dal vangelo secondo Gv 7,1-2.10.25-30

In quel tempo, Gesù se ne andava per la Galilea; infatti non voleva più andare per la Giudea, perché i Giudei cercavano di ucciderlo. Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, detta delle Capanne. Andati i suoi fratelli alla festa, vi andò anche lui; non apertamente però, di nascosto. Alcuni di Gerusalemme dicevano: “Non è costui quello che cercano di uccidere? Ecco, egli parla liberamente, e non gli dicono niente. Che forse i capi abbiano riconosciuto davvero che egli è il Cristo? Ma costui sappiamo di dov’è; il Cristo invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia”. Gesù allora, mentre insegnava nel tempio, esclamò: “Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure io non sono venuto da me e chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete. Io però lo conosco, perché vengo da lui ed egli mi ha mandato”. Allora cercarono di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettergli le mani addosso, perché non era ancora giunta la sua ora.

Il commento di don Antonello Iapicca

Quella delle Capanne era una festa importantissima, era “la” festa. Ricordava l’Alleanza e il tempo del deserto, le viscere nelle quali si è formato il popolo di Israele; il catecumenato dove ha imparato a conoscere Dio e a conoscere se stesso: “…tutti i cittadini d’Israele dimoreranno in capanne, perché i vostri discendenti sappiano che io ho fatto dimorare in capanne gli Israeliti, quando li ho condotti fuori dal paese d’Egitto” (Lv 23:41). Al tempo di Gesù era una festa con fortissime connotazioni messianiche, evocando il tempo in cui “il mio popolo abiterà in una dimora di pace, in abitazioni tranquille, in luoghi sicuri” (Is 32:18). L’aria era pregna d’attesa. La schiavitù e l’asservimento a Roma erano divenuti impossibili. Durante la settimana della festa il popolo si costruiva delle capanne e vi dimorava in ricordo dei quarant’anni nel deserto, quanto mai attuale sotto il giogo romano. Come il nostro deserto, popolato dalle nostre attese. La Festa delle Capanne o dei Tabernacoli cadeva in settembre al culmine del raccolto; per facilitare la raccolta, si rimaneva nei campi per tutta la settimana invece di ritornare a casa, abitando nella capanne costruite per l’occasione. Accanto all’attesa, Israele celebrava dunque anche il compimento, che si apriva di nuovo all’attesa della nuova stagione. Per il Popolo di Israele la speranza non era un chiudere gli occhi e sognare qualcosa di inaudito; la speranza si radicava nella propria esperienza, e il Messia avrebbe portato a compimento quanto Dio aveva già mostrato di voler e poter compiere. Le capanne erano segno di una promessa che già iniziava a compiersi, il raccolto di un anno preludeva a quello del prossimo. La Festa delle Capanne era la celebrazione della fedeltà di Dio, la Luce che illumina il cammino, acqua che disseta e dà vita laddove non c’è, Alleanza gratuita che sigilla un’elezione irrevocabile, misericordia che sostiene i passi incerti. Per questo era chiamata anche Festa della gioia; essa seguiva la grande espiazione di Kippur, l’esperienza del perdono che rigenera la comunità nella comunione fondata sulla gratuità della misericordia. Gesù giunge alla Festa di nascosto. Ed è un segno: Lui ne incarna il senso più profondo. La precarietà della capanna allude, infatti, alla sua carne, nella quale si cela la sua divinità. E’ Figlio di Dio, ma lo è in una carne del tutto simile a quella dei suoi “fratelli”. Gesù è lì per ridestare la loro memoria, perché i giudei possano scendere al cuore di quello che stanno celebrando. Gesù è il compimento, e, nascosto tra la folla, celebra la festa con il Popolo, come si cela nella storia di ciascun uomo, perché possa scoprire, al fondo di ciò che vive ogni giorno, il compimento della propria vitaGesù è la gioia, perché in Lui la vita ha senso e compimento. La Festa delle Capanne Accendeva la gioia autentica perché spingeva Israele a guardare al suo unico Dio, a ritornare al suo primo amore, a sperimentare la grazia del deserto dove è stato attirato perchè Dio potesse parlare al suo cuore. Le tende rammentavano la promessa ricevuta, per reinnescare la speranza e accogliere il compimento: “Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore” (Os. 2,21-22). La tenda è il luogo doveconoscere il Signore e fidanzarsi con Lui.

La tenda del Signore è la sua carne. San Giovanni descrive l’Incarnazione alludendo alla tenda: “E il Verbo si fece carne e costruì la sua “skēnē” (la sua tenda) in mezzo a noi”. Come la capanna issata nei giorni della mietitura e durante il cammino nel deserto, la carne di Gesù è il luogo dove incontrare il compimento di ogni promessa, la pienezza della vita. La tenda è il luogo dove riposarsi durante il raccolto e durante il cammino dell’esodo; così, paradossalmente, proprio la carne – il corpo, la storia, tutto ciò che nella vita è transitorio – costituisce il luogo dove riposarsi, dove riprendere le forze, dove sostare. Ma essa è segnata dalla precarietà, è un’orma sul cammino, un memoriale, non è l’origine, non è il sostegno, non è ciò che dà senso e gioia alla vita, esattamente come non lo era il Tempio di Gerusalemme dove, non a caso, il Signore si trova ad insegnare. Fermarsi alla carne conduce ad uccidere la carne stessa: una relazione che si arresta alla carne si risolve, inevitabilmente, in un voler possedere l’altro, in una conoscenza parziale attraverso la quale imprigionare e gestire, per finire con il dover vedere franare la stolta architettura senza fondamento di affetti sregolati e passionali. Come i  giudei, che inciampano ancora una volta sulla tenda visibile, arrestandosi sulla soglia del mistero che il segno contiene e indica. Ai loro occhi, Gesù era troppo uomo, troppo “comprensibile”… No, non poteva essere il Messia. Il figlio di un falegname. No. Questa precarietà, questa fragilità… Il Messia, invece, porrà termine a tutta questa incertezza, alla dura precarietà della vita; finirà il tempo dell’attesa, smonteremo le capanne, metteremo radici e nulla più ci creerà problemi. E invece, nel bel mezzo di questa attesa che si fa concupiscenza, ecce homo, ecco l’uomo. Come tutti, debole, fragile e precario. Anche Lui in una capanna, la sua vita come quella di ciascuno di noi, in una barca in mezzo alle onde. Per questo, non può essere il Messia: Nazaret, la Galilea, niente studi, niente lignaggio, neanche un sacerdote, un rabbino tra i parenti! Troppo umano, semplicemente uomo. No. Conosciamo fin troppo bene quest’uomo. Non è di Lui che abbiamo bisogno, ma di forza, intelligenza, programmazione e tanti bei miracoli a risolvere le nostre sofferenze e porre fine alla precarietà. Un Messia come un distributore automatico di miracoli, ecco chi stiamo aspettiamo. E, nell’attesa, ci portiamo avanti il lavoro, aiutiamo Dio a fare il suo mestiere, secondo i nostri gusti e le nostre conoscenze, quelle apprese un giorno nel Giardino dinanzi all’albero della vita, sedotti dal serpente… Ci facciamo dio, idolatriamo la carne perché essa idolatri noi, e il Tempio destinato a Dio è trasformato in un mausoleo al nostro io: così con il coniuge, con i figli, i colleghi, gli amici; così con noi stessi. Crediamo di conoscere da dove venga chi ci è accanto, e, certamente, nell’ambito della carne, lo sappiamo. Ma non sappiamo riconoscere nel prossimo le sembianze del Figlio di Dio, perché serrati nella falsa certezza che non può incarnarsi in quella debolezza. Pensiamo che il Messia debba venire da chissà dove, dal miracolo di un cancro guarito, un carattere smussato, un corpo divenuto da modella, un amore da sogno, lavoro e denaro, e invece Egli bussa alla nostra porta attraverso la carne debole del marito, del figlio, del contratto a termine, della salute malferma, della storia e delle persone che si avvicinano a noi. La Buona Notizia, infatti, è proprio la precarietà, rivelata nelle capanne, in un Servo che si fa ultimo, un Agnello che si fa macellare; in un Uomo che è Dio e rende divina ogni precarietà, che fa della vita, quella che oggi siamo chiamati a vivere, un prodigio. Ogni lacrima, ogni angoscia, ogni dubbio, ogni paura, ogni dolore, tutto è assunto dal Dio fatto uomo, trasfigurato e divinizzato. Lui, il Messia, scende nel nostro deserto per farne un Giardino: il paradiso nel deserto, la vita nella morte. Il Messia, Gesù, non cambia nulla, neanche una virgola delle nostre esistenze; le assume, le fa sue, le rende divine, le ricolma di Vita e le fa sante. Per questo siamo chiamati a vivere nelle capanne, in una totale precarietà, con il Signore. Vivere il Cielo qui sulla terra, per giungere all’unica certezza capace di sostenere e dare senso alla storia, il suo amore. Così la relazione con il Signore diviene il modello per ogni relazione. Dimorare nella precarietà della capanna significa essere crocifissi con Cristo; nella realtà, ciò si realizza vivendo ogni rapporto dimorando nella carne con gli occhi ed il cuore fissi a ciò che essa nasconde. Guardare in chiunque ci è vicino il Mistero Pasquale del Signore, intercettare il prodigio in corso d’opera che, nella precarietà della tenda, sta costruendo una dimora per l’eternità. Guardare un figlio con questi occhi! Una moglie, un marito, la fidanzata, l’amico, il fratello! Guardarlo come il Tempio che Dio ha voluto per sua dimora, il Santo dei Santi dove dispensare la Grazia del perdono. Guardare così, contemplando Dio nel suo Figlio, in quella persona che mi è accanto ora: come cambierebbero le parole, e gli sguardi e gli atteggiamenti… La bellezza della fidanzata, la simpatia dell’amico, la tenerezza dei figli, la fratellanza della comunità, sono i rami di palma, i Lulav, agitati durante la Festa delle Capanne. Ad essi sono legati due rami di salice (‘aravà) e tre di mirto (hadàs); a questi si aggiunge un cedro (etròg). La palma dà un frutto dolce, ma senza profumo; il salice non ha né sapore né profumo; il mirto ha profumo ma non sapore; il cedro ha sapore e profumo. Le quattro specie di vegetalilegati nel lulàv simboleggiano i quattro tipi di persone in cui si può riassumere il genere umano. Alcune sono sapienti e generose, altre sapienti ma non generose, altre generose ma non sapienti, altre ancora né sapienti né generose. Il lulav è la carne preparata per accogliere la natura divina, la debolezza che fa festa allo Spirito, la sposa della vita immortale che, come l’arca e il roveto ardente, porta e manifestaL’umanità, qualunque essa sia, è ciò che innesca l’amore, come i due occhi splendidi di una ragazza muovono il cuore all’innamoramento. Ma occorre entrare in quegli occhi e scoprirvi il Mistero che essi trasmettono. Dimorare nello sguardo dell’amata, nelle sue parole, nei suoi sorrisi, anche nei suoi difetti, cercando e fissando il “più in là”, l’altra riva che essi, spesso nascostamente, indicano. E’ questa la conoscenza che si fa intimità, amore che si fa consegna, la vita autentica che, nella precarietà, si alimenta del compimento che è Cristo vittorioso sulla morte, il suo amore che supera ogni limite e ogni aspettativa.