È giunta anche in Italia l’eco di un rapporto dell’associazione statunitense National Religious Broadcasters (NRB), che rappresenta la maggior parte dei media cristiani, intitolato «Un esame del rischio di censura anti-cristiana e di discriminazione di punti di vista alternativi da parte dei nuovi media». La lettura integrale del rapporto mostra che i cristiani, in effetti, hanno di che lamentarsi. Eppure, alcune delle analisi lasciano perplessi.

Qual è il problema? Di fronte al rischio di cause costosissime, organizzazioni che svolgono sul Web un ruolo di intermediari diffondendo contenuti di terzi come Google, YouTube, Facebook, Twitter e anche Apple – che vende applicazioni di privati, e non solo proprie, per iPhone e iPad – si sono cautelate stabilendo regole secondo cui si rifiutano di fare pubblicità o di rivendere prodotti in diversi modi «a rischio». Non sarà forse chiaro ai lettori del rapporto che questo problema non nasce con riferimento alla politica o alla religione. Nasce perché decine di migliaia di siti hanno il solo scopo di diffondere o vendere film copiati o prodotti falsi. Nell’impossibilità di attaccare migliaia di contraffattori – in maggioranza cinesi – le case produttrici di DVD o i creatori di moda come Vuitton ogni tanto attaccano Google – e altri intermediari – affermando che, se Google facesse sì che i siti dei falsari non apparissero tra i risultati delle ricerche, il problema sarebbe in gran parte risolto.

Google e gli altri hanno fatto qualcosa per risolvere questo problema: abbastanza, e a un costo alto, secondo loro, troppo poco secondo i titolari dei diritti di proprietà intellettuale che infatti reagiscono con cause che talora sono riportate anche dai media non specializzati. Dalle cause per violazione di marchio e di copyright si è poi passati a quelle per diffamazione: chi è insultato o offeso da un sito pensa che non ci sia troppa differenza se si tratta di Web o di carta stampata, e anche lui spesso trova più pratico prendersela con l’intermediario. Infine – terzo tempo – dall’offesa individuale si è passati a quella collettiva, e diverse lobby hanno chiesto a Google di non riportare nelle ricerche, a Facebook di cancellare gruppi, ad Apple di non vendere applicazioni – e così via – che secondo loro parlano con un «linguaggio di odio» di intere categorie: gli ebrei, i musulmani, i rom, gli omosessuali.

Almeno la dottrina sociale della Chiesa Cattolica – la dirigenza della NRB è in maggioranza protestante – riconosce i diritti di proprietà intellettuale, di cui pure sono possibili abusi, come legittimi. Alcuni esempi riportati dal rapporto della NRB, in cui siti cristiani che criticano altri gruppi sono stati sanzionati per violazione della proprietà intellettuale, non sono convincenti. Le norme sulla proprietà intellettuale valgono per tutti. Se per attaccare un’ideologia che considero nociva riproduco senza autorizzazione materiale letterario o video di terzi violo comunque le norme sulla proprietà intellettuale, e il fatto che il mio scopo sia nobile non mi giustifica. Il fine non giustifica i mezzi.

Rimangono i campi, assai più delicati, della diffamazione contro singoli individui e del cosiddetto «linguaggio di odio» rivolto contro intere categorie. Gli esempi offerti dal rapporto sono in effetti preoccupanti. La Apple vende quasi mezzo milione di applicazioni per iPhone e iPad, alcune delle quali pornografiche, ma tra le poche che ha censurato e che si rifiuta di vendere due hanno un contenuto cristiano. Una permette di studiare la cosiddetta «Dichiarazione di Manhattan» – un vasto programma di impegno culturale e politico cristiano, censurato perché la pratica omosessuale è definita immorale – e un’altra è di Exodus International, un’agenzia cristiana che aiuta gli omosessuali insoddisfatti della loro condizione a superarla. Molti degli atti di censura di Apple, Google, Facebook e Twitter riguardano testi o audiovisivi accusati di omofobia. Altri si riferiscono a siti pro-life. Messo di fronte a una causa in Gran Bretagna promossa da un’istituzione cristiana, Google ha cambiato la sua politica che inizialmente rifiutava annunci sponsorizzati contro l’aborto. Ma continua a non accettare annunci per espressioni che considera offensive contro gli abortisti, come «l’aborto è omicidio».

Il rapporto ha ragione quando afferma che alcune posizioni, in particolare, di Google sono discutibili, e peccano anche di scarsa coerenza considerando come quando operava in Cina la società di ricerca abbia accettato a lungo di censurare contenuti ostili al governo cinese. Il rapporto, peraltro, avrebbe dovuto per completezza aggiungere che nel 2010 Google ha finito per considerare eccessive le richieste di censura cinesi, ha chiuso il suo motore di ricerca cinese e si è spostata a Hong Kong, dove – anche dopo l’unione politica con la Cina – le leggi sono diverse e la censura quasi inesistente.

I problemi sono reali, ma sono anche più complessi di quanto il credente cristiano che legge il rapporto forse può sospettare. Tutta la nozione di diffamazione collettiva e di «linguaggio di odio» è molto delicata. Infatti, i cristiani stessi spesso chiedono norme che censurino o puniscano il «linguaggio di odio», la diffamazione e il ridicolo che colpiscono le Chiese e comunità cristiane. Nello stesso tempo, i cristiani sono vittima di norme che censurano il «linguaggio di odio» contro gli abortisti e gli omosessuali.

Occorre quindi grande cautela. È ingenuo immaginare che grandi colossi industriali siano più sensibili – o anche solo ugualmente sensibili – a lobby potentissime come quella dell’ideologia di genere e a gruppi cristiani, talora grandi come la NRB ma molto meno influenti e organizzati a livello politico generale. Ci si può certo lamentare quando si usano due pesi e due misure, consentendo per esempio ai sostenitori dell’ideologia di genere di insultare il Papa ma non consentendo ai cristiani di dichiarare che il comportamento omosessuale è obiettivamente disordinato. Ma in generale, per non fare la fine dei vasi di coccio fra vasi di ferro, sembra più prudente chiedere che il livello di censura del «linguaggio di odio» rimanga moderato e ragionevole, e si ispiri alle normative che regolano la vita fuori da Internet.

Se si chiede – come fanno certi libertari – che i grandi gestori di Internet non censurino nulla, prolifereranno anche insulti al Papa, alla Chiesa, al cristianesimo ancora più violenti di quelli cui già siamo abituati. Se si chiede che censurino di più, gli stessi gestori censureranno gruppi pro-life e cristiani critici del matrimonio fra omosessuali ben prima di limitare le attività degli anticlericali o dei satanisti, perché hanno più paura delle lobby dell’ideologia di genere e dell’aborto di quanta ne abbiano dei cristiani. È possibile che alcuni gestori di Internet abbiano pregiudizi ideologici. Ma altri misurano solo cinicamente quanto sono attive, potenti e pericolose le lobby con cui, se vogliono continuare a esistere, devono comunque confrontarsi ogni giorno.

Alla fine, la lezione del rapporto è chiara. I cristiani devono organizzarsi meglio per farsi prendere più sul serio dai gestori della comunicazione via Internet che talora sono ideologicamente ostili, ma altre volte danno semplicemente retta a chi grida più forte o è meglio capace di rappresentare i propri interessi. Il problema non è tanto una presunta ideologia di Google o di Apple, che talora rispecchiano semplicemente l’ideologia dominante nel mondo che li circonda, ma il fatto che i cristiani non riescano a farsi sentire. Quando ci riescono, grandi siti cristiani – e perfino blog o gruppi Facebook cristiani non enormi ma abbastanza grandi che attaccarli creerebbe evidenti problemi con molte persone – riescono a sfuggire alla censura.

I cristiani sono la minoranza più discriminata del mondo, è vero. Sono la minoranza della cui discriminazione si parla meno. Ma sono anche la minoranza che riesce meno a parlare della propria discriminazione, e a convincere il mondo ad ascoltare. Se posso per una volta citare il senatore Giulio Andreotti, con cui pure non mi trovo d’accordo su molte cose, i cristiani sono abituati a porgere l’altra guancia. Ma le guance sono solo due. E sono finite da tempo.

di Massimo Introvigne
Tratto da La Bussola Quotidiana