Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 11,11-26.

Ed entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l’ora tarda, uscì con i Dodici diretto a Betània. La mattina seguente, mentre uscivano da Betània, ebbe fame. E avendo visto di lontano un fico che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se mai vi trovasse qualche cosa; ma giuntovi sotto, non trovò altro che foglie. Non era infatti quella la stagione dei fichi. E gli disse: «Nessuno possa mai più mangiare i tuoi frutti». E i discepoli l’udirono. Andarono intanto a Gerusalemme. Ed entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e comperavano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio. Ed insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri!». L’udirono i sommi sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutto il popolo era ammirato del suo insegnamento.
Quando venne la sera uscirono dalla città.
La mattina seguente, passando, videro il fico seccato fin dalle radici. Allora Pietro, ricordatosi, gli disse: «Maestro, guarda: il fico che hai maledetto si è seccato».
Gesù allora disse loro: «Abbiate fede in Dio! In verità vi dico: chi dicesse a questo monte: Lèvati e gettati nel mare, senza dubitare in cuor suo ma credendo che quanto dice avverrà, ciò gli sarà accordato. Per questo vi dico: tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato. Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati».
COMMENTO di don Antonello Iapicca

Gesù ha fame, e cerca un cibo che neanche i suoi discepoli conoscono. Il suo cibo è compiere l’opera che il Padre ha preparato, la volontà d’amore di Colui che lo ha inviato. Gesù cerca un albero che dia i frutti che sazino la sua fame, e non lo trova. Il fico in cui si imbatte infatti, non ha frutto. Nella Scrittura e nella Tradizione ebraica la fecondità del fico è un’immagine profetica di Israele che ha conosciuto ed accolto il Messia:

“Nessuna nazione alzerà la spada contro un’altra nazione e non impareranno più le arti della guerra. Siederanno ognuno, tranquilli sotto la vite e sotto il fico e più nessuno li spaventerà” (Mi 4,3b ). Il fico sterile invece designa l’infedeltà di Israele al suo Dio e alla Torah: “Essi hanno rigettato la parola del Signore… dal piccolo al grande, tutti commettono frode… li mieto e li anniento, dice il Signore, non c’è più uva nella vigna né frutti sui fichi; anche le foglie sono avvizzite”. Alla luce di queste parole si comprende il segno profetico di Gesù che maledice il fico presso il quale non ha trovato frutto. Gesù non cerca frutti qualunque: Lui cerca frutti fuori stagione, i frutti di un’elezione che va oltre i limiti imposti dal corso della natura. Israele aveva visto e sperimentato cose che nessun altro popolo aveva potuto vedere; Israele era la primizia della salvezza che Dio offriva ad ogni uomo. La sua ribellione nel deserto ad esempio, illumina il contesto dell’episodio narrato dal vangelo. In quel luogo dove la vita è difficile, senza acqua ne cibo, Israele è chiamato a sperimentare l’Onnipotenza di suo Padre: nell’elezione è presente il seme che darà frutti fuori stagione, come Dio ha tratto l’acqua dalla roccia e pane dalla rugiada del mattino. Ribellarsi e indurire il cuore di fronte a quanto appare impossibile e illogico alla ragione manifesta l’incredulità di fronte al potere di Dio, l’incapacità di abbandonarsi al suo amore. E’quanto capita a ciascuno di noi quando il Signore, attraverso le situazioni e le persone che ci sono accanto, viene a cercare frutti fuori stagione, frutti soprannaturali. Ci ribelliamo perchè ci sentiamo traditi e trattati ingiustamente. Dio pretende da noi, non provvede alla nostra vita cambiando le circostante a nostro favore, addolcendo il carattere del marito, facendo obbediente il figlio, comprensivo il capo ufficio… E invece proprio la realtà della nostra storia costituisce il deserto dove Dio ci conduce perchè il seme deposto in noi, la primogenitura con la quale siamo stati eletti, produca i frutti al di fuori della stagione appropriata: ” Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (cfr. Mt. 5,46-48). Ribellandoci all’ingiustizia rifiutiamo la primogenitura e ricopriamo la nostra vita di foglie, pura apparenza incapace di sfamare chi si avvicina a noi. E la nostra vita si secca, irrimediabilmente, e Gesù non può far altro che maledire, per l’eternità, quell’albero tutto foglie e niente frutti che è il nostro uomo vecchio.

Si tratta dello stesso segno che compie subito dopo nel Tempio su quanti avevano pervertito il Luogo Santo in una spelonca di ladri. Quello che era stato dato ad Israele come una Profezia dell’opera di Dio, il Monte Santo ove avrebbe radunato tutte le genti a sedersi tranquille, era divenuto un luogo di mercato, di compromessi, di idolatria. In questo Vangelo appare tutto il dramma di Israele, Popolo duro a convertirsi, incapace di mantenersi fedele per compiere la Volontà del Padre, la sua missione tra le Nazioni. La maledizione di Gesù non fa che attestare una tragica realtà, la conseguenza di qualcosa che s’era già consumato.

Questa Parola è per noi oggi. Attraverso di essa possiamo ripensare alla nostra vita e alla nostra elezione. Il Signore ha fame di salvezza per questa generazione, e per questo viene a cercare frutti dall’albero che Lui stesso ha piantato, la nostra vita. In questo incontro ci troviamo tutti spogli e secchi, senza frutti. L’infecondità è sempre segno di incredulità. Per questo il Signore parla della preghiera proprio nel contesto che appare nel vangelo odierno. Dove, come nel Tempio, la preghiera, la relazione di intimità con Dio, è sostituita dal denaro, dalla fiducia nella carne, significa che è scomparsa la fede, e l’incredulità è la porta dischiusa all’idolatria. Così è stato per il Popolo d’Israele, con il cuore indurito e incredulo, intento a fabbricarsi il vitello d’oro prima, a fare alleanza con i Popoli vicini poi. Come per ciascuno di noi, incredulo dinanzi alla storia di ogni giorno, di fronte alla propria debolezza. E la vita si trasforma in un commercio idolatrico pieno di compromessi. Una vita sterile, incapace di donare nulla, infedele alla missione affidata.

Per questo anche oggi il fuoco della gelosia ardente di Dio giunge a ciascuno di noi, a seccare sin dalle radici la nostra incredulità, a purificare il suo Tempio che è la nostra stessa vita. Per questo i problemi e i fallimenti, le malattie e il dolore ci incalzano. Così è di ogni esplosione fragorosa del male: esso non viene da Dio, ma è Dio che lo permette e, a volte, lo spinge al suo tragico epilogo. Anche i terremoti e gli tsunami sono parte della pedagogia divina di salvezza, per quanto scandaloso e inaccettabile ci risulti tutto questo. Il veleno di morte che scorre nella natura e nell’uomo è il frutto corrotto del peccato. Il fico seccato del vangelo è immagine di ogni vita sbriciolata tra amanti, debiti, alcool e droga; è immagine di una città polverizzata dal terremoto o da un tifone; è immagine di tutto quanto ci si secca tra le mani, esattamente come accade all’uomo dalla mano inaridita: maledendo l’albero, Gesù rende porta alla luce una realtà profonda, palesa e spinge all’epilogo il processo di corruzione già iniziato nell’albero. Per puro amore!

Per compiere l’impossibile, il cambio radicale di natura che costituisce l’unica e autentica salvezza, è necessario che l’impossibile venga alla luce; altrimenti si tratterà sempre di toppe cucite su un vestito ormai logoro, palliativi, sedativi per rendere la vita meno amara… Un monte che si getta nel mare, ecco l’impossibile che la parola di Dio accolta e fatta propria nella preghiera, ha il potere di compiere! Uno sconvolgimento della natura, di questo ha bisogno l’uomo, l’irrompere della vita divina nella vita carnale e corruttibile! Questo è il battesimo, l’opera di Dio compiuta da Cristo: Egli ha spinto la sua stessa vita sino all’epilogo più tragico, a cibarsi del frutto avvelenato del peccato, alla morte e al sepolcro. Cristo si è fatto maledizione, la stessa inflitta al fico del vangelo, per trasformarla in benedizione, capovolgendo la sorte di ogni uomo.

Non si tratta di rattoppare qua e là, come spesso siamo tentati di fare, anche nella Chiesa con tante opere sociali pur meritevoli nelle intenzioni. Non si tratta solo di strappare un giovane dalla morsa della droga, di sfamare i poveri, di rimettere a dialogare le coppie in crisi. Il Signore è venuto sulla terra per compiere un’opera infinitamente più grande, quella che ha compiuto e compie ogni giorno in noi, quella che ha affidato alla sua Chiesa: compiere l’impossibile, scendere nell’abisso della morte, tra le rovine di un terremoto che ha dilaniato terra e anima, giungere al fondo toccato dai peccatori per annunciarvi la Parola capace di risuscitare e donare una vita completamente nuova. Dio può fare di un drogato un sacerdote santo, può ricreare un matrimonio distrutto dal tradimento e dalla violenza, far apparire la vita nel grembo sterile di una donna che gettato la sua maternità nella pattumiera dell’egoismo per lunghi anni; Dio può trasformare il peccatore più incallito in un’immagine cristallina del suo Figlio; Dio può gettare nel mare la montagna dell’orgoglio, seccare l’albero sterile che ha pervertito e stravolto la primogenitura per far nascere qualcosa di assolutamente nuovo, un albero fecondo pronto a sfamare e a far da riparo ad ogni uomo. Dio lascia e spesso spinge al limite le situazioni dove regna il peccato, e sembra che il demonio e il male abbiano la meglio: come è accaduto a Giobbe, ad esempio. Ma è solo per compiere in pienezza l’impossibile, per non limitarsi, sentimentalmente, a spalmare una pomata incapace di guarire il morbo più profondo. Per questo la maledizione eterna che colpisce il fico senza frutti è oggi per noi una buona notizia! E’ maledetto e seccato eternamente l’uomo vecchio che si corrompe e non può amare, come i carri, i cavalli e i cavalieri del faraone sono stati precipitati nel mare e Israele non li avrebbe visti mai più. La maledizione del fico è la porta alla benedizione di un albero nuovo, creato da Dio in Cristo, la vita nuova nella quale siamo chiamati a camminare per dare i frutti della fede adulta, frutti di vita eterna.

Ma una buona notizia riafferma ancora una volta la serietà della nostra vita: ci è stato dato molto, molto ci sarà richiesto. E’ sempre possibile chiudersi ancora, indurirsi e lasciare spazio alla bestemmia contro lo Spirito Santo e continuare a dubitare del suo amore; possiamo irridere e beffarci della misericordia di Dio, e non entrare nel riposo preparato per noi, come gli “adulti” del Popolo di Israele che, nonostante le esperienze fatte nel deserto, hanno dubitato ancora dinanzi alla Terra Promessa, e per  questo non vi sono entrati. La maledizione destinata all’uomo vecchio è eterna, non dimentichiamolo: chi non accoglie la benedizione dell’uomo nuovo, la trasformazione in uomo della Terra Promessa che vive come cittadino del Cielo, resta maledetto per sempre, come inceppato sull’amore di Dio che ha rifiutato e che non ha potuto compiersi pienamente in lui. Non è Dio a condannare, è l’uomo a chiamarsi fuori e frustrare la volontà misericordiosa di Dio!

Ma, finchè dura quest’oggi di Grazia e conversione, il Signore, con amore invincibile, ci vuole di nuovo suoi. Non lo abbiamo scelto noi, è stato Lui a chiamarci e a costituirci per portare un frutto che rimanga, anche fuori stagione, segno dell’impossibile divino reso possibile nella povera carne umana. Siamo stati chiamati a sfamare il Signore, ad essere il cibo per la sua opera, la Volontà di Dio compiuta in noi per la salvezza di ogni uomo. E’ Cristo che ci ha riscattati, per appartenere a Lui, “affinchè noi portiamo frutti per Dio” (cfr. Rom. 7). Per questo, come sigillo al brano odierno, appare il perdono, l’opera stessa di Cristo, il frutto più squisito che discende dal Cielo, impossibile agli uomini ma possibile presso Dio. Chi vive in cristo perdona, sempre, senza condizioni, gettando nel mare la montagna del giudizio e della superbia. E Lui ci purifica ogni giorno per donarci la preghiera intrisa di fede che, anche dinanzi alla tenebra più fitta, all’uomo più corrotto, alla situazione più compromessa, al terremoto e allo tsunami, non dubita del potere infinito di Dio.

San Cirillo di Gerusalemme (313-350), vescovo di Gerusalemme, dottore della Chiesa
Catechesi, n° 5

« Abbiate fede in Dio »

Sta scritto: «È difficile trovare un uomo fedele!» (Pr 20,6). Non dico che tu debba rivelare la tua coscienza a me, ma che mostri la sincerità della tua fede a Dio che scruta le reni e i cuori, e conosce i pensieri degli uomini (Sal 7,10;93,11). Gran cosa essere fedeli: rende l’uomo più ricco degli arciricchi. Il fedele infatti possiede tutti i beni del mondo, in quanto li disprezza e li calpesta; al contrario, i ricchi di beni materiali, benché ne abbiano a dovizia, finiscono col mancare di quelli dell’anima. Più ne ammassano, infatti, e più si consumano per la brama di quanto loro manca. Il fedele insomma è un uomo straordinario: ricco nella sua povertà perché sa che bisogna avere solo di che coprirsi e di che nutrirsi; quindi se n’accontenta, e disprezza le ricchezze.

Osservare la fede è un prestigioso distintivo non soltanto per noi cristiani che di Cristo portiamo il nome, ma lo è pure per chiunque nel mondo e anche presso gli estranei alla Chiesa osserva in modo assoluto la fede data. Vincolo di fede chiamiamo il patto che unisce nelle nozze persone estranee l’una all’altra; sulla fede si fonda anche l’agricoltore fiducioso di raccogliere i frutti, perché nessuno senza fiducia s’assoggetterebbe a fatiche. Per fede gli uomini solcano il mare affidandosi con fiducia a un piccolo legno. Sulla fede insomma si fonda la maggior parte degli umani negozi.

La lettura di oggi vi ha però chiamato alla vera fede, e vi ha indicato la via che dovete anche voi seguire per piacere a Dio. Per Daniele, come leggiamo, la fede chiuse la bocca ai leoni (Dn 6,23). «Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno» (Ef 6,16)… la fede dà all’uomo tanta forza da farlo camminare sulle onde restando a galla (Mt 14,29). La fede è tanto potente che non salva soltanto chi crede, ma anche altri per merito dei credenti. Per il paralitico di Cafarnao ebbero fede quelli che lo portarono e calarono per il tetto (Mt 9,2). La fede delle sorelle di Lazzaro ebbe tanto potere, che richiamò il morto dalle porte degli inferi (Gv 11)… Questa fede quindi, che viene data come carisma dello Spirito e non solo come dottrina, infonde un’energia superiore alle possibilità umane, per cui chi la possiede può dire a questo monte: «Spostati da qui a lì», ed esso si trasferisce.