Fine vita, giuste e possibili alleanze
di Francesco D’Agostino
Tratto da Avvenire

Riprende oggi in Commissione al Senato il dibattito sulla legge sul fine vita e, per molti laicisti, ritorna l’ora di affilare le armi. Bisogna convincere l’opinione pubblica che la legge che sta per entrare a far parte del nostro ordinamento si radica sul principio della indisponibilità della vita e che questo è un principio clericale, repressivo, pre-moderno, ma soprattutto non coerente con l’unico sistema valoriale adeguato al nostro tempo, quello dei diritti umani. «Rendiamo grazie ai Lumi!» che hanno elaborato questo paradigma, esclama Massimo Firpo (sul Sole-24 Ore di domenica 4 settembre). Un paradigma, di cui da una parte la Chiesa cercherebbe disonestamente di appropriarsi e che dall’altra, per bocca di Papa Benedetto, essa continuerebbe ad attaccare, elaborandone deformanti immagini ideologiche.

È così che stanno le cose? No. Il principio della disponibilità della vita non appartiene alla migliore tradizione illuministica. Non è mai stato condiviso da Kant. Quindi, o Kant va considerato uno pseudo-illuminista o un illuminista mancato (!), oppure assumere il principio che la vita umana sia disponibile, come quello che meglio rappresenta la visione illuministica dei diritti umani, è un colossale errore (indotto, si spera, dall’ignoranza e non da un’intenzione consapevolmente falsificante). Ciò che comunque è senza dubbio falsificante è definire deformanti le letture dell’illuminismo (come appunto quella fatta dal Papa) che coglie in alcune sue dimensioni (ma non certo in tutte) aspetti nichilistici se non «perversi» (e, del resto, come negarli? Forse non è stato un illuminista anche il marchese de Sade?).

Se vogliamo «rendere grazie ai Lumi» e salvarne gli indubbi meriti storici, lasciamo cadere i mille trucchi e le mille provocazioni che un certo instancabile laicismo torna con monotonia a proporre ogni qual volta vengono al pettine alcuni specifici nodi bioetici e antropologici. È sbagliato contrapporre radicalmente illuminismo e cristianità, sostenendo che il primo elaborerebbe una cultura e una politica fondate sui diritti dell’uomo, mentre la seconda opererebbe per imporre una cultura e una politica fondate sui diritti di Dio. Quelli che il laicista qualifica come «diritti di Dio» (quindi, in buona sostanza, come diritti “inesistenti”, dato che illuministicamente sarebbe interdetto ragionare «come se Dio ci fosse») sono i diritti umani più veri e più autentici, perché, nella visione cristiana della vita, Dio altro non vuole se non la piena realizzazione dell’uomo, del suo bene e quindi dei suoi autentici diritti.

Abbandoniamo una volta per tutte le frasi fatte dell’individualismo radicale e discutiamo nel merito se la miglior difesa della vita umana sia quella che l’affida a insindacabili testamenti biologici, magari redatti da persone ipocondriache e poco informate, o non piuttosto ad una saggia alleanza terapeutica medico-paziente, che non esclude mai il rilievo di una dichiarazione anticipata (di trattamento) del paziente, ma nemmeno ne assolutizza indebitamente le disposizioni.

L’antitesi Chiesa-illuminismo è antiquata, come è evidente dal convergere di un cattolico come Jacques Maritain e di un illuminista come Norberto Bobbio nella convinzione che, anche se si parte da diversi presupposti, si può poi concordare nell’individuazione e nella difesa dei diritti umani, purché con onestà intellettuale si rifletta assieme non sugli slogan, ma sulle cose stesse.