dal Vangelo secondo Lc 17,26-37

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Come avvenne al tempo di Noè, così sarà nei giorni del Figlio dell’uomo: mangiavano, bevevano, si ammogliavano e si maritavano, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il diluvio e li fece perire tutti. 
Come avvenne anche al tempo di Lot: mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano; ma nel giorno in cui Lot uscì da Sodoma piovve fuoco e zolfo dal cielo e li fece perire tutti. Così sarà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si rivelerà. 
In quel giorno, chi si troverà sulla terrazza, se le sue cose sono in casa, non scenda a prenderle; così chi si troverà nel campo, non torni indietro. Ricordatevi della moglie di Lot. 
Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece l’avrà perduta la salverà. 
Vi dico: in quella notte due si troveranno in un solo letto; l’uno verrà preso e l’altro lasciato; due donne staranno a macinare nello stesso luogo, l’una verrà presa e l’altra lasciata”. 
Allora i discepoli gli chiesero: “Dove, Signore?”. Ed egli disse loro: “Dove sarà il cadavere, là si raduneranno anche gli avvoltoi”.

IL COMMENTO di don Antonello Iapicca

Fa tremare la serietà con la quale, nel Vangelo, viene presa la vita. E quanta superficialità trasudi dalle pagine dei giornali e dalle nostre vuote chiacchiere che risuonano il vuoto angosciante dei nostri cuori e delle nostre coscienze. Mette i brividi scorrere le pagine d’un qualsiasi giornale, accendere anche solo un secondo la tv, sedersi ad un qualche muretto popolato di “nuovi barboni imberbi” accompagnati da sbiadite fanciulle acconciate in costumi quasi adamitici. Si tratta semplicemente di flash d’una realtà che si impone allo sguardo anche più frettoloso. E, peggio, se si approfondisce un po’….

Ma la superficialità costituisce la maggior parte della topografia delle nostre anime. Per questo il Vangelo è terribilmente serio. Senza vie di fuga. I nostri giorni, e le cose con le quali li riempiamo, e quelle che ci son date per darne un senso, sono tutte, indistintamente, le tavole con le quali ci trastulliamo a fare surf sulla vita. E’ triste, ma è così. Tutto scivola, non inganniamoci, anche quando sembrano serie le cose, importanti gli impegni, oneste le faccende. Come ai tempi di Noè, ci sposiamo, lavoriamo, cerchiamo case, le abitiamo, facciamo figli, quando non possiamo ci accaniamo con mille provette e quando non li vogliamo li gettiamo in un chimico cestino, ci addormentiamo e ci svegliamo. Una routine, un empio “eterno ritorno” che surgela e scongela ogni cosa vissuta senza che nulla abbia davvero un senso.

Un fatto, è sufficiente un piccolo fatto che sconvolga la nostra tranquillità, un’onda anomala, a farci precipitare tra le correnti incontrollabili che ci trascinano lontano dall’approdo. E ci sentiamo persi, depressi, e affiorano i più profondi sensi di giustizia violata senza motivo. E il diluvio ci uccide, e scopriamo che, per quanto abbiamo tentato di stringere bene gli ormeggi, l’acqua è più forte delle nostre capacità, dell’astuzia, anche dell’esperienza e della perizia, e la barca è travolta e non c’è nulla da fare. Il Signore ci dice oggi che vi è sempre qualcosa, nella vita, che ci sorpassa, in grado di farci morire, di portarsi via tutto. Mangiare, bere, prendere moglie, comprare, vendere, costruire: è la vita di ogni giorno, e può essere bruciata tra fuoco e zolfo. Perchè vivere empiamente e stoltamente è una possibilità reale, vicinissima a ciascuno di noi. La questione è come viviamo.

Il Signore ci offre oggi una certezza: arriva il giorno del Figlio dell’Uomo. Arriva il giorno della verità, quando sarà rivelato ciò che è autentico e ciò che è effimero. In quel giorno non si potrà far nulla, sarà distruzione e morte, o vita e amore. Si salverà solo chi sarà pronto a sfuggirlo, chi avrà imparato a non difendere la propria vita. Due uomini, due donne, apparentemente uguali, che dormono o lavorano, il giorno e la notte di ogni uomo; come le dieci vergini che in nulla erano distinte se non nella stoltezza e nella saggezza. Ma queste si rivelano solo all’arrivo dello Sposo, nell’ora imprevista. Una donna macinerà con sapienza, un’altra stoltamente: così per qualunque attività, anche la più ordinaria, si può vivere con sapienza o con stolta superficialità. Sarà preso, eletto, chi avrà vissuto con l’unica sapienza autentica, quella della Croce, che non difende ma perde, dona, offre la propria vita; chi non torna a casa a raccogliere le sue cose, perchè la sua vera ricchezza è Cristo; chi lavora amando e non si volta indietro nel rimpianto, nel dubbio, cercando di riacciuffare cipolle e agli dell’Egitto. Chi corre dimentico del passato e proteso verso il futuro, con lo sguardo del cuore fisso sulla corona che il Padre ha preparato nel Cielo. Sarà eletto ad entrare nel banchetto solo chi avrà riempito i vasi di Spirito Santo, accumulando tesori in Cielo, dimenticando se stesso, anche ciò che ha fatto, anche la missione, o l’essere madre di dieci figli, o marito fedele, o quello che sia. Sarà preso chi fugge dalle occasioni di peccato in un’urgenza di santità, e per questo vive già nascosto in Cristo, l’unico assoluto della propria vita, nel quale ogni istante acquista valore nell’essere donato senza riserve. Donato e dimenticato, senza appropriarsi di nulla, nella consapevolezza di appartenere a Lui, e per Lui fare tutto. Amare, come Lui ci ama, con il solo merito di avere accolto, nella debolezza e nell’indegnità, la sua misericordia.

Il Vangelo di oggi ci annuncia il giorno della verità, per chiamarci a vivere in essa ogni giorno. Solo così saremo pronti per l’avvento del Signore. Egli infatti prepara e anticipa la sua venuta nelle trame della nostra storia, attraverso persone e fatti. E così ci insegna ad essere “trovati in Lui”, a sperimentare in tutto il suo amore così grande che ogni cosa o persona, al suo confronto e priva di lui, appare come spazzatura, un impedimento al possesso della vera vita. Quanti diluvi, quanto fuoco dal cielo resettano le nostre vite perchè impariamo a fare di Lui, e solo di Lui, il tesoro del nostro cuore. Gli eventi che rovesciano le nostre certezze sono puro amore di Dio, di fronte ai quali dobbiamo chiederci dove abbia messo le radici il nostro cuore. Sulla sabbia o sulla roccia? Il dramma della vita, con la sua serietà, è tutto in questa questione. In fondo, la certezza della precarietà della vita alberga il cuore di tutti. E’ l’atteggiamento di fronte ad essa che decide la nostra esistenza. Carpe diem, cogliere tutto senza discernimento, perchè tutto scivola e sfugge, sino a fare indigestione di esperienze e arrivare a trent’anni esausti e senza più alcun interesse? Bruciare amori e sesso nella prima adolescenza per restare senza speranze a vent’anni? Oppure prendere di peso la fugacità della vita e abbandonarsi alla Volontà di Dio, al suo amore che provvede ogni giorno la manna di cui abbiamo bisogno?

Perdere la vita compiendo la volontà di Dio per sperimentare che, nella precarietà, esiste un sentiero di certezze granitiche, un senso che si manifesta ogni giorno di più come luce nelle tenebre della paura. Imparare a soffrire, a digiunare, a tacere. Non gettare cuore e mente al miglior offerente del giorno, ma custodire se stessi donandosi a Cristo perchè Lui ci doni agli altri in un autentico amore gratuito. Vivere come Noè in mezzo alla derisione e all’incomprensione, radicato nella Parola ricevuta dal Signore: “E’ venuta per me la fine di ogni uomo, perché la terra, per causa loro, è piena di violenza; ecco, io li distruggerò insieme con la terra. Fatti un’arca di legno di cipresso… Ecco io manderò il diluvio, cioè le acque, sulla terra, per distruggere sotto il cielo ogni carne, in cui è alito di vita; quanto è sulla terra perirà. Ma con te io stabilisco la mia alleanza. Entrerai nell’arca tu e con te i tuoi figli, tua moglie e le mogli dei tuoi figli… Noè eseguì tutto; come Dio gli aveva comandato, così egli fece” (Gen. 6, 13 ss.). Obbedire alla chiamata, all’Alleanza, alla primogenitura, colmando i giorni e le occupazioni uguali a quelli di tutti, con la stoltezza della Croce; irrobustire la vita con la sapienza che prepara corpo e spirito per il giorno del Signore, anche se tutto sembra scorrere come sempre, mentre tutti dissipano la propria vita senza cogliere i segni: “Gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanitosi, orgogliosi, bestemmiatori, ribelli ai genitori, ingrati, senza religione, senza amore, sleali, maldicenti, intemperanti, intrattabili, nemici del bene, traditori, sfrontati, accecati dall’orgoglio, attaccati ai piaceri più che a Dio, con la parvenza della pietà, mentre ne hanno rinnegata la forza interiore. Guardati bene da costoro!” (2 Tim. 3, 4-5). Guardarsi significa eseguire tutto secondo la volontà di Dio, costruendo l’arca dove non v’è traccia d’acqua, vivere nella carne secondo lo Spirito, mentre il mondo obbedisce alla tirannia della carne chiudendosi allo Spirito. I pensieri fissati su “tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode” (Fil. 4,8), mentre il mondo getta i pensieri nella fornace delle concupiscenze. In ebraico il termine tevah indica sia l’arca costruita da Noè che la cesta di vimini nella quale trovò riparo il neonato Mosè, l’eletto chiamato a salvare il suo Popolo dal Faraone. Il Signore ci chiama a costruire l’Arca e ad entrarvi, a non aver timore di preparare la croce, che significa accogliere ogni fatto che ci umilia come una Grazia che rende compiuta la nostra vita; non scendere dalla Croce che ci offe come spettacolo al mondo: è la Croce che infonde sapienza all’intera esistenza rivelando la primogenitura come un segno di contraddizione e di salvezza per ogni uomo. Nella cesta, nell’arca, sulla Croce, nell’attesa virile del giorno del Signore: “Vigilate, state saldi nella fede, comportatevi da uomini, siate forti” (1 Cor. 16,13), per annunciare la salvezza ad un mondo distratto e superficiale.

Le fondamenta sulla sabbia, al passaggio del diluvio, crollano rovinosamente e lasciano tra le macerie poveri cadaveri, vite spente, pensieri narcotizzati; parodie di persone dove gli avvoltoi di questo mondo, medici-psicologi-avvocati, falsi amici, profeti di menzogne, lotterie dove spendere soldi e illusioni, dispensatori di droghe, alcool e narcotici vari si radunano in attesa della triste spartizione. Ma per noi è preparata la Roccia, Gesù Cristo e il suo amore infinito, la certezza che non passa, la moda giusta per il nostro cuore, inconfondibile e incorruttibile. Indossare il suo amore e attendere, ogni istante, d’essere preso da Lui per entrare, attraverso la storia che ci è data, in una meravigliosa avventura. Qualunque sia, dovunque sia.

Santa Faustina Kowalska (1905-1938), religiosa

Diario, § 1229 (Libreria Editrice Vaticana, 2004, fine 3° quaderno)

«Chi perderà la sua vita la salverà»

O giorno eterno, giorno desiderato,
ti attendo con nostalgia ed impazienza,
tra non molto l’amore scioglierà i veli,
e tu diverrai la mia salvezza.
Giorno stupendo, momento impareggiabile,
in cui vedrò per la prima volta il mio Dio,
lo Sposo della mia anima e il Signore dei Signori,
sento che la mia anima non proverà timore.
Giorno solennissimo, giorno luminoso,
in cui l’anima conoscerà Dio nella sua potenza,
e s’immergerà tutta nel Suo amore,
constatando che sono finite le miserie dell’esilio.
Giorno felice, giorno benedetto,
nel quale il mio cuore arderà per Te di ardore eterno
poiché fin d’ora Ti sento, sia pure attraverso i veli,
Tu, o Gesù, in vita e in morte sei per me estasi ed incanto.
Giorno che attendo da tutta la vita,
ed attendo Te, Dio,
poiché desidero soltanto Te.
Solo Tu sei nel mio cuore, tutto il resto è nulla per me.
Giorno di delizia, di eterne dolcezze,
Dio di grande Maestà, mio Sposo,
Tu sai che nulla soddisfa il cuore di una vergine.
Poserò il mio capo sul Tuo dolce Cuore.