Dal Vangelo secondo Giovanni 15,12-17.

Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri.

 IL COMMENTO di don Antonello Iapicca
“Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perchè andiate e portiate frutto, e il vostro frutto rimanga”: essere scelti da qualcun altro, il mistero della nostra vita è tutto qui. Ogni nostra scelta sorge da questa “prima scelta” nella quale esistiamo. Secondo la tradizione giudaica, erano i discepoli che sceglievano il Rabbì. Come ciascuno di noi sceglie, o vorrebbe scegliere, la scuola, il fidanzato, il lavoro, la casa, la macchina, il film da vedere, che cosa mangiare, come vestirsi. Al centro della vita ci siamo noi, con il bagaglio di criteri e gusti che abbiamo accumulato; e identifichiamo la libertà con il poter scegliere in completa autonomia tra le diverse opzioni che ci presenta la vita. Spesso le passioni ci acciuffano e si impadroniscono di noi rendendoci schiavi dei loro impulsi ed istinti. Ma assumiamo anch’esse nella grande famiglia della nostra libertà, magari definendole come la loro più completa espressione. Rompere i tabù, lasciarsi andare, cogliere l’attimo, sono le grandi conquiste della civiltà moderna che, non a caso, avrebbe liberato la sessualità e i suoi orientamenti, i sentimenti, i desideri, le pulsioni e molto altro.
Tuttavia, anche dando per buono tutto questo, ci scontriamo con un momento della nostra vita nella quale non abbiamo potuto esercitare alcun tipo di libertà. E si tratta del momento decisivo, quello che è alla nostra stessa origine: la nascita, o, più correttamente, l’istante nel quale il seme di nostro padre ha trovato accoglienza nell’ovocita di nostra madre ed è apparso quello zigote che siamo stati tu ed io. Prima di quell’istante nessuno di noi esisteva, nessuno ha scelto di essere lo spermatozoo più forte della frotta che tentava di guadagnare l’ovocita al cui Dna donare il proprio. Nessuno di noi ci ha messo nulla, semplicemente eravamo in quel seme lì e in quell’ovocita lì, punto. E siamo apparsi in questo mondo, uno zigote impercettibile, quarantasei cromosomi che contenevano tutto quello che ci avrebbe caratterizzato, il profilo del naso, il disegno della bocca, il timbro della voce, compresi i difetti. Ci siamo poi impiantati nell’utero di nostra madre attraverso il tessuto che tappezza la sua superficie interna, l’endometrio, in un “dialogo biochimico” affascinante nel quale abbiamo messo a frutto la prima cosa imparata, l’amore per il quale i nostri genitori si sono uniti dandoci la vita. Appena sorti abbiamo cominciato ad offrire qualcosa di noi, secernendo le sostanze necessarie all’impianto dell’embrione per unirle a quelle rilasciate dall’endometrio di nostra madre, altrettanto necessarie. Chimica d’amore che rivela l’identità originaria che ci caratterizza: siamo, per natura, un dono, inscritto nel dono più grande che ci ha generato; la nostra vita, sin dalle prime luci dell’alba, è donare come abbiamo ricevuto in dono, amare come siamo stati amati.
L’avverbio come, “kathós”, che appare nel Vangelo, in greco non esprime solo un paragone, ma anche il fondamento e l’originel’amore di Cristo è norma e fondamento di ogni amore. Si potrebbe tradurre anche: “per il fatto che io vi ho amato così, che siete stati chiamati dentro questo mio amore concretissimo, amatevi anche voi con questo amore dal quale siate stati chiamati e costituiti, nel quale esistete; lasciate che l’amore che ho effuso in voi, con il quale vi faccio vivere, ed alzare la mattina, e guardare alla realtà, che questo amore giunga all’altro, chiunque esso sia”. Come all’origine della nostra vita biologica non vi è alcuna scelta da parte nostra, così all’origine della nostra chiamata ad essere cristiani, ovvero di Cristo, suoi discepoli, non esiste alcuna nostra opzione. E’ qualcosa di grande, di forte, di scandalizzante. Alcuni potrebbero obiettare che stando così le cose non esiste libertà, esattamente come non siamo stati liberi di nascere o meno. E infatti molti maledicono il giorno in cui sono nati, sino a togliersi la vita. E molti divorziano, abbandonano il presbiterato, la scuola, il lavoro, anche i figli.
Ma la prospettiva del Vangelo è molto diversa. E’ la prospettiva dell’amore. Esso è sempre la più grande manifestazione della libertà, di quella vera, autentica, capace di donare tutto, anche la propria vita. Le parole di Gesù ci spingono a risalire la corrente della nostra storia dal momento presente all’origine della nostra vita e della nostra elezione, e ancor più indietro, sino all’origine della storia dell’umanità, alla sua creazione. In essa è inscritta e prefigurata la nostra origine e quindi la chiave della nostra identità. Quanto detto circa la nostra vita biologica vale molto di più per quella spirituale. Nell’omelia per la Veglia Pasquale del 2011 Benedetto XVI diceva: “Il racconto della creazione è caratterizzato dalla frase che ricorre con regolarità: “Dio disse…”. Il mondo è un prodotto della Parola, del Logos… che significa “ragione”, “senso”, “parola”. Non è soltanto ragione, ma Ragione creatrice che parla e che comunica se stessa… all’origine di tutte le cose non stava ciò che è senza ragione, senza libertà, bensì il principio di tutte le cose è la Ragione creatrice, è l’amore, è la libertà… Se l’uomo fosse soltanto un prodotto casuale dell’evoluzione in qualche posto al margine dell’universo, allora la sua vita sarebbe priva di senso o addirittura un disturbo della natura… e siccome della libertà si può fare uso indebito, esiste anche ciò che è avverso alla creazione. Ma nonostante questa contraddizione, la creazione come tale rimane buona, la vita rimane buona, perché all’origine sta la Ragione buona, l’amore creatore di Dio. Per questo il mondo può essere salvato”.
Dio ha creato tutto per amore, ciascuno di noi è stato creato per il suo amore, del quale l’unione sponsale dei nostri genitori è immagine e somiglianza. Alla nostra origine vi è l’amore, e quindi la libertà più grande. Essa è inscritta in noi, nel nostro spirito come nella nostra carne, nel cuore come nelle cellule. E’ la libertà che spinge a donarsi, a spendersi, a tradursi in atti concreti d’amore. E’ la libertà che fa superare ogni confine nell’avventura dell’offerta di se stessi, quella che percepiamo quando ci innamoriamo, quando inizia qualcosa, qualsiasi cosa: al principio di una storia affettiva, di un fidanzamento, di un matrimonio, come di un’amicizia, alle soglie di un’impresa che ci appassiona, di studio, di lavoro, di svago, al principio vi è sempre quell’ansia di infinito, quell’entusiasmo che ci farebbe spaccare il mondo. E’ quanto descrive splendidamente Peguy:
Così tutto quello che si fa, tutto quello che la gente fa, lo si fa per la piccola speranza.
Tutto quello che c’è di piccolo è tutto quello che c’è di più bello e di più grande.
Tutto quello che c’è di nuovo è tutto quello che c’è di più bello e di più grande.
Tutto quello che comincia ha una virtù che non si ritrova mai più.
Una forza, una novità, una freschezza come l’alba.
Una giovinezza, un ardore.
Uno slancio.
Un’ingenuità.
Una nascita che non si trova mai più.
C’è in quello che comincia una fonte, una razza che non ritorna.
Una partenza, un’infanzia che non si ritrova, che non si ritrova mai più.
Ora la piccola speranza
È quella che sempre comincia.
Quella nascita
Perpetua
Quell’infanzia
Perpetua.
Per sperare, bimba mia, bisogna essere molto felici.
(Pèguy, Portico del mistero della seconda virtù)
La speranza dell’inizio che scaturisce da una grande felicità è il volto della libertà che si fa amore. Dedizione. Dono. Chi si sente costretto ad amare la propria ragazza? O il proprio marito, o il proprio figlio? Chi non si sente libero nell’affaticarsi in un allenamento che prepara ad una partita decisiva? Chi si vede sottrarre la libertà nell’affrontare notti di studio in vista dell’esame che schiude le porte all’avverarsi del sogno di una vita, quello di diventare un medico, un ingegnere, un cantante d’opera? Non si sente libero solo chi non ama. Chi ha perduto la felicità che sgorga dall’amare, chi non spera più nulla. Ecco, all’inizio, all’origine della vita vi è un ardore, una freschezza, una razza che poi, purtroppo, lasciamo cadere tra le pieghe dell’egoismo e dell’utilitarismo, magari per le ferite sofferte, per le delusioni, per le sconfitte. Per questo oggi il Signore ci riannuncia la verità, ci invita a guardare alla nostra origine, che è la sua scelta. Non siamo stati noi a decidere di nascere come non abbiamo scelto noi di essere suoi discepoli. All’origine della Creazione, come all’origine della nostra vita e della nostra elezione vi è l’amore di Dio, la libertà che lo ha mosso a plasmarci così come siamo, bellissimi e perfetti perchè opera sua. La sua scelta è più forte d’ogni nostro egoismo, di tutti i nostri testardi rifiuti, delle nostre ingannate pretese di autonomia, più forte di ogni peccato. All’origine di tutto quello che ci costituisce, all’alba di questo giorno come di tutti gli altri, vi è la sua chiamata ad entrare nella sua libertà d’amore. La sua scelta è caduta su ciascuno di noi perchè andiamo nella storia e portiamo un frutto che non si corrompa, l’opera più affascinante, l’avventura più intrigante. Vivere per qualcosa di eterno, un frutto che nulla potrà mai distruggere, il suo amore da infondere nello studio, nel fidanzamento, nel lavoro, nel matrimonio. “Ciò significa che il primo, per così dire, ontologico livello del fenomeno della coscienza consiste nel fatto che è stato infuso in noi qualcosa di simile ad una originaria memoria del bene e del vero (le due realtà coincidono); che c’è una tendenza intima dell’essere dell’uomo, fatto a immagine di Dio, verso quanto a Dio è conforme. Fin dalla sua radice l’essere dell’uomo avverte un’armonia con alcune cose e si trova in contraddizione con altre. Questa anamnesi dell’origine, che deriva dal fatto che il nostro essere è costituito a somiglianza di Dio, non è un sapere già articolato concettualmente, uno scrigno di contenuti che aspetterebbero solo di venir richiamati fuori. Essa è, per così dire, un senso interiore, una capacità di riconoscimento, così che colui che ne viene interpellato, se non è interiormente ripiegato su se stesso, è capace di riconoscerne in sé l’eco. Egli se ne accorge: “Questo è ciò a cui mi inclina la mia natura e ciò che essa cerca!”. Su questa anamnesi del Creatore, che si identifica col fondamento stesso della nostra esistenza, si basa la possibilità e il diritto della missione. Il vangelo può, anzi, dev’essere predicato ai pagani, perché essi stessi, nel loro intimo, lo attendono (cfr. Is 42,4). Infatti la missione si giustifica, se i destinatari, nell’incontro con la parola del vangelo, ri-conoscono: “Ecco, questo è proprio quello che io aspettavo” (J.Ratzinger, Coscienza e verità, Conferenza a Dallas ed a Siena, in La chiesa. Una comunità sempre in cammino).
Non vi è nessuno più libero di chi, in un quotidiano e rinnovato inizio, con ardore e dedizione, con slancio e ingenuità, pone la sua vita al servizio della volontà di Dio, offrendo se stesso al suo amore più forte della morte, l’amore più grande, quello che “depone” (secondo l’originale greco) la sua anima, la sua vita, per gli amici. Un amore così grande da abbracciare ogni istante ed ogni millimetro della vita, dove tutto è un principio, una nascita e un’infanzia perpetua, come uno zigote che non difende nulla ma che offre ogni sostanza vitale – il tempo, le parole, i beni – all’endometrio che li attende. In quei giorni di tanti anni fa era quello zigote lì ad incontrare quell’endometrio lì, così come oggi usciremo con la fidanzata, ceneremo con il marito e i figli, incontreremo Giovanni sulla metropolitana, ci riuniremo con i colleghi, giocheremo la partita di calcetto con gli amici. E ovunque donare se stessi perchè così è scritto in noi, perchè siamo stati scelti per questo, in un amore che non conosce confini. Perchè non abbiamo scelto noi il fidanzato, e neanche la moglie, come questa scuola o questa facoltà, o il lavoro o di incontrare Giovanni sul metrò. Tutti e tutto sono stati scelti per noi in una scelta più grande, l’amore di Dio che si espande e non può arrestarsi, che deve giungere ad ogni uomo. Possiamo allora guardare la fidanzata e scoprire in lei scolpite le parole di Gesù, e rintracciarle in noi, e sperimentare la libertà di una chiamata che ha coinvolto entrambi, l’uno come un dono offerto da Dio all’altro, perchè vadano e portino un frutto che rimanga. E spariscono le nevrosi che sorgono dal nostro dover scegliere, e capire, e poi i dubbi se si è scelto bene o male. Così per il lavoro, così per la casa, così per lo studio e anche per la macchina, sino alla gonna o alla matita. Perchè tutto ha un’origine celeste, tutto è un dono scelto per noi, e occorrono occhi per vederlo e cuore per accoglierlo.
Da soli non possiamo nulla, ci stringono d’assedio orgoglio ed egoismo; abbiamo bisogno di sperimentare innanzi tutto l’amore che non delude, il perdono e la vittoria sulla morte del Signore, perchè gli occhi dei discepoli si sono aperti solo la sera di Pasqua, quando le loro menti si sono dischiuse all’intelligenza delle Scritture, della Verità profetizzata nella Parola di Dio. Può accogliere tutto come una scelta d’amore, un dono del Cielo solo chi ha incontrato Cristo risorto, il Principio che riporta le cose nel suo giusto ordine, anzi che le eleva oltre il loro primo splendore (Cfr. Orazione Colletta della Messa del mercoledì dell IV settimana del Tempo Pasquale). L’incontro capace di riaccendere l’ardore del principio e liberare la libertà di amare. “Questo incontro, infatti, aveva in sé qualcosa di sconvolgente. Il mondo era cambiato. Colui che era morto viveva di una vita, che non era più minacciata da alcuna morte. Si era inaugurata una nuova forma di vita, una nuova dimensione della creazione. Celebriamo la vittoria definitiva del Creatore e della sua creazione. Celebriamo questo giorno come origine e, al tempo stesso, come meta della nostra vita. Lo celebriamo perché ora, grazie al Risorto, vale in modo definitivo che la ragione è più forte dell’irrazionalità, la verità più forte della menzogna, l’amore è più forte della morte. Celebriamo il primo giorno, perché sappiamo che la linea oscura che attraversa la creazione non rimane per sempre. Lo celebriamo, perché sappiamo che ora vale definitivamente ciò che è detto alla fine del racconto della creazione: Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Benedetto XVI, Omelia nella Veglia Pasquale, 24 aprile 2011).
Di questo amore noi siamo stati scelti quali testimoni; amici di Gesù ai quali Egli non nasconde nulla, che ci fa partecipi delle sue cose, dei suoi segreti, della sua intimità. Amici del Figlio che ci fa entrare nella sua casa, dove ci svela tutti i tesori di suo Padre, la vita che non muore, l’amore che vince il peccato, la bellezza del donarsi senza riserve per vivere l’unica esistenza autentica; nella sua intimità apriamo gli occhi sulla nuova creazione, guardiamo tutti e tutto come “cosa molto buona”, perchè tutto Lui ha assunto, eccetto il peccato, dando nuova origine e nuovo destino ad ogni uomo. Lui ci porta nel suo giardino di frutti squisiti, di essi ci sfama per trasformare le nostre ore, le nostre parole, i nostri sguardi, ogni nostra azione in altrettanti frutti deliziosi capaci di sfamare, dare senso e pienezza alla vita di ogni uomo.
Non siamo servi, siamo amici. Conosciamo le intenzioni e i progetti di Dio, e sono disegnati con i colori della gioia che non si esaurisce, le tinte algide del paradiso. Non siamo servi e schiavi degli eventi, delle relazioni, delle persone. Siamo amici e liberi, perchè in tutto ed in tutti riconosciamo il mistero di Dio, la sua economia di salvezza, il destino di Gloria preparato per ogni uomo. Nel volto e negli occhi della fidanzata brilla la luce di Cristo, il suo progetto di pace e di felicità, così come in quello dello sposo, dei figli, di tutti. Amici di Cristo siamo amici di tutti, a tutti possiamo offrirci con lo stesso amore con il quale il Signore si offre a noi dandoci vita e vita piena. Liberi nell’amore in ogni istante discerniamo “naturalmente” il kairos ed il luogo dove offrire tutto noi stessi. Scriveva il poeta spagnolo Antonio Machado: “Se un seme del pensare potesse ardere, non nell’amante, ma nell’amore, potrebbe vedere la verità più profonda”. I pensieri, gli sguardi, i desideri, le speranze degli amici del Signore ardono nell’amore e non nell’amante, nella sua scelta e non nelle proprie scelte. Gli amici non sono servi che non sanno che cosa vi sia dietro gli eventi, ciechi sull’opera di Dio. Non si perdono dialogando con i propri pensieri sulla bontà delle scelte, ma lasciano che i pensieri, sul presente, sul passato e sul futuro, ardano nell’amore e non su chi ama, nell’Amore, in Cristo e non in se stessi, nella propria povera carne. Ardere nell’Amore è lasciarsi afferrare dalla scelta di Gesù, come gli amici si donano all’amico, come Davide si legò dal primo istante a Gionata. Così, radicati nell’Amore, gli amici non perdono mai di vista la Verità più profonda delle cose, che illumina e costituisce ogni relazione, ogni impegno, ogni amore. Perchè la Verità più profonda è la verità del Principio, l’Origine di tutto, la barra del timone stretta dalle mani di chi conosce la rotta.
La Verità più profonda che attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio e che non è il caso a governare le nostre ore, ma la Parola, la Ragione creatrice di Dio intrisa d’amore, la stessa che fu all’origine della nostra vita e che ha permesso al gamete che fummo di secernere le sue sostanze per impiantarsi nell’endometrio di nostra madre. La Parola creatrice che oggi ci sceglie e conduce ad impiantarci in chi ci è prossimo, per deporvi lo stesso amore. Il frutto sarà la creazione nuova, quella che, generata nell’amore, permarrà per l’eternità, la nuova ed eterna Alleanza nel sangue del Signore, sparso sul Golgota, vivo in quello dei suoi discepoli, i suoi martiri nella storia. “L’alleanza, la comunione tra Dio e l’uomo, è predisposta nel più profondo della creazione. Sì, l’alleanza è la ragione intrinseca della creazione come la creazione è il presupposto esteriore dell’alleanza. Dio ha fatto il mondo, perché ci sia un luogo dove Egli possa comunicare il suo amore e dal quale la risposta d’amore ritorni a Lui. Davanti a Dio, il cuore dell’uomo che gli risponde è più grande e più importante dell’intero immenso cosmo materiale.” (Benedetto XVI, Omelia nella Veglia Pasquale, 24 aprile 2011).
Silvano (1886-1938), monaco ortodosso
Scritti (Sofronio)
« Come io vi ho amati »
Perché mai l’uomo soffre sulla terra? Perché sopporta delle fatiche e subisce dei mali? Soffriamo perché non abbiamo umiltà. In un’anima umile vive lo Spirito Santo, ed egli dà la libertà, la pace, l’amore e la felicità.
Soffriamo perché non amiamo il nostro fratello. Il Signore ha detto: «Amatevi gli uni gli altri e sarete miei discepoli» (cfr Gv 13,35). Quando amiamo il nostro fratello, l’amore di Dio viene a noi. L’amore di Dio è pieno di una grande mitezza; è un dono dello Spirito Santo e non si può conoscere in pienezza se non grazie allo Spirito Santo. Esiste anche un amore moderato, quello che l’uomo ottiene quando si sforza di compiere i comandamenti di Cristo e teme di offendere Dio; e anche questo è bene. Occorre sforzarci ogni giorno di fare il bene, e con tutte le forze, di imparare l’umiltà di Cristo.

Benedetto XVI. La nuova creazione della Pasqua.
Omelia nella Veglia pasquale, 24 aprile 2011

“San Giovanni, nelle prime parole del suo Vangelo, ha riassunto il significato essenziale del racconto della Creazione racconto in quest’unica frase: “In principio era il Verbo”. In effetti, il racconto della creazione è caratterizzato dalla frase che ricorre con regolarità: “Dio disse…”. Il mondo è un prodotto della Parola, del Logos, come si esprime Giovanni con un termine centrale della lingua greca. “Logos” significa “ragione”, “senso”, “parola”. Non è soltanto ragione, ma Ragione creatrice che parla e che comunica se stessa. È Ragione che è senso e che crea essa stessa senso. Il racconto della creazione ci dice, dunque, che il mondo è un prodotto della Ragione creatrice. E con ciò esso ci dice che all’origine di tutte le cose non stava ciò che è senza ragione, senza libertà, bensì il principio di tutte le cose è la Ragione creatrice, è l’amore, è la libertà. Qui ci troviamo di fronte all’alternativa ultima che è in gioco nella disputa tra fede ed incredulità: sono l’irrazionalità, l’assenza di libertà e il caso il principio di tutto, oppure sono ragione, libertà e amore, il principio dell’essere? Il primato spetta all’irrazionalità o alla ragione? Come credenti rispondiamo con il racconto della creazione e con San Giovanni: all’origine sta la ragione. All’origine sta la libertà. Per questo è cosa buona essere una persona umana. Se l’uomo fosse soltanto un prodotto casuale dell’evoluzione in qualche posto al margine dell’universo, allora la sua vita sarebbe priva di senso o addirittura un disturbo della natura. Invece no: la Ragione è all’inizio, la Ragione creatrice, divina. E siccome è Ragione, essa ha creato anche la libertà; e siccome della libertà si può fare uso indebito, esiste anche ciò che è avverso alla creazione. Per questo si estende, per così dire, una spessa linea oscura attraverso la struttura dell’universo e attraverso la natura dell’uomo. Ma nonostante questa contraddizione, la creazione come tale rimane buona, la vita rimane buona, perché all’origine sta la Ragione buona, l’amore creatore di Dio. Per questo il mondo può essere salvato. Per questo possiamo e dobbiamo metterci dalla parte della ragione, della libertà e dell’amore – dalla parte di Dio che ci ama così tanto che Egli ha sofferto per noi, affinché dalla sua morte potesse sorgere una vita nuova, definitiva, risanata”.
Questo incontro, infatti, aveva in sé qualcosa di sconvolgente. Il mondo era cambiato. Colui che era morto viveva di una vita, che non era più minacciata da alcuna morte. Si era inaugurata una nuova forma di vita, una nuova dimensione della creazione. Il primo giorno, secondo il racconto della Genesi, è il giorno in cui prende inizio la creazione. Ora esso era diventato in un modo nuovo il giorno della creazione, era diventato il giorno della nuova creazione. Noi celebriamo il primo giorno. Con ciò celebriamo Dio, il Creatore, e la sua creazione. Sì, credo in Dio, Creatore del cielo e della terra. E celebriamo il Dio che si è fatto uomo, ha patito, è morto ed è stato sepolto ed è risorto. Celebriamo la vittoria definitiva del Creatore e della sua creazione. Celebriamo questo giorno come origine e, al tempo stesso, come meta della nostra vita. Lo celebriamo perché ora, grazie al Risorto, vale in modo definitivo che la ragione è più forte dell’irrazionalità, la verità più forte della menzogna, l’amore è più forte della morte. Celebriamo il primo giorno, perché sappiamo che la linea oscura che attraversa la creazione non rimane per sempre. Lo celebriamo, perché sappiamo che ora vale definitivamente ciò che è detto alla fine del racconto della creazione: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gen 1,31)