di Assuntina Morresi
Tratto da SAFE – Salute femminile

Che una ragazza parli di se come di una persona nata viva sembra un’ovvietà. E invece neppure una riga del lungo racconto autobiografico «Nata viva» corre il rischio della scontatezza: le pagine scorrono fresche e veloci, in un’alternanza originale di leggerezza e drammaticità, felicità e dolore profondi.

I capitoli non seguono tanto una traccia temporale, quanto piuttosto il filo dei pensieri e dei ricordi, e soprattutto della consapevolezza del proprio vissuto.

«Quando ero piccola tutti mi dicevano che ero uguale agli altri bambini, poi crescendo mi è venuto qualche dubbio». Zoe (pseudonimo dell’autrice) inizia così la sua opera prima, un puzzle di storie e riflessioni personali a partire da quei lunghissimi cinque minuti senza respirare, quando è nata, che le hanno lasciato un’importante disabilità motoria.

Il libro ruota tutto intorno a due elementi chiave che lo rendono particolarmente efficace: il primo è la convinzione di Zoe secondo cui «negare le differenze non è un’arma per combatterle». Niente di più lontano dall’ipocrisia del politically correct con cui si affronta spesso il mondo della disabilità: negandolo, sostanzialmente, e cercando di ignorare le diversità. E il secondo ne è una diretta conseguenza: non basta riconoscere la disabilità per quel che è. È fondamentale potercisi, e soprattutto, volercisi misurare.

Zoe cerca persone che siano disposte a coinvolgersi veramente con lei, a condividere la sua vita per intero, senza riserve né fughe. A chi le sta accanto, dai familiari ai compagni di scuola, chiede un rapporto umano pieno e leale che non lasci indietro niente, ed è questa disponibilità che osserva, racconta e giudica.

«Quando nasce un bambino disabile sarebbe bello e naturale che tutta la famiglia diventasse più unita per aiutarlo, però a volte appare tutto il contrario: le persone si chiudono in se stesse e invece di reagire esasperano la situazione, negano il problema: è più comodo. In questo modo non devono mettersi in gioco, non devono dare nulla di loro stessi, non devono prendersi un impegno che dura per tutta la vita. Così facendo, però, si negano anche la gioia di far raggiungere alloro bambino traguardi che sembravano inimmaginabili, di vederlo crescere e reagire, di assistere giorno per giorno a piccoli ma importantissimi progressi. Anche a me è capitata una cosa simile. Dopo la mia nascita molte persone sono fuggite nascondendosi dietro scuse assurde».

Per questo sono innanzitutto sua nonna, che le è sempre accanto, e Rickie, che le ha fatto da padre, le persone più belle, quelle che hanno illuminato la sua vita e i suoi racconti. Chiede tanto e dà tanto, Zoe, a chi incontra e anche quando scrive: mette in gioco tutta se stessa con il lettore e non gli risparmia niente delle asprezze nel rapporto con sua madre, dell’ assenza del padre, del bullismo a scuola, della durezza della riabilitazione. Ma anche delle amicizie preziose, delle vacanze al mare, del bellissimo viaggio a New York e del dolore grande per una morte improvvisa e dolorosissima, che l’ha spinta a scrivere. È l’avventura di una vita, di una persona, appunto, «nata viva». Tutta da leggere.

Zoe Rondini
Nata Viva
edizioni Albatros – Roma – 2011