Disegnò un fantasma e suo papà  finì in galera • La storia di Angela Lucanto, portata via ai genitori quando aveva 7 anni e tenuta nascosta per un decennio • Il padre era stato accusato di pedofilia incestuosa ma era innocente. Eppure per quasi 3 anni è rimasto in carcere • E dopo la sua assoluzione la piccola è stata data lo stesso in adozione
Tratto da Avvenire del 10 luglio 2010

«I Carabinieri la prelevarono a scuola senza dirci nulla. Sparì nel 1995, l’abbiamo trovata nel 2005. Aspettiamo le scuse del pm»

Raffaella Lucanto, mamma di Angela, mi guarda fisso e mi porge carta e penna. «Mi disegni un fantasma». La penna sul foglio sale, poi arrivata in alto si incurva e scende sinuosa come un lenzuo­lo… «Basta così. Lei per questo è già in ga­lera». Non esagera: così è iniziata la trage­dia che per suo marito Salvatore ha signifi­cato 2 anni e mezzo di carcere da innocen­te, e per la figlia Angela una reclusione an­cora più dolorosa, durata dieci anni. Un ra­pimento vero e proprio, eseguito non da u­na banda criminale ma da quella che chia­miamo ‘giustizia’.

Che cosa è successo quel 24 novembre 1995?
Angela, che aveva 7 anni, era a scuola, se­rena come sempre. Entrarono in classe due carabinieri e un’assistente sociale e la pre­levarono. A noi non dissero nulla: il pome­riggio andai a prenderla al pullmino e non c’era. Immagini la nostra angoscia, ma so­prattutto la paura della bambina, non sa­peva perché l’avessero portata in un posto con le sbarre, dove passavano notti e gior­ni e di mamma e papà non otteneva noti­zie. Le dicevano che il papà le aveva fatto brutte cose e che solo se lei lo avesse am­messo sarebbe tornata a casa. Ma quelle brutte cose non erano mai avvenute e An­gela, che ha sempre avuto un carattere di ferro, non si piegava. Finché una delle ze­lanti psicologhe che collaboravano con il pm con il compito di ‘far parlare’ la bam­bina non le chiese di disegnare un fanta­smino e lei lo fece proprio così… Fu inter­pretato come simbolo fallico e mio marito il 26 gennaio alle 5 del mattino fu trascina­to a San Vittore. Non capivamo cosa stesse accadendo, eravamo certi che in poche o­re l’equivoco si sarebbe chiarito, invece re­stò in cella due anni e mezzo.

Ma come nacque questa follia?
Una cuginetta di 14 anni, molto disturbata (poi finì in un ospedale psichiatrico ed è tut­tora in cura) aveva accusato il proprio fra­tello di molestie. Poi man mano aveva al­largato la cerchia, tirando dentro i suoi stes­si genitori, due fratelli, mio marito, altri pa­renti e persino uno zio di mio marito che non aveva mai visto e che viveva in Ameri­ca… ma secondo i suoi racconti tutti i fine settimana era in Italia e partecipava alle or­ge. Non ce l’ho con lei, era malata, il guaio invece è che un pm le ha creduto.

Chi era questo pubblico ministero?
Pietro Forno. Non lo avevo mai sentito no- minare prima, ora so che è molto noto per il cosiddetto ‘metodo Forno’: si interroga­no i bambini, li si sottopone a psicologi e as­sistenti sociali, li si toglie alle famiglie anche senza prove, e tocca al presunto colpevole riuscire a dimostrare la propria innocenza. La posizione di mio marito si aggravò quan­do la cuginetta di colpo si inventò che oltre a lei violentava pure Angela. Infine il disegno del fan­tasma divenne la ‘pro­va schiacciante’ e Sal­vatore fu condannato a 13 anni.

Ma in secondo grado e poi in Cassazione la sua completa innocenza fu ovviamente rico­nosciuta: tante scuse, ci siamo sbagliati…
Fu assolto, sì, ma senza scuse. Ancora a­spetto che il pm Forno venga a chiedere per­dono per aver distrutto la nostra famiglia, soprattutto la vita di Angela. Dal giorno in cui fu prelevata a scuola non l’abbiamo più vista per dieci anni. Immagini l’inferno di due genitori e pensi a cosa avrà vissuto quella bam­bina, prima sbattu­ta al Caf, il Centro di Affido familiare, poi, dopo che io mi in­catenai al di fuori perché me la restituissero, trasferita a sire­ne spiegate e di nascosto al Kinderheim di Genova, da dove tentò persino di evadere, infine data in adozione a una famiglia di Va­rese. Tenga conto che di tutto questo noi e­ravamo tenuti all’oscuro: di Angela dalla mattina del 24 novembre 1995 non abbia­mo saputo più nulla per un intero decen­nio.

Qual è stato il momento più atroce?
Non il giorno del rapimento da scuola, ma quando, nonostante mio marito fosse sta­to assolto, la pratica di adozione è andata a­vanti. Per la giustizia lui era innocente, ma la stessa giustizia continuava a nascondere Angela e poi la dava addirittura a nuovi ge­nitori! Un ingranaggio, infernale, assurdo, che non sai come fermare.

Oggi Angela è con voi. Com’è avvenuto l’in­contro?
Non avevamo mai smesso di cercarla. In ca­sa non spostavamo nulla, i suoi vestitini da bambina, i suoi giocattoli, tutto era lì ad a­spettarla. Nell’estate del 2005 scoprimmo da un documento che la famiglia adottiva la portava al mare ad Alassio, così per setti­mane io e mio marito abbiamo battuto le spiagge. Chissà com’è diventata, ci chiede­vamo, ma appena Salvatore l’ha vista l’ha ri­conosciuta. Che fatica non correrle incon­tro.

Così siete riusciti a risalire alla famiglia a­dottiva.
Ma per mesi abbiamo taciuto, andavamo a guardarcela di nascosto fuori da scuola… Il momento più incredibile è stato quando suo fratello Francesco le ha rivolto la paro­la per la prima volta: temevamo non ci vo­lesse più, invece ci aspettava da sempre. Ap­pena entrata in casa è andata dritta a cer­care le sue cose… Angela aveva 17 anni ed era adottata, le era vietato incontrarci e i magistrati le hanno fatto la guerra, ma ap­pena ne ha compiuti 18 è tornata da noi.

Una felicità difficile da immaginare.
La vita di tutti e quattro è ripresa in quel momento, prima c’è una bolla di dolore. A­desso ci resta ancora la fatica di adottarla: per i giudici non è più nostra figlia, ha un al­tro cognome… E sì che dovrebbero pensar­ci loro, come risarcimento, invece dobbia­mo affrontare tanta burocrazia… Ma non è questa la cosa più paradossale: per il rapi­mento ci hanno mandato il conto, 60 mi­lioni di lire solo per il primo anno. Il riscat­to no, non lo pagheremo!