Scabini: aiuti economici insufficienti senza impegno educativo • La psicologa: c’è un’etica delle relazioni familiari che deve andare di pari passo con i provvedimenti Altrimenti si rischia di perdere il senso del far famiglia
di Luciano Moia
Tratto da Avvenire del 10 novembre 2010

Il bene dei legami familiari non si può mi­surare con le statistiche. Eppure la qualità delle relazioni affettive, la forza delle e­mozioni virtuose, le storie condivise che co­struiscono la trama unica e originale di ogni nucleo familiare rappresentano lo scrigno che custodisce il significato profondo del ‘fare’ e dell’’essere’ famiglia. «I legami affettivi fon­dati sull’amore e sul rispetto che, attraverso l’educazione diventano patrimonio condi­viso e valore sociale aggiunto non si possono valutare con i numeri, ma sono irrinuncia­bili ed essenziali. I provvedi­menti legislativi e gli inter­venti economici sono impor­tanti ma – avverte Eugenia Scabini, docente di psicologia della famiglia alla Cattolica di Milano che ieri, alla Confe­renza nazionale ha animato la sezione dedicata all’educa­zione – non sono tutto. Senza educazione qualsiasi forma di aiuto monetario rischia di ri­sultare inadeguato».

Perché è importante far viag­giare su binari strettamente correlati impegno educativo e interventi legislativi?
Se non comprendiamo il sen­so dei legami familiari, se non impariamo a coltivarli nel mo­do e nella misura giusta, se non trasmettiamo in famiglia l’alfabeto della relazioni, ri­schiamo di smarrire il signifi­cato dei nostri sforzi. C’è un’e­tica della famiglia che viene prima di qual­siasi profilo economico.

In questi giorni rimbalza spesso, da una re­lazione all’altra qui alla Conferenza nazio­nale, l’elenco delle patologie familiari: ma­trimoni posticipati, figli unici, famiglie vitti­me dell’isolamento sociale, separazioni e di­vorzi. Proviamo a leggere questi allarmi in chiave educativa?
Va bene. Partiamo.

Genitori sempre più anziani e, spesso, come conseguenza, figli unici. Quali ripercussio­ni?
Se papà e mamma non sono più giovanissi­mi, i problemi sono più di tipo biologico che educativo. La pretesa del figlio a tutti i costi, con le derive etiche che sappiamo, è frutto proprio di questa tendenza a posticipare la maternità. Ma se la natura è stata ancora ge­nerosa, direi che genitori un po’ anziani, quin­di presumibilmente più maturi ed esperti del­la vita, potrebbero addirittura rappresentare una risorsa per i processi educativi.

Ma poi quel figlio rischia di rimanere solo.
Allora cerchiamo nuove forme di fraternità. Inventiamo alleanze tra geni­tori. Proviamo a rendere più solide e stabile le amicizie tra i piccoli. Se non è possibile creare per via naturale la so­cietà fraterna, ricostruiamola in altro modo con intelligen­za e generosità.

Separazioni e divorzi. Quin­di famiglie monogenitoriali, attraversate da lacerazioni e incomprensioni. C’è una strategia da suggerire ai sempre più numerosi geni­tori soli?
Devono convincersi che le di­missioni da genitori non si possono mai dare. Educare vivendo separati è più diffici­le, certo, ma non impossibile. Dipende dalla sensibilità e dall’impegno dei genitori. Che va indirizzato soprattut­to a tenere quanto più lieve possibile il tasso di conflit­tualità.

Padri assenti. Un allarme ri­corrente. È emerso che su dieci genitori che seguono i figli a scuola, nove sono ma­dri. Quanto pesa questa pa­ternità evanescente?
Tantissimo. All’interno di ogni famiglia ci de­vono essere due figure di riferimento con ruo­li e caratteristiche precise, da non confonde­re mai. Sia i bambini che le bambine hanno bisogno di un padre per costruire, ciascuno dal proprio punto di vista e secondo percor­si specifici, la propria identità psicologica e re­lazionale. Per questo i padri che non si coin­volgono nel processi educativi rischiano di creare danni molto gravi. Ho però fiducia nei padri più giovani che rifiutano gli schemi del­la tradizione e scelgono l’impegno a tutto campo. Sì, è giusto sperare.