Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 16,20-23a.

In verità, in verità vi dico: voi piangerete e vi rattristerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia. La donna, quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia. In quel giorno non mi domanderete più nulla. In verità, in verità vi dico: Se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. 

Il commento di don Antonello Iapicca

Congedandosi dagli anziani di Mileto San Paolo disse: “Avvinto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme, senza sapere ciò che là mi accadrà. So soltanto che lo Spirito Santo, di città in città, mi attesta che mi attendono catene e tribolazione. Non ritengo in nessun modo preziosa la mia vita, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di dare testimonianza al Vangelo della grazia di Dio” (At. vv. 22-24). Afferrato da Cristo sulla via di Damasco, dove lo aveva visto vivo, San Paolo ardeva dal desiderio di afferrare la perfezione dell’intimità e dell’amore di Lui. Per questo aveva reputato ogni cosa spazzatura e danno di fronte alla sublimità della conoscenza di Gesù, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze per diventargli conforme nella morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti. Sapeva dunque che cosa lo attendeva, ma era anche consapevole che l’aver conosciuto Cristo secondo la carne, l’averlo visto risorto e vivo, non era sufficiente per arrivare al premio che Dio lo chiamava a ricevere. Per lui era decisivo l’essere creatura nuova, dimentica del passato e protesa verso il futuro, per vivere ogni giorno lanciato nella corsa verso la mèta, fissando lo sguardo al Cielo nell’attesa ansiosa del ritorno del suo Signore. La visione di Cristo risorto lo aveva salvato, perdonato, eletto e inviato, ma era stato solo l’inizio. Afferrato da Cristo era ormai cittadino del Cielo, ma viveva ogni momento per afferrare, nell’ultimo istante, il suo amore; aveva trovato l’amato del suo cuore, desiderava stringerlo forte per non lasciarlo più. L’esperienza di San Paolo è il compimento delle parole di Gesù che appaiono nel vangelo di oggi. In esse la vita del discepolo è paragonata a un parto. Sullo sfondo vi è la profezia di quanto sarebbe accaduto di lì a poco: Gesù sta per affrontare il rifiuto, sarà crocifisso e morirà. L’annuncio di questo destino aveva turbato e rattristato i discepoli. Ma la tristezza sarebbe cambiata in una gioia che nessuno avrebbe più potuto sottrarre perchè “Gesù stesso è la loro gioia, in perfetta armonia con ciò che dice l’Apostolo: Una volta risuscitato dai morti, Cristo non muore più, e la morte non ha più dominio sopra di lui (Rm 6, 9)” (S. Agostino, Omelie sul vangelo di Giovanni). E così è stato: la sera di Pasqua “i discepoli gioirono nel vedere Gesù”. Ma Egli, partendo dall’annuncio del suo mistero pasquale che avrebbe coinvolto l’esperienza dei discepoli nella trasformazione del dolore in gaudio, dice ancora di più. Per questo introduce l’immagine della donna in parto, non a caso descritta da Giovanni anche nell’Apocalisse, quale segno del combattimento escatologico nel quale è posta la Chiesa. Gesù con il suo scomparire nella morte e il suo riapparire vittorioso, pone le fondamenta per quella che sarebbe stata la vita della Chiesa nascente, e, in essa, di ogni discepolo. Quell’esperienza è essa stessa annuncio e profezia della storia che in quel giorno stava iniziando. Esattamente come è stato per San Paolo.

Nell’omelia pronunciata la notte di Pasqua del 2012 Benedetto XVI diceva: “Il Sabato è il settimo giorno della settimana. Dopo sei giorni, in cui l’uomo partecipa, in un certo senso, al lavoro della creazione di Dio, il Sabato è il giorno del riposo. Ma nella Chiesa nascente è successo qualcosa di inaudito: al posto del Sabato, del settimo giorno, subentra il primo giorno… La struttura della settimana è ora capovolta. Essa non è più diretta verso il settimo giorno, per partecipare in esso al riposo di Dio. Essa inizia con il primo giorno come giorno dell’incontro con il Risorto… Questo cambiamento è un fatto straordinario… spiegabile soltanto col fatto che in tale giorno era successo qualcosa di inaudito. Il primo giorno della settimana era il terzo giorno dopo la morte di Gesù. Era il giorno in cui Egli si era mostrato ai suoi come il Risorto. Questo incontro, infatti, aveva in sé qualcosa di sconvolgente. Il mondo era cambiato. Colui che era morto viveva di una vita, che non era più minacciata da alcuna morte. Si era inaugurata una nuova forma di vita, una nuova dimensione della creazione. Il primo giorno… era diventato il giorno della nuova creazione. Noi celebriamo… questo giorno come origine e, al tempo stesso, come meta della nostra vita”. Il primo giorno, il giorno della gioia senza fine, ha inaugurato una storia nuova, perché le porte del Cielo si erano ormai dischiuse: era sorto il giorno che non muore, origine e meta della vita. L’esperienza di vedere il Signore risorto aveva infuso nei discepoli la gioia ma, contemporaneamente, aveva loro rivelato il destino cui, insieme ad ogni altro uomo, erano chiamati. Da quella gioia scaturisce immediatamente la missione, il senso ed il contenuto della nuova storia che aveva avuto inizio in quell’incontro sconvolgente: la storia della Chiesa, la storia di ciascuno di noi. Nel secondo volume dedicato a Gesù di Nazaret Benedetto XVI scrive: “È essenziale il fatto che con la risurrezione di Gesù non è stato rivitalizzato un qualsiasi singolo morto in un qualche momento, ma nella risurrezione è avvenuto un salto ontologico che tocca l’essere come tale, è stata inaugurata una dimensione che ci interessa tutti e che ha creato per tutti noi un nuovo ambito della vita, dell’essere con Dio… La risurrezione dischiude lo spazio nuovo che apre la storia al di là di se stessa e crea il definitivo… essa non sta semplicemente al di fuori o al di sopra della storia. Come eruzione dalla storia che la supera, la risurrezione prende tuttavia il suo inizio nella storia stessa e fino a un certo punto le appartiene. Si potrebbe forse esprimere tutto questo così: la risurrezione di Gesù va al di là della storia, ma ha lasciato una sua impronta nella storia. Per questo può essere attestata da testimoni come un evento di una qualità tutta nuova. Di fatto, l’annuncio apostolico col suo entusiasmo e con la sua audacia è impensabile senza un contatto reale dei testimoni con il fenomeno totalmente nuovo ed inaspettato che li toccava dall’esterno e consisteva nel manifestarsi e nel parlare del Cristo risorto. Solo un avvenimento reale di una qualità radicalmente nuova era in grado di rendere possibile l’annuncio apostolico, che non è spiegabile con speculazioni o esperienze interiori, mistiche. Nella sua audacia e novità, esso prende vita dalla forza impetuosa di un avvenimento che nessuno aveva ideato e che andava al di là di ogni immaginazione”.L’impronta nella storia dell’evento di Pasqua è l’impronta lasciata dai piedi degli apostoli; essi, come san paolo, hanno ritenuto tutto spazzatura e danno di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo: assetati della pienezza di questa conoscenza sconvolgente, hanno percorso le strade del mondo correndo verso la meta che li avrebbe dissetati. Un’esperienza, una gioia ineffabile, come un’eruzione dalla storia che la supera, che da essa prende il suo inizio e che in essa si dilata attraverso l’annuncio del Vangelo. Perchè “la gioia è il gigantesco segreto del cristiano” (Chesterton). Sì, l’evangelizzazione è l’impronta gioiosa della resurrezione nella storia, l’annuncio della notizia che ogni uomo attende perso e schiavo in alienazioni che sono solo delle caricature di quel destino per cui egli è nato. L’annuncio del vangelo è l’impronta di Cristo risorto nella storia offerta agli uomini perché, nel seguirla, possano incontrare la gioia preparata per loro, la misericordia e l’amore rivelati in Cristo Gesù.

Si comprende allora come la vita di San Paolo, avvinta da Cristo, fosse unita al Vangelo. Fonte di gioia perenne, sostegno della sua vita, ne era divenuto l’unico scopo, il senso primo ed ultimo, l’origine e la meta della sua esistenza: “Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; una necessità mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo! pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero… mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il vangelo, per diventarne partecipe con loro. Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo!”. Tutto a tutti e tutto per il Vangelo, ecco la vita di San Paolo e di ogni apostolo, della Chiesa, di ciascuno di noi. Siamo tutti la gioia di Cristo, frutti del suo dolore crocifisso come di una donna in parto. Lui ci ha “visto di nuovo” dopo essere stato ucciso dai nostri peccati. Per questo siamo la sua gioia, il frutto benedetto del suo amore più forte dei nostri delitti. E la sua gioia è la nostra gioia, perché siamo suoi per sempre, perché nessuno può più strapparci dalla sua mano, e la sua gioia in noi è la gioia piena che nessuno potrà sottrarci. Ogni apostolo, ogni figlio della Chiesa ha questa esperienza dentro, ognuno di noi è nato dal parto sulla via di Damasco. In quel momento di gioia purissima che ha segnato il confine tra la morte e la vita, il dolore e la letizia, il travaglio e il parto, la vita di ciascuno ha cambiato inesorabilmente direzione. Perché “l’amore di Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro. Cosicché ormai noi non conosciamo più nessuno secondo la carne; e anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così. Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro” (2 Cor. 5, 14 ss.). I rinati in Cristo non vivono più per se stessi, ma per Lui. E’ questa la svolta decisiva, l’impronta visibile della risurrezione nella storia: una comunità che si ama, fratelli che non si difendono, che offrono se stessi per amore. La risurrezione che ha distrutto le barriere dell’invidia, della gelosia, del rancore; una comunità che si ama nell’amore con cui è amata da Cristo. L’annuncio autentico del Vangelo si fa carne nel suo compimento reale e concreto in un manipolo di piccoli e deboli fratelli, inermi ed incapaci, ma irrorati dello stesso sangue di Cristo, vivi del suo stesso Spirito. Avvinti da questo sentono ardere in loro il dovere di annunciare il Vangelo, come una necessità che si impone. I cristiani attirano nella loro gioia l’umanità intera; così, autenticamente, l’annuncio del Vangelo offre la concretezza della parola e dell’agire alla speranza che alberga nei loro cuori. Questa impronta nella storia assume così i connotati della stessa esperienza fatta dai discepoli, dalla Chiesa, da ciascuno di noi: figli di un parto che ci ha dischiusi alla vita che non muore, gestiamo e soffriamo anche noi i dolori dello stesso parto, per dare alla luce la vita nella morte del mondo. In ultima analisi, l’impronta del Mistero Pasquale di Cristo nella storia è il suo compimento e attualizzarsi nella Chiesa, nell’immagine del parto che appare nel vangelo di oggi. “Per l’evangelizzazione, strumento e veicolo del regno di Dio, vale sempre la parabola del grano di senape. Gesù non ha redento il mondo tramite parole belle, ma con la sua sofferenza e la sua morte. Questa sua passione è la fonte inesauribile di vita per il mondo; la passione dà forza alla sua parola. Il Signore stesso – estendendo ed ampliando la parabola del grano di senape – ha formulato questa legge di fecondità nella parola del chicco di grano che muore, caduto in terra. Anche questa legge è valida fino alla fine del mondo ed è – insieme col mistero del grano di senape – fondamentale per la nuova evangelizzazione. Tutta la storia lo dimostra. Sarebbe facile dimostrarlo nella storia del cristianesimo. Vorrei ricordare qui soltanto l’inizio dell’evangelizzazione nella vita di S. Paolo. Il successo della sua missione non fu frutto di una grande arte retorica o di prudenza pastorale; la fecondità fu legata alla sofferenza, alla comunione nella passione con Cristo. “Nessun segno sarà dato, se non il segno di Giona profeta” ha detto il Signore. Il segno di Giona è il Cristo crocifisso – sono i testimoni, che completano “quello che manca ai patimenti di Cristo”. In tutti i periodi della storia si è sempre di nuovo verificata la parola di Tertulliano: È un seme il sangue dei martiri. Una madre non può dar la vita a un bambino senza sofferenza. Ogni parto esige sofferenza, è sofferenza, ed il divenire cristiano è un parto” (Joseph Ratzinger, La nuova evangelizzazione, intervento durante il convegno dei catechisti e dei docenti di religione, 10 Dicembre 2000).  Così si comprendono anche le ultime parole di Gesù, apparentemente contraddittorie. Nel cammino della storia, i cristiani non hanno più da chiedere nulla perché sono già nati alla vita eterna. Vivono già le primizie del Regno di Dio, la gioia che, anche dentro il timore, la preoccupazione ed il dolore del parto, non si spegne perché tutto ciò è via alla nascita di una nuova vita. Ma, contemporaneamente, il non aver bisogno di nulla per se stessi, li spinge con fiducia, a chiedere e pregare per il mondo. Come il loro Maestro, presentano ogni uomo al Padre, perché possa sperimentare, nella morte in cui giace, il Mistero Pasquale di Gesù. I cristiani pregano offrendo se stessi, intercedendo proprio attraverso le sofferenze del parto, per il mondo. La loro vita è preghiera certa d’essere esaudita, e così comprendiamo come ogni istante della nostra vita, ogni dolore, ogni fallimento, siano preziosi. Ogni avvenimento della nostra storia, offerto a Dio in sacrificio di soave odore, è fondamento e compimento della missione, dell’annuncio del vangelo. La preghiera che coinvolge la nostra vita è la sostanza più autentica e feconda dell’impronta di Cristo risorto nella storia. Il dolore del parto fatto preghiera, la salvezza di ogni uomo chiesto al Padre nel nome di Cristo, nella certezza di essere esauditi.