Buttiglione: è il risultato di anni di promesse vane • Intervista al presidente dell’Udc, convinto che il nucleo fondante della società «farebbe risparmiare molto allo Stato, se fosse trattato come interlocutore, non bistrattato e preso in giro»
di Pier Luigi Fornari
Tratto da Avvenire del 10 luglio 2010

Le famglie sono le vere e princi­pali vittime della crisi economi­ca. Lo constata il presidente del­l’Udc, Rocco Buttiglione, evidenzian­do i dati drammatici degli indicatori relativi al primo trimestre 2010 co­municati dall’Istat giovedì. «Il reddito disponibile è sceso del 2, 6% rispetto ad una anno prima – spiega il vice­presidente della Camera –. La spesa delle famiglie si è ridotta dello 0, 7%. La propensione al risparmio si è con­tratta di ben il 2, 6%. Sono cifre che tor­nano a dimostrare ciò che era già evi­dente: le famiglie pagano anni di va­ne promesse senza che sia stato fatto nulla per loro. Con un impatto pe­santemente negativo su tutto il Paese».

Perché questo impatto esteso?
Le famiglie sono il nucleo fondante della società, e anche in questa crisi sono il primo ammortizzatore socia­le. Inoltre la solidarietà familiare è de­terminante nell’offrire molti servizi che fanno risparmiare a Stato e enti locali un’enorme quantità di miliardi.

Allora dov’è il difetto di fondo della politica?
Le famiglie farebbero risparmiare molto se fossero il soggetto interlocu­tore delle politiche economiche, con­tinuano invece ad essere bistrattate, se non addirittura prese in giro.

Che fare?
È necessario affrontare alla radice la questione della giustizia fiscale nei confronti delle famiglie, come propo­ne da sempre l’Udc, ma è ancora più urgente provvedere ad un’azione im­mediata per fronteggiare nell’imme­diato le situazioni di povertà estrema che si stanno venendo a creare.

Ma si dice che adesso non ci sono le risorse…
Bene, io mi assumo la responsabilità politica di indicare come fare: alzare la tassazione delle rendite finanziarie che in Italia hanno un trattamento di vantaggio, straordinariamente di van­taggio. Si può passare dal 12, 5% al 20%, parificando il tratta­mento con gli altri Paesi. In questo modo troveremmo si­curamente tutte le risorse ne­cessarie. È ovvio che da que­sto diverso trattamento sa­rebbero esclusi i titoli del de­bito pubblico.

Forse qualcuno teme che u­na scelta così coraggiosa non renda poi ai fini elettorali…
Per questo io dico: se siamo tutti d’accordo su questo, poi non ci sarà più nessuno che ci può speculare sopra accu­sando il governo di aver alzato le tas­se. Del resto non è possibile ancora u­na volta arrivare alla fine della legisla­tura, senza far nulla per la famiglia, tradendo così tutti le promesse che abbiamo fatto in campagna elettora­le.

Crede davvero che si possa neutra­lizzare la preoccupazione elettorale?
Non possiamo andare avanti con po­litiche di brevissimo termine. L’Italia ha bisogno di politiche di lungo pe­riodo. Famiglie che funzionano ne so­no la premessa. Così si riducono le spese per il contrasto della droga, per la devianza giovanile, per l’assistenza agli anziani e potrei continuare con un lungo elenco. Guardi, non mi pia­ce neppure parlare di una specifica politica familiare, io penso ad un cam­biamento complessivo del Welfare che metta al centro la famiglia. Solo in questo modo potremmo ridurre i co­sti migliorando la qualità dei servizi.

C’è un consenso sociale per una tale svolta?
Questo è l’altro nodo da sciogliere. In­fatti l’antropologia dominante è indi­vidualista. Ma si deve capire che se si sfascia la famiglia, si sfascia anche l’in­dividuo. Una ragione di più perché il popolo del ‘family day’ si faccia sen­tire nell’agone politico.