Nella “Biografia” di Riccardi, rivelazioni e inediti sulla vita del Papa

di Mariaelena Finessi

ROMA, lunedì, 11 aprile 2011 (ZENIT.org).- Tredici capitoli, distribuiti in oltre 500 pagine per raccontare l’uomo e il pontefice: è “La Biografia” di Giovanni Paolo II (edizioni San Paolo), monumentale opera di Andrea Riccardi, storico e fondatore della Comunità di Sant’Egidio venduta in 18 Paesi al mondo, mentre in altri 32 sono in corso trattative.

Presentato nel Palazzo della Cancelleria a Roma lo scorso 6 aprile dall’ ex presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei) ed ex Vicario di Roma, cardinale Camillo Ruini, insieme al giornalista Bruno Vespa, all’ex sindaco della Città Eterna Walter Veltroni e al presidente del Censis Giuseppe De Rita, in tanti hanno atteso il libro di Riccardi, a partire dai passati collaboratori del pontefice presenti all’incontro, tra cui Mario Agnes, per oltre vent’anni direttore dell’Osservatore Romano e il fldatissimo maggiordomo Angelo Gugel.

Un repertorio di eventi, in parte inediti, che tratteggiano forse il più grande, certamente il più amato, uomo di Chiesa, Wojtyla, che sarà proclamato beato tra meno di venti giorni, domenica primo maggio. Riccardi attinge a documenti di prima mano, testimonianze dirette e atti che sono serviti nel processo di canonizzazione per mettere su carta il «mistero» di un Papa polacco, arrivato al soglio petrino dopo 455 anni di pontefici italiani. «Giovanni Paolo II è una grande figura del Novecento, di cui esprime appieno la storia». Di più, spiega l’autore, «è anche un personaggio del Duemila: si è spento a nuovo secolo già iniziato e la sua eredità religiosa continua a essere un riferimento». Il suo pontificato non è stato certo facile: una volta eletto, nel 1978, «si è misurato con la crisi del cattolicesimo, con un Occidente secolarizzato e con un marxismo dai tanti volti».

«Ha creduto nella forza delle energie religiose e spirituali della sua Chiesa e dell’umanità, anche nel confronto con sistemi politici che avevano a disposizione “armi” di ben altro tipo e molto più potenti». Come nella Polonia, occupata dai nazisti prima, e governata dai comunisti dopo. «Veniva da un popolo sofferente, quello polacco – spiega Benedetto XVI in un incontro con Riccardi -, sottoposto a tante prove nella sua storia. Da questo popolo sofferente, dopo tante persecuzioni, si sviluppa la forza di sperare». Ecco cosa è stato Karol per i cristiani: la «forza di sperare», confrontatasi nel tempo con scenari sempre più grandi e intricati.

Non rassegnatosi al declino della religione nella vita dell’uomo, ha anzi intuito, «in controtendenza – aggiunge il fondatore della Comunità di Sant’Egidio -, come le religioni in tutto il mondo conoscessero una rinascita». Fino alla fine dei suoi giorni ha creduto nella capacità di ciascuno di cambiare la storia. Nel 2003, ormai anziano e malato, Karol Wojtyla si rivolge al Corpo diplomatico riunito in Vaticano e spiega loro perché «è possibile cambiare il corso degli eventi». «Dipende da ciascuno di noi», è questa la semplice verità, il grande segreto. «Questa – sintetizza Riccardi – è stata la sua fiducia».

Una forza che ha generato diversi effetti, «già ben individuabili – precisa il cardinale Ruini – nonostante l’ancora scarsa “distanza storica”». Il primo, senza dubbio, è stato «il rilancio del cattolicesimo, invertendo quella tendenza al ripiegamento» che negli anni dell’inizio del suo regno sembrava caratterizzare i credenti, combattendo «il rassegnarsi a un mondo secolare nel quale si prescinde da Dio». In secondo luogo quello che «è stato forse l’effetto più evidente», e cioè quello avuto sulla Polonia e sull’Europa centro-orientale, con la caduta del muro di Berlino e dei regimi comunisti, rispetto ai quali – sottolinea l’ex presidente dei vescovi italiani – «ha avuto un ruolo imprescindibile». La biografia dell’americano George Weigel pubblicata nel 1999 ha insistito sull’alleanza politica tra Reagan e Wojtyla contro “l’Impero del male” identificato con i regimi comunisti. Ma a Gorbaciov – la ricostruzione dell’incontro tra i due nel 1989 è uno dei tanti inediti di questo volume – il Papa disse che non si dovevano applicare al mondo orientale modelli occidentali.

Come non considerare poi che Giovanni Paolo II, «uomo e Papa gigantesco», ha lottato per cambiare dall’interno l’Occidente, e dargli così un futuro». Certo, osserva Ruini, «qualcuno potrebbe chiedersi se, in questo, egli non abbia fallito. Io tuttavia credo che sia presto per dirlo, in quanto nell’autocoscienza dell’Occidente qualcosa è cambiato in profondità. La partita è ancora tutta aperta». In ultima istanza, Wojtyla ha rivolto grande attenzione al Sud del mondo, indicando alla Chiesa una missione di solidarietà verso quei Paesi, tanto cattolici quanto martoriati dalla fame, dalla povertà e dalle lotte intestine dei poteri governativi. Tutto ciò, conclude il porporato, può leggersi come il risultato «del suo modo di coniugare fede e storia», dove teocentrismo e antropocentrismo «non sono in contrapposizione, ma si integrano». In fondo è questa la missione della Chiesa, e in questo senso Giovanni Paolo II è da ritenersi «un perfetto interprete del Concilio».

Raccontato, sembrerebbe dunque un personaggio decifrabile. Eppure così non è stato. Certamente sono note la sua carica umana e la cordialità del suo tratto. Ma, spiega Riccardi, aveva una visione originale della storia ed ha tracciato una nuova geografia spirituale del mondo, dalla Polonia all’Italia, dall’America latina all’Africa. «Ricostruire la vicenda di Karol Wojtyla richiede non solo scienza», anche perché tanti archivi non sono stati ancora aperti. «Non solo capacità di interpretazione e di narrazione – continua l’autore che tante volte ha incontrato Giovanni Paolo II nei suoi 27 anni di pontificato – ma anche una penetrazione nella cultura e nelle vibrazioni interiori del personaggio, nonché consapevolezza delle energie spirituali da lui messe in movimento».

Particolarmente interessante, proprio perché è all’origine del «mistero» Wojtyla, la pagina su Stefan Wyszyński, primate della Chiesa in Polonia. Suo compito, in base ai poteri speciali concessigli da Pio XII – poi confermatigli dai successori – era di scegliere i candidati all’episcopato. Si narra che quando negli anni Sessanta il primate deve negoziare i nomi degli ordinari diocesani con il potere politico polacco, dagli ambienti intellettuali di Cracovia fanno il nome del vicario capitolare Wojtyla che però non è tra i preferiti di Wyszyński.

Ad ogni modo, questi inserirà il nome di Karol nella lista ma alla fine. E all’ultimo posto. Nel 1963 il comitato centrale del Poup respinge la terna dei candidati, compreso Wojtyla considerato «un avversario ideologico molto pericoloso». La domanda è lecita: dopo tutti questi contrasti e pareri negativi come si arriva all’assenso governativo su Wojtyla? Sembra, stando alla ricostruzione di Tad Szulc, che il deputato cattolico Stanislaw Stomma si fosse rivolto a Zenon Kliszko che, nel Politbjuro si occupava di questioni spirituali ed ideologiche.

Fu Stomma a suggerirgli il nome di Wojtyla alla guida  dell’arcidiocesi di Cracovia. Il 19 dicembre 1963, alla fine il premier Cyrankiewicz comunica al primate che il governo non si sarebbe opposto alla nomina di Wojtyla. «Probabilmente – spiega Riccardi – l’idea di Kliszko è utilizzare la particolare personalità di Wojtyla in alternativa a Wyszyński. Così un dirigente comunista come Kliszko è stato, dopo l’arcivescovo Baziak che lo volle ausiliare, all’origine della carriera che avrebbe consentito a Wojtyla di essere eletto Papa».

«Non è vero – chiarisce dunque Riccardi – che Wojtyla è stato imposto a Wyszyński, ma certo questi non era il suo candidato preferito come arcivescovo di Cracovia». Due uomini molto diversi, tra i quali c’è tuttavia affetto. Soprattutto, entrambi «credono alla necessità di un impegno sociale pronunciato e non sono filocapitalisti, ma in loro non c’è traccia di stima o di interesse per il marxismo. Alla base della loro convinzione c’è l’idea che il cristianesimo sia una forza di liberazione per le società e per l’uomo».

Un’idea che Giovanni Paolo II ha mostrato con fede incrollabile, e anzi rinvigorita nella prova ultima della malattia. E a proposito, Benedetto XVI confida ad Andrea Riccardi: «Allora ci si poteva ragionevolmente chiedere: è possibile governare la Chiesa in quelle condizioni di salute? Oggi, in una visione retrospettiva, comprendiamo meglio la portata di quegli anni (…). Vediamo che sì, si può governare (…). È certo qualcosa di straordinario. Ma dopo un lungo pontificato e dopo tanta vita attiva da parte del Papa, era significativo ed eloquente un tempo di sofferenza».