Il noto commentatore della tv irlandese John Waters racconta il ritorno alla fede e l’emersione dalla cultura dominante • Amico degli U2, già legato alla star Sinead O’Connor, ora afferma: «C’è qualcosa di sbagliato in una visione culturale che schiaccia colui che cerca la via per l’Infinito»
di Lorenzo Fazzini
Tratto da Avvenire del 27 novembre 2010

Prima la triste vicenda degli abusi sessuali di minori da parte di preti cattolici, con la forte opera di espiazione pro­mossa da Benedetto XVI, ora la crisi finanziaria col rischio di ‘bancarotta pubblica’. Questi due fatti hanno riacceso le luci della ri­balta sull’Irlanda, paese conside­rato ‘tout court’ cattolico. La na­zione ‘verde’ è un esempio em­blematico di un certo cattolicesi­mo ‘popolare’, ma stretto nella morsa di una tradizione che non interloquisce più con il  popolo e un mainstream culturale progres­sista, che svilisce la religione nel suo afflato di verità. In questa te­naglia è caduto (ma si è pure libe­rato), John Waters, uno dei giorna­listi e commentatori più apprezza­ti a Dublino, arrivato a scrivere do­po un’esistenza avventurosa in cui ha fatto diversi lavori manuali (magazziniere, benzinaio, …), a­mico degli U2 e già compagno di Sinead O’Connor, la celebre e tra­sgressiva pop star. Quella di Wa­ters è una vita «da profugo a pelle­grino», come recita il sottotitolo della sua appassionante autobio­grafia Lapsed Agnostic (Marietti, pagine 230, euro 22), sentenza che gioca sull’ambiguità del termine ‘lapsed’, ‘rinnegato’, usato di so­lito da chi si allontana dalla fede.

Nella vicenda di Waters si nota la parabola di molta intellighenzja europea rispetto al cattolicesimo, transitata dagli sberleffi giovanili del ’68 alla sofferta decisione di ri­tornare a casa: «Mi ha colpito mol­te volte il pensiero che nasciamo con un senso di Dio, ma poi venia­mo convinti dal mondo e da noi stessi che è troppo bello per essere vero. Ci vogliono anni di punizio­ne per ridurci a una condizione a causa della quale non ci viene la­sciata altra opzione se non quella di riscoprire questo senso perdu­to». Il j’accuse di Waters (già inter­venuto al Meeting di Rimini grazie alla conoscenza ‘libraria’ con don Giussani) è ferocemente ironico verso quella che lui chiama ‘gene­razione Peter Pan’, gli ex sessan­tottini ora ascesi nelle stanze del potere, culturale, mediatico, poli­tico. Per i quali «Dio, essendo loro imposto da una generazione che sono giunti a disprezzare, dovreb­be essere abolito». Così nascono altri idoli, ad esempio «l’ossessio­ne per la giovinezza» o la «cultura orizzontale» invece di quella «ver­ticale», basata solo su «musica pop, film, televisione». Ma la mor­te di Dio, o meglio «l’assassinio di Dio perpetrato nella cultura post­sessantottina», non ha liberato l’uomo: «La responsabilità grava solo sulle mie spalle, e questo mi provoca un’ansia e una paura così intollerabili che non sono capace di fare neanche le cose più ordina­rie senza incappare in ulteriori fonti di stress». Profetiche, rispetto alla crisi economico-finanziaria di questi giorni nella terra di San Pa­trizio, queste parole del commen­­tatore: «Benché godiamo di una maggiore ricchezza, di cu­re sanitarie più avanzate, di un ambiente più sicuro e di un assortimento di congegni risparmia-fatica più vasto che mai, una se­rie di ansie ostacola la cre­scita della vera soddisfa­zione. Enormi guadagni in termini di ricchezza mate­riale non hanno consegui­to alcun aumento significativo di felicità». L’angoscia, per Waters, ha avuto il volto della dipendenza dall’alcol fino ai 35 anni: «Tutti gli alcolisti hanno ceduto alla tenta­zione di togliere Dio dal Suo trono e di sedercisi loro». Dal rifiuto del­la bottiglia per l’editorialista dell’ I­rish Times è iniziato un cammino di conversione che l’ha portato a una drammatica confessione di fede: «La mia esperienza mi dice che possiamo giungere a Dio solo non credendo in Lui. Possiamo trovarLo solo quando lo abbiamo rifiutato e siamo tornati, abbattu­ti, alla disperata speranza di esser­ci sbagliati». Dalla sua esperienza Waters trae poi linfa per nuovi giudizi circa il valore pubblico della religione. Ne è prova Soggetti smarriti (Lindau, pagine 312, euro 26), un poderoso saggio in cui il commentatore d’Ir­landa riflette su «come siamo di­ventati troppo intelligenti per ri­cercare Dio e il nostro stesso be­ne». L’autore prende a testimone il grande dissidente cecoslovacco Vaclav Havel, il quale soleva dire: «Io ho la fede, una condizione di apertura costante e produttiva, un continuo interrogarsi, il bisogno di ‘sperimentare il mondo’ anco­ra e ancora». Come i credenti de­vono rispondere alla sfida di un mondo post-secolare? Andando «oltre la consolazione» (titolo ori­ginario del testo di Waters) e offri­re la speranza: «C’è qualcosa di sbagliato nella nostra cultura se consente a qualcuno di rivendica­re come razionalità superiore una interpretazione della realtà basata solo sullo scetticismo, sul pessimi­smo, sul cinismo e sulla dispera­zione. Ogni giorno questo rumore di fondo culturale schiaccia l’indi­viduo in cerca di una via per espri­mere la sua dimensione infinita. Il risultato è una popolazione che ha fame di qualcosa che non sa più e­sprimere, avendo perso le parole con cui sperare».