Dal Vangelo secondo Matteo 22,34-40.
 
Allora i farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme
e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova:
«Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?».
Gli rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente.
Questo è il più grande e il primo dei comandamenti.
E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso.
Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». 

Il commento di Don Antonello Iapicca
Gesù ha appena annunciato la resurrezione e ha messo a tacere i sadducei che la negavano. Con le sue parole aveva reso credibile e ragionevole il fatto più irragionevole. Gesù era un grande, nessun dubbio al riguardo. Ma anche molto pericoloso. E i farisei, ” udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme

e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova“. Avevano paura di perdere la posizione acquisita tra il popolo; dopo aver messo in ridicolo i sadducei Gesù avrebbe potuto ridimensionare anche il loro prestigio. Bisognava prevenire il disastro cercando di togliere autorità all’insegnamento di Gesù. Era un irregolare, le sue parole potevano essere prese per eretiche, ma non era facile coglierlo in fallo; Gesù si muoveva, infatti, in quella zona franca dove l’eresia si confondeva con l’ortodossia. Bisognava metterlo alla prova con qualcosa di serio e fondamentale. Si doveva interrogarlo sul cuore della fede di Israele, lo Shemà, e vediamo come se la sarebbe cavata….

In ebraico la parola comandamento significa contemporaneamente: una parola che affida un incaricoun comando fissato come un ordine di servizio, la legge “incisa” che orienta e dirige il compimento di una missione. In ogni caso, secondo la tradizione di Israele, il “comandamento” è sempre una parola di vita. Osservare, compiere i comandamenti è la via alla riuscita della vita, perché la vita è una missione affidata a ciascun uomo: “Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto, ed il vostro frutto rimanga” (Gv.15). In questa luce, i farisei interrogano Gesù su che cosa, nella Legge, sia fondamentale per vivere da perfetto israelita.

Ma Gesù non si lascia prendere in trappola, Lui che è l’autore della Legge e di ogni comandamento. Semplicemente, risponde presentando la misericordia e la giustizia che stanno alla base della relazione con Dio, fonte di quella tra ciascun uomo e il suo prossimo: “la ripetizione del Tetragramma, attirando la nostra attenzione, ci richiama a riconoscere e a proclamare che tutto ciò che è contenuto nel mondo e nell’universo è sotto il dominio dell’Unico Dio. Inoltre, secondo la tradizione giudaica, il Tetragramma, qui reso con “Signore” o “Eterno”, indica la Middath ha-rachamim, la qualità divina della misericordia, mentre Elohim indica la Middath ha-din, la giustizia divina. Giustizia e misericordia, viene quindi messo in risalto fin dall’inizio della proclamazione di fede del giudaismo, costituiscono per il pensiero ebraico le due qualità precipue della Maestà divina!” (Hirsch). Gesù rivela il cuore della Legge sintetizzandola nell’amore, da cui deriva ogni altra Parola, della Torah e dei Profeti. Senza amore tutto è vano dirà San Paolo, e sarà un approfondimento di questa risposta di Gesù.

L’incipit delle Dieci Parole di Vita, vergate con il fuoco dell’amore divino e rivelate sul Sinai, rammentano un’esperienza d’amore. L’ascolto è preceduto e accompagnato dall’esperienza di una giustizia e una misericordia gratuite realizzate per Israele attraverso la liberazione dall’Egitto. E in essa, il Popolo ha conosciuto Dio come unico, nell’amore e nel potere. Lo stesso incipit appare nello Shemà, il comandamento più grande. L’amore a Dio e al prossimo scaturisce dall’esperienza dell’unicità dell’amore che rivela Dio. Per questo prima di essere un comandamento, esso è un’affermazione, un annuncio e una profezia, la rivelazione di un’identità. “Ascolta Israele, il Signore è uno”: Il comandamento più grande rivela la grandezza di Colui che comanda, la sua unicità. La missione affidata ad Israele prima e alla Chiesa poi, l’incarico che costituisce la vita di ciascuno di noi, rivela l’identità di Colui che incarica e affida la missione. E nella sua identità è rivelata anche quella dell’apostolo, dell’inviato. Liberatore e liberato, in questa relazione sperimentata è gestato, nasce e si compie il comandamento più grande. Dio è l’unico da amare con tutto se stesso perché e l’unico che ama ogni uomo con tutto se stesso come fosse l’unico al mondo.
Gesù conosce le vicende del proprio popolo. Egitto, Mitraym, in ebraico significa “angoscia, luogo dove l’umano è definitivamente incastrato e rinserrato”. In Egitto il popolo ha vissuto nella condizione servile. Ciò non significa solamente la schiavitù in senso fisico. In Egitto il Popolo ha vissuto incastrato nel servizio agli idoli, e forse si è anche sottomesso all’idolatria. Essa è sempre dissipazione e disordine dell’uomo, del suo cuore, della sua mente, delle sue forzeDisordine in ebraico si dice “Faraone”. Asservito al Faraone il Popolo santo aveva perduto la sua identità, l’arco scoccato stava fallendo il bersaglio, e la vita scorreva slegata nella fatica della schiavitù. In questa situazione fallimentare è avvenuto l’impossibile, Dio stesso è sceso a liberare il Popolo per condurlo al bersaglio autentico, al compimento della sua missione. Il comandamento più grande, la sintesi di tutta la Torah e dei profeti, è quindi il sigillo e il segno dell’opera unica compiuta dall’unico che ne aveva il potere.
“Il Popolo ebraico attesta, compiendo il primo comandamento, che “solo il SIgnore suo Dio” può fare questo. Testimonia che ne è beneficiario. Accetta e decide, per quanto possibile, di assumere la liberazione dalla servitù del Faraone. Vuole servire il Solo Signore, rendergli culto, orientare tutte le sue forze, tutto il suo cuore, tutta la sua anima, tutto il suo tutto, a questo solo culto” (Marie Vidal, Un ebreo chiamato Gesù). E Dio era solo, non v’era con Lui alcun dio straniero. Lui ha spiegato le sue ali e ha liberato il suo popolo; Lui ha rivelato se stesso nella forza incommensurabile del suo amore, l’unico che ha reso possibile l’impossibile. Non vi sono altri dei, non si allineano altri signori. E’ uno. E’ Dio. L’unica via al compimento della Legge, ovvero l’unico cammino che conduce alla Vita è amarlo perché è unico: amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze è l’unica vita ragionevole, intelligente, sapiente.

Lo Shemà, l’ascolto che si fa obbedienza e compimento di un amore esclusivo, è il comandamento più grande perché è il comandamento dell’uomo libero. La libertà è la missione affidata ad ogni uomo creato ad immagine e somigliante del Dio libero che, liberamente lo ha tratto dal nulla per puro amore. Non esiste vita autentica dove non esiste libertà, perché non esiste amore laddove permane la schiavitù. Dove regna il Faraone vi è disordine e l’uomo vive dissipato; cuore, anima e forze si combattono conducendo l’uomo ad una schizofrenia interiore che lo distrugge. San Giovanni della Croce commentando la citazione di Dt 6,5 afferma come “tutto il lavoro necessario per giungere all’unione con Dio, consiste nel purificare la volontà dai suoi affetti e appetiti, in modo che da umana e grossolana diventi volontà divina, cioè identificata con quella di Dio… quando la volontà indirizza le passioni, potenze e appetiti verso Dio e li distoglie da tutto ciò che non è Lui, allora conserva la forza dell’anima per Dio, quindi giunge ad amarlo con tutte le forze”. E’ quanto afferma anche la sapienza di Israele: “Bisogna benedire Dio per il male e per il bene, perché è scritto: Amerai…. con tutto il cuore: con le tue due inclinazioni, il bene e il male…” (Ber. 9,5).
Anche il Targum offre una interpretazione analoga, il che significa che era quella diffusa nel I secolo, al tempo di Gesù. Secondo la concezione rabbinica molto simile a quella di San Giovanni della Croce, vi sono due “istinti”, uno buono e uno cattivo. Quest’ultimo, in sè, è moralmente neutro. Diventa cattivo solo quando non è condotto nelle vie della Torah. Il pio ebreo prega ogni giorno così: “Possa l’istinto cattivo non acquistare potere sopra di noi. Costringi il nostro istinto a rimanere a te sottomesso”. Esiste il demonio e la schiavitù e sottomissione ad esso preclude qualunque altra libertà. Il dialogo di Gesù con i giudei del capitolo 8 del vangelo di Giovanni verte sullo Shemà, anche se non appare esplicitamente. La libertà sorge dalla Verità annunciata dalle parole di Gesù:  “Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Gli risposero: «Noi siamo discendenza di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi tu dire: Diventerete liberi?». Gesù rispose: «In verità, in verità vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. Ora lo schiavo non resta per sempre nella casa, ma il figlio vi resta sempre;  se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero… Chi è da Dio ascolta le parole di Dio: per questo voi non le ascoltate, perché non siete da Dio”. L’ascolto della sua Parola è l’unica possibilità offerta all’uomo per essere libero davvero, affrancato dal potere del demonio, dalla schiavitù idolatrica che esso suppone. La Parola di Gesù è dunque lo Shemà capace di ri-orientare la vita sul cammino del compimento, dove cuore, anima e forze sono impiegate per amare. Lo Shemà che genera e gesta i figli di Dio perché vivano liberi come il Padre loro.
A chi consegnare se stessi se non vi è nessun altro che Lui? Chi amare se non ci ha creato, amato e redenti se non Lui solo? Come dividere il nostro amore con idoli vani, inesistenti, incapaci d’amare e di salvare? Tutto ha origine da un’esperienza nella nostra concretissima vita. Non si tratta di un impegno, di buona volontà. Si tratta d’amore. Questo amore che sorge dall’essere amato è la roccia su cui fondare l’esistenza, la stabilità nell’instabilità, la certezza nella precarietà. Lo Shemà è il fondamento del matrimonio, del fidanzamento, dell’amicizia, del lavoro, della Chiesa stessa. Lo Shemà irrora di eternità tutto il transitorio della vita generando la libertà di amare in qualunque circostanza, senza illusioni, nella santa indifferenza che sbriciola ogni preteso assoluto che vorrebbe rubare mente, anima e corpo. Non vi è argomento di discussione, non vi è problema, difficoltà o sofferenza, non vi è precarietà, non vi è differenza e attrito, non vi è male che abbia ragione dell’amore che compie lo Shemà. Non vi è difetto della moglie o impuntatura del marito, non vi è ribellione del figlio, non vi è tentazione della carne che abbia potere sullo Shemà, perchè esso incarna il Cielo in ogni questione della terra, mette in fila le priorità e i valori, illumina le questioni più intricate, sciogliendole dal laccio che le vorrebbe innalzare in un assoluto teso a nascondere il fondamento autentico.
Lo Shemà è l’antidoto al fallimento delle relazioni: chi vive lo Shemà non dirà mai “non ti amo più, sono cambiati i miei sentimenti, non è più come prima”; perchè lo Shemà compiuto inchioda ogni relazione sul robusto Legno della Croce, il luogo della libertà che si fa dono, sia quel che sia, costi quel che costi. Lo Shemà è il sigillo della Grazia e dell’elezione a vivere sulla terra l’amore celeste, la missione affidata alla Chiesa e a ciascuno di noi.
Dio infatti è unico perchè il Suo amore è l’unico che scende con noi e in noi, nella sofferenza più profonda, nei dolori di un cancro, nelle angosce dei tradimenti e dei fallimenti, nei tormenti dei dubbi, in tutti gli istanti delle nostre vite. Lui è l’unico che ci ama così come siamo. Lui solo può darci la vita nella morte, orientare tutto di noi verso il compimento della missione affidata. L’esperienza del Suo amore genera il radicale e assoluto amore a Lui. Da esso sgorga, naturalmente, l’amore al prossimo, il dono totale che giunge sino al nemico, perché ogni uomo, qualunque sia la sua situazione, reca scolpito il cromosoma divino. Ascoltare è dunque amareAscoltare la Verità è obbedire alla Verità; non a caso in ebraico i due verbi coincidono. Nulla di sentimentale, erotico e passionale. Un amore crudo, reale, totale, ragionevole e sapiente. L’amore crocifisso di Colui che, unico, ci ha donato tutto. Nel Suo tutto consegnato il nostro tutto consegnatoAmore per amore. La liturgia celeste che appare nel dialogo tra Gesù e lo scriba, tra Gesù e ciascuno di noi oggi, e ogni giorno: Ascoltare e proclamare nella vita, per pura Grazia, lo Shemà, l’unicità dell’amore di Dio, un canto di gioia nel compimento della propria vita secondo la volontà-comandamento-parola del Padre.