagine è “Benedetto il preservativo che toglie l’AIDS dal mondo”. Certo, la campagna è stata messa in crisi da organizzazioni cristiane internazionali, che hanno invocato anche questioni di copyright. Ma c’è discriminazione contro i cristiani quando, mentre analoghe offese ad altre religioni sono condannate sia dai media sia dai giudici, in questi casi ogni protesta è subito criticata come attentato alla libertà di espressione. E ci sono incidenti anche più gravi di cristiani che perdono il posto di lavoro per avere esercitato forme di obiezione di coscienza, non sempre riconosciute dalle leggi, o per avere espresso opinioni non politicamente corrette sui temi della vita e della famiglia.
Che fare, allora? L’azione diplomatica deve continuare. Ma non può non essere accompagnata da una riflessione culturale sulla libertà religiosa che, come insegna Benedetto XVI, non è uno dei tanti diritti della persona ma la pietra angolare su cui si fondano tutti gli altri diritti. La libertà religiosa non va confusa con il relativismo. “Libertà religiosa – spiega l’enciclica Caritas in veritate – non significa indifferentismo religioso e non comporta che tutte le religioni siano uguali”. Questa vera comprensione della libertà religiosa dovrebbe rassicurare anche alcuni Paesi i quali temono che accogliere i principi giuridici della libertà religiosa, talora percepiti come solo “occidentali”, diffonda il relativismo o svaluti l’identità e le tradizioni nazionali.
Infine, la libertà religiosa di cui occuparsi non può essere solo quella delle minoranze, per quanto queste siano degne di attenzione. Esistono anche i diritti delle maggioranze, troppo spesso dimenticati in alcuni Paesi europei, a vedere riconosciuta la loro identità e la loro storia. In Europa, questa storia è indissolubilmente legata al cristianesimo. Chi nega le radici cristiane dell’Europa sta già preparando la discriminazione contro i cristiani.
da www.labussolaquotidiana.it