di Domenico Bonvegna

Il 7 novembre scorso, Alleanza Cattolica un’agenzia di laici cattolici che si propone di studiare la dottrina sociale della Chiesa e di diffonderla, in occasione dell’anniversario dei 20 anni dalla caduta del muro di Berlino, ha organizzato un convegno studi a Milano, quasi 4 ore di relazioni. Ha aperto i lavori Marco Invernizzi responsabile nazionale dell’associazione, è seguito la proiezione del filmato sui tragici fatti, in particolare i primi momenti della costruzione del cosiddetto “muro della vergogna”, vedendo quella gente che cercava di sfuggire al muro mi chiedevo come è stato possibile per i nostri dirigenti e politici comunisti in Italia, sostenere una tale e aberrante ideologia.

Invernizzi dopo aver omaggiato il grande impegno di Russia Cristiana di padre Massimiliano Scalfi dà la parola al professore Adriano Dell’Asta dell’Università Cattolica di Milano. Il professore si è soffermato a lungo sul sentimento della paura, il più diffuso in tutti i regimi comunisti. Dell’Asta ha descritto episodi significativi di persone che hanno iniziato a parlare dei fatti accaduti soltanto dopo la caduta del muro. Sotto il regime comunista tutti avevano paura di tutti. Addirittura un album di fotografie dei giorni della rivolta di Budapest (1956) è stato tirato fuori dagli autori soltanto nel 2006.

Il professore Dell’Asta faceva notare che la DDR ha dilapidato tutto quello che c’era da dilapidare, il debito nei confronti delle banche e dei Paesi era mostruoso, a poco a poco la sua popolazione stava abbandonando il paese. Intanto invece di crollare il regime si rafforzava sempre, ma questo grazie all’Occidente democratico che lo sosteneva. Addirittura la Banca Mondiale utilizzando statistiche fasulle sosteneva che il reddito della Ddr era superiore a quello dell’Inghilterra. In pratica è stata la distensione dell’Occidente a mantenere in piedi il muro di Berlino.

E’ seguita la relazione  del professore Mauro Ronco, ordinario di diritto penale all’università di Padova. Ronco ci ha aiutato a comprendere che cosa sia successo il 9 novembre 1989, il crollo del comunismo, non un regime qualsiasi, ma un’ideocrazia che ha imperato per oltre 70 anni. Che cosa è successo? La malattia non è ancora morta, non muore con il malato. Ronco ha inquadrato l’episodio del crollo del Muro e quindi del comunismo nelle categorie più ampie del processo di Rivoluzione e Controrivoluzione tanto care al professore Plinio Correa de Oliveira. Il professore Ronco ha citato la dichiarazione del Sinodo dei Vescovi del 1991, Siamo testimoni di Cristo, dove i vescovi europei, hanno chiarito che “Oggi in Europa il comunismo come sistema è crollato, ma restano le sue ferite e la sua eredità nel cuore delle persone e nelle nuove società che stanno sorgendo.

“Il crollo del comunismo mette in questione l’intero itinerario culturale e socio-politico dell’umanesimo europeo, segnato dall’ateismo non solo nel suo esito marxista, e mostra coi fatti, oltre che in linea di principio, che non è possibile disgiungere la causa di Dio dalla causa dell’uomo”.

Oggi nel nostro mondo in frantumi, le vittime sono attratte dal carnefice, attraverso l’aborto, il divorzio, la droga, sono i gulag di oggi. Il Papa Benedetto XVI visitando la repubblica Ceca a vent’anni dalla fine del comunismo ha ricordato che dopo la caduta dei regimi comunisti «l’euforia che ne seguì fu espressa in termini di libertà» Ma questa euforia fu e rimane ambigua, perché alcune domande rimangono per così dire in sospeso: «Per quale scopo si vive in libertà? Quali sono i suoi autentici tratti distintivi? Richiamando la sua recente enciclica Caritas in veritate, Benedetto XVI ricorda che «la vera libertà presuppone la ricerca della verità» e che questo vale sia per il singolo sia per la società e la politica. Il Papa sottolinea il nesso strettissimo fra «lotta per la libertà» e «ricerca della verità: o le due cose vanno insieme, mano nella mano, oppure insieme periscono miseramente.

Nella 2° parte del Convegno prende la parola il senatore Gaetano Quagliarello (è la relazione con più dettagli del mio articolo, le relazioni complete saranno pubblicate dalla rivista Cristianità ) che esordisce con la domanda: L’Italia ha fatto veramente i conti con il comunismo? Non so come andrà a finire la ventilata nomina di Massimo D’Alema a ministro degli Affari esteri europeo. Non mi interessa neppure, in questa sede, pronunciarmi in merito ad essa. C’è un aspetto di questa vicenda, però, che introduce il tema di questa relazione. Tra gli ostacoli che si frappongono alla nomina, vi sarebbero le perplessità per il passato comunista di D’Alema.

Per gli italiani si tratta di un fatto inconcepibile. Ancora qualche perplessità si può avere per chi è stato fascista, ma mai per chi è appartenuto al comunismo. In Italia non si tiene conto di cosa sia stato il Novecento e cosa siano stati i totalitarismi che lo hanno caratterizzato.

Per Quagliarello, in Italia non si sono mai fatti i conti fino in fondo con il comunismo anche perché quello italiano è stato considerato “diverso”. L’esponente del Pdl ha esposto sei ragioni storiche per le quali tutto ciò è avvenuto.

Prima ragione: le origini del partito

Fin dalla fondazione, il 1921, il Pcd’i, è stato più di una setta, con una scarsa presenza parlamentare, così come tutti gli altri partiti comunisti europei, nei suoi primi anni di vita è stato attraversato da lotte fratricide di incredibile violenza. Basta rileggere il carteggio tra Togliatti e Gramsci. Conflitti che si svolsero nel corso del regime fascista, al riparo dai riflettori e dalle platee che il sistema democratico garantisce, assai spesso attraverso corrispondenze asimmetriche tra Mosca e le patrie galere italiane. Il fascismo, in qualche modo, è stato il cuscinetto che ha attutito la comprensione esterna della portata di quei conflitti, ha detto Quagliarello, della loro violenza, della visione profondamente illiberale dei rapporti umani di cui erano la conseguenza.

Interessante il caso Umberto Terracini, espulso dal partito, pare per volontà esplicita di Togliatti, perché non aveva condiviso né la linea del social-fascismo, né il patto tra l’Urss e la Germania nazista che aveva rappresentato il prologo della II guerra mondiale. Poi incredibilmente senza nessuna sola parola di spiegazione, Terracini viene reinserito nel partito, come se, assieme al fascismo, anche i conflitti tra comunisti fossero finiti tra parentesi. In nessun altro grande partito comunista d’Europa ciò sarebbe stato possibile.
Seconda ragione: i comunisti e la guerra

Qui Quagliarello fa una comparazione tra il Pcd’i e il Pcf francese, due storie diverse; i comunisti italiani deboli rispetto a quelli francesi che invece erano un partito di massa arrivati al governo ma che poi cadono in disgrazia perché in seguito all’accordo tra Hitler e Stalin (Molotov-Ribbentrop), quel patto metteva l’esercito tedesco nella condizione di invadere la Francia, cosa che fece dividendola in due e sottoponendone una parte a un regime di occupazione, mentre nell’altra si formava un governo amico presieduto dal maresciallo Petain.

I militanti del Pcf, dunque, vennero a trovarsi nella drammatica situazione di dover scegliere tra la loro fedeltà internazionale e la loro condizione di cittadini francesi. Questa lacerante contraddizione si sarebbe iscritta nel dna del partito, al punto che la resistenza si inaugurò sotto l’egida di un generale di destra e nel nome della nazione anziché, come in Italia, nel nome dell’ideologia.

E il collaborazionismo dei comunisti con l’invasore consentì che, all’indomani della guerra, nella polemica politica essi fossero definiti senza scandalo “separatisti”. Nulla di tutto ciò è accaduto, invece, al comunismo italiano. Innanzi tutto la sua debolezza, al momento dello scoppio della guerra – un’avanguardia, per lo più emigrata all’estero, con una rete clandestina in gran parte sgominata dalla polizia del regime -, lo mise al riparo dal dramma storico vissuto dai confratelli francesi.

Tra l’altro in Italia il patto Molotov-Ribbentrop – per la particolare situazione geopolitica del Paese e ancor più per il regime vigente – poteva essere interpretato addirittura come momento di conciliazione tra la contingente vicenda nazionale e l’esperienza del socialismo internazionale. Lo interpretarono così alcuni eminenti esponenti del regime, ma quello che è più significativo, così lo vissero quei comunisti che avevano aderito al regime fascista, il più famoso dei quali rispondeva al nome di Nicola Bombaci. Sul loro giornale “La Verità” (traduzione dal russo di “Pravda”) inneggiarono all’avvenimento evidenziando come esso chiarisse definitivamente che in Italia la rivoluzione nazionale era la sola rivoluzione socialista possibile. Ma anche negli scritti diaristici di Giorgio Amendola si può rintracciare questa medesima tentazione.

Paradossalmente per Quagliarello fu anche la debolezza dei comunisti italiani a fargli assumere la guida della resistenza senza scontare il peccato originale del quale, invece, si erano macchiati i comunisti francesi.
Terza ragione: il mito dell’italianità del Pci

Il mito storico della leggenda della “italianità” del Partito comunista e, dunque, della sua diversità nello scenario del comunismo europeo, è nato con la cosiddetta “svolta di Salerno”. Oggi, grazie all’apertura degli archivi sovietici, è noto che quella scelta fu dettata da Stalin a Togliatti prima della sua partenza per l’Italia, e che essa rientrava a pieno nel realismo stalinista governato dalla categoria del “contemperamento delle forze”.

Oggi si sa anche che Togliatti falsificò la data del suo viaggio di ritorno in Italia per accreditare la vulgata che la decisione di operare una tregua con la monarchia in vista della liberazione del territorio nazionale fu scelta autonoma della dirigenza italiana, dettata dall’aver voluto rendere autonomi e prevalenti gli interessi nazionali rispetto agli interessi dell’Internazionale comunista.

Un mito che ha resistito molto a lungo, anche dopo la caduta del Muro vi erano fior di storici pronti a giurare sull’autonomia della scelta di Togliatti.

Al mito della diversità del Pci contribuì il recupero del pensiero di Gramsci, opportunamente depurato dei suoi tratti più revisionistici, quelli che gli erano valsi l’accusa di cripto-trockismo.  Per fare questo i comunisti falsificarono l’operazione, anzi furono agevolati dall’utilizzo cinico del martirio di Gramsci, il quale era andato incontro scampando a una più che probabile espulsione dal partito. Dall’altro canto, si accreditava il gramscismo una rottura con l’ideologia stalinista in senso democratico quando non addirittura, in tempi recenti, persino liberale, omettendo il fatto che, per quanto in alcuni tratti in contrasto con lo stalinismo, non per questo il pensiero di Gramsci ha una cifra meno organicista e totalitaria. Inutile aggiungere, infine, come tutto ciò sia stato possibile anche grazie agli intellettuali che nel frattempo si erano trasformati in chierici della rivoluzione.
Quarta ragione: la debolezza del socialismo italiano

Se il Pci uscì perdente dal referendum del 1948, vinse la partita a sinistra. Il Pci uscì da quelle elezioni egemone nel suo campo. Dopo aver aggiogato il socialismo italiano al fronte popolare, con la sola eccezione di Saragat e dei suoi, ne assorbì gran parte della forza all’interno delle urne.

A questa egemonia numerica corrisponde, d’altra parte, anche un’egemonia politico-culturale e grazie a Nenni un asservimento a Mosca. Bisognerà attendere Craxi e gli anni Ottanta perché questa debolezza originaria del socialismo italiano fosse definitivamente sanata. Ed è da qui che discende, innanzi tutto, l’odio nei confronti del leader socialista che non è estraneo alla terribile sorte che gli venne riservata prima con l’esilio e poi con il rifiuto di poter tornare in patria a curarsi.
Quinta ragione: la vittoria del partito.

Qualcuno potrebbe dire che il collegamento fra il Pci e Mosca valga fino al ’53, alla morte di Stalin, Ma da allora in poi, privati dell’approdo alla rivoluzione internazionale, per i comunisti italiani sarebbe iniziata una nuova storia.

L’obiezione va presa in considerazione. Ma, d’altro canto, non si può omettere che proprio nel ’53, pochi mesi dopo la morte del dittatore georgiano, il Pci conseguiva la sua più importante vittoria sul sistema politico italiano. L’essere riusciti a far fallire la legge elettorale voluta da De Gasperi, con la quale si sarebbe inserito un esplicito per quanto limitato collegamento tra la sovranità popolare e l’esecutivo, metteva fine alla stagione degasperiana e stabilizzava la centralità del partito di integrazione sociale nell’equilibrio tra i poteri.

Il Pci diveniva il fulcro per provare ad imporre uno sviluppo organicistico al sistema politico e, in fondo, allo sviluppo stesso della società italiana.

Sesta ragione: l’occultamento della radice anti-sistema del Pci

Il Pci di Berlinguer vara una nuova svolta di Salerno al momento del terremoto in Irpinia, è una fuga verso l’alternativa morale. Da qui il rilancio del mito della diversità, l’antisocialismo esasperato, il definitivo sdoganamento della giustizia come arma di lotta politica.

Fallita infatti la strategia del compromesso storico a causa del contesto internazionale e ancor più della sua incompatibilità con gli equilibri interni di una moderna democrazia capitalistica, il Pci non intraprende la via di un revisionismo di stampo socialdemocratico. Ritrova, piuttosto, la purezza della sua radice anti-sistemica che aveva edulcorato e dissimulato all’interno di strategie più complesse, tutte tendenti però alla presa del potere attraverso il noto percorso delle “casematte”.

In Italia abbiamo compreso poco della caduta del Muro ha detto Quagliarello, perché ad esso si è cronologicamente sovrapposto quella crisi sviluppatasi a partire dal ’92 che va sotto il nome di Tangentopoli. Sicché, ancor oggi, molti ritengono che l’Italia sia cambiata grazie a Tangentopoli e non già per la fine del comunismo.

In quest’equivoco, d’altra parte, risiede la ragione principale per la quale i comunisti veramente pensavano di poter arrivare al potere in Italia e gestire gli effetti della loro sconfitta storica. Sarebbe stato non solo un paradosso ma un destino beffardo, che avrebbe definitivamente avvalorato il mito della diversità del comunismo italiano.

Alla base di tanti problemi dal 92 in poi per la nostra democrazia per Quagliarello c’è quello di non aver accettato la vittoria di Berlusconi e nemmeno la sua presenza in politica. Il non aver chiuso i conti definitivamente con la pretesa di vincere in nome di una superiore moralità, magari attestata da un tribunale. Il non saper prendere distacco da minoranze giacobine che incarnano una volontà di sovvertimento rivoluzionario da perseguire attraverso le sentenze, moderni strumenti della rivoluzione.

Così si è allungato, ed è divenuto più difficile, il percorso dell’Italia verso la conquista di una democrazia compiuta. Mentre per altri Paesi l’esser stato comunista è, se non una colpa, quantomeno una responsabilità storica, in Italia gli eredi di quella grande e terribile storia sembrano annaspare tra un democraticismo che occhieggia all’America senza riuscire a cogliere la sostanza di quel grande Paese e una opzione socialdemocratica fuori tempo.

Subito dopo ha preso la parola il presidente della regione Lombardia Roberto Formigoni che ha formulato gli auguri per la buona riuscita del Convegno, nel suo breve intervento Formigoni ha ricordato quegli anni, i protagonisti politici dell’abbattimento del Muro come Ronald Reagan, Mikael Gorbacev e soprattutto Giovanni Paolo II che più di tutti ha contribuito a cambiare il volto dei Paesi dell’Est, a lui siamo fortemente debitori per l’abbattimento del muro comunista.

Il convegno si è concluso con la tavola rotonda “Prima, dopo e attorno all’ottantanove, cronache e testimonianze”, sono intervenuti, Giovanni Codevilla, docente di Diritto Ecclesiastico presso l’università di Trieste, l’onorevole Mario Mauro e Ugo Finetti, giornalista, scrittore, moderati da Marco Respinti, redattore de Il Domenicale. Prendo in esame l’intervento di Ugo Finetti, autore de La Resistenza cancellata, edito da Ares.

Lo scrittore esordisce dicendo che l’Italia è l’unico Paese dove il termine anticomunista non gode di buona fama, spesso il termine anticomunista viene accostato a “viscerale”. Mentre per il termine antifascismo non è la stessa cosa. Sappiamo che i comunisti italiani erano legati all’Urss. Ancora oggi permane nelle nostre scuole la lettura classista del Novecento. Da una parte c’è la classe operaia e dall’altra c’è il capitalismo reazionario e fascista. Si continua a sostenere che in Italia la democrazia è in pericolo, perché governa il populista Berlusconi. E’ sempre la stessa ideologia di sempre a sostenerlo.

Per Finetti l’Italia si è macchiata di un complesso di colpa, quello di non aver fatto  governare il Pci fratello dell’Urss. In tutto il mondo la storiografia europea si è divisa nel giudicare il comunismo. Pipes ha scritto che il comunismo fu una pessima idea. Invece in Italia si sostiene che il comunismo è un’idea buona, ma che è stata applicata male. Finetti descrive il comportamento dei vari partiti comunisti europei dopo la caduta del muro, prendendo in prestito la teoria del marketing. Quando un prodotto va male, che bisogna fare? 1 si cambia il nome. 2 si tiene conto delle lamentele e si riforma. 3 si perde qualche sostenitore ma si va avanti. In Italia è stato l’unico posto dove si sono utilizzate contemporaneamente le tre formule.