La notizia è di questi giorni, passata come una normale notizia di cronaca che occupa uno spazio in pagina un giorno e poi nulla più. Eppure è di una gravità enorme e la distrazione con cui guardiamo a questi fatti la dice lunga su cosa regge la nostra società. Il fatto è dunque questo: una scuola media del napoletano è in gita scolastica in Puglia; uno dei ragazzi, 13enne, viene costretto per due giorni da sette suoi coetanei, a praticare rapporti sessuali orali. Tornato dalla gita, il bambino racconta i fatti ai suoi genitori. Questi, a loro volta, li espongono per iscritto ai dirigenti dell’Istituto. Non accade nulla, fino a quando non intervengono i carabinieri: viene fatta una seconda denuncia e aperta un’inchiesta. Gli autori del delitto – sospesi dalla scuola – non sono imputabili, perché hanno meno di 14 anni.  Gli accertamenti sono in corso e sembra riguardino anche gli insegnanti che accompagnavano i 60 bambini in gita: ci si chiede come abbiano fatto a non accorgersi di nulla. Il dirigente scolastico sembra abbia dichiarato – usando un’espressione in voga nell’ambito della politica, quella “corretta” – che in casi del genere “è necessario alzare il livello d’attenzione”. Egli solo sa questo cosa voglia dire.

Sono tanti gli elementi di questa storia che meritano qualche riflessione. I carnefici sono bambini – sì, a tredici anni si è ancora bambini e chiamiamoli così, allora – indotti a vivere in un mondo apparente, irreale, virtuale. Quello delle play-station, dei telefonini di ultima generazione, degli i-pad, di internet e di facebook, della televisione che esalta modelli comportamentali violenti. Tutti strumenti di cui li dotiamo sin dalla più tenera età, preoccupati – noi adulti – solo del fatto che non ci diano fastidio e che occupino in qualche modo il loro tempo, non della loro crescita, intellettuale e umana. Un mondo dove si può tutto e si può, soprattutto, avere tutto; dove non esiste il sacrificio, la responsabilità, il rispetto dell’altro, inteso come specchio della propria anima; dove la realtà è vista come ostacolo all’affermazione di un “io” gigantesco, onnipotente; dove il senso dell’umano si è smarrito e dove vincono comportamenti tribali.

E il mondo dei bambini non è diverso da quello degli adulti. E’ la “palestra” che li abituerà alla giungla della vita, si dice. Come se non potesse esistere, anche qui – su questa terra – una vita fondata sui buoni sentimenti.

Ciascuno di noi si deve sentire responsabile di quel che sta accadendo. Ciascuno di noi è colpevole – anche solo per omissione, per non essersi indignato, per non aver testimoniato, per non aver agito per impedirlo – della scomparsa dei pilastri fondamentali sui quali era costruita la nostra società: la famiglia, la scuola, la parrocchia. Questi – una volta, fino a non molto tempo fa, diciamo fino alla “rivoluzione” del ’68, che li ha devastati – erano luoghi formativi, dove si educava, si formavano le coscienze, si rendevano consapevoli gli esseri umani che pur esiste una diversità tra l’agire perseguendo il bene e quello che deriva da comportamenti che neanche gli animali sono abituati a consumare.

Ora, la scuola si limita a fornire solo nozioni e si ha anche la pretesa, sin dalle elementari, di dover garantire la crescita egualitaria di tutti. Un retaggio della cultura comunista – che ancora domina la nostra società – che da sempre ha considerato la persona, anche il bambino-persona, un oggetto che deve far parte di una massa indistinta. Una cosa è garantire eguali condizioni di partenza per tutti, altra cosa è valorizzare le peculiarietà e le doti del singolo, sin dalla piu’ tenera età – come si fa nei Paesi civili – ed affrontare anche le problematiche che il bambino può avere, siano queste di natura psicologica o comportamentale. E’ una scuola, la nostra, che insegna, ma non educa. Scrive Platone ne “La Repubblica”: “Nei primi anni l’educazione sia una specie di divertimento; vi sarà così piu’ facile scoprire le inclinazioni naturali”. Ad insegnare può essere in grado chiunque, se ha un minimo di bagaglio tecnico e di esperienza. Educare è molto difficile e richiede una preparazione adeguata, oltre che animo forte e tenace, di questi tempi.

La crisi educativa – che produce essa stessa comportamenti permeati di malvagità – è drammatica, soprattutto nel Mezzogiorno (non a caso, i protagonisti della storia dell’inizio sono tutti meridionali), anche perché il ceto dirigente è inadeguato nel comprendere che questa deve necessariamente essere la priorità: impegnato com’è solo in lotte di puro potere, non si dota degli strumenti culturali per affrontarla. Né appare ragionevole pensare che la cosiddetta società civile – nella sua maggioranza servile al potere e diseducata al coraggio che richiede l’esercizio della libertà – possa affrontare consapevolmente la realtà che viviamo, per mutarla.

In questo difficile contesto va posta con forza al centro del dibattito, anche politico, l’emergenza educativa, che è anzitutto una crisi degli adulti, incapaci di testimoniare e comunicare le ragioni per cui vale la pena vivere. Ed è per questo che diventa fondamentale una vera evangelizzazione, perché solo Cristo corrisponde pienamente al desiderio di significato che c’è nel cuore di ogni uomo.

di Danilo Quinto da La Bussola Quotidiana