di Paolo Rodari
Tratto da Il Foglio  del 6 maggio 2010
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Se c’è un settore nel quale l’autentico spirito del Concilio Vaticano II è stato maggiormente frainteso, a tratti tradito, è la liturgia.

E, in particolare, la traduzione dei testi liturgici: il messale, il lezionario, la liturgia delle ore. Benedetto XVI sta cercando di mettere le cose a posto. E di far sì che le varie traduzioni in lingua volgare dei testi siano il più possibile aderenti al latino, la lingua che mai il Concilio abolì ma che la chiesa, per vari motivi, ha smesso di usare. Sono troppe le traduzioni non aderenti all’originale e, per questo motivo, contrarie alla dottrina.

Settimana scorsa Benedetto XVI ha approvato la nuova traduzione in inglese del messale romano. Il lavoro di traduzione è durato dieci anni e non senza fatica è giunto al termine. Si tratta di una traduzione fortemente voluta da Ratzinger perché maggiormente aderente all’originale latino. Perché anche nella traduzione dei testi liturgici vale la visione offerta dal Papa il 22 dicembre del 2005 parlando alla curia romana: il Concilio non fu un momento di rottura col passato ma deve essere interpretato in un’ottica di continuità.

Il nuovo messale è stato approvato dagli episcopati anglofoni ed entrerà in uso nell’autunno del 2011. Ma non tutti sono d’accordo. Vari settori del mondo statunitense, ma anche romano, stanno reagendo con veemenza. In sostanza, c’è chi vede in questa nuova traduzione la volontà del Papa di fare un passo indietro rispetto alla riforma liturgica del Vaticano II.

Padre Michael G. Ryan è parroco della cattedrale di San Giacomo a Seattle, negli Stati Uniti. Ha raccolto in poco tempo venti mila firme per chiedere che la nuova traduzione sia sottoposta alla verifica di un gruppo-pilota di parrocchie prima di entrare in vigore. Dice: “E’ paradossale, per usare un eufemismo, che passiamo ore e ore a consultarci per ristrutturare un edificio della chiesa o della sala parrocchiale, ma neanche un po’ di tempo quando si tratta di ‘rinnovare’ il linguaggio della liturgia”. E’ padre Ryan, con altri, che ha fatto partire una sorta di protesta su un sito internet: whatifwejustsaidwait. org (letteralmente, “e se aspettassimo?”). Si tratta di una raccolta di firme provenienti da Inghilterra, Irlanda, Australia, Nuova Zelanda, Canada e Stati Uniti. “Siamo convinti”, si legge sul sito, “che sarebbe un grande errore l’adozione di traduzioni altamente controverse”.

Contro la nuova traduzione si sono espressi anche il vescovo Donald W. Trautman, ex presidente della Commissione episcopale Usa per la liturgia, e padre Anscar Chupungco, ex presidente del Pontificio istituto liturgico Sant’Anselmo, a Roma. Per quest’ultimo, la riforma porterebbe l’orologio della storia “indietro di mezzo secolo”. Negli Stati Uniti, però, la gerarchia fa quadrato: “I testi possono suonare poco familiari, ma più se ne capirà il senso e più sarà significativo il loro uso nella liturgia”, dice il vescovo Arthur J. Serratelli, presidente della Commissione episcopale per il culto. Secondo il presule, alcune critiche vengono formulate “senza aver visto più di qualche esempio fuori contesto”. Insomma, il testo “non è perfetto, ma la perfezione arriverà solo quando la liturgia in terra cederà il passo a quella del cielo”.