di Massimo Introvigne
Tratto da La Bussola Quotidiana il 29 marzo 2011

Dell’iniziativa del Cortile dei gentili organizzata dal cardinale Ravasi e appena conclusa a Parigi si parla in questi giorni soprattutto per gli interventi di due ex-maoisti, uno convertito al cattolicesimo, il filosofo Fabrice Hadjadi, che ha pronunciato una dura condanna dell’eugenetica e della cultura di morte eutanasica, e una non convertita ma affascinata dal cristianesimo, la semiologa Julia Kristeva. Vale la pena però di riflettere sul significato globale dell’iniziativa.

Nel Discorso alla Curia romana per la presentazione degli auguri natalizi, del 21 dicembre 2009, Benedetto XVI aveva lanciato l’idea di un nuovo «Cortile dei gentili», con riferimento all’episodio evangelico dove Gesù caccia i mercanti dal cortile esterno del Tempio. Questo cortile – come il Papa ha spiegato anche in Gesù di Nazaret. Seconda parte – era stato occupato abusivamente dai mercanti. Era infatti uno spazio riservato ai gentili, ai non Ebrei, che non potevano entrare nel Tempio ma che – incuriositi dalla religione d’Israele – da fuori ne seguivano i riti. I gentili del Cortile, spiegava il Papa in quel discorso del 2009, sono «persone che conoscono Dio, per così dire, soltanto da lontano; che sono scontente con i loro dèi, riti, miti; che desiderano il Puro e il Grande, anche se Dio rimane per loro il “Dio ignoto” (cfr. At 17, 23). Essi dovevano poter pregare il Dio ignoto e così tuttavia essere in relazione con il Dio vero, anche se in mezzo ad oscurità di vario genere». Prima ancora della fondazione della Chiesa, con la sua apertura universale, già il popolo dell’Antico Testamento riserva almeno un cortile esterno del Tempio a persone immerse nel contatto con «dèi, riti, miti» che non sono il vero Dio né la vera adorazione, e che quindi li lasciano insoddisfatti e in ricerca.

Oggi la situazione non è cambiata. «Dèi, riti, miti» diversi dal Dio cristiano abbondano, anzi si moltiplicano. Non si tratta solo delle altre religioni ma anche di idoli come la scienza, il denaro, il sesso, il potere: i veri dèi alternativi del nostro tempo. Non mancano neppure i mercanti del Tempio, che profittano di questa situazione per trarne profitti non sempre onesti.

Che fare, allora? «Io penso — confidava il Papa nel 2009 — che la Chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di “cortile dei gentili” dove gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l’accesso al suo mistero, al cui servizio sta la vita interna della Chiesa. Al dialogo con le religioni deve oggi aggiungersi soprattutto il dialogo con coloro per i quali la religione è una cosa estranea, ai quali Dio è sconosciuto e che, tuttavia, non vorrebbero rimanere semplicemente senza Dio, ma avvicinarlo almeno come Sconosciuto». Questa iniziativa, dopo un esordio a Bologna, ha ora appunto preso corpo a Parigi con un convegno di due giorni organizzato dal Pontificio Consiglio per la Cultura, cui hanno partecipato – accanto ai credenti – intellettuali non credenti in qualche modo incuriositi, come gli antichi gentili, dal fenomeno religioso e dal cristianesimo.

Naturalmente, solo il tempo potrà pronunciarsi sull’efficacia di queste e simili iniziative. Alcuni dei raffinati intellettuali che hanno partecipato all’incontro di Parigi – tra cui Julia Kristeva – si sono affrettati a spiegare ai giornali che certo, la religione li interessa, ma atei sono e atei vogliono rimanere. Ma un aspetto di grande interesse della due giorni parigina è stata la partecipazione di giovani, molti dei quali hanno confidato ai giornalisti – francesi, perché i grandi giornali italiani come al solito hanno dedicato ben poco spazio a un evento organizzato dalla Chiesa Cattolica – di sentirsi anche loro «gentili», non credenti in ricerca di «qualcosa».

Benedetto XVI con il videomessaggio trasmesso sul sagrato della cattedrale di Notre-Dame che il 25 marzo ha concluso la due giorni proprio ai giovani ha scelto di rivolgersi. A loro ha ricordato ancora una volta che cos’era il Cortile dei gentili, «quello spazio aperto sulla vasta spianata vicino al Tempio di Gerusalemme, che permetteva a tutti coloro che non condividevano la fede di Israele di avvicinarsi al Tempio e di interrogarsi sulla religione. In quel luogo, essi potevano incontrare degli scribi, parlare della fede ed anche pregare il Dio ignoto». C’è però una differenza fra quanto poteva accadere prima e dopo la venuta di Gesù. «Se, all’epoca, il Cortile era allo stesso tempo un luogo di esclusione, poiché i “Gentili” non avevano il diritto di entrare nello spazio sacro, Cristo Gesù è venuto per “abbattere il muro di separazione che divideva” ebrei e gentili”», riunendoli nella proposta di un’unica Chiesa.

Il Papa sa che i giovani oggi si avvicinano spesso alla Chiesa partendo dalla bellezza e dall’arte, e li ha dunque invitati a contemplare per prima cosa «questo magnifico capolavoro della cultura religiosa francese, Notre-Dame di Parigi». Con i nuovi Gentili il dialogo del Papa è partito poi dai «grandi interrogativi dell’esistenza umana». Molti – la maggioranza tra i giovani in Francia, secondo i sociologi – «riconoscono di non appartenere ad alcuna religione», eppure hanno nel loro cuore l’aspirazione a «un mondo nuovo e più libero, più giusto e più solidale, più pacifico e più felice». Da questa esigenza i giovani non credenti sono spinti a guardare con attenzione «i credenti, esigendo da loro, in particolare, la testimonianza di una vita che sia coerente con ciò che essi professano e rifiutando qualsiasi deviazione della religione che la renda disumana».

E quale dev’essere la risposta adeguata dei giovani credenti, che pure sono una minoranza? Dovete, ha detto il Papa, «dire ai vostri amici che questo tesoro racchiuso in voi merita una condivisione, un interrogativo, una riflessione. La questione di Dio non è un pericolo per la società, essa non mette in pericolo la vita umana! La questione di Dio non deve essere assente dai grandi interrogativi del nostro tempo».

La Francia, ha aggiunto Benedetto XVI, si caratterizza per la laicità e per il frequente riferimento al motto della Rivoluzione francese: libertà, uguaglianza, fraternità. Il Papa è tornato sulla distinzione, che aveva proposto nel viaggio in Francia del 2008, tra sana laicità e laicismo. «Le religioni – ha detto – non possono aver paura di una laicità giusta, di una laicità aperta che permette a ciascuno di vivere ciò che crede, secondo la propria coscienza». Quanto al motto che la Repubblica francese ha assunto come proprio, ovunque nel mondo esso è credibile solo se rispetta i diritti dei credenti accanto a quelli dei non credenti. «Se si tratta di costruire un mondo di libertà, di uguaglianza e di fraternità, credenti e non credenti devono sentirsi liberi di essere tali, eguali nei loro diritti a vivere la propria vita personale e comunitaria restando fedeli alla proprie convinzioni, e devono essere fratelli tra loro».

Il Papa ha ripetuto ai giovani due punti cruciali del suo Magistero. Il primo è che occorre comprendere come solo «l’incontro tra la realtà della fede e quella della ragione permetta all’uomo di trovare se stesso». Questo incontro è diventato difficile, perché al posto della ragione orientata al vero oggi domina una ragione strumentale orientata all’utile: «troppo spesso la ragione si piega alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, costretta a riconoscere quest’ultima come criterio ultimo. La ricerca della verità non è facile. E se ciascuno è chiamato a decidersi, con coraggio, a favore della verità, è perché non esistono scorciatoie verso la felicità e la bellezza di una vita compiuta».

Il secondo punto è che se da una parte occorre riaffermare come in linea di diritto le verità e i valori che la ragione è in grado di riconoscere sono universali – dunque accessibili anche ai non credenti –, in linea di fatto in un mondo sempre segnato dal peccato originale e oggi confuso dalla dittatura del relativismo scoprire e difendere le verità naturali senza fondarle in Dio e in Gesù Cristo è difficile. La vera fraternità oggi di fatto fiorisce soltanto «riconoscendo che solo Dio, in Cristo, ci libera interiormente e ci dona la possibilità di incontrarci davvero come fratelli».

Quanto alla libertà, non è forse azzardato mettere in relazione due discorsi che il Papa ha tenuto lo stesso giorno, ricordando che nella mattinata del 25 marzo, ricevendo i partecipanti al Corso sul Foro Interno promosso dalla Penitenzieria Apostolica, Benedetto XVI ha mostrato nella confessione sacramentale cattolica l’elemento decisivo di una pedagogia della libertà, e uno dei pochi luoghi dove tante persone che chiedono di essere ascoltate possono oggi trovare chi li ascolta. I confessionali sono davvero luoghi «nei quali la libertà personale e la consapevolezza di sé sono chiamate ad esprimersi in modo particolarmente evidente. È forse anche per questo che, in un’epoca di relativismo e di conseguente attenuata consapevolezza del proprio essere, risulta indebolita anche la pratica sacramentale. «Nel nostro tempo caratterizzato dal rumore, dalla distrazione e dalla solitudine, il colloquio del penitente con il confessore può rappresentare una delle poche, se non l’unica occasione per essere ascoltati davvero e in profondità». Occorrerebbe anche essere consapevoli che «l’esame di coscienza ha un importante valore pedagogico: esso educa a guardare con sincerità alla propria esistenza, a confrontarla con la verità del Vangelo e a valutarla con parametri non soltanto umani, ma mutuati dalla divina Rivelazione. Il confronto con i Comandamenti, con le Beatitudini e, soprattutto, con il Precetto dell’amore, costituisce la prima grande “scuola penitenziale”».

E tuttavia questa consapevolezza è un punto di arrivo, non di partenza. Giovani credenti e non credenti, ha spiegato il Papa nel videomessaggio alla folla di Parigi, possono anzitutto insieme cominciare a «rispettare, aiutare ed amare ogni essere umano, poiché esso è una creatura di Dio e in un certo modo la strada che conduce a Lui», senza dimenticare «coloro che vivono in povertà o in solitudine, coloro che soffrono per la disoccupazione, che attraversano la malattia o che si sentono ai margini della società».

I non credenti sono infine convocati all’antica «preghiera al Dio Ignoto. Cari giovani non credenti, unendovi a coloro che stanno pregando all’interno di Notre-Dame, in questo giorno dell’Annunciazione del Signore, aprite i vostri cuori ai testi sacri, lasciatevi interpellare dalla bellezza dei canti e, se lo volete davvero, lasciate che i sentimenti racchiusi in voi si elevino verso il Dio Ignoto». «Il Dio che i credenti imparano a conoscere vi invita a scoprirLo e vivere di Lui sempre più. Non abbiate paura! Sulla strada che percorrete insieme verso un mondo nuovo, siate cercatori dell’Assoluto e cercatori di Dio, anche voi per i quali Dio è il Dio Ignoto. E che Colui che ama tutti e ciascuno di voi vi benedica e vi protegga».