di Don Antonello Iapicca

Vangelo Lc 12,1-7 

In quel tempo, radunatesi migliaia di persone a tal punto che si calpestavano a vicenda, Gesù cominciò a dire anzitutto ai discepoli: «Guardatevi dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisìa. Non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto. Pertanto ciò che avrete detto nelle tenebre, sarà udito in piena luce; e ciò che avrete detto all’orecchio nelle stanze più interne, sarà annunziato sui tetti.
A voi miei amici, dico: Non temete coloro che uccidono il corpo e dopo non possono far più nulla. Vi mostrerò invece chi dovete temere: temete Colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geenna. Sì, ve lo dico, temete Costui. Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio. Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete, voi valete più di molti passeri».

IL COMMENTO

Tra la folla anonima che si accalca e calpesta a vicenda, i discepoli sono come il lievito nella massa: non si vede, ma esercita una forza capace di sprigionare energia e fermentare tutta la pasta. “Il regno dei cieli si può paragonare al lievito che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta la pasta si fermenti” (Mt 13,33). La missione della Chiesa è lasciarsi impastare nel mondo perchè esso sia trasformato. Gesù si dirige innanzitutto ai suoi discepoli per metterli in guardia dall’ipocrisia, il lievito farisaico che fermentava Israele. Essa costituisce il vero pericolo per la Chiesa, come Il sale che perde il sapore, inutilizzabile e buono solo ad essere gettato e calpestato: come i farisei, sepolcri di cui nessuno si avvede e per questo calpestati, anche i discepoliperdendo la primogenitura profetica, tornano ad essere folla anonima che si calpesta a vicenda. “Corruptio optimi pessima”. Ciò che era ottimo, una volta corrotto, è pessimo (San Gregorio Magno). Per questo Gesù, in un’altra occasione, avverte di guardarsi dallo scandalizzare i piccoli che credono, di divenire occasione di inciampo a quanti camminano dietro di Lui. L’ipocrisia è l’ostacolo più grande alla missione, anche della debolezza stessa. Il termine ipocrisia deriva dal greco hypòcrisis, che significa “recitare una parte”; hypocrites era l’attore del teatro greco. Recitare l’amore, la pietà, e fare della religione un teatro, mentre dietro la maschera vi è solo corruzione e perversione. L’ipocrisia è l’antitesi della profezia, della novità, della Verità che illumina e libera. E’ l’hametz che impedisce la pasqua, il fermento dell’uomo vecchio che si corrompe e si chiude all’annuncio della liberazione.

Gli amici di Gesù sono invece chiamati alla parresia, la libertà e il coraggio di annunciare con franchezza e senza sconti il Vangelo. La parresia è il lievito che trasforma una massa anonima in una comunità. La parola del Vangelo infatti è destinata ad essere rivelata a tutti. Quello che i discepoli predicano nel segreto del catecumenato e delle assemblee delle comunità sparse nel mondo, sarà annunciato sui tetti; la lucerna accesa dalla predicazione sarà posta sul candelabro: l’annuncio sarà rivelato, ovvero autenticato dalla croce. Per questo Gesù incoraggia i suoi amici – coloro che hanno sperimentato l’amore più grande, sino alla fine, sino al dono della vita – a non temere il mondo e il suo principe: non hanno alcun potere sul Vangelo. Esso è splendore della Verità; è la Buona Notizia che la morte è stata vinta ed esiste il Cielo, il dopo sul quale il demonio non può far nulla. Per questo è necessario che la Verità venga messa alla prova nel crogiuolo della croce. L’odio del mondo è il liquido di contrasto che rivela la purezza del Vangelo.

Sulla croce, nella persecuzione, nel rifiuto, nel martirio ogni segreto verrà alla luce: se l’interno è stato purificato esso splenderà dell’amore; se invece è pieno di iniquità sarà svelata l’ipocrisia. I segreti dei discepoli sono le cose nascoste ai sapienti e agli intelligenti, ai farisei e ai dottori della Legge; sono i segreti del Regno, della vita celeste che, nella debolezza e nella precarietà, essi vivono già qui sulla terra, come primizie, lievito e profezia del destino cui è chiamato ogni uomo. Per questo il Signore invita i suoi amici, ciascuno di noi, ad abbandonarci – significato ultimo del “timore” nella Scrittura – a Lui, alla sua fedeltà. Ad avere uno sguardo di fede su ogni evento, a non temere perchè non vi è centimetro che calchino i nostri piedi che non sia opera del suo amore provvidente. Temere è il principio della sapienza: vivere sapendo che la Geenna esiste, che la libertà può condurre Dio ad uccidere… Viene in mente l’episodio del sacrificio di Isacco; Abramo doveva passare per quella prova atroce, per conoscere la verità e fortificare la propria fede. Doveva legare Isacco per entrare nella libertà che genera la parresia. Di fronte al cuore docile e obbediente di Abramo, Dio dirà: “Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio” (Ge. 22, 12). Il timore aveva reso libero Abramo, al punto di offrire il suo unico figlio, al di là di ogni ragionevolezza umana, nella fede che Dio lo avrebbe comunque riscattato dalla morte. Dio non aveva ucciso, aveva provato e per questo provveduto l’ariete. Anche per i discepoli, per ciascuno di noi, è preparato il Moria della prova dove vivere nel timore di Dio, e offrire senza condizioni la nostra vita. Solo l’ipocrisia di un rapporto con Dio che gli riserva una parte della propria vita, nel compromesso tra Lui e il mondo, tra la sua e la propria volontà, conduce irrimediabilmente alla morte e all’inferno. Solo il rifiuto del suo amore apre le porte della Geenna. Per questo  Gesù invita a temerlo, a consegnargli la nostra vita perchè ne faccia un’immagine autentica della sua, un annuncio credibile e senza paura del suo amore. La parresia scaturisce dall’abbandono confidente e dalla libertà incondizionata. Solo chi è rinato in Cristo vive come il vento, libero e autentico, e un cuore retto nel compiere, tra cadute e imperfezioni, la volontà di Dio. Nella prova, nel dolore come nella gioia, gli amici di Gesù sono il segno profetico che desta nella folla che si accalca l’interrogativo capace di aprire il cuore a Cristo. Quell’interrogativo che l’ipocrisia dei farisei, come un lievito, voleva abortire, nella paura di perdere potere e prestigio. Davvero Dio mi ama? Nelle situazioni che sembrano negare l’esistenza di Dio ed il suo amore, i discepoli crocifissi con Cristo rivelano il segreto più intimo di Dio: perfino i capelli del loro capo sono contati, il suo amore non delude mai, la sua misericordia è eterna, Gesù ha vinto il mondo, il peccato e la morte! Essi sono il lievito che, con il potere umile della Croce, fermenta e apre il mare alla massa degli uomini che giacciono schiavi in Egitto. Con Gesù anche noi siamo chiamati a condurre questa generazione nell’esodo dalla morte alla vita, dal mondo al Cielo.



Santa Caterina da Siena (1347-1380), terziaria domenicana, dottore della Chiesa, compatrona d’Europa
Dialogo della Divina Provvidenza, 18

« Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati »

Mi diceva Dio : « Nessuno può sfuggire dalle mie mani. Perché io sono Colui che sono (Es 3,14) mentre voi, non siete da voi stessi ; siete nella misura in cui siete stati fatti da me. Io sono il creatore di ogni cosa che partecipa dell’essere, eccetto del peccato, il quale non è, e dunque non è stato fatto da me. E poiché esso non è in me, non è degno di essere amato. La creatura mi offende soltanto in quanto ama ciò che non deve amare, cioè il peccato… È impossibile agli uomini uscire da me ; o dimorano in me sotto la stretta della giustizia che sanziona le loro colpe, o dimorano in me custoditi dalla mia misericordia. Apri dunque l’occhio della tua intelligenza e guarda la mia mano ; vedrai che ti dico la verità. »

Allora, aprendo l’occhio dello spirito per obbedire al Padre Altissimo, vedevo l’universo intero rinchiuso nella sua mano divina. E Dio mi diceva : « Figlia mia, ora vedi e sappi che nessuno mi può sfuggire. Tutti qui sono tenuti dalla giustizia o dalla misericordia perché sono miei, creati da me, e li amo infinitamente. Qualunque sia la loro malizia, farò loro quindi misericordia a causa dei miei servi ; esaudirò la domanda che mi hai presentata con tanto amore e dolore »…

Allora la mia anima, come in ebbrezza e fuori di sè, nell’ardore sempre più grande del suo desiderio, si sentiva nello stesso tempo beata e dolorosa. Beata a motivo dell’unione che aveva avuto con Dio, gustando la sua gioia e la sua bontà, tutta immersa nella sua misericordia. Dolorosa, al vedere offesa tanta bontà.