di Ignacio Santa María
Tratto da Il Sussidiario.net il 1 aprile 2009

La debolezza parlamentare del Psoe e l’insperato, ma necessario, dibattito sociale che si è creato intorno alla nuova legge sull’aborto hanno fatto sì che il Governo pensi a una piccola retromarcia rispetto al progetto iniziale.

Sfortunamente, queste modifiche non riguardano la questione di fondo: se questa legge viene approvata, lo Stato considererà la vita di una persona solamente come il frutto di un calcolo interessato e pertanto potrà essere eliminata.

Solamente alcuni mesi fa, quando erano state create parallelamente la sottocommissione parlamentare e il cosiddetto gruppo di esperti nominati dal ministro Aído per preparare una nuova legge sull’aborto, era impensabile che in Spagna si potesse aprire un dibattito pubblico sulla questione con l’intensità e nei termini con cui sta avanzando da alcuni giorni.

La solitudine parlamentare in cui è rimasto il Governo socialista dopo le elezioni del 1° marzo, unita all’inizio della campagna della Conferenza Episcopale e al manifesto contro l’aborto firmato da oltre mille scienziati e intellettuali, sono stati i fattori che hanno permesso di aprire un imprenscindibile dibattito di cui si voleva privare la società.

Il manifesto di cui sopra è chiarissimo quando afferma che «un aborto non è solamente l’interruzione della gravidanza ma un atto semplice e crudele di interruzione di una vita umana» che suppone «un dramma con due vittime: una muore e l’altra sopravvive soffrendo quotidianamente le conseguenze di una decisione drammatica e irreparabile».

Tanto la campagna della Chiesa quanto la menzionata “Dichiarazione di Madrid” hanno avuto una ripercussione maggiore di quella che si aspettavano i loro promotori e questo si deve probabilmente alla certezza dei loro fondamenti che si dirigono direttamente a quel fondo di umanità che tutti abbiamo, indipendemente dal fatto che siamo credenti o meno, e dalle nostre preferenze politiche.

Entrambe le iniziative sono riuscite a distruggere il castello di eufemismi dietro al quale si nascondeva la mutazione culturale che implica il fatto di considerare l’aborto come un diritto. È la propria umanità a sentirsi interpellata da questa manifesta ingiustizia. E questo non vuol dire che il dibattito abbia lasciato da parte il fattore religioso, come è stato detto, perché tutto ciò che è profondamente umano è religioso e viceversa.

Il dibattito è vivo e già solamente questo è un motivo di soddisfazione, sebbene non convenga farsi tante illusioni su quello che succederà. Già si conosce l’intenzione del Governo. Invece di ritirarsi o rischiare una sconfitta nei tribunali, vuole ridurre di qualche grado le ambizioni del progetto iniziale, riducendo il periodo in cui è permesso l’aborto e riportando a 18 anni l’età in cui non si ritiene necessario il consenso dei genitori. Con questo probabilmente riuscirà a convincere i deputati ancora reticenti e ad avere i voti sufficienti.

Ma queste “riduzioni” nella legge non cambieranno il problema sostanziale che è la mutazione culturale che la norma introduce. Nel suo tentativo di reinterpretare tutta la realtà a colpi di legge, il Governo sta cercando un’altra volta di fare “pedagogia”, cercando di inoculare nella società una nuova concezione della vita umana, che lo Stato non vedrebbe più come un dono gratuito e di infinito valore, ma come il prodotto di un calcolo interessato della madre che, pertanto, ha il diritto di eliminare. È qualcosa che implica  di svalutare la vita di tutti.

Il rifiuto sociale verso la legge non è diretto al numero di settimane o all’età in cui le adoloscenti possono abortire senza il consenso dei genitori, ma al nucleo centrale della questione, e così le “riduzioni” che paventa l’esecutivo socialista non metteranno a tacere le voci libere di chi difende la vita.